Storia di ordinaria nostalgia


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Requiem Solitario
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MessaggioInviato: Gio 01 Dic, 2011 11:08    Oggetto: Storia di ordinaria nostalgia   

1. Il puntatore

Il puntatore del mouse disegnava figure geometriche sulla schermata del computer. Con gli occhi l’uomo cercava tra le righe di testo qualche elemento che spiccasse più degli altri: una lettera maiuscola, un trattino, e selezionandoli li trascinava fino a formare improbabili cornici. Ogni tanto l’uomo guardava l’orologio in basso a destra sullo schermo, maledicendo ogni volta lo scorrere del tempo, che sembrava rallentare mano a mano.
La prima ora di lavoro scorreva relativamente in fretta, ma le successive erano un’escalation esponenziale di sofferenza mentale, ogni minuto più lento del precedente. Con la mente cercava di immaginare cosa avrebbe fatto dopo aver terminato il lavoro: avrebbe preso l’autobus che l’avrebbe riportato a casa, avrebbe forse acceso la TV mentre preparava la cena, avrebbe chiamato la fidanzata al telefono. Ma nel profondo ben sapeva che questi espedienti sarebbero stati solo un mero palliativo contro l’incessante logorio della routine, che il giorno successivo avrebbe ricominciato implacabile il suo corso.
Una conversazione ogni tanto destava un impulso di curiosità dell’uomo, che tendeva l’orecchio per cogliere qualche breve istante di sollievo dalla monotonia del monitor; ma erano rimedi di poco conto, l’unica soluzione alla fine era scontare quella condanna minuto dopo minuto, ora dopo ora. Ogni tanto, quando i muscoli delle gambe cominciavano a protestare per l’inedia, l’uomo si alzava, facendo ben attenzione ad apparire indaffarato e in ritardo per chissà quale importantissima riunione, e se ne andava al bagno o al distributore di bevande. In qualche occasione, tre o quattro volte nel corso della giornata, se ne andava a fumare una sigaretta al piano di sopra. L’uomo si detestava profondamente per questo suo vizio che non era capace di debellare, ma ad acuire la dipendenza non era tanto il sapore del tabacco o l’abitudine, quanto il tempo che occupava allontanandosi dal suo “lavoro”, quel sollievo indescrivibile che provava e che aumentava in proporzione ai metri che lo separavano dal suo computer e dai suoi colleghi superiori.
Sì perché a lavoro, nonostante fosse lì ormai da quasi un anno erano ancora tutti suoi superiori, e come ogni superiore, chi più chi meno, si sentivano geneticamente obbligati a giudicare e a mistificare qualsiasi tentativo dell’uomo di farsi notare. Pur non avendo l’esperienza dei suoi vicini di scrivania, infatti, l’uomo era il primo ad accorgersi di un problema quando si presentava, tuttavia i suoi avvertimenti cadevano senza possibilità di appello nell’oblio: le sue e-mail venivano ignorate a causa del suo basso status di carriera, e le sue domande ricevevano risposte formulate a metà, poiché per una persona del genere era troppo pensare di fermarsi a rispondere e interrompere così il proprio prezioso lavoro. Quello era il suo destino, un destino che gli imponeva di abbassare la testa di fronte a una schiera di capi, vicecapi, funzionari, capisettore, referenti, dirigenti e inconcludenti che si illudevano di avere chissà quale di-vina responsabilità o superumano potere.
Max, così si chiamava, non si illudeva, non aveva superpoteri e non faceva miracoli, non era certo il tipo di persona che se ne salta fuori dal nulla con un’idea geniale o con una soluzione innovativa; era semplicemente una persona che svolgeva il suo lavoro, qualsiasi esso fosse e a prescindere dalla complessità, e che lo svolgeva bene, senza lamentarsi e senza pretendere più del dovuto. Ma nel mondo di Max queste non erano qualità ma difetti: l’ideale dell’uomo rinascimentale che creava da solo la propria fortuna si era concretizzato ormai nella figura dell’arrivista senza scrupoli, dell’uomo di successo che pur di ottenere un aumento in busta paga era disposto a scendere a immorali compromessi e a false verità. E tutto questo grazie a una classe politica e dirigente improntata non alla soluzione dei problemi della società civile, ma solo ed esclusivamente al proprio guadagno e alla propria immorale esaltazione.
In un mondo come questo la realizzazione di un sogno per molti non era riuscire a scalare il monte più alto, o guidare l’auto più veloce, ma riuscire a sopravvivere un altro giorno, e magari poter condividere la propria storia con una persona in grado di comprenderla.


2. Il primo avviso

Quella sera non fu diversa dalle altre. Max prese l’autobus e tornò a casa sua, chiamò la fidanzata e per qualche minuto si rilassò in compagnia della sua voce, accese la televisione, e mentre lo schermo proiettava le immagini di un cartone animato si preparò un piatto precotto per la cena. Qualche ora più tardi, dopo aver ammirato le peripezie di un documentarista che si era paracadutato su un’isola del Pacifico, spense le luci e si apprestò ad addormentarsi, senza pensare a nulla in particolare. Fu la prima volta che lo vide.
Il rapporto di Max con i suoi sogni era sempre stato anomalo. Spesso sognava di possedere doti particolari, di essere in grado di volare, di potersi spostare all’istante da un posto all’altro, e a volte riusciva persino a controllare questi suoi sogni, vivendo così esperienze uniche che mai avrebbe potuto sperimentare nella realtà. I suoi sogni erano molto realistici, tuttavia non sempre Max era in grado di ricordarli una volta sveglio. Un sogno poteva durare ore ma quando Max apriva gli occhi ne rimanevano solo pochi brandelli, ai quali avidamente lui si aggrappava per provare un’ultima volta quel senso di libertà e di evasione che tanto lo affascinavano. Quella volta il sogno lo vedeva come al solito protagonista; lui era ancora bambino e si stava aggrappando alla gonna della madre mentre sua sorella maggiore gli teneva la mano (lui non aveva sorelle e quella donna non era sua madre, ma questo nel sogno non sembrava spaventarlo). Stavano tutti e tre in piedi davanti a una vecchia casa di mattoni grezzi con il tetto di paglia e guardavano l’orizzonte. Max, anche se nel sogno sapeva di non chiamarsi così, conosceva quel posto: era casa sua, o lo era stata in passato (o in futuro?). C’erano altre costruzioni simili intorno, e altre persone che come loro si affacciavano alle finestre o alle porte scrutando l’orizzonte. Qualcuno stava piangendo.
Il tempo era grigio, come se da un momento all’altro dovesse piovere, e non c’erano altri rumori se non quelli prodotti dalle persone. In lontananza una catena montuosa sembrava circondare la valle su cui poggiava il villaggio. Alcune vette si stagliavano più delle altre, grigie e lugubri come denti consumati dal troppo uso, solo che non sembravano montagne normali: uno spettatore che le avesse guardate attentamente infatti avrebbe notato che alcune di esse si stavano muovendo. Max ora aveva paura e strinse più forte il vestito della madre e la mano della sorella.
Un rombo cupo e lugubre fendette l’aria immobile e in un attimo il mondo cambiò forma. Un’alta muraglia d’acqua grigia si impose al di sopra dei volti terrorizzati e delle case. Max e la sua famiglia fecero appena in tempo a rientrare nella casa e a rifugiarsi al piano più alto. La madre stava urlando mentre stringeva forte Max; sua sorella era scomparsa e lui non sapeva dove fosse. Entrambi urlavano, ma non erano in grado di sentire le proprie urla. L’acqua intanto saliva, la sua forza aveva eroso un muro della casa. Tra un attimo questa sarebbe crollata e Max sarebbe morto, lo sapeva, ma si aggrappava a sua madre come a voler salvare ogni singolo secondo di quella vita, per non dimenticare.
Poi un colpo forte. Dolore. Freddo. Silenzio. Bianco... Max stava guardando qualcosa di bianco. Si rese conto improvvisamente che stava trattenendo il fiato, così inspirò a pieni polmoni, avido di ossigeno. Aria, fresca, dolce! Ma dov’era l’acqua? Dov’era sua madre? Un attimo di paura, ancora, poi la luce catturò la sua attenzione. Era luminosa come il sole d’estate, ma non feriva gli occhi. Max era affascinato e incuriosito, e si avvicinò. La luce prese un contorno più definito, era una forma umana! Era un uomo, ne era sicuro, ma non riusciva a distinguerne i lineamenti, solo... Aveva l’impressione che portasse un paio di occhiali, anche se non poteva giurarlo. Le sue braccia erano alzate, come se volesse farsi notare e al tempo stesso annunciare la sua innocenza. La luce, che ne definiva il contorno, all’interno del corpo era più vivace e brillava. Si muoveva anzi, come uno sciame fatto di puntini ancora più luminosi e di altri più tenui. Max incontrò lo sguardo dell’essere, e seppe che era lì per lui. Non aveva bisogno di parole, sentiva l’emozione formarsi spontaneamente nella sua coscienza.
Le mani della figura si abbassarono. Esitarono un attimo e poi abbozzarono un saluto. L’uomo, o cosa, o apparizione che fosse non parlava, anzi non sembrava avere neppure una bocca. Unì le mani come in preghiera e poi le separò di qualche centimetro. All’interno dello spazio così definito le particelle di luce che lo componevano presero a vorticare come in preda al delirio. Max sentiva che stava per accadere qualcosa di importante.
Dopo pochi istanti le particelle smisero di muoversi e tra le mani dell’uomo comparve una figura, anzi no... Non una figura, un numero. 47.


3. Il numero

Max si svegliò confuso nel cuore della notte, con la vaga sensazione di avere la fronte coperta di sudore. Dov’era? Perché si sentiva come se stesse affogando? Poi notò la luce del lampione che filtrava dalla finestra sconnessa, i contorni del letto, il rumore di un motorino, e capì di aver sognato. Si rigirò pigramente tra le lenzuola, pregustando le ore di sonno che ancora gli restavano. Prima di riaddormentarsi però lo sguardo gli cadde sulla vecchia radiosveglia luminosa, che funzionava immutabile e ronzante da secoli. Erano le 03:47...
La stoica radiosveglia cominciò a starnazzare alle 08.00 precise. L’altoparlante e l’antenna erano andati da tempo, sicché il trillo originale era ora simile a un metallico gorgoglio, intervallato dalle interferenze del segnale ra-dio. Un rumore alquanto sgradevole, ma che aveva il mirabile pregio di saper destare anche un cadavere.
Come ogni mattina infatti Max si svegliò di soprassalto e per prima cosa spense quel suono assordante. Si lasciò ricadere per qualche minuto sul letto disfatto, prima di andare mollemente a preparare un caffè. Ricordava ancora tutto del suo sogno, compresa l’apparizione finale, ma la concreta realtà dei fatti stonava con gli enigmi del mondo onirico. Nessuno dava troppa importanza ai sogni, anche Max li considerava più che altro strani scherzi del cervello, ma quel dettaglio finale lo turbava: cosa significava il numero 47? Se ve ne fossero stati altri due o tre, di numeri, magari li avrebbe potuti giocare al lotto, ma con le poche premesse di cui era in possesso non riusciva a pensare a nulla di significativo.
Si accorse che il caffè stava già salendo da qualche istante, e ancora doveva vestirsi! Tra pochi minuti sarebbe passato il suo autobus. Max si rimproverò mentalmente per aver perso tempo, lasciò il caffè dov’era e spense tutto, si vestì in fretta e uscì per strada ancora mezzo addormentato.
L’aria fredda di un gennaio anonimo lo accolse senza troppo preavviso e Max si strinse al collo il bavero della giacca. Aveva fatto appena in tempo: in lontananza poteva già scorgere (una grigia muraglia d’acqua) il profilo dell’autobus che l’avrebbe portato a lavoro. L’autobus era il 7 e dopo essere salito Max si sedette al posto numero 4, l’unico libero, ma non vi fece assolutamente caso. Si mise invece a scrutare assorto la città al di fuori del finestrino sporco, latore di messaggi fin troppo espliciti incisi sulla polvere da mani sconosciute.
Come predetto da molti scrittori, che intelligentemente dichiaravano di comporre opere di fantasia, il mondo stava arrivando al capolinea. La notte per strada le luci cominciavano a spegnersi a intervalli irregolari, il prezzo dei beni di consumo continuava ad aumentare, e sempre più indigenti e disoccupati cercavano di arricchirsi sulla pelle – e a volte sulla vita – degli altri. Camminare all’aperto dopo una certa ora equivaleva a disegnarsi un bersaglio sulla schiena, e i drappelli dell’esercito che pattugliavano le strade si limitavano a osservare apatiche la situazione, come corvi troppo grassi, o stanchi, per scendere dai rami a consumare un ulteriore banchetto.
“Forse sto esagerando”, si disse, “Sto diventando un vecchio cinico nostalgico”.
A lavoro, dopo qualche ora di noiosa routine, Max si mise a leggere le scritte del calendario con aria falsamente pensierosa, cercando sollievo dai dati che scorrevano sullo schermo del suo terminale.
La prima riga diceva: “E’ Enterprise 4.7 la nuova frontiera dei modelli organizzativi aziendali”. Enterprise, si disse, non era una nave spaziale? No c’era qualcos’altro… 47! Quel numero lo stava perseguitando da tutta la mattinata: poco prima cercando un’informazione aveva aperto il manuale operativo alla pagina 47, e in seguito si era accorto per la prima volta che il suo nuovo numero di telefono interno iniziava, guarda caso, con 47.
“Sciocchezze”, si disse, “dopotutto il numero di telefono era lì anche prima del sogno di stanotte”. Mise quindi da parte quella inutile distrazione.
Almeno poteva considerarsi più fortunato di altri, dato che per il momento possedeva un lavoro, anche se a stento con questo lavoro riusciva a mantenere sé stesso. Ormai la vita non gli sembrava più, come nei sogni infantili, una lunga strada con una meta a cui aspirare, ma una salita perenne in grado di auto alimentarsi, come in un quadro di Escher; una lunga successione di giorni sempre identici, in cui la massima aspirazione era riuscire a raggiungere indenni la propria stanza e chiudere a chiave la porta dietro di sé. Max aveva una speranza tuttavia: quella di salire su una zattera e navigare al di sopra di tutta quella desolazione, assieme alla persona a cui aveva dedicato i suoi sentimenti migliori. La ragazza non era bellissima, non nel senso comune del termine, ma brillava per molte altre qualità. Il suo animo era sempre solare e gentile e le sue parole erano colme d’affetto.
Ma come potevano sentimenti del genere convivere con la cruda realtà? Guerra, miseria, violenza e paura erano i quattro indiscussi vassalli di quei tempi tumultuosi; forse in futuro gli storici avrebbero segnato questo periodo rinominandolo per i posteri “nuovo medioevo”. Un’epoca in cui il benessere di uno valeva più del benessere di molti, in cui la nostalgia era diventata aspirazione. Max non sapeva se vi fosse un dio ma di sicuro, se ci fosse stato, di questi tempi sarebbe stato oberato di lavoro.
Nel frattempo a Max era venuta fame. Guardò l’orologio sul pc: le 12.47. Ancora quel numero? Per la prima volta Max fu percorso da un tremito di inquietudine, ripensando al sogno di quella notte, e alla sua strana visione. Poteva essere solo una strana coincidenza? Oppure il sogno lo voleva avvertire di qualcosa? O forse tutti quei numeri sarebbero stati lì comunque, indipendentemente dal sogno: se la figura in bianco gli avesse mostrato il numero 26, forse avrebbe notato diverse volte quello stesso numero nel corso della giornata, senza che vi fosse sotto nessun fenomeno paranormale...
La cosa comunque non gli piaceva. Era una persona estrema-mente legata alle sue abitudini: la quotidianità era la sua condanna e il suo dolce oblio. Sapeva che probabilmente non aveva tutte le rotelle al posto giusto, ma solo ripetendo gli stessi gesti ogni giorno poteva addormentarsi tranquillo. Eppure quegli stessi gesti, così vuoti e privi di significato, lo mortificavano e lo spronavano a desiderare una situazione migliore. Ogni cambiamento quindi generava in lui un’improbabile dicotomia: da una parte la paura di non riuscire a far fronte alla nuova situazione, dall’altra la curiosità che rompeva la monotonia del quotidiano.
In questo caso però la curiosità aveva presto lasciato spazio all’inquietudine. Max si sentì all’improvviso come un’automobile con problemi di convergenza: c’era una forza, nascosta dentro di lui, che tentava di spingerlo da qualche parte, lontano dalla strada…


4. Il motore (di ricerca)

Il resto della giornata trascorse piuttosto velocemente. Ogni tanto accadeva che il tempo fosse clemente con Max, e gli regalasse una percezione contratta delle ore: uno stato semi vigile di coscienza, in cui se da una parte prestava estrema attenzione al lavoro che stava svolgendo, dall’altra escludeva qualsiasi stimolo esterno non necessario e poteva così liberare la mente e farle percorrere sentieri alternativi, esplorare i momenti futuri pregustando le piccole soddisfazioni di ogni giorno: il caffè delle 16.00, il suo programma preferito in televisione, le lunghe chiacchierate con la sua ragazza... Max si chiedeva se in futuro avrebbe passato con lei i suoi momenti migliori, se sarebbero rimasti l’uno accanto all’altra anche nei fatti, oltre che nelle promesse.
Alla fine Max si vide nell’atto di aprire la porta di casa. Doppio giro di chiave come faceva sempre (ma si fermava solo perché la chiave non girava più di così). Quella sera aveva terminato il lavoro prima del solito, così si chiese che cosa potesse fare di quel tempo regalato. Si sedette sul letto ancora sfatto dalla mattina, e dopo un attimo di esitazione accese il suo vecchio computer e vi collegò il cavo del telefono: era da molto che non controllava la sua casella di posta, forse qualcuno l’aveva contattato per offrirgli il lavoro dei suoi sogni...
Impiegò solo pochi istanti per disilludere le sue vane speranze, nonostante la sua connessione fosse lenta e obsoleta. Non sapeva che fare, e il motore di ricerca preferito lo invitava a curiosare nella rete dall’alto della pagina web, così Max agì d’impulso, e sul campo di ricerca inserì la voce “47”.
“Internet”, sussurrò sogghignando sardonicamente, “L’invenzione più strabiliante degli ultimi 50 anni: puoi trovare la risposta a tutte le tue domande, soprattutto a quelle che non ti sei mai fatto”.
L’ironia però lo abbandonò dopo una prima occhiata ai risultati; a quanto pareva quel numero aveva qualcosa di importante da raccontare. Dalla matematica alla cabala, dalla storia moderna alla religione, molti attribuivano al 47 un significato particolare.
La sequenza "47" si ripete 47 volte nei primi mille numeri primi...
La traduzione della Bibbia in greco fu fatta da 47 allie-vi...
Cristo ha compiuto 47 miracoli secondo il Nuovo Testamen-to...
Nel '74 furono scoperte le ossa di Lucy, che, guarda caso, erano proprio 47...
La Dichiarazione di Indipendenza conteneva 47 frasi e la festa dell'Indipendenza Americana viene celebrata il 4/7... L'AK-47 è l'arma da guerra più diffusa al mondo...
47 erano le tavolette d’argilla che contenevano l’epopea di Gilgamesh...
La somma delle cifre di 666 elevato a 47 è pari a 666...
A questo punto Max smise di leggere a caso dalle prime pagine. Cominciava a pensare che forse, anche se la sua mente razionale tentava in tutti i modi di negarlo, quel suo sogno voleva comunicargli qualcosa, ma allora chi o che cosa voleva comunicare con lui? Agendo ancora d’impulso, spinto ad annichilire quel vago senso di inquietudine che lo assillava, si posizionò alla pagina 47 dei risultati di ricerca.
Il primo collegamento portava a un sito di notizie di cronaca: qualche giorno prima a Soledad un autobus pieno di persone era caduto in un fiume, in seguito alla rottura di un vecchio ponte. Dov’era Soledad? In Messico? O in Colombia... Sicuramente da qualche parte in America Meridionale. Secondo quanto riportava la notizia l’incidente aveva avuto un ampio spazio nella cronaca nazionale, sicuramente a causa del grande numero di vittime: 47, tra morti e feriti. Quella infatti era la voce che il motore di ricerca aveva evidenziato.
Max aveva sbagliato a lasciare troppo spazio alla sua curiosità, rischiava di confondere la realtà con l’illusione, rischiava di pensare che quel sogno, fatto la notte prima, avesse come scopo quello di fargli leggere quella notizia in quel preciso istante. Rischiava di credere così che vi fosse uno scopo per qualsiasi azione, anche per le più insignificanti, ma soprattutto rischiava di ammettere, provandolo per la prima volta sulla sua stessa pelle, che esisteva una forza superiore in grado di influenzare il destino delle persone, o almeno il suo, poiché indugiando su internet aveva ormai perso il suo telefilm preferito in tv...
Quella sera Elly, la sua ragazza, non lo chiamò.


5. Il ponte

Max aveva sonno. Quella notte non aveva dormito bene; forse a causa della sua crescente ossessione per il numero quarantasette, forse a causa delle immagini che aveva visto in rete, senza nemmeno averle cercate, e in ultima analisi a causa del fatto che da 24 ore non sentiva la sua ragazza.
Non era abituato a rimanere a lungo senza ascoltare almeno la sua voce. Purtroppo vivevano ancora lontani l’uno dall’altra, e spesso le parole che si scambiavano la mattina e la sera erano gli unici lampi di gioia nell’amenità del loro quieto vivere. Elly probabilmente non sospettava nemmeno di essere diventata, con i suoi piccoli gesti e le sue azioni, parte integrante delle abitudini di Max, e che ogni variazione delle suddette abitudini provocava nell’uomo un principio di inquietudine... Max sapeva che le sue paure erano irrazionali, e sperava che in futuro le cose sarebbero migliorate, una volta fatto un po’ di ordine nella sua vita.
Se non altro quella notte non aveva sognato improbabili catastrofi o uomini luminosi. Terminò controvoglia di radersi e di vestirsi, quindi uscì come al solito per prendere l’autobus.
Non sapeva che invece non l’avrebbe preso mai più.
La giornata era stranamente luminosa, per quella stagione - fino al giorno prima infatti era piovuto pesantemente - e per qualche istante Max si fermò sotto i raggi del sole. Quel calore gli aveva sempre suscitato sentimenti di gratitudine, verso cosa non gli importava, era secondo lui una delle piccole gioie che ogni giorno vengono regalate agli uomini, ma che molti danno per scontate. Eppure nemmeno quel tepore sarebbe durato per sempre. C’era chi metteva in dubbio anche le leggi che da milioni di anni governavano la lenta evoluzione del cosmo. Negli ultimi anni ad esempio qualcuno aveva previsto grandi tempeste solari; e ovviamente gli organi di stampa, che avevano ormai il solo compito di provocare ossessioni e paure tra la gente (riuscendoci per altro benissimo nel caso di Max), avevano ingigantito la notizia preannunciando imminenti catastrofi planetarie... Da millenni gli esseri umani si focalizzavano su determinati periodi storici, coincidenze temporali e antichi miti con l’illusione di poter prevedere il futuro, senza per altro esservi mai riusciti, ma se questa volta un disastro fosse accaduto realmente? In effetti non occorreva poi un motivo specifico per sterilizzare il pianeta dalla razza umana: Max aveva l’impressione che mai la Terra fosse stata violentata, i diritti delle altre specie calpestati, la morale più comune ignorata come negli ultimi decenni. Forse sarebbe stato giusto per il mondo avere l’occasione di ricominciare daccapo. E chi più del Sole, che in molti popoli era stato identificato con lo stesso Dio, poteva svolgere il ruolo di araldo di una nuova era?
Apocalisse o meno era giunto il momento di iniziare una nuova, speculare, e fin troppo reale, giornata di lavoro. Max attraversò la strada già gremita di passanti, schivando un paio di biciclette, che a quanto pare non disdegnavano il marciapiede come corsia di marcia, forse spaventate dal traffico mattutino. Giunse alla fermata dell’autobus stranamente in anticipo, così senza rendersene conto andò con la mano a cercare nella tasca della sua giacca il pacchetto di sigarette e fece per accendersene una.
“Hai da accendere?”, chiese una voce alla sua destra con tono impaziente. Max non era abituato alla gente che si rivolgeva a lui senza invito, così impiegò qualche istante a visualizzare il giovane e a rispondere affermativamente.
Il ragazzo sicuramente era uno dei tanti studenti universitari che frequentavano quella zona: poco lontano infatti era situata la sede centrale della facoltà di ingegneria, che anche Max aveva frequentato anni prima. Faticava a ricordare quel periodo; era mai stato così anche lui? Sicuro del suo futuro e felice di vivere il presente? Senza dubbi e senza responsabilità?
“Sai se è già passato il 7?”, chiese il ragazzo. Max rispose che non l’aveva visto ancora. In effetti il mezzo aveva qualche minuto di ritardo. All’improvviso venne colpito da un moto d’invidia per quella vita che lui non aveva più. Aveva rinunciato alle sue passioni per un lavoro, una vita stabile e una futura famiglia che avrebbe potuto non arrivare mai. Il giovane universitario prese a ciondolare con aria annoiata. Capelli lunghi, giacca disfatta, pantaloni che terminavano sotto i tacchi delle scarpe: ecco una persona che poteva permettersi di vestire come più gli piaceva, senza la paura di venire sminuito dai suoi superiori. A terminare il quadro un vecchio zaino in tessuto jeans, sul quale spiccava, beffardo e insolente, il numero 47 ricamato in giallo...
Max ebbe un breve capogiro: ancora quel numero, che lo perseguitava. Basta! Tutti quei particolari spiccavano come note stonate in una pacifica sinfonia. Max non ne poteva più, cominciava a credere di essere sul punto di impazzire. Il sogno, i numeri, l’articolo che tanto lo aveva angosciato senza che ne sapesse il motivo, la sua ragazza sparita, il lavoro opprimente... Al diavolo! Si allontanò dalla fermata, come se si fosse improvvisamente ricordato qualcosa di molto importante. Al diavolo l’autobus numero 7, al diavolo i suoi padroni, al diavolo le sigarette, pensò mentre gettava la sua in mezzo alla strada.
Max non sapeva dove sarebbe andato, gli premeva solo continuare a camminare. Attorno a lui un mondo malato e improvvisamente alieno vorticava caoticamente fluendo dietro i suoi passi sempre più veloci. Basta! Si era stancato di essere schiavo di sé stesso e degli altri, aveva solo voglia di liberarsi delle sue paure e dei suoi fantasmi, e questa consapevolezza gli dava adrenalina, lo svegliava dal torpore sia fisico che mentale in cui era ormai abituato a vivere da tanto tempo. Con la coda dell’occhio vide il suo autobus sorpassarlo sulla sinistra: quante vite al suo interno, quanti pensieri, quante speranze, quanti dubbi tutti accumunati dallo stesso monotono destino. Max stava proseguendo forse inconsciamente verso il parco dove aveva portato la sua ragazza la prima volta che l’aveva incontrata, ma venne fermato da una giovane donna che procedeva nel senso contrario. La ragazza gli chiese, con un timido accento straniero, delle indicazioni per raggiungere la segreteria di una qualche facoltà, ma Max la liquidò in fretta indicandole la prima strada che gli venne in mente. Solo più tardi, dopo che ebbe ripreso a camminare, si ricordò distrattamente che quella che le aveva indicato non era la strada più breve, dato che poteva usare una via che passava da uno dei tanti ponti che intersecavano il corso fiume che tagliava in due la città.
Quand’ebbe raggiunto il parco Max entrò e si mise a cercare la panchina dove per la prima volta lui ed Elly si erano baciati. Il panorama non era certo idilliaco, gli alberi spogli artigliavano il cielo come a voler strappare un pezzo di luce in più in quella giornata falsamente primaverile, e infatti Max era da solo. Nessun’altro in quella mattina di gennaio condivideva i suoi passi nel parco decadente. Alla fine trovò la panchina che cercava, e si mise a leggerne i messaggi, intagliati nel legno o disegnati da giovani studenti... Restò seduto e per lunghi minuti rimase in contemplazione, in pace con sé stesso, lontano dal mondo. Non era poi successo niente di grave, si disse. Stava solo passando un periodo stressante. Il guardiano del parco nel frattempo era uscito da chissà dove; lo fissò per un istante con aria indagatrice, poi corse velocemente in strada. Max si chiese che impressione poteva dare un uomo in giacca e cravatta seduto da solo in un parco in pieno inverno... Si alzò e si diede una spazzolata. Forse sarebbe potuto ancora andare a lavoro e recuperare un’ora o due la sera, si disse. Dal parco pote-va tagliare per il ponte e in 20 minuti sarebbe stato in ufficio. Non sapeva perché ma aveva la sensazione che tutto si sarebbe presto sistemato.
Quando uscì dal parco, qualche minuto dopo, vide dei lampeggianti in lontananza. Il traffico era bloccato lungo la carreggiata, che fino a poco prima era sgombra, e molta gente era scesa per vedere cosa fosse successo. Max comunque era a piedi e procedette per la sua strada lungo il passaggio pedonale. In prossimità del ponte vide due autoambulanze e un automezzo dei vigili del fuoco. Era curioso ma aveva paura di quello che avrebbe potuto vedere. In ogni caso doveva passare da quel ponte se non voleva allungare il tragitto di un’altra ora. Poi se ne accorse. Vide l’altra sponda del ponte che sporgeva dall’argine del fiume come un grosso dente spezzato e in-giallito; qualcosa di arancione, il pezzo di un autobus, sporgeva per metà dall’acqua torbida in cui era caduto, e tutto intorno i paramedici accudivano le vittime dell’incidente. Una barella seminascosta vicino all’ambulanza più lontana era coperta da un telo bianco. Qualcuno stava urlando, Max non capiva se era un uomo o una donna. Quasi tutti fissavano la scena come in trance; alcuni stavano scattando delle foto con il telefono. Max si fece un’idea di quello che poteva essere successo: il pesante mezzo di trasporto aveva fatto crollare un’estremità del vecchio ponte, magari indebolito dalle piogge degli ultimi giorni, ed era caduto con la parte anteriore per 3 o 4 metri per poi inabissarsi parzialmente nel fiume. L’autobus era l’unico mezzo coinvolto, anche perché probabilmente a causa del traffico più lento le altre automobili avevano fatto in tempo a evitare l’incidente. A Max venne in mente la scena che aveva visto su internet la sera prima. Un’altra coincidenza. La caduta del pullman non doveva aver provocato di per sé molti danni, tuttavia la parte anteriore si era subito inabissata tra le acque alte del fiume. L’acqua e il fango dovevano essere presto penetrati all’interno, rendendo difficile la fuga ai passeggeri.
Max era esterrefatto. Non aveva mai visto una scena simile nella sua vita, e non sapeva come reagire. A quel punto era così vicino da scorgere il gruppo dei superstiti sull’altra sponda. Sembravano statue di porcellana; alcuni avvolti dalle coperte che i soccorritori avevano dato loro, altri che piangevano, altri che si guardavano attorno apatici come se fossero alieni appena scesi su un pianeta sconosciuto. Poi Max vide i primi sommozzatori gettarsi tra le acque attorno all’autobus, che ormai era quasi completamente invaso dall’acqua, che per qualcuno era diventato una tomba, e che sul retro aveva ancora stampato... Il numero... 7.
Max sbarrò gli occhi per un lungo momento, trattenendo il respiro senza rendersene conto, poi corse via, lontano dalla ressa. Si fece strada a gomitate tra i curiosi e i passanti, corse fino a casa senza voltarsi indietro, il cuore gli palpitava dentro al petto come un animale impazzito. E quella consapevolezza che non lo abbandonava, quel presagio che ora si era finalmente concretizzato, quella sensazione di aver appena visto la Morte passargli accanto... Quello era il “suo” autobus, lo stesso che non aveva preso e che poi lo aveva sorpassato - non poteva sbagliarsi perché non ne sarebbero passati altri per ore – quello su cui si sarebbe trovato sicuramente anche lui se non si fosse fermato al parco, se non avesse visto quello studente (che forse ora giaceva con una coperta bianca sul viso), se la sua ragazza il giorno prima l’avesse chiamato come al solito, se non si fosse attardato a curiosare su internet la sera, se non avesse fatto quello strano sogno... Quello era l’autobus su cui Max sarebbe morto.


6. Il visitatore

Max non si recò a lavoro quel giorno. Ebbe la calma di telefonare per avvisare della sua assenza solo molto più tardi, nella mattinata. Se ne stette tutto il tempo chiuso a chiave nel suo appartamento, pensando alla sua vita. Quello che gli era successo non era un caso, era un presagio che gli era stato mandato da qualcosa o da qualcuno che in qualche modo teneva a lui. Quel giorno non vide altre volte il numero 47, anzi sarebbe stato pronto a scommettere che non l’avrebbe mai più rivisto con tale frequenza: tutto quello che aveva fatto negli ultimi due giorni faceva parte di un piano, perché Max era certo che il suo destino era quello di finire vittima dell’incidente che aveva visto. Quindi significava che il piano ora era concluso? Evitando di prendere l’autobus Max era riuscito a sfuggire al suo destino? E che cosa sarebbe successo adesso, forse il destino avrebbe trovato il modo di riprendersi quello che gli era stato negato?
Dopo l’inquietudine arrivò la rassegnazione, e infine l’euforia. Max si mise a frugare nella credenza e scovò una vecchia bottiglia di brandy mezza piena; se ne versò un bicchiere abbondante e si mise seduto a guardare lo schermo spento del televisore mentre saggiava il liquore a piccoli sorsi. Non gli capitava spesso di bere così, e sicuramente mai nel pomeriggio, ma quella volta, si disse, era un’occasione speciale. Aveva quasi finito il bicchiere e con la mente stava ponderando sulla condizione umana, quando il telefono gli squillò. Il suono lo svegliò dal piacevole torpore in cui si era calato, e il nome che lesse sul display gli cancellò del tutto l’effetto dell’alcool: era Elly. Con quello che gli era successo aveva completamente scordato la sua ragazza e il fatto che la sera prima non lo avesse contattato. Le rispose e come al solito si scambiarono il loro affetto con dolci metafore. Quando le chiese cosa fosse successo lei rispose che aveva passato la sera con un’amica e quando ormai era tornata a casa si era accorta di aver dimenticato il telefono a lavoro. Max non ebbe alcun dubbio sulla veridicità delle sue affermazioni, dato che tra loro riuscivano sempre a scoprire istintivamente quando uno dei due diceva il vero e quando invece ometteva qualcosa. Alla fine, come era prevedibile, non le era successo niente di grave, ma poi perché pensare sempre al peggio? Max non sapeva rispondere a quella domanda, anche perché mentre Elly gliela poneva una parte di lui si stava chiedendo se non fosse stata qualche forza soprannaturale a spingere la sua ragazza a scordare il telefono a lavoro. Tutto aveva un senso se si ammetteva per un momento che una volontà intelligente fosse a conoscenza del futuro e pilotasse in qualche modo la realtà.
Max non le raccontò quello che gli era successo quella mattina: ci sarebbe stato il tempo per farlo, prima o poi. “Ti amo un mondo”, gli disse Elly.
Quella notte sognò. Era in una piazza, da solo; intorno a lui c’erano alberi grigi e spogli, e costruzioni diroc-cate. La strada stessa era rotta in più punti, e tra le crepe dell’asfalto serpeggiavano gialli cespugli di erbacce. Alcuni tralicci erano crollati, e spargevano al suolo i fili dell’alta tensione come tentacoli freddi e morti. Poche auto, ormai ridotte a scheletri metallici, erano parcheggiate alla rinfusa tutto attorno. Il cielo era dello stesso colore della strada: grigio, con alcune macchie più scure che forse erano nuvole temporalesche. Max se ne stava completamente immobile e osservava il paesaggio; ovunque regnavano desolazione e abbandono. Improvvisamente si accorse di non essere più solo: qualcuno gli stava tenendo la mano. Era Elly, la sua ragazza: se ne stava alla sua destra, così come Max la ri-cordava, tenera e minuta. Non l’aveva mai vista così bella come in quel momento, con le sue curve floride, i suoi occhi scuri e la sua bocca invitante che gli sorrideva. Portava un maglione di lana verde chiaro, che le copriva il collo, e un paio di jeans, mentre i piedi invece erano scalzi. Max chiuse gli occhi; li riaprì. Lei era ancora lì: così splendente che spiccava in quello scenario ino-spitale come un diamante in un arido deserto.
Non si parlarono; tra loro era sempre stato così: bastava uno sguardo per intendersi. Insieme si sollevarono da terra e cominciarono a galleggiare a mezz’aria, in un modo che sembrava naturale. Avanzarono così attraverso le case crollate e la vegetazione annerita, oltrepassarono un ponte crollato che si stendeva sopra un fiume ormai prosciugato, senza incontrare nessuna difficoltà, semplicemente levitando. Videro altri edifici crollati, campi sterili, veicoli abbandonati, ma dopo qualche tempo il panorama cominciò impercettibilmente a cambiare. Ciuffi di vegetazione verdeggiante presero a intersecarsi con il ferro e il cemento, e poco dopo i primi alberi in fiore comparvero come sentinelle tra i campi incolti. La strada sopra la quale stavano volando presto si trasformò in un sentiero campestre, circondato da cespugli multicolore. In lontananza potevano scorgere una verde collina, che sembrava attirarli, e infatti vi si diressero senza esitare. Non erano più soli: tra la vegetazione li seguiva un piccolo branco di conigli selvatici, e sopra di loro volteggiava uno stormo di rondini, che salutava i due viaggiatori con acuti stridii. Ormai non v’era più traccia della devastazione iniziale, il paesaggio era mutato intorno a loro come per magia, o come solo in un sogno può succedere. Continuarono così ancora per ore, o minuti, o giorni, e infine giunsero sull’eremo lussureggiante che avevano visto da lontano. Max sapeva che da lì a poco si sarebbe svegliato, una parte di lui già percepiva i suoni, reali, che provenivano dalla città, ma prima che il sogno finisse lo vide, ancora.
L’uomo di luce era li e li stava aspettando. Di nuovo quella sensazione di conoscerlo, di nuovo quel senso di familiarità e di serenità. Non poteva scorgere la sua espressione ma sapeva che stava sorridendo. Emanava meno luce dell’ultima volta, e questo gli permise di notare altri dettagli: era più basso di lui, poiché la sua schiena si incurvava leggermente, come quella di un vecchio, e portava sicuramente degli strani occhiali, che sembravano essere anzi il suo unico capo di abbigliamento. Di nuovo l’uomo di luce lo salutò allargando le braccia in un gesto universale di amicizia. Di nuovo poi ripose le mani in grembo delineando un immaginario quadrato di spazio, in cui la luce cominciò a danzare dapprima caoticamente, e poi in modo sempre più simmetrico. Max strinse la mano a Elly, che era ancora con lui; si impose con tutta la sua forza di non svegliarsi, non ancora. La luce si stava stabilizzando. Tra le mani dell’essere si stavano formando dei numeri... No, questa volta erano lettere.
La lettera G... La lettera R... Un’ambulanza passò a sirene spiegate fuori dall’appartamento di Max, la collina prese a svanire nel buio. La lettera A... Non bastava, ancora pochi secondi! La lettera Z... La sveglia prese a squillare rumorosamente. La lettera I... Le mani dell’uomo di luce ormai erano l’unica parte del sogno ancora visibile. Max aprì gli occhi. L’ultima lettera era una E. La parola era “GRAZIE”...


Epilogo

Il vecchio si alzò a sedere con fatica. Con un braccio si aiutò appoggiandosi allo stipite del letto, per evitare di sentire dolore. Una volta seduto si sfilò con mani tremanti la cuffia iposensoriale. Quella sarebbe stata l’ultima volta, si disse, da quel momento in poi non ne avrebbe più avuto bisogno. Una parte dei suoi ricordi infatti stava già svanendo, mentre attorno a lui il mondo con ogni probabilità stava cambiando per sempre. Nessuno si sarebbe accorto del cambiamento alla fine, forse nemmeno lui, ma questo non lo sapeva per certo. Aveva appena ucciso centinaia di persone, ma non provava alcun rimorso, poiché sapeva di averne salvate milioni; anzi no, si corresse, non era stato lui a salvarle, ma un ragazzo molti anni prima. Un ragazzo come tanti altri, con i suoi sogni e le sue debolezze, ma che a differenza degli altri aveva deciso le sorti del pianeta. Mai un tale potere era stato concentrato per così breve tempo nelle mani di una sola persona, e l’ironia della sorte voleva che mai tale persona ne fosse venuta a conoscenza.
Quel ragazzo si chiamava Max, e sarebbe diventato un Pensatore, in un’altra vita. Il vecchio, stanco, si permise di indugiare su quei pensieri, o meglio su quei ricordi... No, non era corretto, Max sarebbe diventato uno scrittore. Avrebbe lasciato il suo lavoro opprimente e avrebbe passato qualche anno tentando di piazzare i suoi scritti. Non sarebbe stato un periodo facile, ma la sua ragazza lo avrebbe aiutato donandogli l’affetto e la comprensione che gli sarebbero serviti per confidare in sé stesso. Come si chiamava? Ella... Elly forse. Il vecchio era confuso: la sua memoria non era più allenata come un tempo. A un certo punto era scoppiata la guerra, una guerra partita dal popolo in favore del popolo, una guerra che presto avrebbe ridotto il mondo in rovina. Le città vennero saccheggiate. il carburante, l’acqua potabile e la stessa aria divennero un lusso che solo pochi fortunati potevano permettersi. La tecnologia in molti ambiti tornò indietro di secoli, e discipline antiche e dimenticate acquistarono una valenza pratica tra i fortunati superstiti.
In un mondo rovinato la gente era pronta a qualsiasi cosa pur di trovare un attimo di sollievo. L’uso di stupefacenti subì una diffusione esponenziale, e molti si convinsero di poter accedere a esperienze e ricordi metafisici solo con il potere della propria mente, opportunamente stimolata. Alcuni riuscirono a registrare ricordi di vite precedenti. L’incorruttibilità e l’immortalità dell’anima divennero presto i capisaldi di una nuova religione, nata dalle ceneri di quelle precedenti. Ma a chi importava? La promessa di un futuro migliore non salvava dalla fame.
Max era sopravvissuto al conflitto, non si era mai chiesto come vi fosse riuscito, e non gli importava. Come altri aveva dedicato il resto della sua vita all’esplorazione del suo inconscio. Ma era successo davvero? Il vecchio non ne era sicuro, non era sicuro nemmeno del suo nome ormai.
Il vecchio era stato Max, o forse no. E aveva scoperto il modo di viaggiare nel tempo, o forse no.
Sciocchezze, si disse, crudeli scherzi di una mente sull’orlo della pazzia. Infatti sembrava impossibile anche a lui, all’inizio. Il suo scopo era prettamente egoistico: non cambiare il futuro, ma esplorare il passato. Che male poteva fare, se non a sé stesso? Aveva sempre provato nostalgia per i momenti della sua gioventù, prima del conflitto: per i baci della sua ragazza, per il verde degli alberi, per le risate in compagnia degli amici, per la musica che ora non esisteva più...
Ma non era un viaggio letterale. Era fisicamente impossibile trasferire materia da un piano temporale a un altro (fisica... Che strana quella parola ormai priva di significato ripetuta nella mente di un vecchio pazzo...). Solo la coscienza umana, che vibrava alla stessa e unica frequenza in qualsiasi tempo e luogo, poteva trasferirsi avanti e indietro nell’esistenza. In determinate condizioni, se si sottoponeva a un trattamento che prevedeva l’uso di potenti droghe e di un sistema di privazione sensoriale, il vecchio era in grado di rivivere i momenti dei suoi molti passati fino al più piccolo grado di dettaglio. Un uomo delle caverne, un abitante di Mu, un soldato nazista, erano sempre Max eppure erano diversi! Quante cose avrebbe potuto scoprire se solo lo avesse voluto...
Ma dopo qualche esperienza si rese conto con sgomento che non stava solo rivivendo il passato: lo stava cambiando. All’inizio si limitò a cambiamenti di poco conto e a piccoli esperimenti. Per prima cosa scoprì che poteva agire sul subconscio dei suoi alter ego del passato solamente durante i sogni. Poi si rese conto che poteva trasferire solo idee e concetti, non messaggi completi, e lo sforzo mentale per trasmettere quelle poche informazioni era immane.
Il suo primo intervento ebbe come oggetto l’articolo di un giornale: parlava di una mostra fotografica tenutasi quando Max frequentava ancora l’università, ma questo non era importante. Il vecchio trasmise nel subconscio del giovane sé stesso dapprima l’idea di appassionarsi di fotografia, poi l’idea di sfogliare i quotidiani alla ricerca di ispirazione, e infine l’idea di conservare quel singolo articoletto nel suo portafogli, senza separarsene mai. Dopo l’ultimo esperimento il vecchio prese il suo portafogli, sopravvissuto come lui a tanti anni di sofferenza, e con impazienza vi guardò all’interno. Sepolto tra vecchie tessere e scontrini c’era ancora quell’articolo di giornale, piegato e schiacciato tanto che la carta si strappò al tentativo del vecchio di leggerne il contenuto. Il vecchio non ricordava di aver mai letto o conservato quel foglietto, eppure ora lo stava tenendo in mano, e sembrava parlare proprio di una mostra fotografica. Il vecchio aveva cambiato il futuro.
Fu tentato di condividere la sua scoperta con il mondo, ma non c’era più un mondo con cui condividere alcunché. La catastrofe tanto preannunciata alla fine era avvenuta: non per colpa del Sole o di antiche profezie, ma solo a causa dell’avidità e della cecità umana. Il vecchio non ricordava come tutto fosse iniziato, ricordava solo i titoli dei giornali quando il petrolio finì e i governi crollarono, ricordava quando in Europa scoppiarono i primi colpi di stato, ricordava l’invasione americana in Cina, gli attentati, i campi profughi in Africa. Il giudizio finale era giunto alfine, ma non furono i giusti né i meritevoli a sopravvivere: la guerra continuò anche tra i nuovi governi per oltre vent’anni... Quello che restava ora erano solo macerie e vecchi come lui che vivevano di ricordi. Poi anche loro sarebbero morti e l’umanità si sarebbe estinta. A chi poteva giovare dunque la scoperta del vecchio?
Fu dopo l’esperimento con l’articolo di giornale che gli venne l’idea di salvare il mondo. A quel tentativo ne seguirono molti altri. Ogni intervento nel suo passato poteva modificare il futuro, ma pochi potevano cambiarlo totalmente. Qual è il momento nella vita di un uomo in cui una sua singola decisione può essere considerata principio di una legislazione universale? Il vecchio dedicò anni a trovare la risposta a questa sua domanda. Con la mente esplorò innumerevoli futuri possibili: ogni più piccola variazione generava un insieme di mutamenti imprevedibili che poi si congiungevano in pochi e terribili scenari. In alcuni il mondo veniva distrutto molto prima, in altri poco dopo; in alcuni veniva intossicato dal veleno, in altri veniva bruciato dal fuoco. Quando il vecchio cominciava ormai a perdere ogni speranza una notte si svegliò dopo aver sognato la sua ragazza di un tempo. Nel sogno avevano fatto l’amore e la giovane donna aspettava un figlio. Fu allora che lo trovò: il fulcro del suo universo, il perno che poteva manovrare per cambiare le sorti del pianeta.
Nella sua mente stanca e ossessionata l’idea crebbe e crebbe fino a diventare un pensiero dominante: quanto erano importanti le piccole azioni di ogni persona nell’ottica del benessere dell’universo? Apparentemente nulla, si disse. Quanto poteva contare scegliere di andare a lavoro a piedi oppure in autobus? Scegliere di prendere un caffè a colazione o fumare una sigaretta? Decidere di chiamare qualcuno al telefono o lasciar perdere? Il vecchio quel giorno mise in fretta in azione i suoi strumenti e si preparò a esaminare una versione del passato che non aveva mai visto prima. Una versione in cui un uomo, un messia, come già ne erano venuti nel passato, si sarebbe imposto sui popoli e avrebbe guidato il mondo in un’era di pace. Un uomo, un capo, che con le sue sole parole avrebbe fermato le bombe e le guerre, e che nei secoli sarebbe stato ricordato come un eroe. Un uomo che però non sarebbe mai nato, poiché sua madre sarebbe stata coinvolta in un terribile incidente mentre attraversava un ponte prima ancora di concepirlo.
Una vita che si intersecava per un singolo istante con quella del giovane Max, e che lui avrebbe dovuto salvare. Sì perché Max sarebbe stato in quell’autobus nel giorno dell’incidente, ma non sarebbe morto: la persona che doveva salvare non era sé stesso, ma la ragazza che gli aveva chiesto indicazioni e che lui aveva mandato erroneamente per un’altra direzione.
Per la prima volta dopo molto tempo Max fu colto da un senso di ottimismo: c’era una possibilità di cambiare le cose, una possibilità di dare un senso alla sua vita. Ci sarebbero voluti molti viaggi nel passato per convincere sé stesso a compiere quelle azioni che avrebbero portato poi alla nascita del messia. Ci sarebbe voluto uno sforzo immane per far crescere un’idea così semplice ma così lontana dai suoi schemi mentali, ma Max non poteva lasciare che quell’ultima possibilità non venisse concretizzata, non poteva permetterlo! Lui voleva quella vita che il destino gli aveva negato, e per riaverla avrebbe fatto l’impossibile: avrebbe sfidato e vinto il destino stesso!
Fuori dalla stanza del vecchio il mondo stava cambiando: le città stavano rinascendo silenziosamente e la razza umana stava ripopolando il pianeta, anche se nessuno si sarebbe accorto del cambiamento. Non aveva mai sperimentato prima una modifica così sostanziale, non sapeva se vi sarebbero state delle conseguenze, ma non gliene importava, perché sapeva di aver fatto la cosa giusta. Mentre chiudeva gli occhi poteva sentire i suoi tristi ricordi che scomparivano, per lasciare spazio a nuove immagini.
Dal piano di sotto sentì una voce che lo chiamava. Anche se era più roca Max sapeva che era quella di sua moglie Elly.
Erano passati 47 anni dalla prima volta in cui si conobbero, ma quella, in fondo, era solo una coincidenza...


FINE
"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore." (Kahlil Gibran)


Ultima modifica di Requiem Solitario il Lun 16 Gen, 2012 17:27, modificato 5 volte in totale
samuele nava
Hortha Hortha
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MessaggioInviato: Sab 03 Dic, 2011 15:53    Oggetto:   

Mi sembra un buon inizio. Forse da asciugare un po', anche perché l'ambientazione e le riflessioni di contorno non sono originalissime.

"...realizzazione di un sogno... condividere la propria storia": questo è un punto interessante. Io avrei iniziato da questo.

Ma è solo l'incipit di una storia che immagino ad ampio respiro, quindi le mie impressioni di lettore posso essere del tutto fuorviate premeditatamente dall'autore.

Ciao.
massimovaj
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MessaggioInviato: Dom 04 Dic, 2011 09:12    Oggetto:   

Post rimosso
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Lun 05 Dic, 2011 09:53    Oggetto:   

L'inizio "fantozziano" è fatto a bella posta per giustificare il seguito.
La storia comincia nel modo più ordinario cercando di costruire una dicotomia col finale.

Comunque grazie per i commenti, cercherò di lavorarci ancora un po' su Razz

PS: MassimoVaj di cosa ti dovresti vendicare? Io non ti ho fatto nulla..

Peace!
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massimovaj
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MessaggioInviato: Ven 16 Dic, 2011 10:55    Oggetto:   

Post rimosso
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Ven 16 Dic, 2011 11:26    Oggetto:   

Non ho nessun iper criticismo nei tuoi confronti MV. In altra sede mi sono permesso di avanzare una critica stilistica nei tuoi confronti, dopo che tu ne hai avanzate molte di più e in più occasioni su di me.
Per cui:

1. Evitiamo di discutere di chi critica meglio chi in un topic che ha un altro scopo.
2. Evitiamo di prenderla sul personale (le nostre sono solo opinioni, giuste sbagliate belle brutte lasciamolo decidere ai posteri).
3. Evitiamo di farci del male leggendo quello che non ci piace e continuare inutili diatribe e apologie.

Spero di essere stato chiaro.
"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore." (Kahlil Gibran)
Andras Eris
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MessaggioInviato: Ven 16 Dic, 2011 13:44    Oggetto:   

Secondo me scorre bene. Forse, come ha detto samuele nava, è da asciugare un po' per farlo scorrere ancor meglio. Se hai dubbi sul dove modificare, leggi e rileggi (anche ad alta voce) per vedere se suona e, in caso vada bene, mettilo in un cassetto per un po' di giorni e rileggilo a freddo. Forse, qualcosa sarà cambiata.
Domanda: è un racconto già finito o in fase di progettazione?
Niente si crema
Niente è impossibile
Tutto si distrugge per caso
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Ven 16 Dic, 2011 14:25    Oggetto:   

Citazione:
mettilo in un cassetto per un po' di giorni e rileggilo a freddo


Sto proprio seguendo questa tecnica Smile

Il racconto è già finito, ma lo sto sgrezzando capitolo per capitolo in modo da renderlo più scorrevole.
Grazie dei consigli!
"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore." (Kahlil Gibran)
massimovaj
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MessaggioInviato: Ven 16 Dic, 2011 16:06    Oggetto:   

Post rimosso
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Lun 19 Dic, 2011 17:29    Oggetto:   

Editato il primo messaggio con la versione alfa del capitolo 2 Smile

Bye!
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Andras Eris
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MessaggioInviato: Lun 19 Dic, 2011 19:04    Oggetto: Re: Storia di ordinaria nostalgia   

Per adesso procede bene col ritmo, null'altro da aggiungere rispetto a quello che ho detto prima. Aspettiamo il finale e poi se ne parla meglio.

PS.
Requiem ha scritto:
le peripezie di un documentarista che si era paracadutato su un’isola del Pacifico,


Riferimenti al mitico Bear? Very Happy
Niente si crema
Niente è impossibile
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Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Mar 20 Dic, 2011 09:33    Oggetto:   

Riferimento colto in flagrante Laughing
"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore." (Kahlil Gibran)
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
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MessaggioInviato: Mer 21 Dic, 2011 17:59    Oggetto:   

Aggiunti altri due capitoli Razz

Bye!
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samuele nava
Hortha Hortha
Messaggi: 117
MessaggioInviato: Mer 21 Dic, 2011 23:52    Oggetto:   

Letti 4 capitoli. La storia comincia a ingranare.
Nascita di un'ossessione? Paranoia? Sviluppi imprevedibili?
Vedremo...

Continuo a consigliarti di snellire un po' i periodi.

Ciao
Requiem Solitario
Time Lord Time Lord
Messaggi: 2166
MessaggioInviato: Gio 05 Gen, 2012 17:45    Oggetto:   

Aggiunto il capitolo 5.

Sto cercando di seguire i vostri consigli, ma credo di cominciare a ingarbugliarmi un po' Crying or Very sad

Ad ogni modo questa è la chiave di volta del racconto, che ormai è quasi finito (manca ancora un capitolo, massimo 2).
"Se guardi il cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore." (Kahlil Gibran)
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