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La biografia del narcotrafficante George Jung sullo sfondo dell'America a cavallo tra gli anni Sessanta e gli Ottanta è non solo uno spaccato del mondo della droga con i suoi guru come Pablo Escobar, ma anche la celebrazione del "talento" del suo protagonista: un uomo come tanti che ebbe la discutibile intuizione di introdurre la cocaina sul mercato nordamericano, prendendo direttamente accordi con i signori della droga colombiani. Interpretato da un — come al solito — straordinario Johnny Depp, Blow è un film eccessivamente agiografico, dove — nonostante l'ironia con cui viene raccontata la storia — la figura di Jung risulta bidimensionale tutta presa dal proprio lavoro portato avanti con maligna genialità e l'amore per la famiglia. Gli effetti della droga, il mondo dei drogati e del vizio, restano sullo sfondo e — alla fine — si pretenderebbe dallo spettatore una forma di pietismo nei confronti del "povero Jung" francamente senza senso. Senza volere fare del falso moralismo oppure senza scadere nella pruderie etica fine a se stessa, si può dire che Blow è una pellicola interessante e coinvolgente, vista e considerata la sua regia dinamica e l'interpretazione degli attori, che si scontra, però, con il limite eccessivo dell'autobiografismo, utilizzando come unico punto di vista quello stesso delle memorie di Jung e null'altro. Una visione limitata che non offre niente di più allo spettatore, piuttosto indispettito dal finale strappalacrime del film con Jung addolorato e rimbambito riguardo l'impossibilità di vedere la sua famiglia. L'unico pentimento deriva dalla pena subita e non da quello che si è fatto ovvero vendere tonnellate di droga e marijuana. E questo — indipendentemente da tutto — non basta a raccontare un dramma, ma solo una lamentazione. Un film intrigante, ma tutto sommato fragile, soprattutto se confrontato con pellicole sullo stesso argomento quali Traffic e Requiem for a dream.
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