Premi HUGO


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Tobanis
Antinano Antinano
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MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 09:59    Oggetto:   

[justify]HUgo 2007 (e Nebula 2006). Nel complesso, tra i vincenti Hugo 2007 e Nebula 2006 direi che la qualità è in discesa, rispetto al passato. Trasfertona in Giappone![/justify]
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[justify]Vince l’Hugo 2007 per il migliore romanzo Alla fine dell’arcobaleno, del 63enne Vernor Vinge, al quinto Hugo.[/justify]
[justify]Perdono l’inedito Glasshouse, di Charles Stross; Temeraire: il drago di sua maestà, di Naomi Novik (che sembrava favorito); l’inedito Eifelheim, di Michael Flynn e l’inedito Blindsight, di Peter Watts (che piace molto in giro).[/justify]
[justify]Non si può ignorare la polemica che uscì a suo tempo in Italia (il libro uscì solo nell’estate del 2010). I fatti sono noti: il libro di Vernor Vinge, uscito su Urania, in Italia non è in edizione integrale. Alla più banale delle osservazioni (non potevano farne due volumi? Mica sarebbe stata la prima volta, per Urania…) la risposta dell’editore fu che sarebbero stati due libretti entrambi troppo corti. E dunque, per farlo stare in un unico libro, il testo fu sforbiciato. Da lì, due problemi ulteriori: la fiducia che bisogna avere in chi sforbicia, sperando non abbia tagliato parti importanti; e la mancanza di un avviso al lettore che magari lo comprò senza neanche sospettare che Urania potesse tagliare un testo. La certezza è però quella che le ragioni sono un po’ dappertutto, ha ragione l’editore, il lettore, l’autore…non se ne esce. Io dunque mi sono letto la versione bignami italiana e su questo giudico.[/justify]
[justify]Il libro è sorprendentemente brutto per il primo terzo della lunghezza. Vinge ha creato un mondo dove le persone “indossano”, hanno cioè delle lenti a contatto o degli apparati con cui vedono una realtà aumentata. Tutto qua? Più o meno sì. L’autore si crogiola in questa situazione, pensando di avere fatto chissà che figata, mentre il romanzo langue pericolosamente, tanto che mi dicevo, ma quand’è che parte? Quand’è che diventa bello, che dico, degno di vincere l’Hugo? Brutto brutto.[/justify]
[justify]Poi, alla fine, è solo brutto. E spesso confuso. Un brutto romanzo, calato in questa realtà tecnologica, anche interessante, e non poi lontanissima dai nostri giorni, che però parla del nulla, vivacchia sul nulla, con questo ex scrittore di enorme talento che ritorna dall’Alzheimer (ma ora senza talento) che impara via via ad usare tecnologie per lui sconosciute. In disparte, complotti planetari (ma non come quelli magnifici che ordiva un tempo Vinge), personaggi poco o nulla delineati, e poco interessanti, vicende anche loro ben poco interessanti…brutto. Non vorrei poi soffermarmi troppo sugli sciocchi neologismi del Vinge, che pare qua emulo dei cartoni animati giapponesi, quelli dove i combattenti urlano termini senza senso (cazzillo al 90%! Cavolo, la supercazzola è passata da 10 a 12!), neanche fossimo a Neon Evangelion. A me spiace, ma stavolta per il buon Vernor scatta il 4; non ho idea di come abbia fatto a vincere l’Hugo, non ho proprio idea, ma magari sarà stato un periodo sfortunato, anche Spin premiato nello scorso anno non era tutto sto gran romanzo (anzi!).[/justify]
[justify]Avevo intenzione di fare una bella ricerca cercando le altre occasioni in cui Urania pubblicò dei romanzi in due libri, e poi fare dei confronti, ma la pochezza del romanzo di Vinge è tale che non mi cimento, chi se ne frega.[/justify]
[justify]Vince invece il Nebula 2006 per il migliore romanzo Seeker, del giovane 72enne Jack McDevitt, che leggo per la prima volta, e che è al primo premio, alla sua tenera età (ma cominciò tardi a pubblicare)..[/justify]
[justify]E’ stato ritenuto meglio dell’inedito From the files of the time rangers, di Richard Bowes; dell’inedito The girl in the glass, di Jeffrey Ford; dell’inedito The privilege of the sword, di Ellen Kushner; dell’inedito To crush the Moon, di Wil McCarthy e dell’inedito, tutti inediti, Farthing, di Jo Walton.[/justify]
[justify]Anche Seeker è un’Urania, precisamente il n. 1546 del maggio 2009. Ha un prologo che ricorda e anzi anticipa in maniera sinistramente simile la tragedia italiana di Rigopiano; di ciò proverò a informare canali tipo Sky Tg24 (provato).[/justify]
[justify]Il romanzo è buono; è narrato in una sorprendente prima persona femminile (comunque credibile anche se scritta da un maschio), racconta di come questa società privata (siamo nel 10.000 circa, secolo più o meno) sia dedita alla ricerca di manufatti antichi (per loro, magari per noi sono uno – due mila anni nel futuro). C’ è certamente un certo imbarazzo, che i protagonisti non nascondono, sul fatto che in definitiva loro sono una specie di razziatori, in quanto scovano (con enorme fiuto) i resti, prendono e rivendono. I protagonisti in questione si danno un minimo di etica del lavoro, ma nella sostanza questo sono e questo resta. E c’è ovviamente chi cercherà di rendere illegale il loro operato. In questo volume si narra di come venga seguita una pista, quasi come in un giallo, per ritrovare una mitica civiltà, di persone a suo tempo emigrati dalla Terra e mai più rintracciati. E tutto perché a un certo punto salta fuori una tazza che è indubbiamente appartenuta, migliaia di anni prima, all’astronave che trasferì gli emigranti. Siamo certamente in un futuro enormemente più avanzato del nostro, dove i protagonisti sorridono di astronavi primitive, di millenni prima, che percorrevano anni luce in settimane; ma dove pure alcune tecnologie non sono poi così lontanissime dalle nostre. E no, alieni pochi, gli umani nei loro giretti nella Galassia si sono imbattuti in un’unica razza aliena.[/justify]
[justify]Il libro è scorrevole, agile, ricco di dialoghi e riconcilia con la fantascienza più tradizionale, Decisamente meglio dunque il Nebula dell’Hugo, in questa edizione, dato che a questo darei un 7/8.[/justify]


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Vince l’Hugo 2007 per il migliore romanzo breve Un miliardo di donne come Eva, del 51enne Robert Reed, al primo Hugo.
Ebbe la meglio sull’inedito Lord Weary’s empire, di Michael Swanwick; su Julian l’eretico, di  Robert Charles Wilson; l’inedito The walls of the universe, di Paul Melko e l’inedito Inclination, di William Shunn.
Il breve romanzo di Reed non è sto granchè. Si narra di come venga inventato un sistema per muoversi nelle realtà alternative, per andare cioè su una qualsiasi dei miliardi di Terre possibili, secondo varie teorie estreme. Il viaggio è senza ritorno: sarebbe impossibile trovare la propria Terra di partenza in miliardi di altre (probabilmente, infinite) Terre. Il primo viaggio da questa Terra viene fatto da uno sfigato che porta seco un gruppo di ragazze universitarie inconsapevoli. Nelle migliaia di anni seguenti questo gesto spregevole muterà aspetto e verrà visto in modo diverso dai lontani discendenti e dalle varie religioni sorte. Non solo, ma da questa seconda Terra molti altri, nei secoli, finiranno su altre Terre ancora, in una conquista esponenziale e probabilmente senza fine. Nel romanzo, che è quasi più un documentario, siamo su una di queste e si nota come la società risultante sia marcia fino al midollo: scopo dei maschi è finire su un altro mondo, con un gruppo di ragazze, poco importa se consenzienti. L’opera racconta di come verrà intrapreso uno di questi viaggi senza ritorno modificando radicalmente le tradizioni.
Il tutto è velocemente leggibile, senza problemi; lascia perplesso me sia la storia (che appunto, si dilunga troppo in chiave documentaristica, dando invece il meglio nella parte d’azione), sia la qualità complessiva dell’opera: un libretto non male, da 6/7, per il quale non vedo motivi particolari per assegnare addirittura l’Hugo. Edizione un po’ sfigata, brutto il romanzo vincente, nulla di che quello breve vincente.
Il Nebula 2006 per il romanzo breve va a L’utopia di Walden, titolo che è una sorprendente traduzione dell’opera Burn, del 56enne James Patrick Kelly, al primo Nebula (l’opera era finalista nella scorsa edizione del Hugo).
Gli altri erano l’inedito Sanctuary, di Michael A. Burstein; l’inedito The walls of the universe, di Paul Melko e l’inedito Inclination, di William Shunn.
Kelly mi era piaciuto abbastanza nelle sue due opere che avevano vinto l’Hugo, dunque ero ben predisposto alla lettura. E invece rimaniamo sempre nel piaciuto abbastanza, nel carino, nel bellino, nel sette e niente più.
In questo romanzo siamo nel XXV – XXVI secolo, i discendenti di una recente colonizzazione vivono in maniera abbastanza pacifica, facendo i contadini modello USA, solo che i discendenti di una precedente migrazione non li vedono bene, e ancora meno bene vedono i loro piani per sistemare il loro pianeta, Walden (che avevano trattato molto male ed era stato …venduto). I nuovi coloni sono favorevoli alle foreste, i vecchi le bruciano, immolandosi come torce umane, se serve…mah, eccessivo, troppo eccessivo. Un “contadino pompiere” è ricoverato in ospedale, convalescente, e mentre si annoia entra per caso in contatto con un ragazzino in un altro pianeta, ragazzino che è in realtà una specie di reale (l’Alto Gregory), che poi arriverà su Walden per imparare e dare una mano.
Mah, una specie di connubio tra paesotto contadino, mucche e aia e alieni, che certi versi ricorda Simak, ma che, pure essendo una letteratura piacevole, non fa gridare al miracolo e, temo, non lascerà particolari ricordi. Non mancano anche momenti un po’ confusi, cose accennate e poi mai più riprese, personaggi sprecati o potenzialità inespresse. Sembra quasi più un abbozzo di un romanzo (molto più lungo), che un romanzo finito. Nell’Hugo della scorsa edizione, avevano ragione a preferirgli La voce dall’aldilà, della Willis.












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Racconto, vince l’Hugo La moglie del Djinn, del 47enne Ian McDonald, al primo Hugo.
Perdono l’inedito Pol Pot’s beautiful daughter, di Geoff Ryman; L’alba, e il tramonto, e i colori della Terra, di Michael Flynn; Tutto quello che sei, di Mike Resnick e l’inedito Yellow card man, di Paolo Bacigalupi.
Mai letto McDonald, inizio dunque da questo racconto apparso in Robot 53, della primavera 2008 (bella copertina, tra l’altro, di Maurizio Manzieri). Beh, devo essere sincerissimo, sono stato sorpreso (sbigottito?) all’inizio dalla pochezza stilistica dell’autore. In soldoni, scrive da schifo, ma veramente male, tanto che pensavo, boh, forse è così nella versione italiana (conoscendo la qualità di Robot, non credo proprio); il suo editore era in ferie in quei giorni? Forse sono io di bocca molto cattiva, ma fosse per l’inizio del racconto, lo definirei impubblicabile, così com’è. Poi va un po’ meglio, il Nostro si scioglie e migliora, ma il tutto lascia perplesso (me almeno). Si narra di come questa famosa danzatrice indiana prenda una cotta, una sbandata per una specie di avanzata intelligenza artificiale, anche piuttosto celebre. Poi se ne pentirà (il lettore lo capiva subito, la protagonista è quasi cretina) e cercherà di rimediare. L’autore scivola spesso nelle descrizioni sessuali abbastanza esplicite, che dato quanto sopra mi è sembrato quasi un modo per attirare comunque l’attenzione del lettore (qua sono un po’ cattivo, in realtà tali situazioni sono integrate nella storia e sono funzionali al racconto).
Mah, un racconto adulto che paga dazio all’inizio, e si riprende alla fine, ma che non può nel complesso arrivare alla sufficienza. Eppure ha vinto l’Hugo…che annata disgraziata.
Per fortuna il Nebula 2006 per il migliore racconto va a Due cuori, del 68enne Peter Beagle, al primo Nebula; bel racconto che aveva già vinto l’Hugo 2006 e là ne parlai.
Gli sconfitti: l’inedito The language of Moths, di Chris Barzak; l’inedito Little faces, di Vonda N. McIntyre; l’inedito Journey into the Kingdom, di M. Rickert e l’inedito Walpurgis afternoon, di Delia Sherman.








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Il premio Hugo 2007 per il migliore racconto breve va a Sogni impossibili, del 30enne Tim Pratt, al primo Hugo; il racconto è su Robot 54, dell’estate 2008.
Perdono Come parlare con le ragazze alle feste, di Neil Gaiman (che in giro è piaciuto molto); La casa oltre il cielo, di Benjamin Rosenbaum (presente anch’esso in Robot 54); l’inedito Eight episodes, di Robert Reed e l’inedito Kin, di Bruce McAllister.
Per fortuna questo giovane Pratt, editore di Locus, ci azzecca e sforna un buon raccontino, in questa annata un po’ disgraziata. Racconta di questo fanatico dei film, che per caso scopre questo negozietto, “Sogni impossibili”, di noleggio DVD, dove però, lo capisce subito essendo esperto, trova dei film assolutamente impossibili, in quanto mai girati da noi (almeno, non nella nostra dimensione). Non è un minus, capisce rapidamente che il negozio, la commessa, i film, per un qualche motivo arrivano da un’altra dimensione, parallela alla nostra. Il negozio però appare dal nulla ogni giorno sempre più tardi e sempre prima se ne va…come finirà? Non lo dico, chiaro. Il tutto funziona, è moderno, è molto godibile e qua io sarei per un 7/8. E diciamo grazie a Pratt per la sua proposta.
Ecco, su Robot 54 c’è anche Cardanica, del nostro Tonani, che ho approfittato per leggere, dato che ne avevo spesso sentito parlare. E’ un racconto notevole, decisamente notevole. Non ho esitazioni a definirlo meglio de La moglie del djinn, per fare un raffronto su chi ha vinto per il racconto l’Hugo 2007. So che Cardanica ha avuto poi un meritato successo….adesso che l’ho letto, la cosa non mi sorprende. Sempre su Robot 54 c’è anche il racconto breve finalista per l’Hugo, quello di Rosenbaum: sono d’accordo, l’ho trovato confuso, pretenzioso, un racconto minore.
Infine, il premio Nebula 2006 per il migliore racconto breve va a Eco, della 50enne Elizabeth Hand, al secondo Nebula con quest’opera uscita nel numero 13 di Fantasy e Science fiction italiano.
Sconfitti l’inedito Helen remembers the Stork club di Esther M. Friesner; l’inedito Pip and the fairies, di Theodora Goss; l’inedito Henry James, this one's for you, di Jack McDevitt; l’inedito The woman in Schrodinger's wave equations, di Eugene Mirabelli e l’inedito An end to all things, di Karina Sumner-Smith.
L’altra opera vincitrice della Hand l’avevo letta e non mi era piaciuta. In più, avevo il solito terrore per il racconto breve del Nebula, che in passato mi ha fatto leggere le peggiori porcherie. Non ho comprato la rivista di Elara e ho letto l’opera vincente in originale.
Purtroppo non ho buone notizie; siamo sempre là. Questa volta abbiamo una donna che vive su un’isola deserta con un cagnone, non ha la tv, la radio non funziona quasi mai; talvolta riceve email dal suo amato (che invece non mi pare la ami sto granché); dice che ogni tanto sente qualche brutta notizia dal mondo (non sappiamo che notizia). Poi il cagnone muore, lei piange. Fine.
Raccontino scritto sfoggiando capacità e cultura, dimentica completamente la trama, rimanendo una sorta di vision, fine a sè stessa. E la SF? Beh, non c’è scritto che a un certo punto gli aerei non volano più? Chissà cosa è successo…questo deve essere bastato per dare il premio alla Hand, mentre a me basta per dare un 4,5, come la volta scorsa.









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Libro non di narrative, vince James Tiptree, Jr.: The Double Life of Alice B Sheldon, di Julie Phillips, rintracciabile su Amazon per una decina di dollari (meno sul Kindle), sulla famosa storia di Alice Sheldon, che cominciò a scrivere SF con lo pseudonimo maschile di James Tiptree jr., negli anni ’60. Qua, la sua biografia.
 




Film, vince il premio Hugo 2007 Il labirinto del fauno. Come noto, il film, che potremmo definire di “supposta fantasy”, ha avuto larghissimi consensi tra pubblico e critica, tre Oscar minori, ma io lo ritengo un film al massimo discreto. Sia noto dunque che vinse pure l’Hugo.
Secondo si piazzò un altro film piaciuto a tutti, me compreso, cioè I figli degli uomini, di Cuaron. La storia è nota, non crescono più bambini, ma in questo film, uno sì. La scena col protagonista con il bambino che piange, in mezzo ai soldati che si fermano e vedono il miracolo, è tanta roba.
Terzo The Prestige, di Jonathan Nolan, altro film molto molto bello sia per il pubblico che per la critica. Film complesso e sorprendente, classico filmone, con questi due maghi impegnati a superarsi e a boicottarsi.
Quarto addirittura un film diventato un cult, V for Vendetta, scritto dai The Wachowski (o dalle Wachowski, oggi). Forse il mio preferito della cinquina, tratto dalla graphic novel di Alan Moore (a cui non piacque il film), con quella maschera poi riutilizzata da veri e presunti ribelli in giro per il mondo.
Infine quinto il minore della selezione, A scanner darkly - Un oscuro scrutare, una strana animazione che si ispira a un romanzo di Dick. Caruccio, con una tecnica particolare, forse una menzione nella cinquina è già troppo.








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Il Nebula 2006 va invece a Il castello errante di Howl, il capolavoro di Miyazaki (uno dei tanti, è da dire), ignorato nelle cinquine degli Hugo.
Ha la meglio su Batman Begins (aveva concorso invano per l’Hugo la passata edizione), l’episodio Conti in sospeso, nono episodio su 20 della III stagione di Battlestar Galactica e Finestre del tempo, quarto episodio su 13 della II stagione (nuova serie), con il decimo Dottor Who (David Tennant), episodio in lizza anche per l’Hugo.
 
Solito salto nel tempo per ricordare cosa si andava a vedere al cinema nel 2006. Più di tutti, il nuovo episodio de I pirati dei Caraibi, il secondo, cioè La maledizione del forziere fantasma, che era caruccio. Poi due bidoni, il Codice Da Vinci e il secondo de L’era glaciale (Il disgelo).
Andò forte un bel film, Casino Royale, il primo col nuovo 007, Daniel Craig. Poi un altro filmetto, Notte al museo; andò bene anche il primo Cars. Altri incassi importanti: X-men Conflitto finale, Mission Impossibile (il terzo, venuto malino), Superman returns, Happy feet, La gang del bosco (bello!), Il diavolo veste Prada, La ricerca della felicità, etc….
 
Guardando alle medie voti su IMDB, I film più belli sarebbero stati The departed, The prestige, Le vite degli altri e Il labirinto del fauno.
 
Hugo 2007 al migliore prodotto tv, vince Finestre nel tempo, come detto in lizza per il Nebula, ed era il quarto episodio di 13 della II stagione (nuova serie), con il decimo Dottor Who (David Tennant).
Battuti L’esercito dei fantasmi (prima e seconda parte), ultimi due episodi della II stagione (nuova serie) del dott. Who; Un nuovo inizio, episodio 18 di 20 della II stagione di Battlestar Galactica; Una vecchia amica, terzo episodio della II stagione (nuova serie) del dott. Who e 200, duecentesimo episodio di Stargate SG-1, nonché sesto episodio di 20 della decima stagione.
 
Infine l’Hugo al migliore artista va al grande 40enne Donato Giancola, al secondo Hugo.




FOTO FROM JAPAN!








A sx Benford, in mezzo l'immancabile Silverberg. Grande Robert!










Larry Niven non apprezza le bevande locali?









David Brin










Nausicaa....preferisco il capolavoro di Miyazaki








Un classico anche se non ho idee di chi sianoi.










Qua ho qualche idea.










Ma guarda te chi si rivede....l'originale però non sorride quasi mai.[/justify]



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[justify]Apperò.[/justify]
Tobanis
Antinano Antinano
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Località: Padova
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 10:08    Oggetto:   

Aò raga, tutti sti "giustifai" io non li vedo, in stesura, fatevene una ragione, stavolta va così.
Albacube reloaded
Horus Horus
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Località: Un paesello in provincia di Padova
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 16:30    Oggetto:   

Grazie! Questi post sono una goduria Smile
per le giustificazioni, amen!
Fedemone
Asgard Asgard
Messaggi: 1441
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 16:36    Oggetto:   

Tobanis ha scritto:
Aò raga, tutti sti "giustifai" io non li vedo, in stesura, fatevene una ragione, stavolta va così.

Tz.
Questo non ti giustifica.
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14796
Località: Padova
MessaggioInviato: Ven 15 Dic, 2017 12:28    Oggetto:   

[justify]2008, due doppiette quasi tre e dunque si va via piuttosto veloci. Convention a Denver, soliti panel interessantissimi (leggo i report, non ci fui), tipo “Ma dove sono finiti i romanzi sotto le 300 pagine?” sottotitolo “La trilogia di Tolkien oggi uscirebbe in un unico volume”, certamente provocatorio, ma un po’ tutti immagino siamo stufi di leggere centinaia di pagine inutili (beh dai, diciamo qualche decina in mezzo a centinaia). Quelli invece sulle storie alternative o che film del passato meriterebbero un remake o i migliori libri degli ultimi 20 anni, mi scuseranno, ma li avrei scansati come la peste. Hanno senso una due volte, non ripetuti all’infinito a ogni edizione.[/justify]
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[justify]Vince come migliore romanzo sia l’Hugo 2008 che il Nebula 2007 Il sindacato dei poliziotti yiddish, del 45enne Michael Chabon; per lui primo Hugo e primo Nebula.[/justify]
[justify]I finalisti per l’Hugo erano L’ultima colonia, di John Scalzi; Arresto di sistema, di Charles Stross; Rollback, di Robert J. Sawyer e l’inedito Brasyl, di Ian McDonald.[/justify]
[justify]I finalisti per il Nebula erano l’inedito Ragamuffin, di Tobias Buckell; Cronomacchina accidentale, di Joe Haldeman; l’inedito The new Moon’s arms, di Nalo Hopkinson e l’inedito Odyssey, di Jack McDevitt.[/justify]
[justify]Il libro di Chabon è sostanzialmente un noir, con brevi e tutto sommato marginali premesse ucroniche, elementi che qua e là faranno capolino nel romanzo. Chabon aveva vinto pochi anni prima il Pulitzer, e credo che sia ai votanti l’Hugo che il Nebula, in perenne crisi di autostima per un genere (SF o fantasy) considerato minore, non sia sembrato vero premiare un Pulitzer e avere così nel carniere un autore “indiscutibile”. Poi sarebbe da aprire una lunga, lunghissima, eterna parentesi sul genere “minore”, perché ci si sofferma sempre troppo poco (IMO) su CHI lo considera tale, che il succo del discorso è tutto lì.[/justify]
[justify]Comunque, il bi-premiato vale, è un bel romanzo, questo alla fine conta, sorbirsi con piacere le quasi 400 pagine del testo è sempre una bella cosa e diciamo un bel leggere.[/justify]
[justify]Ok, diciamo la verità, come sempre: all’inizio ero un po’ così. I poliziotti disillusi, che vivono in topaie, che frequentano i bassifondi assieme a sbandati, delinquenti, falliti, che le hanno passate tutte e la vita è stata dura e hanno reagito non reagendo, lasciandosi andare, ma sempre infallibili sul lavoro, per quanto poco prevedibili e inaffidabili….dai, una botta di clichè. Ce ne mette un po’ dunque l’opera a conquistarmi, diciamo che per le prime 100 pagine sono ben più cinico e cazzuto io del protagonista, che mi sta un po’ sui maroni, poi non lo nego, il libro decolla, Chabon scrive bene, il protagonista alla fine è tosto e giusto, tante cose si incastrano bene e infine sono per un 8,5 se non anche 9. La storia è un po’ incasinata, ma alla fine ci sei in mezzo e divori pagine per vedere come va a finire. Breve sunto: durante la II GM gli USA concedono temporaneamente un territorio nell’Alaska del Sud (non il loro migliore, direi) agli Ebrei in fuga dalla guerra (milioni si salveranno così). Altri ne arriveranno dopo il disastroso tentativo di dare vita a un nuovo stato, Israele, nel ’48, invaso e distrutto dagli Arabi. In questa comunità Yiddish, il detective Landsman, il protagonista, indaga su un drogato trovato morto nel suo albergo, ucciso. Le indagini lo porteranno a capire che tanti in precedenza credevano che il defunto fosse il Messia, tanto atteso, e molte testimonianze faranno pensare che il Messia lo fosse veramente. Altro non voglio dire, se non che i complotti sono ai massimi livelli, ai piani più alti.[/justify]
[justify]Il libro merita, è scritto bene, presuppone un po’ di impegno da parte del lettore, qualche punto è più ostico, ma si viene ripagati molto bene. Il titolo non c’entra nulla, o meglio, si riferisce a un unico momento del libro in cui viene nominato: usarlo come titolo è molto ironico e rappresentativo, ma bisogna leggere tutto per capirlo.[/justify]
[justify]Bene insomma, anche se il libro non è fantasy ma non direi neanche essere SF classica, è più che altro una “detective story” che ipotizza alcuni elementi, ucronici, da cui prendere il via e a cui riferirsi ogni tanto. Il nocciolo non è dunque là, non è nella SF.[/justify]






[justify]Vince l’Hugo 2008 per il migliore romanzo l’inedito, a tutt’oggi, All seated on the ground, della 63enne Connie Willis, addirittura al decimo Hugo, se non ho fatto errori.[/justify]
[justify]Gli sconfitti: Il recupero dell’Apollo 8, di Kristine Kathryn Rusch; Il trattamento D, di Nancy Kress; Memorare, di Gene Wolfe e Le stelle senzienti, di Lucius Shepard.[/justify]
[justify]Una bella beffa per me, di solito accade il contrario: questa volta è il vincente a essere inedito in Italia mentre tutti gli altri sono stati pubblicati. E dunque me lo sono letto in inglese, per forza. Sulla Connie ho giudizi contrastanti, nel senso che ho molto apprezzato alcune sue opere e molto poco altre; una specie di montagna russa che non mi fa prevedere se alla prossima lettura sarò entusiasta di cominciare o depresso. Il libro comincia molto bene, con un arrivo di alieni che sono pacifici, non fanno male a nessuno, partecipano a tutto ma non dicono mai nulla e ci guardano sempre con forte disapprovazione. Comunicare con loro, dopo mesi, è impossibile. Tanto incipit non corrisponde poi però alla qualità dell’opera, che è sempre più inverosimile, trasformandosi in una commedia anni ’50, simpatica ma dove la logica va a farsi benedire. La Willis riversa nel libro tutta la sua lunga esperienza che deve avere avuto nei cori, annoiando anche; gli alieni, infatti, pare che sentendo una canzone, un coro, si siano seduti per terra (da cui il titolo), facendo cioè una cosa mai fatta prima. Saranno i due protagonisti a cercare di capire cosa succede, indovinandolo alla fine, mentre le varie autorità daranno via via segnali sempre più ovvi di incompetenza. Il tutto è molto leggibile, scorre via in un attimo (si legge in un’oretta, due al massimo), non è spiacevole, ma presuppone una grande dose di sospensione dell’incredulità. Mi lascia perplesso il fatto che sia stato premiato.[/justify]
[justify]Il premio Nebula 2007 per il migliore romanzo breve va a Il trattamento D, della 60enne Nancy Kress, al quarto Nebula con questo che era in gara ma sconfitto per l’Hugo.[/justify]
[justify]Gli altri erano Le stelle senzienti, di Lucius Shepard; Memorare, di Gene Wolfe; Il chiosco, di Bruce Sterling; l’inedito The helper and his hero, di Matt Hughes e l’inedito Awakening, di Judith Berman.[/justify]
[justify]Mi è piaciuto il romanzo della Kress, l’ho preferito decisamente a quello della Willis e dunque, fosse stato per me, ci sarebbe stata un’altra doppietta, Hugo e Nebula per questo Fountain of age, tradotto in italiano con Il trattamento D. Questo trattamento dà la possibilità, a chi può permetterselo, di fermare la propria età al momento in cui si effettua. Ha un “piccolo” effetto collaterale, che si scopre leggendo il libro e che non voglio anticipare. Il protagonista è un riccone ricchissimo mezzo malfattore, ormai anziano, che decide di fare prima un trattamento più leggero, per sistemarsi, quindi di cercare ancora, come fece per tutta la vita, la sua amata dai tempi della gioventù. La stessa, guarda caso, da cui la scienza ha “estratto” il trattamento D. Non manca una simpatica famiglia Rom a supportare, a modo loro, il protagonista.[/justify]
[justify]Libro adulto, per frasi e situazioni, scritto con cura, presenta frequenti flashback che non infastidiscono, anche se costringono il lettore a procedere a una sorta di lettura parallela per tutto il (breve) libro. Fatica premiata, direi, è un libro da 7/8, secondo me; però a me personalmente è piaciuto non poco e darò 8. Secondo me il confronto con la Willis non si poneva proprio, ma le cose sono andate altrimenti.[/justify]


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Ha invece fatto doppietta, Hugo 2008 e Nebula 2007, come migliore racconto dell’anno Il mercante e il portale dell’alchimista, del 41enne Ted Chiang, al secondo Hugo e quarto Nebula.
I papabili per l’Hugo erano l’inedito The cambist and lord Iron: a fairytale of economics, di Daniel Abraham; l’inedito Dark integers, di Greg Egan; l’inedito Glory, sempre di Greg Egan e l’inedito Finisterra, di David Moles.
Per il Nebula erano in corsa l’inedito The Children’s crusade, di Robin Wayne Bailey; l’inedito Child, Maiden, Mother, Crone, di Terry Bramlett; l’inedito The evolution of trickster stories among the dogs of North Pole after the Change, di Kij Johnson; l’inedito Safeguard, di Nancy Kress; l’inedito The fiddler of Bayou Teche, di Delia Sherman e l’inedito Pol Pot’s beautiful daughter, di Geoff Ryman.
Il racconto è presente in Robot 55; il problema (magari solo mio) è che con Ted Chiang metto sempre molto in alto l’asticella, mi aspetto sempre il capolavoro o giù di lì. Questo racconto orientale è buono, è valido, ma non è un capolavoro, malgrado la doppietta. Scritto bene, interessante, intrigante, narra di questo “alchimista” che ha un portale con cui uno, entrando, va 20 anni nel futuro (dove troverebbe lo stesso portale, nello stesso negozio, per tornare indietro all’oggi). Lo stesso alchimista, che è a Baghdad, ha un altro negozio al Cairo, più vecchio, dove si può andare anche 20 anni nel passato, che è quanto sceglierà il mercante protagonista, dopo avere sentito alcune storie che racconta lo stesso alchimista. Paradossi (ma non troppi, sia il passato che il futuro non si possono modificare, in questo racconto), qualche smarrimento se non si segue bene la storia, nel complesso un racconto piacevole dove sarei per un 7/8.




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Vince l’Hugo 2008 per il migliore racconto breve Sulla spiaggia, della 37enne Elizabeth Bear, al primo Hugo.
Perdono: l’inedito A small room in Koboldtown, di Michael Swanwick; l’inedito Last contact, di Stephen Baxter; Chi ha paura di Wolf 359, di Ken MacLeod e Replica nel tempo, di Mike Resnick.
Il racconto vincente è su Robot 56, che ha pure una gran bella copertina (che infatti è di Martiniere, neo premio Hugo, vedi sotto). E’ un racconto molto bello, poco da girarci attorno. Magari non il massimo dell’originalità, ma bello. E’ la (breve) storia tra un robot da combattimento, danneggiato e destinato a rapido deterioramento, e un ragazzino, uno degli umani sopravvissuti a una qualche catastrofe mondiale, probabilmente una guerra nucleare. E’ un racconto breve, tutto si svolge in una decina di pagine, l’equivalente di un breve cartone animato, di quelli che finiscono in finale all’Oscar, o lo vincono, un corto di qualità, toccante.
Vince il Nebula 2007 per il migliore racconto breve Sempre, della 58enne Karen Joy Fowler, al secondo Nebula.
Ha la meglio sull’inedito Unique chicken goes in reverse, di Andy Duncan; l’inedito Titanium Mike saves the day, di David D. Levine; l’inedito Captive girl, di Jennifer Pelland; l’inedito Pride, di Mary Turzillo e l’inedito The story of love, di Vera Nazarian.
Oh siamo arrivati al dunque; chi ha avuto la pazienza di seguire fino a qua, sa i problemi che ho incontrato nel trovare qualcosa di buono in questa categoria del Nebula, negli ultimi anni (non pochi anni). Per dirla tutta, una categoria che è una specie di pattumiera, dove vengono premiati racconti che sarebbe meglio dimenticare; per la gran parte, se non tutti, giustamente inediti in Italia. La Fowler, poi, l’avevo trovata terribile, nell’altra prova per lei vincente. Dunque voglia di leggerla saltami addosso. Perché era pochina. Invece devo dire che questa volta non sono cascato malissimo. Qua si parla di una comunità, o meglio di una setta, di un villaggio fondato da un furbo mascalzone, dove chi vive là, vivrà per sempre. Certo, bisogna avere fede, perché non è dimostrabile, se non dopo decenni…nel frattempo la comunità femminile dorme divisa da quella maschile, e le donne sono tenute ad andare a letto col santone, che si è anche appropriato di tutti i beni degli abitanti. Qualcuno dopo un po’ non ci crede più e se ne va, qualcuno dà fuori di testa; l’unica che ci crede ciecamente è la protagonista, probabilmente una decerebrata. Finale un po’ così. Il tutto non è spregevole. La SF non si trova neanche per sbaglio, dunque già qua sarò severo, però il tono del racconto, dal punto di vista della minus habens, ha il suo piacevole tono umoristico. Sempre è il nome della città, Always in originale.








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Vince l’Hugo 2008 per un’opera non fiction Brave new words: the Oxford dictionary of science fiction, di Jeff Prucher. Sui 7 € su Kindle, sui 20 € con copertina rigida, è quello che dice di essere, una sorta di dizionario dedicato alla SF, con definizioni scritte in modo da essere comprese da più gente possibile, oltre agli addetti ai lavori. Che l’opera esca dall’Università di Oxford è un indubbio “plus”.




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Vince l’Hugo 2008 il film Stardust, una storiella gradevole che mi piacque particolarmente, a differenza della critica, più severa. Piacque anche al grande pubblico, su IMDB ha il voto di 7,7, io gli diedi 8; un film che fece i suoi maggiori incassi all’estero e non in USA (nel complesso andò così cosà).
Film fantasy per famiglie, con questa stella che diventa una ragazza, da una storia di Gaiman, con i due protagonisti non famosi e parti minori per calibri come Michelle Pfeiffer e Robert De Niro e altri.
Al secondo l’intera prima stagione di Heroes, 23 episodi di SF con supereroi, che fece il botto in USA. Non la conosco, anche perché in Italia passò inizialmente su Italia 1 ma poi sui canali Premium di Mediaset, canali a pagamento con i quali non sono abbonato.
Terzo Harry Potter e l’Ordine della Fenice, quinto episodio della serie, con i nostri ormai cresciuti e non più i bambini di una volta. Anche questo piacque a me e al grande pubblico (il voto su IMDB è 7,5). Il film è molto celebre, c’è poco da aggiungere. L’Ordine della Fenice del titolo è una organizzazione segreta costituita per contrastare Voldemort, mentre nel Ministero della Magia compare del marcio. Fu un enorme successo, quell’anno l’incasso fu secondo solo a Pirati dei Caraibi – Alla fine del mondo.
Quarto Come d’incanto, quello dove la principessa viene catapultata nel nostro mondo. E’ una fiaba simpatica, soprattutto nella prima parte, uno svago onesto anche se non di eccelsa qualità. Su IMDB ha voto 7,1, forse la sua presenza in questa cinquina è eccessiva. Un Walt Disney con ambizioni minori, pure alla fine con un buon incasso.
Quinto La bussola d’oro, un tentativo sontuoso ma poco riuscito di mettere su pellicola una serie di libri. Su IMDB ha solo 6,1, come voto, non troppo elevato e anche questo film forse non doveva comparire in questa cinquina. Al botteghino non andò neppure gran che bene, anzi.
Ad esempio, potevano tenere in conto Transformers, che non è un capolavoro, ma è fatto bene e c’è Megan Fox. O Io sono leggenda, che a me era piaciuto.
 
Vince il Nebula 2007 (e aveva già vinto l’Hugo 2007) Il labirinto del fauno.
Gli altri: I figli degli uomini; Colpo d’occhio, episodio numero 10 (su 13) della terza stagione (nuova serie, se no nel complesso è la stagione n. 29) di dottor Who; The prestige, V per vendetta e addirittura World enough and time, episodio della webserie fatta dai fan Star Trek: Phase II (alias New Voyages).
 
I film più visti dell’anno furono (detto di Pirati dei Caraibi e Harry Potter, primo e secondo), Spiderman 3, che non è nulla di che; Shrek 3 (che non mi era dispiaciuto) e Transformers.
Poi il bel Ratatuoille, Io sono leggenda e il film dei Simpsons. Quindi Il mistero delle pagine perdute, con Nicholas Cage e un signor cast, 300, The Bourne ultimatum e Die Hard – Vivere o morire.
Secondo il grande pubblico, i più bei film dell’anno furono Non è un paese per vecchi, Il petroliere, Into the wild e The Bourne ultimatum.








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Il premio Hugo 2008 al migliore telefilm andò a Colpo d’occhio, che come detto per il Nebula era il decimo episodio della terza stagione (nuova serie) di Dottor Who.
Gli altri erano: Natura umana (prima e seconda parte), sempre del dottor Who, sempre III stagione della nuova serie, episodi 8 e 9; Battlestar Galactica: Razor, un film per la tv; Il capitano Jack Harkness, episodio 12 (di 13) della prima stagione di Torchwood e World enough and time, come detto episodio della webserie fatta dai fan Star Trek: Phase II (alias New Voyages).


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Vince infine l’Hugo 2008 come migliore artista professionista il 46enne Stephan Martiniere, che ha una copertina e un’intervista su Robot 56; quest’ultima molto interessante. Parla del fatto che venivano premiati sempre gli stessi, anche più volte, e che pertanto aveva poco appeal se non eri nel ristretto mazzo che vinceva sempre. Pertanto lui, come altri, avevano cominciato a snobbarlo. Poi qualcosa è cambiato, sono arrivati premi “anche per gli altri” e Donato Giancola, vincente lo scorso anno, aveva ritirato la sua possibile candidatura per l’edizione successiva, proprio per dare la possibilità ad altri di mettersi in mostra. Anche Stephan, ora che l’ha vinto, non si presenterà per l’edizione 2009, per lo stesso motivo.
Tra le sue fonti di ispirazione: Walt Disney, Moebius, Buscema, Hugo Pratt e dunque io già gli voglio bene, a questo signore.




Niente foto di matti, stavolta. Questo però non lo hanno fatto entrare:






Chabon pare non fosse presente, ritira RR Martin. Dietro, la Willis, un premio anche a lei, via.



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Tobanis
Antinano Antinano
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Località: Padova
MessaggioInviato: Ven 15 Dic, 2017 12:31    Oggetto:   

Qua non si amano i file giustificati con Word...come dare torto?
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