Sotto spirito
a cura di Francesco Grasso

Un plagio da Nobel

Lasciatemi controllare... No, fino a oggi questa rubrica non ha mai azzardato la parodia di un Premio Nobel. Be', dopotutto c'è sempre una prima volta, no? E poi un simile riconoscimento rende magari immortali, ma non certo immuni dalla satira. Quindi togliamoci il cappello e pronunciamo col dovuto raccoglimento il nome dell'autore di cui ci occuperemo questo mese: nientemeno che il celeberrimo Gabriel García Marquez.

La letteratura sudamericana è stata, per chi vi scrive, una scoperta tardiva, ma anche una rivelazione. Se mi concedete un piccolo consiglio, invito chi tra voi sia stato finora (come me) ignaro di ciò che si scriveva dall'altra parte del mondo ad affacciarsi sull'universo cartaceo di Sepulveda, Coloane, Borges, Coelho e compari.

Soprattutto, a chi tra voi (tanti, suppongo) predilige il retrogusto del fantastico, consiglio caldamente la lettura dei romanzi di Isabel Allende e, per l'appunto, di Gabriel García Marquez. Tra le principali caratteristiche della narrativa del maestro colombiano c'è infatti questa particolarità: mentre in qualsiasi altro scrittore atmosfere tra l'onirico e il fiabesco, ove i fantasmi si confondono coi viventi, la superstizione batte la logica dieci a zero e la magia è accettata molto più del progresso, verrebbero definite fantasy, per Marquez si parla addirittura di "realismo"!

Com'è possibile? Lasciando le analisi letterarie ai critici, che dopotutto sono pagati per questo mica come me che scrivo fesserie ma gratis, nel mio piccolo ritengo che la grandezza di Marquez risieda nella sua capacità (straordinaria!) di descrivere vicende quotidiane e popolari alla stregua di un Verga o di un Silone, e al contempo di inzupparle credibilmente con tali caterve d'elementi sovrannaturali da fare invidia a un Lovecraft.

Qualcuno ha detto (pontificato?) che l'operazione compiuta da Marquez è stata elevare a cultura il folclore latino-americano, donare spessore e dignità all'immaginario quotidiano di un popolo creato mescolando insieme sangue indio, africano e spagnolo, codificare in scrittura un'identità comune e un patrimonio di valori che esisteva prima ancora che qualcuno osasse definirlo tale, valori tra cui ad esempio il rispetto assoluto per la famiglia (che vuol dire anche faide e lunghissimi odi tra clan), lo spirito religioso che tracima nel fatalismo, il culto dei morti (e delle vendette postume), l'attrazione e la paura per l'universo incantato e terribile della natura. Di questa materia grezza, dicono i critici di cui sopra, Marquez ha saputo fare un mito.

Può darsi che abbiano ragione. Da parte mia, più prosaicamente, penso che se uno scrittore vince il Nobel per la Letteratura... Be', come minimo un paio di palle d'acciaio deve averle di sicuro. Letterariamente.

Come dicevo, un Nobel non mette al sicuro dalla satira. Tuttavia, imitare un maestro come Marquez non è impresa da poco. Occorre volare alto, azzardare, porsi obiettivi altrettanto prestigiosi. Per questo l'apocrifo che state per leggere traspone in chiave marquesiana alcune vicende tratte dalla biografia di una persona ben nota a tutti noi, nonché altrettanto importante e... Be', "alta" non è proprio il termine adatto. Trovatelo voi.

Buona lettura.

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Autore: Francesco Grasso - Delos Science Fiction 88 - Data: 20 marzo 2004

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