Intrigo a Berlino

DRAMMATICO, The Good German, Usa, 2007 - regia di Steven Soderbergh - scritto da Paul Attanasio - con George Clooney, Cate Blanchett, Tobey Maguire, Beau Bridges, Tony Curran - durata: 110 minuti - distribuito da Warner Bros. - giudizio: mediocre

Girato come un film in bianco e nero degli anni Quaranta, 'Intrigo a Berlino' è una pellicola poco ispirata, diretta da uno Steven Soderbergh alla ricerca di contenuti per dare un senso al suo stile.

Tra macchine traballanti e uno stile recitativo tutt'altro che naturale, si dipana la storia di una prostituta tedesca nella Berlino del primissimo dopoguerra e del suo misterioso passato. Quando un giornalista di guerra torna nell'ex capitale del Reich deve tenere conto sia delle macerie morali che di quelle dei palazzi distrutti dall'attacco dell'Armata Rossa. Tutto è cambiato, ma — soprattutto — la donna che aveva una volta amato, sembra essere coinvolta in trame pericolose e in una serie di omicidi volti a coprire segreti inquietanti.

Interpretato da un George Clooney monoespressivo e sensibilmente non convinto del proprio lavoro, da una Cate Blanchett bellissima che il bianco e nero rende ancora più somigliante a tante star della Hollywood degli anni d'oro (Garbo, Dietrich, Gardner...) 'Intrigo a Berlino' soffre della stravagante idea di raccontare una storia di ieri con lo stile visivo e la sensibilità narrativa di sessanta anni fa. Un'operazione estetica non nuova alla sperimentazione di Soderbergh che, però, alla fine sembra completamente mancare di senso. L'intricata trama piena di scazzottate e di intrighi che nascondono atti vergognosi, sembra soffocata da una narrazione che oggi come oggi ci appare non adatta.

E' un po' come se i calciatori di oggi, preparati e cresciuti con altre tecniche, indossassero le buffe divise del bel tempo che fu e scendessero in campo con pallone di cuoio cucito e porte quadrate. Alla fine la partita sarebbe comunque un'altra perché spesso recitazione e stile di gioco trascendono gli intenti, ma seguono formazioni culturali e istinti facilmente reprimibili altrimenti. In questo senso pur ammirando gli sforzi di tutti e — soprattutto — la bellezza di Cate Blanchett non si può restare delusi, se non addirittura annoiati da un'impresa artistica non facile, ma soprattutto erronea sin da principio. Pur amando il cinema di quegli anni, lo stile ingenuo e il fascino di quegli interpreti, 'Intrigo a Berlino' non ha nulla a che vedere con quel tipo di film, soffrendo di una modernità necessaria connaturata agli attori, ma anche al regista che non può fare a meno di licenze poetiche come le parolacce e la sessualità, bandite dal codice deontologico della Hollywood dell'epoca.

Non una pellicola di qualità scadente, bensì un'operazione narrativa dubbia soprattutto per il suo tono drammatico. Va detto, poi, che la scelta di affidare la voce off ai tre protagonisti in fase differenti del film è sicuramente l'ultimo chiodo sulla bara di un film da dimenticare.

Forse, come insegna il Mel Brooks di Frankenstein Jr. — quando devi davvero confrontarti con una grande passato più che imitare gli altri, devi paradossalmente restare fedele, tradendo e innovando. E' nell'ambizione di dire altro che devi provare ad essere umile, non nel tentativo di un omaggio continuo forse noioso, ma certamente ridondante.

Autore: Marco Spagnoli - Data: 24 febbraio 2007

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  • Intrigo a Berlino: recensione di Sergio Gualandi su ThrillerMagazine (voto: discreto)

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1 Marchio Warner d'annata, titoli di testa scritti "a mano", effetto d'epoca, bianco e nero. Stesse musiche (bellissime), stessa illuminazione (spesso accecante), stesso effetto tendina per il passaggio alle diverse scene. Fotografia d'annata (dello stesso regista sotto lo pseudonimo di Peter Andrews), formato di pellicola originale al cinema. E poi il classico intreccio: spy story con amore tormentato annesso inclusa. Pedinamenti, doppi giochi, inganni, dark ladies, la guerra, il nazismo, il passato che ritorna, i segreti da mantenere. Si vede e si deve ammettere, Soderbergh è bravissimo nella parte tecnica, che è la di certo la sezione più "appariscente" del film, quello per cui sarà ricordato: lo stile che ricalca (forse meglio dire ricopia) i modelli vintage, il richiamo ai melò-noir anni 40, quelli girati con il Codice Hays della censura in agguato, e poi la cura dei dialoghi e l'uso dei fondali di una città distrutta, macerie e povertà che ricreano un vero documentario dell'epoca (non mancano infatti veri spezzoni dei cinegiornali). E in questa ricerca "effetto nostalgia" sta il limite di Intrigo a Berlino... Personalmente, mi aspettavo un coinvolgimento, una partecipazione, una tensione che alla fine non ci sono state. E in definitiva ho visto un po' l'intera operazione come un mero gioco estetico, un film dettato da un'idea di testa e di strumenti più che di cuore. Non è un remake ma lo sembra (e di svariati film per altro), non è una copia (l'introduzione di scene esplicite e dialoghi "pesanti" lo aggiornano), è un omaggio da parte di Soderbergh ad un cinema che non esiste più, ma un omaggio che ho sentito poco ispirato. Insomma, non basta riprodurre le scene o la fissità di certe inquadrature, gli stacchi e la recitazione per ridare nello spettatore la forza e la solidità dei vecchi film, soprattutto vista una trama (tratta da un libro mi pare di aver capito, nel caso Soderbergh è giustificato) che è veramente banalotta e scarna. E anche gli attori non mi hanno trasmesso l'empatia necessaria... Tobey Maguire è comunque bravo nella sua parte, così come la Blanchett. Fastidioso invece Clooney, l'ho sopportato a fatica con la sua facciona e il modo di fare un po' gigione. Non mi aspettavo un capolavoro, ma una pellicola che almeno potesse colpirmi o magari trasmettere qualcosa... A me non è arrivato nulla! E se penso all'operazione Far from Heaven di Todd Haynes sale la delusione, grande. L'idea non era così diversa: anche in quel caso, uno stile, una fotografia, una colonna sonora, titoli di testa, e poi personaggi e situazioni che venivano recuperati e riproposti con le dovute e necessarie modifiche. Ma come era diverso e come è stato meraviglioso il risultato! Qualcosa nella ricetta di A good german non ha funzionato. Anche la scena finale, palesemente presa da Casablanca, è bella, è suggestiva, fa sorridere e fa esclamare compiaciuti: Casablanca! Ma poi... finisce lì! Cioè, non prende, non MI ha preso, e per questo ci sono rimasto male. Non è un film brutto, scorre bene e non annoia, ma come ho detto prima è la parte tecnica e l'idea di base i motivi per cui A good german sarà ricordato, almeno da me. Mi sembra poco, ed è un peccato. Nota di demerito al doppiaggio: sembra si sia fatto un casting tutto italiano per decidere le peggiori voci femminili da appioppare.

» postato da neodie alle 04:14 del 30-03-2007

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