Molto prima del sorgere del sole


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carmody
Scaraburra
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MessaggioInviato: Gio 01 Mar, 2007 12:46    Oggetto: Molto prima del sorgere del sole   

MOLTO PRIMA DELL’ALBA

Il supermercato si affacciava su una grande strada, ma per accedere al portone dello scarico merce orto frutta bisognava spostarsi sul lato sinistro dell’edificio, in una via stretta fra un bar, un grande condominio e alcune villette con giardino. Durante il giorno era una zona molto affollata, ma alle cinque e mezzo del mattino non c’era in giro nessuno. Il bar era ancora chiuso. Poche le macchine parcheggiate, i cassonetti stracolmi mostravano il loro contenuto dai i coperchi sollevati per la troppa immondizia, sembravano bocche spalancate desiderose di raccontare la storia del loro contenuto e di svelare i segreti di chi li aveva gettati. L’assenza di animali randagi in giro, cani o gatti, indicava la perdita di quella caratteristica campagnola che la città aveva mantenuto fino a pochi anni prima.
Ero lì, come ogni giorno, ad aspettare il camion per la consegna giornaliera di merce. Coccolato dal silenzio, protetto dal buio, e d’inverno anche dal freddo, avevo nel corso del tempo esplorato le immediate vicinanze. Leggevo i nomi degli abitanti del condominio e cercavo, con la fantasia, i associare un volto e un carattere a quei nomi. Pensavo che se avessi spostato e mescolato quelle targhette avrei potuto, come un fato dispettoso, sciogliere e formare nuove famiglie e modificare i destini di quelle persone. Mi ero studiato la targhetta tecnica della cabina di smistamento dell’elettricità e, a volte,leggevo fino all’ultima riga i cartelloni pubblicitari, le comunicazioni del sindaco e gli annunci mortuari. Andavo a leggere, con la stessa curiosità che hanno gli anziani quando si fermano a guardare il lavori stradali, tutti i biglietti che la gente appendeva nella parete a fianco al deposito dei carrelli della spesa. Avevo scoperto, grazie alla mano di un anonimo grafomane, che una certa signora in zona dispensava curiose pratiche sessuali. Era sicuramente uno scherzo, ma quel numero di telefono indicato nell’annuncio era una forte tentazione.

Come sempre il silenzio, la solitudine e il buio stimolavano in me certi pensieri. Erano pensieri e ragionamenti che si possono fare solo in quelle ore, prima che il giorno fatto li invalidi e li dissolva, troppo intimi e fragili per sopportare il vaglio della vita reale, ma che ripagavano ampiamente la fatica di alzarsi molto prima dell’alba. E invidiavo i miei antenati che la notte riuscivano a vedere le stelle e riuscivano a spingersi con la mente fino a lassù. Erano vere le storie di fate e di folletti. Non c’erano dubbi che esistessero lupi mannari e vampiri. Ora il cielo stellato è invisibile in città e al massimo ci possiamo spingere fino alla luce dei lampioni e il massimo che ci possiamo permettere è di odiare un collega o un vicino di casa. Parlare con gli dei non è più possibile.
Sono ore, quelle prima dell’alba, in cui ti puoi permettere il lusso, quando piove, di rifletterti in una pozzanghera e vedere il volto di uno sconosciuto. Fargli promesse che non manterrai mai. Confessare colpe di delitti commessi quando avevi dodici anni e hai tradito un amico di giochi. E quella volta che avevi promesso che una volta grande ti saresti vendicato di quelli che ti usavano come uno zerbino e ti umiliavano. Ma poi non ti importava niente perchè saresti diventato un astronauta. E poi dillo, dai dillo di quella volta che hai pianto senza una ragione, senza coprirti il viso o chinare il capo , tanto a quella ora del mattino nessuno ti avrebbe visto; e di quella altra volta quando saresti stato disposto a vendere l’anima al più scarso dei demoni per tre desideri inutili.
E poi c’era la macchina automatica per le fotografie. Non riuscivo a spiegarmi come un oggetto così banale e innocuo di giorno, potesse, in certe ore della notte, turbarmi così tanto. Forse perché circondata dal buio e dal silenzio, spiccava luminosa come una seducente e micidiale trappola per insetti. Era posizionata vicino all’ingresso con tutte quelle facce sorridenti che facevano pubblicità, sembravano ora tante teste mozzate appese come trofei di caccia grossa. La luce della cabina filtrava da sotto la corta tenda tirata. Non mi sarei avvicinato a quella macchinetta per nessuna ragione al mondo.
L’arrivo del camion interruppe questi pensieri. Si trattava di un grosso autotreno, di quelli con tanti fari davanti e il pianale semovente sul retro per lo scarico dei bancali su cui era posta tutta la merce. Si fermò emettendo acuti lamenti dai freni e sbuffi dai compressori dell’impianto idraulico dei servomeccanismi. Dopo qualche dondolio si arrestò col motore acceso e sembrava un grosso pachiderma impastoiato che continuasse a ruminare nel suo potente ventre diesel in attesa di essere scaricato.
Quando l’ autista scese dalla cabina sentii che stava parlando al telefono in un’incomprensibile lingua slava. Una volta i camionisti erano quasi tutti meridionali, ma ora ce ne sono molti provenienti dai paesi dell’est. Ascoltare quella voce mi fece uno strano effetto e come per magia mi vidi trasportato in una nuova dimensione. Non mi trovavo più a scaricare frutta fuori da un supermercato in Italia , ma in qualche posto indefinito oltre “cortina di ferro” a scaricare componenti segrete di qualche arma potente e micidiale. Entrambi utilizzavamo dei muletti elettrici con cui spostare i bancali di merce: il camionista li scaricava dal camion ed io li sistemavo sul piazzale. Tra noi ci fu solo un cenno di saluto e qualche frase smozzicata per organizzare il lavoro. Il silenzio della notte era ora occupato da rumori metallici, dallo scatto dei relé che azionavano i muletti elettrici e dal mormorio del grosso mezzo rimasto acceso, come in una sinfonia di nuovi strumenti meccanici che si esibivano in un “pas-de-trios” dove gli esseri umani assumevano un ruolo puramente marginale.

Dopo che ebbe scaricato la merce l’autista mi diede le fatture e le ricevute da firmare. Parlava un italiano stentato e non era in grado di compilare i documenti. Mi chiese aiutarlo. I suoi appunti, scritti su un pezzo di carta, erano per me incomprensibili. Compilai per lui i documenti. Era la prima volta, da quando era arrivato, che ci trovavamo vicini e parlavamo.
“Tu sei italiano?”, disse con quel accento che fa tanto spia russa . Era sinceramente stupito.
Abituato ad incontrare solo suoi connazionali, gli sembrava strano trovare un italiano che faceva quel lavoro a quella miserabile ora. Anche lui vittima dei suoi stereotipi e pregiudizi evidentemente pensava che tutti gli italiani fossero dei signori che non si alzassero mai così presto e che comunque fossero tutti commercialisti o avvocati. Anzi, a ben pensarci, il suo era un sentimento che tendeva più al sospetto e alla compassione. Ai suoi occhi io ero l’italiano rimasto al palo; quello zoppo, che non ce l’aveva fatta o che si era macchiato di un indicibile delitto; quello che nessuno invita mai ad uscire il sabato sera e che probabilmente non vedeva una donna da anni.

Mi sembrava di poter leggere nei suoi pensieri. Lo vedevo lì lì tentato di presentarmi una sua cugina clandestina, vedova e sgraziata (ma docile e ubbidiente, come era solito dire agli amici), che si teneva sul groppone in casa. Pensava che se fosse riuscito a tener segreto i tre figli della cugina avuti di primo letto, sarebbe riuscito a liberarsi di lei grazie a questo stupido italiano, io, che aveva davanti. Forse mi stavo immaginando tutto e in camionista straniero era solo l’inconsapevole specchio delle mie inconfessate frustrazioni. Ma il senso di soffocamento che mi prese era reale.
Conclusi in tutta fretta le pratiche per potermi liberare di lui al più presto, tirai un sospiro di sollievo quando lo vidi ripartire e mi ritrovai di nuovo nel silenzio e al buio. Sconsolato appoggia la fronte al muro dell’edificio.
“Ma non sorge più il sole oggi?”, mi dissi ad alta voce.
cormi
Scaraburra
Messaggi: 9
MessaggioInviato: Lun 28 Apr, 2014 21:19    Oggetto:   

Il racconto e' tecnicamente elegante, con caratteristiche letterarie di qualita'.

La vicenda ha del surreale pur essendo realissima nei fatti. Basta un orario insolito per trasformare un evento normalissimo in qualcosa di strano. L'orario mattutino e' l'elemento
scatenante il processo di trasposizione: i piani visivi lentamente si spostano e da una iniziale interpretazione esterna degli eventi si passa ad una visione interiore che stenta a dissolversi,
per giungere alla incoerente richiesta: "Ma non sorge più il sole oggi?"

Se posso azzardare un paragone, il tuo racconto mi fa pensare allo stile narrativo di Kafka: e' tutto normale, eppure e' una vicenda reale o sto raccontando un sogno?

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