Robot 78


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Fedemone
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MessaggioInviato: Lun 10 Ott, 2016 15:07    Oggetto: Robot 78   

Ecco un numero dove i racconti superano in media la qualità degli articoli, cosa spesso non così scontata (ad elogio della redazione e a detrazione de molti scrittori italiani proposti, fin troppo spesso non all'altezza ahimé).
Il nuovo Robot apre con Sarah Pinsker e il suo "Nostra signora della strada", storia molto americana, tra rock e vita "on the road", riprendendo temi che furono anticipati già John Shirley e l'antologia Mirrorshades. Gradevole, punta tutto sulla costruzione di un mondo molto realistico, dove il rischio di perdere qualcosa che per gli utenti è una banalità ma per chi vive la musica è un qualcosa di fondamentale. Qualcusno si arricchisce, qualcuno si diverte, ma il mondo diventa tutto più povero.
Poi partono i rcconti italiani:
- Lorenzo Crescentini ci porta a Pryatt, la città vicino Chernobil dove avengono strane apparizioni robotiche, da un probabile futuro. La storia si regge fino al finale, dove un po' di perde il senso della "quest". Se lo scenario è interessante, non si sviluppa abbastanza per poter far scattare una scintilla. La scritura è buona.
- Nico Gallo con "vedo al mia gente che non può morire" (colgo una citazione degli Area) è una storia vagamente fantastica di un bambino che può sentire il pensiero degli altri in una Genova del primissimo dopoguerra, ancora infestata dai residui del ventennio. Le vicende sono essenzialemnte slegate tra di loro e la vicenda per quanto interessante non mostra particolarità. Si fa leggere, ma niente più.
- Un Pomeriggio Sul Pianeta di Susanna Raule è divertente nella sua brevità. Il suo non prendersi sul serio fa tralasciare dettagli come verosimiglianza o simili, facednosi leggere con piacere.
- Le Piantagioni di Luigi Calisi è invece una grande e ottima sorpresa, con una storia solida, immaginifica e ben scritta. Se continua così, può benissimo competere con altri colleghi scrittori esteri. Un meritato plauso.

Infine il pezzo forte, Resnick con "Perché ho toccato il cielo", già edito altrove (un vecchio Millemondi Urania se non erro). E qui si va su livelli molto alti con un Kenya ricostruito e separato nello spazio. Lì dentro, si vive come hanno vissuto per migliaia di anni le popolazioni alle pendici del Kilimangiaro. E questo significa che ogni tecnologia è bandita e ogni velleità deve cedere il passo alla realtà. Il che significa sudare per poter vivere, e sottostare alla tradizione - per poter rimediare agli errori di un passato che è il nostro presente, dove la perdita di identità, l'erosione progressiva delle piccole certezze, della localizzazione a favore della globalizzazione fa rimpiangere molti "I bei vecchi tempi andati". Ed è questo il fondamento tanto realistico quanto ambiguo di una storia che è profondamente razzista (gli africani semplicemente non sono adatti alla vita evoluta, sono e rimangono dei primitivi), perché ha un fondo di verità che si riferisce non agli africani in sè, quanto a tutti quanti (vedasi la nostra analfabetizzaizone di ritorno). E si unisce anzi con il tema millenario che spesso l'ignoranza è migliore della saggezza proprio perché non si vede, e che la consapevolezza può rovinare le gioie delle vita semplice. Alla fine i protagonisti difendono una presa di posizione, non la giustezza della stessa, e il fardello che si portano è una delle contraddizioni che fanno l'uomo quello che è, un animale che con la coscienza ha perso lo status virginale del paradiso terrestre, e la felicità che lo caratterizzava.

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