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L'ultima spiaggia

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Pensai che ci fosse lo squalo quattro, o che un aereo da turismo dirottato fosse precipitato sulla spiaggia, o unabomber o...

Mi sporsi dall'altra parte del carretto e lo vidi. Pensai a un dirigibile, un piccolo dirigibile rosso-marrone, di quelli pubblicitari. Era un po' sgonfio, con la punta in basso e la coda in alto. Veniva su dalla spiaggia inclinato indietro, sollevando acqua e dopo polvere. Era come se corresse sui brandelli dell'involucro.

— Bruto — disse Dani e poi disse mamma. Io rimasi immobile. Era alto una decina di metri, ricordava oltre ai dirigibili, quei silos a quattro piedi che sono accanto ai capannoni delle falegnamerie o alle segherie. Il silos era veloce, alzava polvere e succhiava dentro le persone. SUCCHIA DENTRO LE PERSONE e nemmeno a immaginarlo scritto a caratteri cubitali sulla prima pagina di un giornale mi parve possibile ciò che vedevo. Il silos era una bestia che aveva una specie di becco a un metro da terra.

Ne vidi altri uscire dall'acqua alla mia destra, avrebbero impiegato pochi secondi per compiere i duecento metri di spiaggia che ci separavano.

Vidi un'ombra cadermi addosso e tirai Dani contro di me. La cosa mi venne addosso e io presi un colpo sulla schiena e rimasi con Dani sotto nell'ombra. Aspettavo di essere risucchiato e stringevo la piccola che urlava.

Era il carretto dei gelati. La folla impazzita l'aveva rovesciato e noi c'eravamo rimasti sotto. Eravamo distesi su un tappeto di gelati confezionati, bibite e snack. Faceva freddo, ma non avevo un solo muscolo disposto a uscire. Dani urlava ma il casino vero era di fuori, sotto il sole.

Non è vero che gli incubi sono di notte con la nebbia nel bosco, o il cimitero abbandonato, o un burrone che s'apre sotto i piedi. L'incubo era al sole. Sole pieno di luglio, con il profumo della crema solare nelle narici e un letto di gelati sulla schiena.

 

Le bestie erano decine. Bestie del mare giganti che correvano sui loro tentacoli. Quelle bestie, o molluschi o mammiferi o che cazzo erano succhiavano le persone, o le prendevano con i tentacoli e poi le spezzavano in due. Le spezzavano e le lasciavano lì, come un contadino spezza con il ginocchio le canne di granturco e le butta a terra. Spezzare persone di sessanta settanta, ottanta, cento chili. Uomini, donne, vecchi e bambini. Anche le carrozzine e gli ombrelloni. Come poteva essere ciò che vedevo?

— Mami, voglio mami — disse la piccola al mio fianco cercando di muoversi. Le misi una mano sulla schiena e la schiacciai nella sabbia.

— Voglio mami MAMI! — gridava ma io non ci badavo.

Mi bruciavano gli occhi a forza di guardare.

Dani si dibatteva sotto la mia mano aperta e allora l'abbracciai e le chiusi gli occhi e pensai che era tardi, perché aveva già visto tutto. Fuori sulla spiaggia ne arrivavano altri. Non c'era più nessuno in piedi e queste bestie calpestavano i corpi stesi e correvano oltre. Si sentiva urlare dalla pineta e dagli alberghi. Clacson d'automobili e sirene. Un'esplosione lontana.

I gelati si stavano sciogliendo intorno e sotto di noi. Dani si era calmata e intingeva il dito su un Cono Sport spappolato e poi se lo succhiava.

Fuori le bestie correvano avanti e indietro sollevando sabbia e chissà che altro.

 

Non sono un esperto di mare e nemmeno d'animali o pesci. Non so che cosa fossero quelle bestie enormi che tornavano verso il mare. Erano sagome scure e svelte che alzavano polvere. Si portavano via i corpi. I pezzi dei corpi come se avessero finito.

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Autore: Antonio G. Bortoluzzi - Delos Science Fiction 89 - Data: 20 aprile 2004

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