Premi HUGO


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Tobanis
Antinano Antinano
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MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 09:59    Oggetto:   

[justify]HUgo 2007 (e Nebula 2006). Nel complesso, tra i vincenti Hugo 2007 e Nebula 2006 direi che la qualità è in discesa, rispetto al passato. Trasfertona in Giappone![/justify]
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[justify]Vince l’Hugo 2007 per il migliore romanzo Alla fine dell’arcobaleno, del 63enne Vernor Vinge, al quinto Hugo.[/justify]
[justify]Perdono l’inedito Glasshouse, di Charles Stross; Temeraire: il drago di sua maestà, di Naomi Novik (che sembrava favorito); l’inedito Eifelheim, di Michael Flynn e l’inedito Blindsight, di Peter Watts (che piace molto in giro).[/justify]
[justify]Non si può ignorare la polemica che uscì a suo tempo in Italia (il libro uscì solo nell’estate del 2010). I fatti sono noti: il libro di Vernor Vinge, uscito su Urania, in Italia non è in edizione integrale. Alla più banale delle osservazioni (non potevano farne due volumi? Mica sarebbe stata la prima volta, per Urania…) la risposta dell’editore fu che sarebbero stati due libretti entrambi troppo corti. E dunque, per farlo stare in un unico libro, il testo fu sforbiciato. Da lì, due problemi ulteriori: la fiducia che bisogna avere in chi sforbicia, sperando non abbia tagliato parti importanti; e la mancanza di un avviso al lettore che magari lo comprò senza neanche sospettare che Urania potesse tagliare un testo. La certezza è però quella che le ragioni sono un po’ dappertutto, ha ragione l’editore, il lettore, l’autore…non se ne esce. Io dunque mi sono letto la versione bignami italiana e su questo giudico.[/justify]
[justify]Il libro è sorprendentemente brutto per il primo terzo della lunghezza. Vinge ha creato un mondo dove le persone “indossano”, hanno cioè delle lenti a contatto o degli apparati con cui vedono una realtà aumentata. Tutto qua? Più o meno sì. L’autore si crogiola in questa situazione, pensando di avere fatto chissà che figata, mentre il romanzo langue pericolosamente, tanto che mi dicevo, ma quand’è che parte? Quand’è che diventa bello, che dico, degno di vincere l’Hugo? Brutto brutto.[/justify]
[justify]Poi, alla fine, è solo brutto. E spesso confuso. Un brutto romanzo, calato in questa realtà tecnologica, anche interessante, e non poi lontanissima dai nostri giorni, che però parla del nulla, vivacchia sul nulla, con questo ex scrittore di enorme talento che ritorna dall’Alzheimer (ma ora senza talento) che impara via via ad usare tecnologie per lui sconosciute. In disparte, complotti planetari (ma non come quelli magnifici che ordiva un tempo Vinge), personaggi poco o nulla delineati, e poco interessanti, vicende anche loro ben poco interessanti…brutto. Non vorrei poi soffermarmi troppo sugli sciocchi neologismi del Vinge, che pare qua emulo dei cartoni animati giapponesi, quelli dove i combattenti urlano termini senza senso (cazzillo al 90%! Cavolo, la supercazzola è passata da 10 a 12!), neanche fossimo a Neon Evangelion. A me spiace, ma stavolta per il buon Vernor scatta il 4; non ho idea di come abbia fatto a vincere l’Hugo, non ho proprio idea, ma magari sarà stato un periodo sfortunato, anche Spin premiato nello scorso anno non era tutto sto gran romanzo (anzi!).[/justify]
[justify]Avevo intenzione di fare una bella ricerca cercando le altre occasioni in cui Urania pubblicò dei romanzi in due libri, e poi fare dei confronti, ma la pochezza del romanzo di Vinge è tale che non mi cimento, chi se ne frega.[/justify]
[justify]Vince invece il Nebula 2006 per il migliore romanzo Seeker, del giovane 72enne Jack McDevitt, che leggo per la prima volta, e che è al primo premio, alla sua tenera età (ma cominciò tardi a pubblicare)..[/justify]
[justify]E’ stato ritenuto meglio dell’inedito From the files of the time rangers, di Richard Bowes; dell’inedito The girl in the glass, di Jeffrey Ford; dell’inedito The privilege of the sword, di Ellen Kushner; dell’inedito To crush the Moon, di Wil McCarthy e dell’inedito, tutti inediti, Farthing, di Jo Walton.[/justify]
[justify]Anche Seeker è un’Urania, precisamente il n. 1546 del maggio 2009. Ha un prologo che ricorda e anzi anticipa in maniera sinistramente simile la tragedia italiana di Rigopiano; di ciò proverò a informare canali tipo Sky Tg24 (provato).[/justify]
[justify]Il romanzo è buono; è narrato in una sorprendente prima persona femminile (comunque credibile anche se scritta da un maschio), racconta di come questa società privata (siamo nel 10.000 circa, secolo più o meno) sia dedita alla ricerca di manufatti antichi (per loro, magari per noi sono uno – due mila anni nel futuro). C’ è certamente un certo imbarazzo, che i protagonisti non nascondono, sul fatto che in definitiva loro sono una specie di razziatori, in quanto scovano (con enorme fiuto) i resti, prendono e rivendono. I protagonisti in questione si danno un minimo di etica del lavoro, ma nella sostanza questo sono e questo resta. E c’è ovviamente chi cercherà di rendere illegale il loro operato. In questo volume si narra di come venga seguita una pista, quasi come in un giallo, per ritrovare una mitica civiltà, di persone a suo tempo emigrati dalla Terra e mai più rintracciati. E tutto perché a un certo punto salta fuori una tazza che è indubbiamente appartenuta, migliaia di anni prima, all’astronave che trasferì gli emigranti. Siamo certamente in un futuro enormemente più avanzato del nostro, dove i protagonisti sorridono di astronavi primitive, di millenni prima, che percorrevano anni luce in settimane; ma dove pure alcune tecnologie non sono poi così lontanissime dalle nostre. E no, alieni pochi, gli umani nei loro giretti nella Galassia si sono imbattuti in un’unica razza aliena.[/justify]
[justify]Il libro è scorrevole, agile, ricco di dialoghi e riconcilia con la fantascienza più tradizionale, Decisamente meglio dunque il Nebula dell’Hugo, in questa edizione, dato che a questo darei un 7/8.[/justify]


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Vince l’Hugo 2007 per il migliore romanzo breve Un miliardo di donne come Eva, del 51enne Robert Reed, al primo Hugo.
Ebbe la meglio sull’inedito Lord Weary’s empire, di Michael Swanwick; su Julian l’eretico, di  Robert Charles Wilson; l’inedito The walls of the universe, di Paul Melko e l’inedito Inclination, di William Shunn.
Il breve romanzo di Reed non è sto granchè. Si narra di come venga inventato un sistema per muoversi nelle realtà alternative, per andare cioè su una qualsiasi dei miliardi di Terre possibili, secondo varie teorie estreme. Il viaggio è senza ritorno: sarebbe impossibile trovare la propria Terra di partenza in miliardi di altre (probabilmente, infinite) Terre. Il primo viaggio da questa Terra viene fatto da uno sfigato che porta seco un gruppo di ragazze universitarie inconsapevoli. Nelle migliaia di anni seguenti questo gesto spregevole muterà aspetto e verrà visto in modo diverso dai lontani discendenti e dalle varie religioni sorte. Non solo, ma da questa seconda Terra molti altri, nei secoli, finiranno su altre Terre ancora, in una conquista esponenziale e probabilmente senza fine. Nel romanzo, che è quasi più un documentario, siamo su una di queste e si nota come la società risultante sia marcia fino al midollo: scopo dei maschi è finire su un altro mondo, con un gruppo di ragazze, poco importa se consenzienti. L’opera racconta di come verrà intrapreso uno di questi viaggi senza ritorno modificando radicalmente le tradizioni.
Il tutto è velocemente leggibile, senza problemi; lascia perplesso me sia la storia (che appunto, si dilunga troppo in chiave documentaristica, dando invece il meglio nella parte d’azione), sia la qualità complessiva dell’opera: un libretto non male, da 6/7, per il quale non vedo motivi particolari per assegnare addirittura l’Hugo. Edizione un po’ sfigata, brutto il romanzo vincente, nulla di che quello breve vincente.
Il Nebula 2006 per il romanzo breve va a L’utopia di Walden, titolo che è una sorprendente traduzione dell’opera Burn, del 56enne James Patrick Kelly, al primo Nebula (l’opera era finalista nella scorsa edizione del Hugo).
Gli altri erano l’inedito Sanctuary, di Michael A. Burstein; l’inedito The walls of the universe, di Paul Melko e l’inedito Inclination, di William Shunn.
Kelly mi era piaciuto abbastanza nelle sue due opere che avevano vinto l’Hugo, dunque ero ben predisposto alla lettura. E invece rimaniamo sempre nel piaciuto abbastanza, nel carino, nel bellino, nel sette e niente più.
In questo romanzo siamo nel XXV – XXVI secolo, i discendenti di una recente colonizzazione vivono in maniera abbastanza pacifica, facendo i contadini modello USA, solo che i discendenti di una precedente migrazione non li vedono bene, e ancora meno bene vedono i loro piani per sistemare il loro pianeta, Walden (che avevano trattato molto male ed era stato …venduto). I nuovi coloni sono favorevoli alle foreste, i vecchi le bruciano, immolandosi come torce umane, se serve…mah, eccessivo, troppo eccessivo. Un “contadino pompiere” è ricoverato in ospedale, convalescente, e mentre si annoia entra per caso in contatto con un ragazzino in un altro pianeta, ragazzino che è in realtà una specie di reale (l’Alto Gregory), che poi arriverà su Walden per imparare e dare una mano.
Mah, una specie di connubio tra paesotto contadino, mucche e aia e alieni, che certi versi ricorda Simak, ma che, pure essendo una letteratura piacevole, non fa gridare al miracolo e, temo, non lascerà particolari ricordi. Non mancano anche momenti un po’ confusi, cose accennate e poi mai più riprese, personaggi sprecati o potenzialità inespresse. Sembra quasi più un abbozzo di un romanzo (molto più lungo), che un romanzo finito. Nell’Hugo della scorsa edizione, avevano ragione a preferirgli La voce dall’aldilà, della Willis.












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Racconto, vince l’Hugo La moglie del Djinn, del 47enne Ian McDonald, al primo Hugo.
Perdono l’inedito Pol Pot’s beautiful daughter, di Geoff Ryman; L’alba, e il tramonto, e i colori della Terra, di Michael Flynn; Tutto quello che sei, di Mike Resnick e l’inedito Yellow card man, di Paolo Bacigalupi.
Mai letto McDonald, inizio dunque da questo racconto apparso in Robot 53, della primavera 2008 (bella copertina, tra l’altro, di Maurizio Manzieri). Beh, devo essere sincerissimo, sono stato sorpreso (sbigottito?) all’inizio dalla pochezza stilistica dell’autore. In soldoni, scrive da schifo, ma veramente male, tanto che pensavo, boh, forse è così nella versione italiana (conoscendo la qualità di Robot, non credo proprio); il suo editore era in ferie in quei giorni? Forse sono io di bocca molto cattiva, ma fosse per l’inizio del racconto, lo definirei impubblicabile, così com’è. Poi va un po’ meglio, il Nostro si scioglie e migliora, ma il tutto lascia perplesso (me almeno). Si narra di come questa famosa danzatrice indiana prenda una cotta, una sbandata per una specie di avanzata intelligenza artificiale, anche piuttosto celebre. Poi se ne pentirà (il lettore lo capiva subito, la protagonista è quasi cretina) e cercherà di rimediare. L’autore scivola spesso nelle descrizioni sessuali abbastanza esplicite, che dato quanto sopra mi è sembrato quasi un modo per attirare comunque l’attenzione del lettore (qua sono un po’ cattivo, in realtà tali situazioni sono integrate nella storia e sono funzionali al racconto).
Mah, un racconto adulto che paga dazio all’inizio, e si riprende alla fine, ma che non può nel complesso arrivare alla sufficienza. Eppure ha vinto l’Hugo…che annata disgraziata.
Per fortuna il Nebula 2006 per il migliore racconto va a Due cuori, del 68enne Peter Beagle, al primo Nebula; bel racconto che aveva già vinto l’Hugo 2006 e là ne parlai.
Gli sconfitti: l’inedito The language of Moths, di Chris Barzak; l’inedito Little faces, di Vonda N. McIntyre; l’inedito Journey into the Kingdom, di M. Rickert e l’inedito Walpurgis afternoon, di Delia Sherman.








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Il premio Hugo 2007 per il migliore racconto breve va a Sogni impossibili, del 30enne Tim Pratt, al primo Hugo; il racconto è su Robot 54, dell’estate 2008.
Perdono Come parlare con le ragazze alle feste, di Neil Gaiman (che in giro è piaciuto molto); La casa oltre il cielo, di Benjamin Rosenbaum (presente anch’esso in Robot 54); l’inedito Eight episodes, di Robert Reed e l’inedito Kin, di Bruce McAllister.
Per fortuna questo giovane Pratt, editore di Locus, ci azzecca e sforna un buon raccontino, in questa annata un po’ disgraziata. Racconta di questo fanatico dei film, che per caso scopre questo negozietto, “Sogni impossibili”, di noleggio DVD, dove però, lo capisce subito essendo esperto, trova dei film assolutamente impossibili, in quanto mai girati da noi (almeno, non nella nostra dimensione). Non è un minus, capisce rapidamente che il negozio, la commessa, i film, per un qualche motivo arrivano da un’altra dimensione, parallela alla nostra. Il negozio però appare dal nulla ogni giorno sempre più tardi e sempre prima se ne va…come finirà? Non lo dico, chiaro. Il tutto funziona, è moderno, è molto godibile e qua io sarei per un 7/8. E diciamo grazie a Pratt per la sua proposta.
Ecco, su Robot 54 c’è anche Cardanica, del nostro Tonani, che ho approfittato per leggere, dato che ne avevo spesso sentito parlare. E’ un racconto notevole, decisamente notevole. Non ho esitazioni a definirlo meglio de La moglie del djinn, per fare un raffronto su chi ha vinto per il racconto l’Hugo 2007. So che Cardanica ha avuto poi un meritato successo….adesso che l’ho letto, la cosa non mi sorprende. Sempre su Robot 54 c’è anche il racconto breve finalista per l’Hugo, quello di Rosenbaum: sono d’accordo, l’ho trovato confuso, pretenzioso, un racconto minore.
Infine, il premio Nebula 2006 per il migliore racconto breve va a Eco, della 50enne Elizabeth Hand, al secondo Nebula con quest’opera uscita nel numero 13 di Fantasy e Science fiction italiano.
Sconfitti l’inedito Helen remembers the Stork club di Esther M. Friesner; l’inedito Pip and the fairies, di Theodora Goss; l’inedito Henry James, this one's for you, di Jack McDevitt; l’inedito The woman in Schrodinger's wave equations, di Eugene Mirabelli e l’inedito An end to all things, di Karina Sumner-Smith.
L’altra opera vincitrice della Hand l’avevo letta e non mi era piaciuta. In più, avevo il solito terrore per il racconto breve del Nebula, che in passato mi ha fatto leggere le peggiori porcherie. Non ho comprato la rivista di Elara e ho letto l’opera vincente in originale.
Purtroppo non ho buone notizie; siamo sempre là. Questa volta abbiamo una donna che vive su un’isola deserta con un cagnone, non ha la tv, la radio non funziona quasi mai; talvolta riceve email dal suo amato (che invece non mi pare la ami sto granché); dice che ogni tanto sente qualche brutta notizia dal mondo (non sappiamo che notizia). Poi il cagnone muore, lei piange. Fine.
Raccontino scritto sfoggiando capacità e cultura, dimentica completamente la trama, rimanendo una sorta di vision, fine a sè stessa. E la SF? Beh, non c’è scritto che a un certo punto gli aerei non volano più? Chissà cosa è successo…questo deve essere bastato per dare il premio alla Hand, mentre a me basta per dare un 4,5, come la volta scorsa.









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Libro non di narrative, vince James Tiptree, Jr.: The Double Life of Alice B Sheldon, di Julie Phillips, rintracciabile su Amazon per una decina di dollari (meno sul Kindle), sulla famosa storia di Alice Sheldon, che cominciò a scrivere SF con lo pseudonimo maschile di James Tiptree jr., negli anni ’60. Qua, la sua biografia.
 




Film, vince il premio Hugo 2007 Il labirinto del fauno. Come noto, il film, che potremmo definire di “supposta fantasy”, ha avuto larghissimi consensi tra pubblico e critica, tre Oscar minori, ma io lo ritengo un film al massimo discreto. Sia noto dunque che vinse pure l’Hugo.
Secondo si piazzò un altro film piaciuto a tutti, me compreso, cioè I figli degli uomini, di Cuaron. La storia è nota, non crescono più bambini, ma in questo film, uno sì. La scena col protagonista con il bambino che piange, in mezzo ai soldati che si fermano e vedono il miracolo, è tanta roba.
Terzo The Prestige, di Jonathan Nolan, altro film molto molto bello sia per il pubblico che per la critica. Film complesso e sorprendente, classico filmone, con questi due maghi impegnati a superarsi e a boicottarsi.
Quarto addirittura un film diventato un cult, V for Vendetta, scritto dai The Wachowski (o dalle Wachowski, oggi). Forse il mio preferito della cinquina, tratto dalla graphic novel di Alan Moore (a cui non piacque il film), con quella maschera poi riutilizzata da veri e presunti ribelli in giro per il mondo.
Infine quinto il minore della selezione, A scanner darkly - Un oscuro scrutare, una strana animazione che si ispira a un romanzo di Dick. Caruccio, con una tecnica particolare, forse una menzione nella cinquina è già troppo.








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Il Nebula 2006 va invece a Il castello errante di Howl, il capolavoro di Miyazaki (uno dei tanti, è da dire), ignorato nelle cinquine degli Hugo.
Ha la meglio su Batman Begins (aveva concorso invano per l’Hugo la passata edizione), l’episodio Conti in sospeso, nono episodio su 20 della III stagione di Battlestar Galactica e Finestre del tempo, quarto episodio su 13 della II stagione (nuova serie), con il decimo Dottor Who (David Tennant), episodio in lizza anche per l’Hugo.
 
Solito salto nel tempo per ricordare cosa si andava a vedere al cinema nel 2006. Più di tutti, il nuovo episodio de I pirati dei Caraibi, il secondo, cioè La maledizione del forziere fantasma, che era caruccio. Poi due bidoni, il Codice Da Vinci e il secondo de L’era glaciale (Il disgelo).
Andò forte un bel film, Casino Royale, il primo col nuovo 007, Daniel Craig. Poi un altro filmetto, Notte al museo; andò bene anche il primo Cars. Altri incassi importanti: X-men Conflitto finale, Mission Impossibile (il terzo, venuto malino), Superman returns, Happy feet, La gang del bosco (bello!), Il diavolo veste Prada, La ricerca della felicità, etc….
 
Guardando alle medie voti su IMDB, I film più belli sarebbero stati The departed, The prestige, Le vite degli altri e Il labirinto del fauno.
 
Hugo 2007 al migliore prodotto tv, vince Finestre nel tempo, come detto in lizza per il Nebula, ed era il quarto episodio di 13 della II stagione (nuova serie), con il decimo Dottor Who (David Tennant).
Battuti L’esercito dei fantasmi (prima e seconda parte), ultimi due episodi della II stagione (nuova serie) del dott. Who; Un nuovo inizio, episodio 18 di 20 della II stagione di Battlestar Galactica; Una vecchia amica, terzo episodio della II stagione (nuova serie) del dott. Who e 200, duecentesimo episodio di Stargate SG-1, nonché sesto episodio di 20 della decima stagione.
 
Infine l’Hugo al migliore artista va al grande 40enne Donato Giancola, al secondo Hugo.




FOTO FROM JAPAN!








A sx Benford, in mezzo l'immancabile Silverberg. Grande Robert!










Larry Niven non apprezza le bevande locali?









David Brin










Nausicaa....preferisco il capolavoro di Miyazaki








Un classico anche se non ho idee di chi sianoi.










Qua ho qualche idea.










Ma guarda te chi si rivede....l'originale però non sorride quasi mai.[/justify]



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[justify]Apperò.[/justify]
Tobanis
Antinano Antinano
Messaggi: 14622
Località: Padova
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 10:08    Oggetto:   

Aò raga, tutti sti "giustifai" io non li vedo, in stesura, fatevene una ragione, stavolta va così.
Albacube reloaded
Horus Horus
Messaggi: 3854
Località: Un paesello in provincia di Padova
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 16:30    Oggetto:   

Grazie! Questi post sono una goduria Smile
per le giustificazioni, amen!
Fedemone
Asgard Asgard
Messaggi: 1401
MessaggioInviato: Gio 07 Set, 2017 16:36    Oggetto:   

Tobanis ha scritto:
Aò raga, tutti sti "giustifai" io non li vedo, in stesura, fatevene una ragione, stavolta va così.

Tz.
Questo non ti giustifica.
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