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  • Voci di giorni lontani

Voci di giorni lontani

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Il dramma era che Sergio era vissuto troppo poco e che le sue parole erano troppo dense per essere scordate. Era come se inconsciamente avesse saputo che doveva distillare ogni cosa, perché non c’era tempo per le incertezze, le divagazioni, i temporeggiamenti, la noia. Tutti gli altri morti parlavano utilizzando la lingua funzionale e scarna che si era imposta nella seconda metà del ventunesimo secolo, veicolata dalla pubblicità e dai mezzi di informazione. Un bagaglio complessivo di non più di tremila parole organizzate in enunciati fissi e ripetitivi. La funzione tranquillizzante della voce dei morti è che essi rispondono in modo stereotipato come sempre hanno fatto durante la vita, e così stabiliscono tra noi e loro un flusso ininterrotto, riconfermano la bontà e l’integrità del mondo. Ma Sergio non era così. Parlava la lingua che aveva appreso dai libri, quelli ristampati dai pochi amatori superstiti in edizioni economiche, con i caratteri obliqui e i bordi da tagliare, che ci passavamo di mano in mano. Ed erano ricordi saturi e concreti, come uno scroscio del fogliame nel vento leggero che portava il profumo di miele dei fiori di ippocastano, o la sensazione tattile di un muro scabro e polveroso arroventato dal sole.

— Non ho quasi nessuno con cui parlare, adesso, Sergio — ripresi. — Frequenti ancora in vecchi amici?

— Sì, organizziamo riunioni semiclandestine... quello che mi pesa è non potere, nella vita quotidiana, esprimere il mio pensiero, mi ripugna la maschera che ho incollata al viso.

— Già — disse lui aggrottando la fronte, — sembra che un dio minore abbia ricreato il mondo con figure elementari, cerchi, triangoli, quadrati. Una scimmia di Dio che non sa trarre da questi stampi il delicato ricamo del mondo, tutti i suoi fregi e volute e baccelli e spirali.

— Tu sai di essere morto, Sergio? — Una luce rossa mi segnalò che la domanda era irricevibile. Il filtro anti-paradosso si era messo in funzione. Ripresi il discorso: — Perché il linguaggio si è impoverito?.

Sergio rispose con un attimo di esitazione. — Forse perché a questo stadio di evoluzione la vita umana è diventata futile, parassitaria. Siamo un vicolo cieco dove la natura può celebrare i suoi più pazzi esperimenti senza danno per le altre specie. Noi produciamo parole come il mollusco secerne una perla o un seme si sviluppa in una felce umida e verde. Non è un mistero più grande di questo. Ci sono forme molto antiche nel nostro cervello e quando si attivano noi produciamo, nominandoli, conchiglie e felci, squame, organismi e universi interi.

— Solo che noi non li costruiamo col carbonato di calcio o col DNA, ma con la parola.

— Già. Dobbiamo essere molto umili. — Sergio rifletté un istante. — Quanto ci sta succedendo in fondo è un ritorno. Come il ramo avvizzito che si ripiega verso la terra. Ce ne stiamo andando noi, la nostra tecnologia, stiamo sprofondando di nuovo più indietro del cervello rettile, in quel fango fecondo di felci e squame. Io sono stanco, molto stanco di questo cervello così astuto e versatile. Voglio annegare. Voglio tornare a casa. — Indietreggiai annichilita e spensi la barriera protettiva. La vertigine mi prese perché quelle parole erano le ultime che Sergio aveva pronunciato, prima di morire fra le mie braccia in quel letto bianco e acciaio, e a dire quelle parole non era stato il volto sorridente e arrossato che avevo di fronte, ma un volto dalle labbra livide e ritratte, il cranio rasato, una luce acuminata negli occhi infossati.

Arretrando urtai la donna che stava alle mie spalle. Anche lei aveva appena spento l’insonorizzatore.

— Mi scusi — farfugliai.

— Non è niente. Anche lei visita i suoi morti?.

— Già — risposi, cominciando a sentirmi a disagio. Ora mi parlerà dell’importanza della memoria, pensai. Sono programmati per dire questo.

— È un bene — fece lei — conservare la memoria. I giovani d’oggi non hanno più memoria.

— Che cos’è la memoria? — chiesi, a titolo di esperimento.

Lei mi guardò assorta, con un fioco sorriso. — Ricordare — disse.

— Ricordare cosa?

Lei cominciò a torcersi le mani. — Ricordare è avere memoria — disse infine illuminandosi.

— Voglio dire — cominciai, — in questo Cimitero non stiamo forse pervertendo la memoria? Nella memoria ci dovrebbe essere finitudine, un senso di cose trascorse, che noi prolunghiamo artificialmente. Forse non dovremmo fare questo ai nostri morti. Stiamo contraendo con loro un debito infinito.

Uscimmo insieme dall’edificio. Ormai era quasi notte. — Viene buio presto ormai — disse lei, gettandosi dietro le spalle l’orlo della sciarpa.

— Già. È novembre avanzato.

— C’è stata un’ondata di freddo — riprese. — Siamo nella morsa del gelo. Il clima sta cambiando. Deve essere il buco nell’ozono.

— È novembre — ripetei dolcemente scavando un cerchio nella fanghiglia con lo stivale. Non sapevo come concludere il discorso.

— Ogni anno fa sempre più freddo — riprese. — Non ci sono più le mezze stagioni. L’anno scorso portavo ancora i vestiti di cotone. Non per lamentarmi.

— Non oserei mai pensarlo — dissi con prostrata cortesia.

— Il freddo è peggiore del caldo — dichiarò. — Con il caldo si possono aprire le finestre o mettersi all’ombra, ma dal freddo non c’è scampo. I consumi per il riscaldamento sono in crescita. È un duro colpo per le tasche dei consumatori.

— Arrivederci — risposi.

— È stato un piacere.

La stazione degli aviobus brillava nel vapore della pioggia sottile. Tra il buio del cielo e quello della terra fluttuava come una fata morgana.

— Non pensi ci sia in loro qualcosa di estremamente prezioso? — chiesi. — Si stanno avvicinando alla saggezza muta dei ciottoli, dei salici, delle rive tranquille. Presto la loro lingua non significherà più nulla e resterà solo la materialità delle loro voci. Non sarebbe questo il significato più alto? — I gomiti aguzzi puntati sui braccioli della poltroncina di velluto turchese, una mano a tormentarsi i radi capelli bianchi e l’altra a sorreggere signorilmente il bicchiere di liquore di rum, Alfonso mi fissava con i suoi occhi che avevano la luminescenza bluastra dei nevai. Alfonso era stato il nostro mentore spirituale, lui ci aveva iniziato alla lettura dei libri. Era un uomo pieno di una regale sollecitudine e di un amore geloso per la bellezza. E aveva delle certezze.

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Autore: Gabriella Stanchina - Delos Science Fiction 101 - Data: 22 aprile 2007

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Commenti

1 un bellissimo soggetto e un'autrice con doti innegabili: questi i segni a caldo che emergono dalla lettura del racconto. forse posso azzardare che l'esecuzione non sia all'altezza del resto? e forse anche che quando troppi messaggi moralistici infarciscono una storia ci si chiede se non fosse stato meglioesprimere le proprie opinioni con un bell'articolo giornalistico? ad altri l'onere di un giudizio più serio e sereno.

» postato da val62 alle 22:16 del 25-04-2007

2 Bellissimo soggetto, molto semi vita Dickiana però in versione puramente artificiale. Il Racconto è interessante, forse troppa poesia nelle descrizione, ma a seconda dle lettore può essere più un pregio che un difetto ;) Nel complesso, interessante e ben scritto. Molto belli i dialoghi, specialmente la parte del ragazzo.

» postato da Konrad Weber alle 11:14 del 28-04-2007

3 Un racconto di fantascienza insolito dal punto di vista della scrittura e' sempre benvenuto, in un'epoca di scritture-fotocopia. Se mi e' permesso qualche suggerimento per il futuro, direi: ridurre al minimo le descrizioni; rendere certe frasi-immagini poetiche piu' "naturali" (mi pare ce ne sia qualcuna un po'... contorta o forzata); evitare per quanto possibile di dare spiegazioni del contesto (il contesto dovrebbe emergere da se', attraverso le azioni dei personaggi... specie in un racconto breve. Lo so che e' difficile...) Anche la storia in se' ha immagini interessanti.

» postato da Vittorio Catani alle 00:27 del 20-06-2007

4 Un caro saluto a tutti voi. Ho aspettato un po' a intervenire per vedere se arrivavano nuovi commenti e sono stata ricompensata :D ! Innanzitutto vi ringrazio per l'attenzione "da editor" che avete dedicato al mio racconto. Quando l'ho inviato al Premio Alien insieme ad altri due, non era su questo racconto che avevo appuntato le mie speranze. Temevo non fosse abbastanza SF in senso "ortodosso", più fantafilosofia che fantascienza...e invece proprio questo è piaciuto alla giuria! Uno dei lati affascinanti e curiosi dell'attività di scrittura è proprio questa interfaccia imprevedibile, questa zona di libertà non calcolabile che si apre tra l'intenzione dell'autore e l'assimilazione/interpretazione del lettore. Sono contenta che abbiate apprezzato il mio racconto, è uno stimolo per continuare. Ma grazie soprattutto per i rilievi critici e per i suggerimenti, in particolare a Vittorio. Rileggendo il racconto alla luce dei vostri interventi so che non mancano di fondatezza. Sono passati 4 anni da quando ho scritto questo racconto. Nel frattempo ho scritto una raccolta di racconti e un romanzo che ho appena terminato. Ho lavorato su quelli che avevo già riconosciuto essere punti deboli: eccesso di aggettivi e metafore, troppa densità immaginifica e linguistica...insomma, ho sfrondato e "oggettivato" maggiormente la mia scrittura. Credo, lo dico con estrema modestia, di essere maturata nell'arte di scrivere, e, se questo è avvenuto, lo devo soprattutto all'incontro con lettori attenti e critici come voi siete stati. Grazie ancora, ragazzi, e un affettuoso saluto. :D

» postato da murasaki alle 16:07 del 20-06-2007

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