Premi HUGO


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Autore Messaggio
Yuri
Scaraburra
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MessaggioInviato: Mar 14 Mag, 2013 16:02    Oggetto:   

ok presi a poco meno di 20€ l'uno, spedizione raccomandata inclusa.

La messaggera delle anime mi interesserebbe anche perché vinse tutto e sono curioso se lo trovassi a 10-15€ lo prenderei

Ho visto che qualcosa si inizia a trovare in formato kindle ma soprattutto i più recenti.

Tobanis, rimane sempre quella domanda Smile ... posso mandarti un messaggio privato/mail e mostrarti un po' di acquisti per avere consigli su ricerche future? (posso farlo anche pubblicamente ma non so se questo sia il thread giusto oppure sia meglio farlo altrove senza creare confusione o thread inutili agli altri utenti. Per questo chiedo e/o attendo i moderatori visto che, pur essendo un vecchio lettore del forum, non avevo mai postato e di conseguenza non so come ci si regoli)
Tobanis
Antinano Antinano
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MessaggioInviato: Mar 14 Mag, 2013 16:58    Oggetto:   

Beh certo, i messaggi si possono mandare, sta al destinatario rispondere o cestinare senza pietà (scherzo, chiaro, tu manda che vediamo, garantisco però risposte in tempi medio - lunghi, l'età è quella che è).
Yuri
Scaraburra
Messaggi: 5
MessaggioInviato: Mar 14 Mag, 2013 17:43    Oggetto:   

grazie, inviato Smile
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14615
Località: Padova
MessaggioInviato: Ven 20 Set, 2013 16:29    Oggetto:   

Convention 2002. Affluenza buonina, ma non da top ten (11°). Al solito, un profluvio di panels, tra cui pare strano ma ci fu pure quello “Consigli per la transazione da popolo della notte a gente del mattino”. Più serio e in tema direi quello che analizzò il successo delle opere di Dick nell’essere trasposte sul grande schermo, o anche sul piccolo. L’elenco allora comprendeva Out of this world (serie TV), Bladerunner, Total recall (allora non potevano saperlo, ma ora l’hanno pure rifatto), Confessions d’un Barjo (film francese), Drag-taking and the arts (docu-drama), Screamers, Impostor e Minority Report. In un altro panel analizzavano la grande quantità di opere cinematografiche di quell’anno, chiedendosi però se spesso non mancasse la qualità (vedi anche dopo, su questo argomento). Un altro panel, ora datato, parlava del boom di un fenomeno su Internet, i cosiddetti “blog”. “Cosa sono? Perché dovremmo considerarli?”, e così via, su questa “nuova” forma di comunicazione sul Web.
Alcune arguzie durante la premiazione vanno riportate. Sull’invecchiamento dei lettori, si facevano battute sulla prossima trilogia di Robinson su Marte (dio che ne scampi): uno dei volumi potrebbe intitolarsi, data la vecchiaia dei lettori, “Volete per cortesia fermare quel terraforming – la gente sta cercando di dormire qui”. Poi fu notato che nel 2001 non si erano verificate molte cose anticipate dalla fantascienza, ma venne astutamente rimarcato: “2001 didn't turn out quite like we expected, but then again neither did 1984. You win some, you lose some.”, che mi sembra considerazione molto simpatica e intelligente.
Un altro panel rimarchevole girò attorno allo stesso discorso di sempre, preso da una nuova ennesima angolazione. “Se hai una libreria di un metro, quali sono i volumi che – devono – esserci?” Per onore di cronaca, discussione e fancazzismo, riporto i più gettonati.
Pre 1926: Frankestein. Tra il 1926 e il 1945: L’Hall of Fame della SF (raccolta di opere brevi). Tra il ’45 e il ’64: The stars my destination, Cronache marziane, Le guide del tramonto, Stella doppia 61 Cygni, 1984, Il signore degli anelli. Tra il ’65 e l’80: Nova, La svastica sul sole, Dune, Signore della luce. Dall’80 a oggi (ieri, per noi): Neuromante e Hyperion.
Vabbè, sempre opinabile, via coi premiati.

Un’annata con premiati di qualità. Qualità che nelle ultime edizioni pare in costante aumento. Non siamo ancora ai vertici, ma la strada parrebbe quella. Staremo a vedere. Va anticipato che tra i premiati in questa edizione non si vedrà tutta questa fantascienza, ma ormai facciamocene una ragione
Romanzo: vince l’Hugo 2002 American Gods, del 42enne Neil Gaiman (stesso titolo in originale), al primo Hugo.
Perdono L’ombra della maledizione, di Lois McMaster Bujold; l’inedito Passage, di Connie Willis; Perdido Street Station, di China Miéville (stesso titolo in originale); l’inedito The chronoliths, di Robert Charles Wilson e La fortezza dei cosmonauti, di Ken MacLeod.
Il Nebula 2001 decide di assegnare il premio a La rosa quantica, della 47enne Catherine Asaro, al primo Nebula.
Gli sconfitti sono parecchi: l’inedito Eternity's end, di Jeffrey A. Carver; l’inedito Mars crossing, di Geoffrey A. Landis; Tempesta di spade, di George R.R. Martin; l’inedito The Collapsium, di Wil McCarthy; l’inedito The Tower at Stony Wood, di Patricia A. McKillip; l’inedito Declare, di Tim Powers e l’inedito Passage, di Connie Willis.
Che cambio da Harry Potter e il calice di fuoco, vincente l’anno scorso e casto libro per ragazzi, e questo American gods, che da subito si dimostra per adulti, nel frasario, nelle situazioni, nelle esplicite scene sessuali.
Non si può fingere di ignorare che questo è ritenuto un romanzo di fantasy, anzi, è stato ritenuto il più bel romanzo di fantasy degli anni 2000 (finora, da una votazione su Locus). E non si può fingere di non sapere che vincerà pure il Nebula, nella prossima edizione.
Qua si potrebbe riaprire una eterna diatriba, su cosa sia SF e cosa no, su cosa sia fantasy e cosa no, diatriba che tra l’altro sembra così importante ai giorni nostri, mentre nel secolo scorso era normale, per il lettore appassionato di SF, passare al fantasy e tornare indietro, senza problemi, ed erano molti gli autori che bazzicavano entrambi i mondi.
Comunque, questo è classificato nella fantasy. Fantasy…mah, più che fatine ci sono vagine, per fare rima e per fare capire subito lo splendido clima maturo e disincantato per permea tutto il libro. Diciamola subito tutta anche questa: io sono tra quelli che lo reputano un capolavoro. Ok, c’è chi non lo ha gradito, e sicuramente per motivi validi; io no, io sono per un’ammirazione anche piuttosto incondizionata. Non dirò molto di questa opera, se non che DEVE fare parte del bagaglio di letture di ogni appassionato di SF (o di fantasy, ma decidete un po’ voi, a me non interessa molto). E’ una lettura obbligatoria, una di quelle non frequenti uscite sul mercato che BISOGNA conoscere. Poi, giudicherete. Ripeto, è un libro che meriterebbe un’ampia analisi, ma la trovate già un po’ dappertutto, pertanto io aggiungerò solo i miei 2 cent, invece di tirarli nella fontana.
Il libro è dedicato a Roger Zelazny, uno dei miei autori preferiti, e allora si parte già bene, e ancora meglio quando ti accorgi, leggendolo, che questo avrebbe potuto scriverlo benissimo il buon Roger, sia per lo stile, sia per lo “scazzo quasi Lebowskyano del protagonista” (cito me stesso) sia per la confidenza nel trattare con gli dei, che Zelazny ci fece vedere a suo tempo, anche in capolavori. A fondo libro, tra i ringraziamenti, si cita Harlan Ellison (un altro dei miei autori preferiti) e la sua raccolta Deathbird Stories (sottotitolo A pantheon of modern gods),e il corto circuito è completo. Tra l’altro il singolo L’uccello di morte di Ellison vinse l’Hugo per i racconti e, sempre tra l’altro, è un capolavoro e per me una delle assolute vette della SF in toto. Così giusto per dire.
Non mi dilungherò ancora sull’opera di Gaiman, anche se lo sto facendo, perché le cose da dire vengono fuori così, da sole. Io personalmente non finirò mai di ringraziare Gaiman, ad esempio, quando a un certo punto introduce un personaggio (il poliziotto di Lakeside) e lo chiama Chad Mulligan. Chi è Chad Mulligan? Ma come… Cari lettori. Io vi invito a leggervi i classici, prima di buttarvi su tante cose discutibili che ci sono oggi. Anzi, dovete leggere i classici, che poi non sono altro che i libri di formazione degli scrittori di oggi. Perché quando tutti dicono, tra gli scrittori, che stanno leggendo Vance, beh, ca**o, leggiti Vance anche tu, no?
Oppure se Gaiman dà a un suo personaggio minore il nome di uno dei protagonisti più formidabili della storia della SF, quel Chad Mulligan di Tutti a Zanzibar, di Brunner, libro ponderoso, mostruosamente avanti, geniale in molte parti, spiazzante e magari noioso e sconcertante ma fondamentale, un libro inevitabile, che il Nostro evidentemente conosce, anzi di più, probabilmente ama… beh, ma è un omaggio e una citazione coi contro catsi! Perché rispolverare Mulligan, un tipo fighissimo, è un colpo di genio, che magari le nuove generazioni non afferrano, ma le più vecchie, antiche, (o vetuste come me), dicono solo “Mi inchino reverente, Gaiman!”.
Mulligan è il tipo che a fine libro (parlo di quello di Brunner) fa il breve discorso all’Uomo, che è lo stesso discorso che ci farebbe Dio, per chi crede che esista, o che farebbe se esistesse. E poi nel libro questo Mulligan è uno scrittore, autore tra l’altro di Sei un idiota ignorante…ma vabbè, ora divago troppo. Insomma tutto questo pipotto mentale per dire questo libro è sensazionale anche nei dettagli, e se ne potrebbe parlare per ore mesi anni. Della trama vi ho detto? Non va raccontata, se non che il colosso protagonista sta per uscire di galera e tornare dalla sua mogliettina. Ma tutto è diverso da come pensava; lui andrà invece a lavorare per un tizio (che altri non è che Odino), gireranno per molta parte degli States e ne succederanno di tutti i colori. Non dico altro e non cercate anticipazioni sulla trama, leggetevelo e godetevelo.
Alla premiazione Gaiman era fuori di sé dalla gioia, dato che era sempre stato un suo sogno da giovane vincere l’Hugo, ma che crescendo si accorgeva di non essere quel tipo di scrittore che vince. Chiuse con “Fanculo! Ce l’ho fatta! Grazie!”.
Nebula, passiamo al Nebula. Il romanzo è sorprendentemente buono. Diffidavo, non fosse altro per la brutta copertina (pardon all’autrice) dell’edizione italiana. Invece, è vero che mi riporta a opere lette negli anni ‘70-’80, come stile, come intreccio SF - FANTASY; è vero che non è poi così originale, anzi; ma è anche vero che te lo bevi in un fiato, e che cattura presto e definitivamente la tua attenzione.
Abbiamo la già vista (altrove) civiltà simil medioevale, che sopravvive alla meno peggio e che usa, senza capirli o poterli aggiustare, meccanismi e macchine di un passato lontano ma molto più glorioso e tecnologico. Già visto, no? Eppure, funziona sempre, questa ideuzza. Più avanti ne scopriremo molte altre, anche che codesti umanoidi altro non sono che i discendenti di umani opportunamente modificati geneticamente, per vari scopi, spesso non nobili. L’arrivo della “Storia”, dell’attualità, dei veri protagonisti dell’Universo, sul piccolo pianeta, scompaginerà per sempre le tradizioni e storie locali. La protagonista, discendente da una popolazione geneticamente modificata chissà quanti secoli prima, come tutti i suoi antenati, allo scopo di piacere e di servire, doveva andare in sposa al locale ricco bulletto, ma finirà per sposare l’uomo che, si scoprirà, viene dalle stelle e che ovviamente è un figo della peppona. Poi ne succederanno molte, in quel pianeta e altrove, e si scoprirà che la speciale sintonia che c’è nella coppia è ben più che speciale.
Bel libro, ben scritto. E’ giusto e doveroso un premio che lo ricordi, alle future generazioni, caso mai ci sia qualcuno che si metta in testa di rileggersi tutti i premiati col Nebula e sperasse di trovare roba buona.

Romanzo breve: vince l’Hugo Tempi veloci a Fairmont High, del 58enne Vernor Vinge, al terzo Hugo.
Sconfitti l’inedito Stealing Alabama, di Allen M. Steele; l’inedito May be some time, di Brenda W. Clough; l’inedito The chief designer, di Andy Duncan e l’inedito The diamond pit, di Jack Dann.
Decisione diversa per il Nebula, che premia La Terra definitiva, del 94enne Jack Williamson, al primo Nebula.
Perdono: l’inedito A roll of the dice, di Catherine Asaro; l’inedito May be some time, di Brenda W. Clough; l’inedito The diamond pit, di Jack Dann e l’inedito Radiant green star, di Lucius Shepard.
Vinge mi piace, e anche qua si fa leggere ben volentieri. La società che dipinge vive immersa nella realtà aumentata (anche se non la chiamano così), e nella continua connessione alla rete. Il protagonista è un ragazzo delle medie, o giù di lì, ha lenti a contatto speciali e pure i suoi abiti nascondono parecchie connessioni. Ma è un ragazzo come tanti, tutti sono così. E gli adulti pure. In questa società dove i Google glass sarebbero preistoria, è il tempo degli esami, alla scuola Fairmont High. Ok, l’incipit è finito. La storia che segue, in realtà, si fa preferire solo per le possibilità date da tale realtà aumentata e tecnologicamente così spinta. La storia in sé vale ben poco e non è riuscita benissimo. Sto calcando forse troppo la mano; il tutto è alla fine discreto…ma netta è la sensazione che lo spunto sia molto interessante, e il romanzo molto meno. Attenzione però, tanti ritengono questo romanzo breve uno dei migliori del nuovo secolo. Io mi sento un tantino più scafato e non l’ho apprezzato così tanto.
Meno ancora, come dissi nell’edizione precedente dell’Hugo, quello vincente il Nebula. A Williamson viene dato, per il romanzo che già aveva vinto l’Hugo, questo premio che pare più alla carriera che all’opera. Forse che pensavano che il vecchio Jack, ultranovantenne, fosse lì lì per schiattare e non facessero poi in tempo? Boh. Lui li fregherà tutti, perché lascerà questo mondo tra altri 4 anni, nel 2006, a quasi cento anni. Per vedere che ne penso, rispolverate quanto scritto sopra, da qualche parte.

Racconto lungo, vince l’Hugo 2002 L’inferno è l’assenza di Dio, del 35enneTed Chiang, al primo Hugo.
Ha la meglio sull’inedito The days between, di Allen Steele; Disfatto, di James Patrick Kelly; Aragoste, di Charles Stross e l’inedito The return of Spring, di Shane Tourtellotte.
Ennesima decisione diversa per il Nebula, che assegna il premio 2001 all’inedito Louise's ghost, della 33enne Kelly Link, al primo Nebula e al momento la più giovane premiata vivente, battendo Ted Chiang di un paio d’anni.
Perdono: l’inedito To kiss the star, di Amy Sterling Casil; l’inedito The Pottawatomie giant, di Andy Duncan; Disfatto, di James Patrick Kelly; l’inedito Auspicious eggs, di James Morrow e l’inedito Dance of the yellow-breasted luddites, di William Shunn.
L’opera del giovane Chiang è, al solito, notevole. Ma questa veramente. Occhio se faccio qualche spoiler (ne faccio parecchi). Il mondo descritto è in tutto e per tutto uguale al nostro, se non che, appaiono, a volte, gli angeli. E ogni tanto si vede l’inferno. L’apparizione di un angelo è accompagnata da miracoli, ma anche, data l’enorme energia che si sprigiona, da parecchie morti, vuoi perché ad esempio le persone cadono in crepacci, che si aprono al momento, o vuoi perché esplode una vetrina di vetro, e partono schegge micidiali, che uccidono, come capita, la moglie del protagonista. Il male e il bene, che si verificano in seguito all’apparizione di un angelo, sono casuali. Miracoli succedono a chi non li meritava particolarmente; muoiono persone che pure non lo meritavano. Non c’è un piano, non c’è giustizia. C’è solo, aggiungo io, la prova di un aldilà. Se qualcuno muore, nel libro si racconta, si vede chiaramente se la sua anima ascende in cielo o sprofonda. Ad alcuni è dato vedere la gloria del Cielo: nel momento che l’angelo torna a casa, il cielo si apre e qualche raggio paradisiaco filtra a terra. Chi ne è colpito vede la beatitudine eterna, non muore ma è cieco per sempre. Anche l’inferno a volte si vede: il suolo acquista trasparenza e per un po’ si vede che l’inferno non ha caratteristiche particolari, si vedono le persone che piangono o ridono così come qua da noi.
La storia parla del protagonista che come detto rimane vedovo. L’unico scopo della sua vita era sua moglie. Ora per rivederla, deve andare in Paradiso, quando sarà il momento (se si suicida, la perde per sempre); solo che lui non è che ami Dio particolarmente, e pertanto non la vede facile.
Il finale sarà crudele, se vogliamo, ma tutto sommato coerente con un dio in definitiva indifferente all’umanità. E’ curioso notare che nel romanzo, dove c’è in pratica la prova provata dell’aldilà, le cose cambiano ben poco, rispetto al rapporto con le religioni che c’è qui da noi. La gente non è che creda più o meno che qua. E allora, viene da domandarsi, se l’inferno è l’assenza di Dio, non è che l’inferno è la società descritta da Chiang, una società è vero con angeli e inferni visibili, ma dove manca totalmente la presenza di dio, se non casuale e senza scopo? O forse, vuole dirci l’autore, che l’inferno non sia in realtà la nostra società, dove non solo mancano prove dell’esistenza del divino (prove concrete, non prove di fede), ma pure non compaiono mai angeli (intendo notati chiaramente da centinaia di persone), o non appare talvolta come nel libro, lo stesso “inferno”. Mah. Opera profonda, con molte sfaccettature e con molti piani di lettura, che non a caso è ritenuta da molti la migliore opera breve del secolo XXI. Anticipo che vincerà pure il Nebula, nella prossima edizione.
Nebula: inferiore ma comunque di qualità il racconto della Link. Inedito in Italia, parla di due amiche (entrambe si chiamano Lousie), di come una delle due abbia una bambina particolare, e l’altra abbia in casa un fantasma, la qual cosa è scocciante assai. Il tutto è scritto veramente bene. Lo stile è piano, semplice, in apparenza, anche troppo semplice. Il tutto è molto figo: la storia è in definitiva poca cosa, ma il taglio scelto te la fa seguire tutta d’un fiato. Fantascienza assente (ma anche in quella di Chiang, se vogliamo), si arriva poi a un finale delicato e poetico, tanto che dici, cavolo, la storiella è caruccia, ma sta tizia, sa il fatto suo! E un bel premietto ci sta proprio bene.
Due giovani talenti, insomma.

Infine, racconto breve, vince l’Hugo 2002 Il cane che diceva bau (alias Il cane disse bau bau), del 52enne Michael Swanwick, al terzo Hugo
Ecco chi ha perso: l’inedito The bones of the Earth, di Ursula K. Le Guin; Nella vecchia fattoria, di Mike Resnick; l’inedito The ghost pit, di Stephen Baxter e l’inedito Spaceships, di Michael A. Burstein.
Nebula 2001, ancora una decisione diversa. Vince l’inedito The cure for everything, della 44enne Severna Park, al primo Nebula.
Sconfitti l’inedito Kaddish for the last survivor, di Michael A. Burstein; Gli elefanti di Nettuno, di Mike Resnick; l’inedito Mom and dad at the home front, di Sherwood Smith e Wound the wind, di George Zebrowski.
E’ difficile non esaltarsi davanti a quel gioiellino di racconto che vince l’Hugo. Il bravo Swanwick, nel limitato mondo del racconto breve (qua neanche troppo breve, mi sa che eravamo al limite), ci mostra tutte le potenzialità della fantascienza. Fantasia, creatività, situazioni strane ma belle, assenza di limiti. Il protagonista è un cane, oddio, ricorda un cane, ma profondamente modificato geneticamente, cammina su due gambe, o zampe, si esprime come un lord, piace un sacco alle donne (avrà una storia con la gnocca del racconto, che possiederà, non serviva dirlo, doggystyle), ma è un bel furfante. Assieme al suo complice londinese (umano), proveranno a fare un furto a Buckingham Palace. Siamo in un futuro estremo, e la sede della regina è ben diversa da oggi, e pure lo è la Regina. Non voglio dire altro, rintracciatelo e godetevelo, è puro divertimento intelligente.
Un piccolo capolavoro destinato a vincere fin dalla sua uscita. Ah che bello, avercene di SF così!
Chiudiamo infine con quella che è purtroppo una mezza cagata. L’autrice, Severna Park (immagino uno pseudonimo) ci narra di questa popolazione, rimasta isolata nel profondo dell’Amazzonia, da secoli, che viene ora scoperta e che, ci si accorge, ha in sé i geni per guarire ogni malattia sulla Terra. Lo svolgimento è parziale, acerbo; la storia non decolla e termina senza molto senso. L’interesse non nasce mai e si arriva a questo Nebula insensato. Bene rimanga inedito, sto raccontino senza scopo.

Libri non di narrativa, vince The Art of Chesley Bonestell by Ron Miller and Frederick C. Durant III with Melvin H. Schuetz. Bonestell, morto negli anni ’80 a quasi cento anni, fu un artista quasi visionario, o visionario in toto, specializzato in celeberrime illustrazioni astronomiche.





Se qualcuno sbavasse e fosse intenzionato a fare un saltino su Amazon, si prepari a spendere una bella botta di euro per questo libro.

Bella infornata questa volta tra film e altro, anche se stona l’assenza di Donnie Darko. Ma è vero che questo bel film in realtà crebbe nel tempo e quando uscì non lo cagò nessuno.
Vince dunque Il Signore degli Anelli: la compagnia dell’anello, di Peter Jackson e basato ovviamente sull’opera di Tolkien. Della quale opera non dirò nulla non avendola letta, evito così i pipponi insopportabili se sia fedele al libro o meno e chissenefrega. Che poi, anche su questo film celeberrimo, se ne saranno già scritte chissà quante, perciò stiamo parlando dell’acqua calda. Non vorrei essere offensivo o frainteso, questo film mi piacque a dismisura e lo reputo un piccolo capolavoro o giù di lì. Girato come noto in Nuova Zelanda, e come noto unì critica e grande pubblico, concordi nell’esaltarlo. Tredici nomination agli Oscar (ma ne vinse 4, e un tantino minori, ma si fa per dire, fotografia, colonna sonora, effetti, trucco). Su IMDB ha l’eccellente voto di 8 , 8. I costi furono sì notevoli, ma girando assieme anche il secondo episodio, si ammortizzarono. Gli incassi furono incredibili, non lontani dal miliardo di dollari. Insomma, è piaciuto a molti e si è rivelato una miniera di soldini.
Cast da urlo prolungato (prolungato perché si pensi che vennero girati assieme i primi due film, per un totale di un anno di vita abbondante da passare in Nuova Zelanda, con pause, chiaro). Il protagonista Elijah Wood, che era una vita che recitava, ma nessuno l’aveva finora mai notato (c’è pure in Ritorno al futuro parte 2). Da qua in poi, chi non lo riconosce? Stesso discorso, in tono minore, per Sean Astin (Sam). Gandalf è il celebre McKellen, uno dei migliori attori in circolazione, già allora (prima di lui si pensò a Sean Connery, o Patrick Stewart, ma Gandalf E’ McKellen, fine della discussione). Aragorn è il mostruoso (per bravura) Viggo Mortensen, un attore che ammiro incondizionatamente. Si pensi che si valutava Nicolas Cage, scelta che avrebbe affossato l’intera serie, probabilmente…Viggo magari qualcuno come me lo ricorda in Witness – Il testimone, o l’istruttore di Soldato Jane, o in altri film, ma è sicuramente qua che la sua faccia già nota diventa la faccia di una star. Sean Bean è Boromir, ma forse ora è più famoso ancora per Il trono di spade. E mica abbiamo finito. Legolas è niente meno che Orlando Bloom, allora lui sì uno sconosciuto, oggi ovviamente celeberrimo non fosse anche per la saga dei Pirati dei Caraibi. E ho già parlato di Christopher Lee, Hugo Weaving, Cate Blanchett, Liv Tyler…? Un cast spettacolare.
Non aggiungerei altro. Come noto ha un finale aperto e venne seguito da due film, una trilogia super famosissima. E di cui mi sa che si tornerà a parlare.
Al secondo posto l’altrettanto celebre Shrek: la Dreamworks ripropone l’orco verde tratto da una fiaba omonima. Anche qua, che dire? A rivederlo ora, sembra tecnicamente datato, con le espressioni dei personaggi che non convincono appieno, ma è facile dirlo 12 anni di evoluzione tecnologica dopo. La storia è celeberrima e simpaticissima, con tutti sti personaggi delle fiabe richiamati e modernizzati. E insomma se non l’avete ancora visto (difficile), è ora di darsi una mossa. Anche qua, costi importanti ma non vertiginosi per un gran bel successo al botteghino. Non solo, fu il primo film a vincere l’Oscar per il migliore cartone animato, categoria appena introdotta (battendo Monsters & Co., che forse gli preferisco). Ed era addirittura in gara a Cannes! Su IMDB ha un meritato 7,9 .
Terzo arrivò Harry Potter e la pietra filosofale, primo film della celebre saga cartacea ad essere tradotto in opera cinematografica, e che mi piacque pure. Anche qua, cosa volete che vi dica? Stiamo parlando di tre film super celebri, conosciuti da tutti, poi si può disquisire su quale sia in effetti il migliore, quale piaccia di più, ma alla fine è anche questione di gusti. Per la cronaca, su IMDB ha 7,3, non un voto altissimo (a onore del vero alcune recitazioni gridano un tantino vendetta), ma è un film più da godere che da criticare, sapendo già in partenza quello che può dare. Tra l’altro, pure 3 nomination agli Oscar, tra cui il “solito” grande John Williams, che di nuovo creò musiche che ancora oggi identificano immediatamente il prodotto. Il film fu una grande scommessa, dato che costò uno sproposito, sperando poi che la fortuna avuta coi libri, si riflettesse anche nel cinema. Perché, in effetti, non si sa mai…Invece il film ruppe da subito tutta una serie di record di incassi. Divenne l’incasso dell’anno e il secondo di sempre nella storia del cinema (allora). Ancora oggi ha un onesto 18° posto all time.
Quarto si piazzò un altro film celeberrimo, Monster & Co. Pure qua, poco da aggiunegere, stiamo parlando di film che tutti conoscono o che dovrebbero conoscere. I mostri per avere energia nella propria città devono spaventare i bambini, quasi come degli incubi che diventano reali, senza farsi scoprire (tanto ai bambini, chi crede, pare dire il film?). Ma una simpaticissima bimbetta si introdurrà nel mondo dei mostri, e ce ne saranno di tutti i tipi, anche la scoperta che c’è del marcio, a Mostropoli. Film che non ha accusato il passare del tempo, ricchissimo di colori e invenzioni, citazioni e intelligenza (pensate solo al sistema delle porte), con una bella storia. Su IMDB un meritato 8 ,0 , che poi è anche il mio voto. Vinse pure l’Oscar per la migliore canzone, ebbe altre 3 nomination. Per la Pixar, un’altra volta grandi costi e un’altra volta, gran belli incassi.
Infine quinto un telefilm, della serie Buffy l’ammazzavampiri (serie che non ho mai seguito). L’episodio è Once More, with Feeling, settimo episodio della sesta stagione (la penultima), ed è una puntata “musical”, da quanto leggo, e pure molto apprezzata, dato il voto di 9,0 su IMDB. In Italia diventa il settimo episodio della stagione, tradotto in La vita è un musical. Un demone costringe tutti in città a ballare e cantare, esprimendo i propri pensieri, rischiando pure l’autocombustione per troppa attività (!?). E vabbè.
Pure il Nebula dà un premio, e anch’essa premia, come lo scorso anno l’Hugo, Crouching Tiger, Hidden Dragon.

Solito excursus dalla SF (ma anche sopra, non è che sia tutta SF), per ricordare cosa si vedeva al cinema nel 2001.
Tre furono i grandi successi: Harry Potter e la pietra filosofale, Il signore degli anelli: la compagnia dell’anello e Monsters & Co.
Altri incassi notevoli furono Shrek, Ocean’s eleven, Pearl Harbor, La mummia il ritorno, Jurassic Park III; minori quelli di film famosi come Il pianeta delle scimmie, Hannibal, Rush hour 2, A beautiful mind.
Tra i bei film dell’anno: oltre al Signore degli Anelli, da ricordarne almeno 3: La città incantata, Il favoloso mondo di Amelie e Donnie Darko.
Altra Sf, magari non venuta benissimo (cosa poi sempre discutibile?); come detto di “roba” ne era uscita parecchia: Atlantis della Disney, Vanilla sky, AI intelligenza artificiale, Spy kids, Evolution, Kpax, The one, Final fantasy, Fantasmi da Marte, tra quelli più memorabili, e oltre a quelli di cui sopra.

Migliore artista, vince Michael Whelan, tanto per cambiare, 52 anni e 13 Hugo (o ho perso il conto? L’avrà perso anche lui).

Per gli esordienti o giù di lì, vince Jo Walton, al secondo e ultimo anno di eleggibilità. Al momento non ho letto nulla di lei, ma mi sa che qualcosa andrà in coda.

Viene per la prima volta premiato il Best Web Site, vince www.locusmag.com, davanti a www.scifi.com, www.sfsite.com, www.strangehorizons.com e www.tangentonline.com.

Dobbiamo purtroppo salutare per sempre C. Sheffield (1 Hugo e 1 Nebula), Damon Knight, troppo presto George A. Effinger (1 Hugo e 1 Nebula), Raphael Lafferty (1 Hugo).


Qualche foto? Ma sì

Quel simpaticone di Orson Scott Card





Mieville formato ti spiezzo in due




Silverberg e Pohl, porello




Basta? basta. E i matti? Un'altra volta.
loyuit
Hoka
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MessaggioInviato: Mer 09 Ott, 2013 07:50    Oggetto:   

Sto leggendo American Gods
Scelto come conseguenza alla lettura di Nessun Dove sempre dello stesso autore
Diverso da Nessun Dove che ha un impostazione spiccatamente fantasy(ma cmq non puerile come accade in molta divulgazione di genere),
American Gods ha quella scorrevolezza di scrittura sempre presente in Gaiman e riesce pur mescolando il bizzarro e il metafisico a situazioni di normalita,a trasportarci in un intreccio coinvolgente e a una poetica che definirei underground e beat. Un romanzo da letteratura classica mi viene da dire,che non ha nulla della letteratura di consumo
Sto scoprendo che qui sul forum e' molto recensito e che vinse l'hugo e non ne sono sorpreso
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14615
Località: Padova
MessaggioInviato: Gio 27 Feb, 2014 16:50    Oggetto:   

Dunque, io il 2003 (e Nebula 2002) l'ho finito da un pezzo. Dopodiche, sono stato colto da un fortissimo attacco di pigrizia che, in via attenuata, continua tutt'ora.
E dunque, per non autobloccarmi ulteriormente, che vorrei attaccare il 2004 (e Nebula 2003), produco sta specie versione Beta che poi mi sa rimarrà tale o chissà, magari modificherò, ma anche no.



2003, trasferta, ma vicina, a Toronto (Canada).


Vince l’Hugo 2003 per il migliore romanzo La genesi della specie (titolo ben diverso dall’originale, Hominids), del 43enne Robert J. Sawyer (al primo Hugo), uscito a puntate su Analog nel 2002 e poi in romanzo.
Perdono: l’inedito Kiln people, di David Brin; Ossa della Terra, di Michael Swanwick; La città delle navi, di China Miéville e Gli anni del riso e del sale, di Kim Stanley Robinson.
Come già anticipato nelle puntate precedenti, il Nebula 2002 per il migliore romanzo va ad American Gods, del 43enne Neil Gaiman, al primo Nebula.
Gli sconfitti: l’inedito Solitaire, di Kelley Eskridge; I venti di Earthsea, della Ursula K. Le Guin; l’inedito Picoverse, di Robert A. Metzger; Perdido Street Station (idem in italiano), di China Mieville e Ossa della Terra, di Michael Swanwick.
Giunti a questo punto, il 2003 è stato un anno di facile e rapida lettura. C’è il romanzo vincente l’Hugo, che è breve, e inoltre, con l’uscita a puntate, è composto in definitiva da una serie di brevi capitoletti, semplici semplici. Parlo di ben 47 capitoli per 314 pagine, cioè veramente tanti e veramente piccoli (media 6 pagine e mezza a capitolo, circa). Poi c’è il Nebula: già letto. Il romanzo breve è pure una facile lettura (meno invece quello vincente il Nebula, per di più inedito, e dunque in inglese). Il racconto vincente l’Hugo è rapido, quello Nebula, è già stato letto (anche qua, perché aveva vinto l’Hugo). E i racconti brevi sono rapidi per definizione.
Ma di tutto questo, uno può dire, giustamente, e chissene.
Dunque, L’origine della specie. Che è il primo di quella che sarà una trilogia. Fuga dal pianeta degli umani e Origine dell’ibrido, i titoli dei seguenti, in originale intitolati rispettivamente Humans e Hybrids. Chiaro che nei titoli scelti per l’Italia si perde completamente il senso dei titoli originali, ma oramai ci abbiamo fatto il callo, in molti settori, vedi anche il cinema. Peccato che i seguiti non vinceranno l’Hugo (ma vi entreranno comunque in lizza, inserendosi nelle cinquine finali) e così per il momento non sono previsti nella mia personale scaletta.
Parliamo del vincente: questo è proprio il classico bel libro. L’Autore ipotizza un mondo parallelo al nostro, dove la differenza più grande è che là l’homo dominante è il Neanderthal, mentre il Sapiens si è estinto da tempo. Per il resto il livello tecnologico è simile, anzi, da loro in alcune cose è superiore, in altre, decisamente inferiore (nessun Neaderthal era ancora andato sulla Luna, per dire).
Durante un esperimento di fisica quantistica “di là”, uno scienziato Neaderthal arriva da noi, in condizioni avventurose. Di più non direi, se non che qua da noi, nel libro, si cercherà di capire cosa è successo e cosa fare; “di là” qualcuno andrà sotto processo per presunto omicidio e occultamento di cadavere.
Il libro non è un capolavoro, va detto, ma è “roba” comunque buona. Il classico bel libro che riconcilia e con la lettura e con la SF.
L’Autore è bravo, niente da dire. Bravo nell’immaginare la civiltà alternativa, bravo a descrivere cosa succede quaggiù (e laggiù), in maniera plausibile, bravo insomma a padroneggiare l’ottimo spunto di partenza. Poi magari il pistolotto centrale lascia un tantino il tempo che trova, quando l’Autore ci fa la predica perché abbiamo estinto i mammut…che cavolo, nessuno dei presenti ne ha il demerito, e non vedo perché dovremmo essere biasimati o sentircene in colpa. Non è l’unico momento in cui il Neanderthal ci fa la paternale (ce la fa l’Autore, in un politically correct un tanto al chilo), ed è insomma la parte più debole del libro. Nel complesso non è rilevante, per un giudizio complessivo.
Imabarazzante, perchè…io avrei già finito. In definitiva quando devi – vuoi stroncare un’opera, puoi sbizzarrirti; ma in casi come questi, quando l’opera ti è piaciuta (non ti ha entusiasmato, certo), ed è un bel libro…puoi infiorire la critica, la recensione; ma quello è, perché alla fine il consiglio rimane: è un bel libro, leggetelo. Il resto è masturbazione letteraria. Vogliamo dire che i personaggi sono intriganti? Ma sì. Che la lettura è per un pubblico adulto, e non solo per una scena di stupro? Eh sì. E che i Neanderthal per l’Autore erano tutti bisessuali? Certo. E che abbiamo alcuni clichè, tipo lo scienziato in gamba e la scienziata figona, e come pensate vada a finire tra i due? C’è anche quello, e, per dire, non disturba neanche. Però è anche brutto spoilerare o giù di lì, prendetevi sto benedetto libro che è una lettura piacevole, e buonanotte. Ah dimenticavo, il Companion che hanno i Neanderthal è una figata. Ma ci stiamo arrivando. Un congegno, in parte innestato, che parla, ti tiene monitorato (sia nei valori interni, del proprio corpo, ma anche nella posizione via GPS), ti è utile per comunicare, ma puoi usarlo come enciclopedia, come intelligenza artificiale (sarà essenziale per tradurre terrestre – Neanderthal)…insomma uno smartphone più moderno, ma alla fine là arriveremo.
Del vincente il Nebula, American Gods, come detto ne ho parlato la puntata scorsa.

Migliore romanzo breve, vince l’Hugo 2003 Coraline (anche in originale), del 43enne Neil Gaiman, così al secondo Hugo.
Nulla da fare per l’inedito Bronte’s Egg, di Richard Chwedyk; Muschiorespiro, di Ian R. MacLeod; Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo; l’inedito The political officer, di Charles Coleman Finlay e l’inedito In spirit, di Pat Forde.
Anticipiamo che Coraline vincerà anche il Nebula 2003, o facciamo la sorpresa? Mah, intanto diciamo che il Nebula 2002 va all’inedito Bronte’s egg, del 48enne Richard Chwedyk, al primo Nebula.
Che ha la meglio sull’inedito Sunday night yams at Minnie and Earl's, di Adam-Troy Castro, l’inedito The chief designer, di Andy Duncan, l’inedito The political officer, di Charles Coleman Finlay e l’inedito Magic's price, di Bud Sparhawk.
Dunque è il momento di Gaiman. Premiato l’anno scorso col primo Hugo, quest’anno becca il Nebula e pure un altro Hugo. E’ insomma l’autore del momento.
Coraline. Oggi è piuttosto celebre, ne hanno anche fatto una riduzione al cinema, un film di animazione (ispirato a, nel senso che spesso non è molto fedele al testo). Nell’edizione Oscar Mondadori Best Sellers, che ha anche qualche illustrazione, c’è il lancio in copertina firmato da Niccolò Ammaniti (autore che non ho mai letto). “Leggete questo libro ai vostri figli, li avrete in pugno”. Mentre la mia versione di lancio è “NON leggete questo libro ai vostri figli, soprattutto se non vanno ancora alle medie, o vi cagheranno nei pantaloni”.
Non so, infatti, come si faccia a dare il consiglio che leggo in copertina. Il libro è in realtà un horror, e anche piuttosto disturbante, in alcune parti. Si narra di Coraline, una bambina che arriva in una nuova casa, con i genitori. A parte i vicini un po’ strani, in casa è molto strana una porta murata, che la piccola scopre. E che una notte trova invece aperta. E dall’altra parte trova la sua altra famiglia: copie della sua casa, e dei suoi genitori, che nel proseguo del libro saranno sempre più stranianti e onirici. Ma già da subito, abbiano adulti con dei bottoni al posto degli occhi, e ciò qualifica questi “altri” genitori come dei mostruosi simulacri. Il libro prosegue da così a peggio, e la bambina dovrà dare fondo a tutto il suo grande coraggio per farcela, aiutata e accompagnata da un gatto, presente in entrambi i mondi dove Coraline vivrà le sue avventure.
Il libro è stato paragonato a Alice nel paese delle meraviglie, paragone un po’ irriverente, data la grandezza del confrontato, ma per certi aspetti il discorso si può fare. Comunque un bel libro che diventa – diventerà un classico.
Decisamente minore l’inedito che vince il Nebula. In un recente futuro i dinosauri sono stati riportati alla vita, in formato diciamo da pet animal, tali insomma da essere animaletti domestici, comodi da crescere o da regalare. Gli umani scopriranno con sorpresa che i nuovi dinosauretti sono sia intelligenti che dotati della capacità di comunicare, e vivono pure a lungo. Qua si parla di una comunità di dinosauri ospitati in una casa, soprattutto per proteggerli, dato che gli umani si sono poi presto stancati della novità e in pratica hanno eliminato il giocattolo che li aveva stufato (buttandoli via, liberandoli nei boschi, smettendo di spendere soldi per sfamarli, etc…). Bronte, una delle dinosaure, ha un uovo, che la comunità rettile tiene nascosta agli umani. Ci sono varie vicende; c’è un vivacissimo e un po’ stupido dinosauro, Axel, che darà il via alla costruzione di una specie di robot che li aiuterà parecchio. Ho trovato il tutto interessante solo per breve tempo; ho trovato sorprendentemente scarso l’autore nel portare avanti la vicenda, dico scarso proprio a livello tecnico, insomma incapace nei dialoghi poco coerenti, nel descrivere situazioni, vicende. Siamo a mio parere nell’ambito del “ora ho capito perché da noi è inedito”. Magari gli altri partecipanti erano ancora peggio, ma io il Nebula in tal caso in questa edizione non l’avrei assegnato.

Vince l’Hugo 2003, per il migliore racconto, Vita lenta, del 53enne Michael Swanwick, al quarto Hugo.
Perdono l’inedito The wild girls, della Ursula K. Le Guin; Aureola, alias Alone, di Charles Stross; l’inedito Presence, di Maureen F. McHugh e l’inedito Madonna of the Maquiladora, di Gregory Frost.
Il premio Nebula 2002 al migliore racconto va a L’inferno è l’assenza di Dio, del 36enne Ted Chiang, al terzo Nebula.
Gli sconfitti: l’inedito The pagodas of Ciboure, di M. Shayne Bell; l’inedito The Ferryman's wife, di Richard Bowes; l’inedito Madonna of the Maquiladora, di Gregory Frost; l’inedito The days between, di Allen Steele e Aragoste, di Charles Stross.
Il racconto vincente l’Hugo appare nel Millemondi del luglio 2006 (il numero 42), Lo scudo di Marte. Non è malvagio. Si mescolano SF e social network. L’uomo sta esplorando, con un piccolo equipaggio, Titano, il satellite di Saturno. Il tutto è seguito da Terra, sia dalle strutture preposte, sia dai social network, che possono porre domande in “diretta” (nel senso che c’è il solito lasso perché le trasmissioni partano e arrivino, alla velocità della luce). Una delle esploratrici si troverà in difficoltà. E sarà lei che involontariamente entrerà in contatto con la “unicoscienza” del satellite. La quale sarà prima sconvolta da ciò che apprenderà (tanto da pensare per sé a una sorta di eutanasia), per poi però digerire le nuove informazioni avute dall’umana (il movimento, la vita “altra” da sè, l’esistenza di più di una stella, la possibilità di mentire, la consapevolezza di non essere più “tutto”, ma anzi, di non essere un fondo “nulla”, etc..) e agire in un certo modo. Tutto molto caruccio e in fondo un premio non stona.
Decisamente superiore è il vincente il Nebula, che peraltro ha già vinto l’Hugo nella scorsa edizione e dunque non ne riparlo.

Hugo 2003 per il migliore racconto breve: va all’inedito Falling onto Mars, del 48enne Geoffrey A. Landis, al secondo Hugo.
Niente da fare per gli inediti Hello, said the stick e The little cat laughed to see such sport, entrambi di Michael Swanwick; l’inedito Creation, di Jeffrey Ford e La stagione degli agnelli, di Molly Gloss.
Diversa la decisione del Nebula, che dà il premio 2002 all’inedito Creature, della giovane 82enne Carol Emshwiller, al primo Nebula, preferendolo addirittura al bellissimo raccontino di Swanwick, vincente la scorsa edizione l’Hugo.
Perdono l’inedito Creation, di Jeffrey Ford; l’inedito Cut, di Megan Lindholm; l’inedito Nothing ever happens in Rock City, di Jack McDevitt; l’inedito Little gods, di Tim Pratt e appunto Il cane che diceva bau, di Michael Swanwick.
Hugo: mi lasciava molto perplesso il fatto che dopo 10 anni fosse ancora inedito questo raccontino. Perché se questo è abbastanza frequente per i Nebula, è raro per gli Hugo.
Rimango ancora più perplesso dopo averlo letto. Perché è un pugno nello stomaco, un racconto secco, disincantato, freddo ma pure con una sua terribile grandezza. In un prossimo futuro, la feccia dell’umanità non è più mandata a morte o all’ergastolo, ma su Marte. Su astronavi tenute insieme per miracolo (e in caso di incidente, chissene), che all’arrivo sul pianeta rosso hanno dentro più cadaveri che superstiti, e che nell’atterraggio, peggio ancora; su questi trabiccoli vengono inviati su Marte dei disgraziati, in un viaggio di sola andata (un po’ come in Australia a suo tempo, no?). Dopo di chè, si arrangino, che se schiattano, sulla Terra nessuno se ne frega. Il raccontino parla di come alcuni sopravvivano, nelle varie ondate, e che nei racconti tramandati, di qualche secolo dopo, non ci sia spazio per storie d’amore. E anche quella che sembra tale, riguardante il primo leader marziano, avrà un epilogo coerente con il racconto, ma inaspettato.
Bello, ben scritto, breve, conciso, anche nella descrizione lascia poco spazio ai fronzoli, così come nella vita marziana descritta. Premio molto meritato, e complimenti all’autore per la capacità dimostrata nel brevissimo spazio a disposizione.
Nebula: non riesco a capacitarmi come abbia vinto quella cagata di racconto. Abbiamo un umano che per qualche motivo vive isolato nel freddo nord. E’ in corso una guerra, pare, una brutta guerra. E ci sono i dinosauri redivivi (e daje) che pare ci vogliano morti. Alla sua baracca giunge una dinosaura, più morta che viva, e diversa. Parlotta, non odia gli umani…i due legheranno e si aiuteranno. Poi scappano, prima dell’arrivo dei dinosauri; sopra di loro li cerca un elicottero (con umani, immagino). Loro seminano tutti, almeno pare. Fine. Una porcheria di raccontino, neanche troppo corto, purtroppo. Una bella stronzata, che meriterebbe un 2, o un 3. Come hanno fatto a premiarlo? Forse anche qua è scattato il pensiero “premiamo l’autrice finchè è ancora viva?”. Di fatto, al momento, era la premiata più vecchia ancora in vita (tra le signore). La beffa è che oggi, dopo 10 anni, è ancora viva, la vecchiarda, e dunque tanta fretta non serviva…E poi, se penso che sta robaccia è stata preferita al gioiellino di Swanwick che ha vinto lo scorso anno l’Hugo…incredibile. Allora sì che uno pensa, è vero: gli appassionati di SF sono una botta di nerd che a forza di farsi le seghe, sono diventati ciechi. Che poi, cieco, uno lo stesso, si fa leggere sta roba, e la boccia. No, ciechi e rincoglioniti. Un premio che deprime l’autorevolezza del premio stesso.

Migliore opera non di narrativa, vince Better to have loved: the life of Judith Merril, di Judith Merril and Emily Pohl-Weary. La Merrill a quest’ora era morta da qualche anno, tra gli autori di questo libro infatti c’è la sua nipote, discendente dal rapporto che ci fu con Pohl, che era dunque suo nonno. La Emily completò il libro con le note scritte dalla nonna in vita. Molto gossip su molti autori, mi dicono, anche se la nipote qualcosa ha tagliato, dato che certe persone sono sue parenti….A sentire Pohl (in una bella intervista pubblicata su quella bella rivista italiana che è Robot), il matrimonio con la Merrill ebbe bei momenti e altri brutti, non durò tanto e terminò soprattutto perché lei voleva poter fornircare in giro, mentre lui era contrario al cosiddetto “matrimonio aperto”. E’ solo una campana, cioè la versione di Pohl sul fallimento del suo matrimonio, ma tanto vi dovevo dire. Leggendo l’opera premiata, magari, si sente l’altra versione, chissà.

Films: si opera un cambiamento, cioè si dividono i premi tra Long form e Short form, che potremmo banalizzare in film o telefilm.
Siamo giunti ormai a una decina d’anni dal presente, e dire qualcosa di sensato o interessante sui premiati e i perdenti, non è semplice: sono film ben noti, visti più o meno da tutti, freschi o freschetti ancora nelle memorie, e dunque parlarne lascia un po’ il tempo che trova, e magari in giro ci sono delle discussioni molto più interessanti di quanto segue qua.
A pensarci, anche per i libri varrà lo stesso, ma per l’editoria il discorso forse è diverso, anzi, mi pare ben diverso.
Comunque films: vince Il signore degli anelli: le due torri. Celeberrimo seguito, secondo nella trilogia, su IMDB ha un grande voto, 8 ,7; per me addirittura è da 9, dunque siamo di fronte a un gran bel film, che meritava. Del film stesso si sa tutto, quasi 3 ore in cui si sviluppa la vicenda, che prepara il gran finale nel terzo e ultimo film. Oscar per gli effetti (e per i suoni), altre 4 nomination, tra cui quella per il migliore film. Tornano i nostri personaggi, entra in campo Gollum, c’è la battaglia del Fosso di Helm, c’è Gandalf il Bianco. Gli effetti come detto hanno vinto l’Oscar, e grazie a loro non ci accorgiamo che il Fosso di Helm è un modellino alto neanche un metro, o che Legolas è spesso una controfigura, poi digitalmente sistemata (Orlando Bloom durante le riprese si ferì seriamente, addirittura dovette essere operato). Le differenze rispetto al testo scritto sono innumerevoli. Questo per me conta poco, dato che non ho letto l’originale e comuque l’effetto finale è notevole.
I costi come si sa furono notevoli (ma come detto altrove, il primo e secondo film furono girati assieme, e questo portò a sinergie). Incassi stratosferici, sfioranti il miliardo di dollari di incasso, e al momento è il 25° incasso all-time.
Secondo arrivato, Minority Report, diretto da Steven Spielberg ed ennesimo film tratto dalle opere di Philip K. Dick. La storia è nota, in un futuro non troppo lontano, si riesce a prevedere i reati, e i futuri colpevoli, se si può chiamarli così, vengono catturati dalle forze dell’ordine prima dei fattacci. Come si sa, il poliziotto è Tom Cruise. Il prossimo crimine pare lo compirà proprio lui, che si dice e che cavolo, non è possibile, e scappa, inseguito da Colin Farrell (non mi ricordavo fosse Colin, ma è vero, è lui, chiaro). Come va a finire, non si dice, così uno se non l’ha visto, provvede. Meglio lo faccia, perché il film è buono. Su IMDB ha il voto di 7,7, ebbe una nomination agli Oscar per un premio minore e al botteghino si comportò piuttosto bene. La tecnologia che viene proposta nel film è notevole (ricordate Cruise che apre e chiude schermate che appiono davanti a lui?) e ricorderei anche i colori particolari, la luce molto peculiare, che ha questo film.
Terzo La città incantata, ovvero Spirited Away, diretto dal Maestro Hayao Miyazaki. Lo avevo citato nella scorsa edizione, perché è un film del 2001, ed ero sorpreso non fosse entrato in nomination, ma si vede che non fece in tempo. O magari volevano rimediare in questa edizione, sai tu, magari si erano dimenticati. No, la realtà è che uscì in USA nel 2002 e riuscì ancora nel 2003, dopo avere preso l’Oscar. Fatto sta che è un film a cui diedi 10 (su IMDB ha 8 ,6) e non sono l’unico a cui piacque, visto che vinse sì l’Oscar per il migliore cartone animato, ma anche il Festival di Berlino (a pari merito col film Bloody sunday, che mi sembra di ricordare fosse anche lui un buon film). Per alcuni il Capolavoro del Maestro, è un film meraviglioso, per tecnica, inventiva, musiche, atmosfere, personaggi, situazioni…per tutto… insomma, gli ho dato 10, potrei parlarne per ore e solo bene. Un’opera d’arte. Punto.
Quarto Harry Potter e la camera dei segreti, secondo episodio delle avventure del maghetto. Film carino, che su IMDB ha 7,2 e che anche per me è il suo voto. Stiamo parlando di un film celeberrimo, enorme successo commerciale, ancora oggi 31° maggiore incasso all-time, anche se in questo inferiore al primo film.
Solo quinto infine Spider-Man, diretto da Sam Raimi. Finalmente la tecnologia permetteva di fare il film sull’Uomo Ragno, e farlo credibile. Era ora, soprattutto per me, storico fan del Ragno a fumetti. Ebbi molti dubbi sul casting, al tempo: James Franco non mi convinceva (poi ci siamo riavvicinati); la Kirsten Dunst come MJ non c’entrava proprio nulla. Poi il Maguire non mi è dispiaciuto (all’epoca fu scelto dal regista e osteggiato da tutti gli altri), mentre William Dafoe è come sempre perfetto. Pure le tute di Goblin o di SM non mi fecero impazzire, ma infine il film mi divertì parecchio. Su IMDB ha 7,3, ebbe due nomination a premi minori degli Oscar e fu un grande successone commerciale, se non sbaglio fu il film più visto del 2002, in Italia. Ora è il 41° incasso all-time.

Per i Nebula, la vittoria va a Il Signore degli anelli: La compagnia dell’anello. In lizza c’erano anche Shrek, Colpevole o innocente? – quinto episodio della prima stagione di The dead zone, e La vita è un musical, settimo episodio della sesta stagione di Buffy l’ammazzavampiri.

Che si vedeva nel 2002? Detto de Il Signore degli anelli, di Harry Potter, di Spiderman, vanno ricordati Star Wars l’attacco dei cloni (che neanche entra nella cinquina per l’Hugo! Per capire la qualità…); Men in black II (discorso analogo); lo 007 La morte può attendere (non era male); Signs, L’era glaciale (che poi darà seguito a una saga infinita, ma questo è un capolavoro, a differenza dei seguiti).
Film belli….beh Il signore degli anelli è un bel film. Piacque molto City of God (a me un po’ meno, ma bel film); Il pianista (discorso analogo), piuttosto ricordiamo Infernal affairs.
Altri film di SF: non so quanti ricordano Interstate 60, che era caruccio; tanti invece dovrebbero ricordare Equilibrium, un film minore divenuto poi giustamente un piccolo cult (ricordate? Il kata della pistola!); se vogliamo anche Lilo & Stich.

Migliore telefilm. Andiamo in un campo di cui ammetto la mia totale ignoranza, e dunque mi limiterò a snocciolare dati.
Vince Conversazioni con l’aldilà, settimo episodio della settima e ultima stagione di Buffy l’ammazzavampiri.
Gli altri erano Serenity, primo episodio della prima e unica stagione di Firefly; Carbon Creek, secondo episodio della seconda stagione di Star Trek: Enterprise; Dietro le quinte, 13imo episodio della terza stagione di Angel e Una notte in infermeria, quinto episodio della seconda stagione di Star Trek.

Migliore artista professionista: il 43enne Bob Eggleton si aggiudica il settimo razzo spaziale.
Filippo Bia 1
Ameboide amorfo
Messaggi: 2
MessaggioInviato: Lun 15 Set, 2014 14:03    Oggetto:   

Caro Tobanis
sono incappato solo ora in questo thread e devo dire che il lavoro da te iniziato è favoloso.
Spero che continuerai con questi excursus sui premi Hugo e Nebula, che sto letteralmente divorando con grande interesse.
Immagino sia un lavoro faticoso, ma sicuramente annoverami tra i tuoi fans.

Grazie
fb Very Happy
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14615
Località: Padova
MessaggioInviato: Lun 15 Set, 2014 15:26    Oggetto:   

Grazie a te!

E appena mi do una mossa, vi rifilo Hugo 2004 e Nebula 2003, che li lessi quest'estate...
E' che ho arretrati in ogni branca dello scibile umano, che cavolo.
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14615
Località: Padova
MessaggioInviato: Ven 16 Gen, 2015 15:54    Oggetto:   

2004.
Non è un record ma è notevole la partecipazione di pubblico a questa edizione di premiazione per l’Hugo. La celebrazione torna nella costa Est (a Boston) e se ne giova, anche se ci fu più d’uno che si incavolò con l’albergo, per l’accoglienza.
Solita botta di panel, impossibile seguirli tutti, e soliti spunti interessanti, come quello “Scrittori che non capiamo”, col sottotitolo (riassumo) “Charlie Stross ha un gergo tecnico da far girare la testa, per apprezzare Egan serve un master in fisica, Mieville è meglio leggerlo con accanto un dizionario aperto. Questi scrittori lo fanno apposta? Sono più intelligenti di noi o stanno solo scaricando su di noi un anno di minuziose ricerche? E c’è una buona ragione per confondere i lettori?”.
Nella discussione, qualcuno citò quel genio di Oscar Wilde (“Vivo continuamente nella paura di NON essere frainteso”); qualcun altro (Di Filippo) disse che anche lui in passato, per dire, aveva fatto molta fatica con Van Vogt.
Poi, vabbè, i soliti panel sulla realtà alternativa (“Kennedy sopravvive a Dallas…e poi?”; “Roma non cadde”), uno sul futuro film di Jackson, King Kong; uno anche sul futuro fra 50 anni (e vari commenti, del tipo “Nel 1954 nessuno aveva previsto il terrorismo e Britney Spears”, oppure qualcuno azzeccò l’ondata di telesorveglianza in corso, e Larry Niven intervenne dicendo – Ho sempre pensato alla privacy come una moda passeggera - ).

L’Hugo 2004 al migliore romanzo va a La messaggera delle anime, della 55enne Lois McMaster Bujold, al quinto Hugo, in originale noto come Paladin of souls.
E’ preferito al celebre Ilium (in Italia Ilium l’assedio e Ilium la rivolta), di Dan Simmons; l’inedito Singularity sky, di Charles Stross; l’inedito Blind lake, di Robert Charles Wilson e Fuga dal pianeta degli umani, di Robert J. Sawyer.
Per il Nebula, premio come migliore romanzo 2003 a La velocità del buio, della 59enne Elizabeth Moon, al primo Nebula.
Gli altri erano Immunità diplomatica, di Lois McMaster Bujold; l’inedito The mount, di Carol Emshwiller; l’inedito Light music, di Kathleen Ann Goonan; l’inedito The salt roads, della Nalo Hopkinson e l’inedito Chindi, di Jack McDevitt.
Col romanzo della Lois si ritrova il piacere del racconto. Inteso come il piacere di stare lì ad ascoltare un racconto, delle vicende, avventure, considerazioni, e compagnia bella. L’autrice è classicissima, pare di leggere cose scritte nell’Età d’oro della fantascienza, ma è uno stile che va bene anche ora, ed andrà bene anche in futuro.




Il libro in Italia è uscito con una copertina che non è che attiri troppo. Chi è poi il personaggio raffigurato? Mah. Siamo con quest’opera al secondo libro di una trilogia, ma va detto: il libro è leggibilissimo a sé stante. Spesso, poi, la protagonista ricorda quanto avvenuto in passato, e così, durante la lettura, alla fine ci si fa un quadro piuttosto preciso della sua storia precedente. Ora, a inizio opera, troviamo la nostra eroina che è regina ma sconfitta, nella vita ha perso tutto, e probabilmente ha vissuto troppi dolori. E‘ una signora ora un tantino acidula, a un passo dalla zitella insopportabile, insofferente dell’etichetta di corte e decisa a prendersi una pausa. Organizza così un pellegrinaggio, che in realtà è uno stacco dal quotidiano. E partendo assieme a lei, per così dire, vedremo da subito che nel suo mondo gli dei non mancano: sono 5, piuttosto presenti nel quotidiano, così come non mancano i demoni, che spesso si impossessano di corpi viventi (animali o umani). Eh sì, siamo in pieno fantasy, va detto infatti che questa opera non ha un grammo, una pagina, una riga di fantascienza.
Cosa succede poi? Ne succedono molte, di ogni. L’autrice ha questo dono, lei racconta e tu sei lì ad ascoltare, pardon, a leggere le vicende con molto interesse. L’aveva fatto con molto successo con le avventure di Miles Vorkosigan, ora il tocco non è perso.
Il libro è bello, poco da dire. Non è un capolavoro, non è una svolta nella storia della SF (o meglio del fantasy), ma è un buon libro, di quelli che finisci, riponi e “bello”, commenti. Non credevo così bello da fare doppietta: anticipo già ora che nella prossima edizione si prende pure il Nebula.
Una pecca ce l’ha, la più evidente, anche prendendolo in mano: la lunghezza. 450 pagine per raccontare ciò che viene narrato, sono a mio parere troppe. Cento pagine di meno, anche 70-80, e si saliva di livello. Non che si dilunghi, o non eccessivamente, ma qualcosina si poteva sfoltire, senza penalizzare il tutto, soprattutto quando verso la parte centrale ho avvertito una certa noia, appena accennata. Dunque, un voto: io sarei per un 7/8, o se vogliamo 8, magari un 8 un po’ pallido, ma insomma l’opera è buona.
Il Nebula decide di premiare e ricordare un’opera interessante, anch’essa priva di fantascienza, o se vogliamo, giusto con un velo nel finale, tanto per gradire. Siamo forse in piena fantascienza sociologica, o comportamentale, o anche niente di tutto ciò.
L’autrice infatti narra la storia, in prima persona, di un adulto autistico. Costui ha la sua visione del mondo, diversa dalla nostra certo, probabilmente o sicuramente più complicata, ed assieme ad altri come lui svolge un lavoro presso un’azienda importante. Loro sono molto bravi a vedere e tracciare schemi dove noi “normali” non vediamo nulla, e tale capacità è sfruttata, no, termine sbagliato, è utilizzata dall’azienda con benefici per la stessa e per il gruppo, che può così condurre una vita “normale” (lavoro, stipendio, indipendenza, etc…poi, chi più, chi meno). Il protagonista non è solo questo, ma l’autrice lo dota di capacità a dire poco “troppo” notevoli: abilissimo spadaccino, piccolo genio che impara in poche settimane, se motivato, ciò per cui ci vogliono anni, e così via. Il tutto però funziona, perché il libro non è questo, il libro è soprattutto il pensiero del protagonista, la sua visione del mondo, da un punto di vista per noi diverso e sorprendente, ma che ci fa anche meglio capire tante convenzioni che usiamo che all’autistico appaiono incomprensibili, o comunque faticosissime da apprendere. Per lui è complicatissimo ad esempio capire le espressioni facciali, cosa intendiamo veramente quando parliamo, i giochi di parole, le frasi retoriche. E’ bello però seguire il corso dei pensieri del protagonista, è divertente, è affascinante, è stimolante. L’autrice poi probabilmente parla a ragione veduta, avendo essa stessa un figlio autistico. E’ così come viene descritto, in realtà, l’autismo? Mah, che dire, fidiamoci, sarebbe bello fosse tutto vero, anche se le capacità del protagonista mi paiono molto romanzate ma forse purtroppo non veritiere.
A un certo punto della storia, in questo mondo ideale, arriverà il male, rappresentato da chi invidia il nostro protagonista (!) e da chi vorrà sfruttare il gruppo autistico sul lavoro, ma per fortuna o per forza c’è anche chi è il paladino del bene, nel libro come nella vita comune, e saranno aiuti preziosi per il protagonista.
Il libro è molto leggibile, va via fluido, qua e là c’è anche qualche bella scarica di adrenalina…che dire, una bella sorpresa, io sarei per un 8 che magari sarà anche questo un po’ pallido data la quasi totale assenza nel libro della SF, che rimane al massimo come uno sfondo delle vicende e fa capolino solo nel finale.





Una curiosità, l’edizione italiana è l’Urania numero 1495, uscito nel febbraio 2005, pertanto sapevano bene che aveva vinto il Nebula; ebbene, ciò non è riportato in copertina ma neanche da nessuna parte del libro. O si sono bellamente dimenticati, o il Nebula è un premio di cui vergognarsi, o chissà cosa, però sarei curioso di sapere che pensavano in quei giorni gli addetti al marketing.

Romanzo breve, l’Hugo 2004 va a I simulacri, del 60enne Vernor Vinge, al quarto Hugo.
Ha la meglio su L’imperatrice di Marte, di Kage Baker; l’inedito Just like the ones we used to know, di Connie Willis; L’era del flagello, di Walter Jon Williams e Un ponte sull’abisso, di Catherine Asaro.
Il Nebula 2003 va a Coraline, del 44enne Neil Gaiman, al secondo Nebula.
Gli altri in gara erano l’inedito Potter of bones, di Eleanor Arnason; L’imperatrice di Marte, di Kage Baker; Storie da uomini, di John Kessel e Muschiorespiro, di Ian MacLeod.
Vernor Vinge mi piace molto nei suoi romanzi fiume, meno nei romanzi più brevi. Aveva già vinto in questa categoria l’Hugo, senza entusiasmarmi (carino, comunque); qua siamo più o meno uguale, forse anche un gradino meno, direi un 6/7. Libro ambientato nel recente futuro, ma per noi, per una questione di date, nel recentissimo passato, narra di un centro di ricerche, su più palazzi, dove una ricercatrice comincia ad avere dei dubbi. Dubbi che avranno anche altre persone, assieme a lei, e che finiranno per coinvolgere la natura stessa della (loro) realtà.
Il breve romanzo chiede molta attenzione al lettore, non è così banale da seguire, ma penso che il risultato complessivo sia un “così cosà”. Non è male, si finisce rapidamente, ma lascia un senso di incompiuto. Forse Vinge ha bisogno di tempi più lunghi per esprimersi completamente, chissà, fatto sta che un premio qua glielo hanno dato, sarà piaciuto anche alla giuria, anche se mi dicono che il grande pubblico ora forse gli preferirebbe L’imperatrice di Marte (che non ho letto), in gara in quell’edizione.
Del vincente il Nebula, ho già detto in precedenza, poiché aveva già vinto l’Hugo.

L’Hugo 2004 per il migliore racconto lungo va all’inedito (!) Legions in time, del 54enne Michael Swanwick, al quinto Hugo. Battuti l’inedito The empire of ice cream, di Jeffrey Ford; Notturno, di Charles Stross; l’inedito Into the gardens of sweet night, di Jay Lake; l’inedito Bernardo’s house, di James Patrick Kelly e l’inedito Hexagons, di Robert Reed.
Il Nebula 2003 premia invece l’inedito The empire of ice cream, del 49enne Jeffrey Ford, al primo Nebula.
Secondo loro è meglio dell’inedito Mask of the rex, di Richard Bowes; dell’inedito Of a sweet slow dance in the wake of temporary dogs, di Adam-Troy Castro; dell’inedito 0wnz0red, di Cory Doctorow e dell’inedito The wages of syntax, di Ray Vukcevich.
Stranamente il racconto vincente l’Hugo non è ancora uscito in Italia, se non ho preso qualche cantonata. E’ carino, forse giusto un po’ incasinato, ma non è male, anzi ho apprezzato come parta dal piccolo, dal minimo, come presto arrivi il fantastico e come poi si giunga addirittura all’universale, su scale di grandezza impreviste e incommensurabili.
Si narra di come una tipa sia assunta per guardare, 8 ore al giorno, la porta di un armadio. L’unica cosa, gli è stato detto, chiami il titolare se esce qualcuno, o se succede qualcosa. Una volta al giorno, a mezzogiorno, la apre… ma è solo un armadio vuoto. Come è logico, non succede niente, e alla fine la protagonista, per noia e curiosità, proverà ad aprirla fuori dall’orario previsto. Si aprirà un intero mondo nuovo, ma i rischi saranno altissimi.
Pure non essendo male, viene stracciato dal vincente il Nebula, anch’esso inedito da noi. Voti: mentre il primo viaggia sul sette, il secondo sfiora il nove. E per i lettori di Locus è nella top ten dei migliori racconti del XXI secolo, e io agree.
In questo si parla invece di sinestesia. Dopo l’autismo del vincente il romanzo, come fossimo al Festival del cinema di Berlino, e alla sua allegria, qua la patologia è quella legata al cortocircuito dei sensi, dove ad esempio un suono viene “percepito” con gli occhi, oppure ti arriva uno stimolo e vedi un colore o senti un sapore.
Il racconto è molto bello, veramente; ha un retrogusto di già sentito o letto altrove (sapore non eccessivo né disturbante), ma per il resto è scritto bene, racconta bene le esperienze del protagonista che prima scopre di essere sinestetico (si dirà così? Boh), quindi cerca di capire perché ora i suoi sensi gli fanno vedere questa bella ragazza nella sua mente, e sarà sconvolto quando riuscirà a parlarci. Altro non è da aggiungere, per non rovinare la sorpresa. Strano non sia apparso in Italia. Voto….8/9.

Infine, premio Hugo 2004 al migliore racconto breve a Uno studio in verde smeraldo (alias Uno studio in smeraldo), del 44enne Neil Gaiman, al terzo Hugo.
Meglio dell’inedito Paying it forward, di Michael A. Burstein; dell’inedito Robots don’t cry, di Mike Resnick; di Quattro romanzi brevi, di Joe Haldeman e dell’inedito The tale of the golden eagle, di David D. Levine.
Stessa categoria, Nebula 2003 all’inedito What I didn't see, della 54enne Karen Joy Fowler 20°, al primo Nebula..
Preferito a Poemi dei Knapsack, di Eleanor Arnason; all’inedito The brief history of the dead, di Kevin Brockmeier, a Acqua passata, di Harlan Ellison; a Nonna, di Carol Emshwiller; a La stagione degli agnelli, di Molly Gloss e all’inedito The Last of the O-Forms, di James Van Pelt.
E’ il momento di Gaiman, che fu anche colui che annunciò gli Hugo in questa edizione (promettendo niente parolacce, vi ricordate qualche anno prima “Fanculo! Ho vinto un Hugo!”). E’ il suo momento e lo si capisce anche da questo capolavoro (come definirlo altrimenti), apparso su Robot 45.





Il quale Robot 45 ha una copertina graficamente forse un po’ datata, ma lo segnalerei, tra le altre cose, per un divertentissimo articolo su Signs (il film viene preso in giro, premetto, e soprattutto una cosa in particolare, geniale): “Signs, i cerchi nel grano e il Brycolì”, di Valerio Evangelisti. Poi non può passare ignorato un disegno molto osè, così, giusto per fare un po’ di marketing a gratis, per il racconto Triade (mi pare, vado a memoria).
Ma torniamo al racconto, a cui darei il massimo dei voti per tanti motivi: per l’idea, per la capacità di svilupparla in maniera interessante, per la tecnica, per come il lettore (io sicuramente) crede di capire e non capisce, per millanta motivi questo breve raccontino merita 10.
Dopo tante lodi, tocca parlare della cagata che ha vinto il Nebula.
Che dire, anche della trama, che dire, di questo gruppo che va non so dove a cercare i gorilla, per qualche motivo, poi la protagonista perde a bridge (il gioco di carte) e scappa nella giungla, si mette nuda, poi tornano a casa, suo marito non ha il coraggio di confessare che nel frattempo hanno sterminato i gorilla …ma che roba è, che accozzaglia di cretinate è?
Assente la SF, il racconto neanche troppo corto (sicuramente meno corto di quanto avrei voluto) non ha molto senso, avranno premiato magari lo stile, sicuramente accettabile, ma anche togliendo il fatto che la protagonista sta enormemente sui maroni, è proprio una porcheria. Spero rimanga inedito qua da noi, dai. Che robe che tocca leggere.

Libro non di narrativa: The Chesley Awards for Science Ficton and Fantasy Art, di John Grant, Elizabeth L. Humphrey, and Pamela D. Scoville.
Da Amazon si trova facilmente, e non costa troppo. Presenta il meglio dell’arte nella SF e fantasy degli anni ’90 e primi 2000, e deve essere un tripudio di magnifiche illustrazioni.

Cinema e dintorni (lunga durata).
Vince e fa così tripletta con tutta la serie Il signore degli anelli: il ritorno del re. Film celeberrimo che conoscono anche i sassi, su IMDB ha il voto di 8 ,9, io all’epoca gli diedi pure un 9, dunque siamo lì, anche se, rivisto da poco ora, sarei più per un mezzo voto di meno.
Comunque, quisquilie, no, che sia 8 o che sia 9, rimane un bel film.
Che poi è piaciuto a tantissimi, vinse una marea di Oscar (mi pare che sia il film che ha vinto più statuette, alla pari di altri due dei tempi passati), incassò fantastiliardi di dollari o altre valute per tutto il mondo, infatti oggi è ancora l’ottavo incasso di sempre. Fu il primo fantasy, si dice, a vincere l’Oscar come migliore film. Avrà differenze col libro, probabilmente, ma chissà, il libro non l’ho letto. Non c’è altro da aggiungere, guardatevi tutta la trilogia, se per caso foste tra i 15 del mondo occidentale che ancora non l’hanno fatto.
Per una serie che termina, un’altra che inizia. Secondo si piazzò infatti il primo capitolo de I pirati dei Caraibi, cioè La maledizione della prima luna, liberissima, per non dire altro, traduzione di The curse of the Black Pearl. Ma si sa, il titolista italiano è il maggiore consumatore di vini, e alcoolici in genere, e non si può sperare altro. Da solo, salva il mercato vitivinicolo di una Nazione.
Anche qua, film super celeberrimo, su IMDB ha un 8 ,1 forse un tantino esagerato, per me è un gradino sotto, sul 7, dato che è un filmetto molto simpatico ma non direi altro. Certo, la Walt Disney prese un bell’azzardo, all’epoca, puntando sui pirati, genere magari demodè ma mai veramente estinto. Anche perché le cose vennero fatte in grande: effetti speciali da paura, attoroni della peppona (Johnny Depp nella parte della vita, si direbbe, ma ne ha fatte talmente tante, di parti della vita….però è l’indimenticabile Jack Sparrow; il cattivo Geoffrey Rush; Orlando Bloom smessi gli abiti di Legolas; la bella Keira Knightley….c’è pure la Zoe Saldana), grandi ambientazioni…insomma alla fine i soldi spesi erano uno sproposito, un budget enorme, un rischio flop colossale (anche perché il film dura due ore e mezza). E invece…andò di lusso, gli incassi furono enormi e al pubblico piacque molto. Oggi è un tranquillo 78° incasso all-time. E come si sa ha dato via a un seguito infinito di film.
Che dire del terzo classificato, cioè X2, in originale X-Men United? E’ un buon film d’azione, con la nuova formazione degli X-Men, ben assortita e azzeccata, quanto meno nei suoi principali interpreti, apparsa con successo (economico) qualche anno prima e nuovamente ben piazzata al botteghino con questo seguito. E’ quello dove i bambini mutanti vengono rapiti dai soldati (e l’incazzatura protettiva di Wolverine è cosa bella e giusta), cosa che unirà cattivi e buoni mutanti, nel salvataggio, e dove Jean Grey, nel finale, fa sfoggio di ben altri poteri rispetto al quotidiano. Su IMDB ha un buon 7,5 , voto che condivido.
Al quarto posto, famoso come quelli sopra se non di più, un capolavoro dell’animazione, Alla ricerca di Nemo, che su IMDB ha 8 ,2 ma per me è uno delle vette degli ultimi anni. Che ci fa alla premiazione per l’Hugo, sarebbe da dire, ma tutto sommato, e chissenefrega, è un film bellissimo, la cui realizzazione tecnica sfida ancora oggi il passare del tempo. Il piccolo Nemo, il padre Marlin, la stralunata Dory, lo squalo Bruto…una pletora di personaggi e di avventure splendide. E non lo penso solo io, dato che, nei cartoni animati, rimase dietro solo al Re Leone, per gli incassi, almeno per un annetto. Oggi è il 27° incasso alltime. Vinse l’Oscar per il migliore cartone animato (e nomination per la bella sceneggiatura e le belle musiche – molto belle musiche); è bello sapere che dopo ben oltre 10 anni pare sia all’orizzonte un seguito, Alla ricerca di Dory.
Infine al quinto posto 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Bello bello, film per me da 8 e per IMDB da 7,6. E’ quello del tizio che si sveglia, solo, in ospedale, e scopre che l’intera Londra è stata evacuata. Mentre tizi con gli occhi iniettati di sangue cercano di farti tirare le cuoia o di contagiarti, il protagonista assieme ad altri dovrà vendere cara la pelle e scappare per ogni dove. Bel film, teso il giusto.

Il premio Nebula 2003 va invece a Il signore degli anelli: le due torri, già vincente l’Hugo la scorsa edizione.
Gli altri in gara erano Minority report, Alla ricerca di Nemo, La città incantata e Così fan tutti (Where No Fan Has Gone Before, in originale), undicesimo episodio della quarta stagione della serie a cartoni animati Futurama.

Un breve OT per ricordare cosa si andava a vedere al cinema nel 2003: ovviamente Il signore degli anelli, chiaro, e ovviamente Alla ricerca di Nemo, c’erano anche il deludente Matrix reloaded (neanche nella cinquina), detto poi de I pirati dei caraibi, c’era anche il divertente Una settimana da dio, poi L’ultimo samurai, Terminator 3, Matrix revolutions (altra delusione), X2.
Poi, con incassi minori ma importanti, Bad boys 2, Tutto può succedere, Charlie angels full throttle, Fratello orso, Love actually, Hulk, 2 fast 2 furious, American pie: il matrimonio, Scary movie 3, Elf, Master e commander, Swat.
Film del periodo belli belli ma magari passati senza il boom al botteghino: soprattutto Oldboy e Kill Bill vol.1.

Vengono premiate a parte le opere di cinema e dintorni, ma con durata minore.
Vince, se vogliamo, lo stesso Il signore degli anelli, e cioè il Gollum’s Acceptance Speech at the 2003 MTV Movie Awards. Era un premio per la migliore performance virtuale (!), ancora relativo a Le due torri; quando lo staff lo seppe, prepararono una cosa introdotta dallo stesso Peter Jackson (!) e presentata da Andy Serkis (l’attore che fa Gollum), il quale viene interrotto dallo stesso Gollum, che si lascia andare piuttosto tanto, dando dello stronzo a Serkis e dell’autore del c****o a Jackson. Poi, va anche peggio; il tutto è esilarante, e facilmente rintracciabile su YouTube. Figurati se non gli veniva dato l’Hugo!
Gli altri erano Il messaggio, episodio 12 della prima e unica stagione di Firefly; La prescelta, ultimo episodio dell’ultima stagione di Buffy l’ammazzavampiri; Cuore d’oro, episodio 13 della prima e unica stagione di Firefly; La stele di Rosetta, 17imo episodio della seconda stagione di Smallville.

Professional Artist: vince Bob Eggleton. Per il 44enne dovremmo essere all’ottavo Hugo.

Ci lascia J. Cady a 71 anni, un Nebula nel paniere.


C'erano gli amici di Pohl




Ma perchè una persona normale dovrebbe vestirsi così?






Bella gente, gran bella gente...che però si diverte, dai


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Tobanis ha scritto:
... Fu il primo fantasy, si dice, a vincere l’Oscar come migliore film. Avrà differenze col libro, probabilmente, ma chissà, il libro non l’ho letto. Non c’è altro da aggiungere, guardatevi tutta la trilogia, se per caso foste tra i 15 del mondo occidentale che ancora non l’hanno fatto...

Grande Tobanis... mi mancavano i tuoi post Very Happy
Quello che ho quotato sopra però forse facevi meglio a non scriverlo... ora la Dory (non si è persa) la trovi di certo, anzi arriva direttamente qui e ti tira le orecchie Laughing
Ci oscureremo in un mondo di luce.
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Tobanis ha scritto:
E’ preferito al celebre Ilium (in Italia Ilium l’assedio e Ilium la rivolta), di Dan Simmons; l’inedito Singularity sky, di Charles Stross; l’inedito Blind lake, di Robert Charles Wilson e Fuga dal pianeta degli umani, di Robert J. Sawyer.

ma poi tutti questi inediti finiscono inevitabilmente per essere pubblicati, dico bene? voglio dire, se son talmente buoni da finire come finalisti di premi cosí prestigiosi, è impensabile che vengano ignorati.

o no? Neutral
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MessaggioInviato: Gio 29 Gen, 2015 15:17    Oggetto:   

jonny lexington ha scritto:
Tobanis ha scritto:
E’ preferito al celebre Ilium (in Italia Ilium l’assedio e Ilium la rivolta), di Dan Simmons; l’inedito Singularity sky, di Charles Stross; l’inedito Blind lake, di Robert Charles Wilson e Fuga dal pianeta degli umani, di Robert J. Sawyer.

ma poi tutti questi inediti finiscono inevitabilmente per essere pubblicati, dico bene? voglio dire, se son talmente buoni da finire come finalisti di premi cosí prestigiosi, è impensabile che vengano ignorati.

o no? Neutral

no , da noi no
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MessaggioInviato: Gio 29 Gen, 2015 15:24    Oggetto:   

io intendevo in generale. Smile
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MessaggioInviato: Gio 29 Gen, 2015 15:30    Oggetto:   

jonny lexington ha scritto:
io intendevo in generale. Smile

se hanno vinto il premio SONO stati pubblicati almeni in USA
magari da te li trovi in inglese, qui da noi ciccia...
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MessaggioInviato: Gio 29 Gen, 2015 15:40    Oggetto:   

Jirel ha scritto:
se hanno vinto il premio SONO stati pubblicati almeni in USA

non ci capiamo: io intendo dire quelli che non hanno vinto, ma che evidentemente erano abbastanza validi da essere finalisti. e nn giusto quei due che ho citato, ma un po' tutti, visto che il meticoloso tobanis aggiunge sempre a tutti se sono inediti.
No-no
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