L'errante


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Bob_Rock
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MessaggioInviato: Dom 15 Mar, 2009 22:16    Oggetto: L'errante   

L’ERRANTE
di Luca Barezzi

Alla luce del crepuscolo la strada polverosa sembrava proseguire senza fine, un tracciato appena accennato attraverso il deserto di roccia e polvere, che contrassegnava la direzione del suo interminabile viaggio. Anuar Abdel Ghaffar non aveva legami, non aveva casa né amici, e tutto quello che possedeva se lo portava addosso. Sopra di lui, i due soli, Bahn-Nadar, la Luce di Dio, e Bahn-Huidar, il Discepolo, erano quasi giunti alla fine del loro viaggio attraverso il cielo, avvolgendo quella parte di mondo nella calda luce giallo rossiccia del tramonto. Camminava tenendo lo sguardo fissò davanti a sé, guardando la strada senza vederla e lasciandosi guidare dai propri piedi che lo avevano portato, per migliaia di kilometri, attraverso l’immenso Continente del pianeta. Le pietre dell’antico selciato crepitavano sotto l’incedere dei suoi sandali logori, alzando ad ogni passo, piccole nuvolette di polvere rossiccia. Il profumo della salvia selvatica gli accarezzava le narici, e la mente prese a vagare verso luoghi distanti e quasi obliati dove avevano vissuto persone di cui, ormai, non rimaneva altro che polvere e ricordi. Alle sue spalle, appena percepito, udì in lontananza il rombo di un possente motore, distratto dai suoi pensieri si fermò sul ciglio della strada volgendosi a occidente e portandosi la mano alla fronte, per vedere lungo la via, cosa stesse sopraggiungendo. Ancora distante un paio di kilometri, un grosso mezzo su ruote stava arrivando a forte velocità. Rimase immobile e in pochi minuti venne raggiunto da una immensa motrice che trainava lungo la strada, una mezza dozzina di vagoni sollevando una grande scia di polvere con le immense ruote alte più di un uomo e coprendo tutti i rumori del deserto. La guardò sfilare veloce, la tonaca sbattuta dallo spostamento d’aria e in mezzo alla polvere vorticante vide seduto sul tetto dell’ultimo vagone un uomo. Sedeva con le gambe penzolanti oltre il bordo, aveva il volto coperto da un turbante per proteggersi dalla polvere e nelle mani stringeva un grosso fucile. Lo guardò per un attimo, il tempo necessario al convoglio per allontanarsi lungo la strada, e mentre veniva inghiottito dalla polvere, sulla quale si riflettevano i raggi morenti dei soli, lo vide alzare la mano in un segno di saluto. A sua volta sollevò il braccio, chiudendo la mano a pugno e allargando mignolo e pollice in un gesto di benedizione nell’istante in cui, l’ultimo vagone spariva oltre una curva. Pochi istanti dopo l’autotreno divenne una scia polverosa nella valle sottostante che il vento del deserto iniziava già a disperdere. Il ciglio della strada, sul quale si trovava, era ingombro di pietre, antiche vestigia di tempi remoti, durante i quali, quella via polverosa era stata una strada reale, delimitata da barriere che ne seguivano il corso attraverso l’intero Continente. Ora c’erano solo macerie, segno ineluttabile del declino della Razza. Si sedette stancamente su una di esse, mentre i due soli cadevano senza rumore sull’orizzonte, fuggendo al buio che li incalzava inarrestabile dalla parte opposta del cielo. Per quel giorno non avrebbe più camminato. Estrasse, da una bisaccia consunta dal tempo, un piccolo oggetto di metallo portandoselo alle labbra, mentre con la mano sinistra afferrava le sue pietre da preghiera. Lo strumento era un abn-uzhar una specie di armonica a bocca, ma in grado di emettere solo una semplice scala diatonica. L’aveva ereditato dal suo predecessore il quale, a sua volta, lo aveva avuto in eredità dal proprio, e così via fino a perderne l’origine nella notte dei tempi. Le pietre invece erano sue, le aveva dovute cercare lungo le sponde delle migliaia di fiumi che attraversavano il Continente. Erano quattro, perfettamente tonde e levigate, tre di un rosso acceso, attraversate da finissime striature nere, la quarta invece, era completamente nera. Le fand-uzhar, Pietre della Vista. Iniziò a respirare nello strumento. Una nota per l’aria che entrava e una per quella che usciva dalla sua bocca in lunghi respiri ritmati, mentre nella mano sinistra le dita eseguivano movimenti ripetuti migliaia di volte facendo ruotare le pietre al ritmo del suo respiro. In pochi minuti raggiunse lo stato della Vista e davanti a lui si svelò un mondo fatto di luce. Tutto intorno riluceva, ogni cosa. Riusciva a vedere gli animaletti del deserto che uscivano dai loro rifugi diurni, piccole fiammelle di luce viva che si muovevano furtive nell’oscurità crescente. Poteva vedere il tenue bagliore verde emesso dai radi arbusti che crescevano in quelle lande, perfino le pietre rilucevano debolmente. Poi il suo spirito si distaccò dal corpo. Avvertì la consueta sensazione di lacerazione, seguita, nell’istante successivo, dalla inebriante sensazione di assoluta libertà. Volò nell’aria della notte in cerca di un segno che lo guidasse verso la tappa successiva del suo viaggio. Lo trovò qualche kilometro più ad est, in un piccolo villaggio sperduto in mezzo al deserto, ultimo avanzo di quella che doveva essere stata, in tempi ormai lontani, un città di medie dimensioni. Decine di punti luminosi si muovevano sotto di lui, piccole luci di vita ignare della sua presenza. Il suo spirito scese nel villaggio, cercando quel segno che, attraverso le lande desolate del Continente, lo aveva portato fino a quel posto sperduto nel mezzo del nulla. Si mosse rapido per gli stretti vicoli del villaggio, oltrepassò case, strade, il tempio in rovina, poi la centrale energetica che riluceva di un azzurro abbagliante, fino a che non giunse nel punto che lo aveva attratto in quel luogo: una piccola costruzione ai margini del villaggio che spiccava per la totale mancanza di luce. Da essa si diffondeva un cupo alone di tenebra che pareva risucchiare avidamente ogni fonte luminosa circostante. Lo spirito di Anuar rimase qualche attimo immobile, fissando quella voragine di oscurità che si ergeva ostile davanti a lui, ne aveva paura, eppure doveva inoltrarcisi, era il suo destino, lo scopo del suo interminabile viaggio attraverso il Continente. Mormorò una preghiera di protezione e sparì, fagocitato dal buio. Si risvegliò sul ciglio della strada, provando l’ormai familiare sensazione di vuoto che accompagnava il rientro dello spirito all’interno del corpo. Volse lo sguardo a occidente vedendo che dei due soli, solo il Discepolo sporgeva appena oltre l’orizzonte. Nel cielo alcuni sciami di lune passarono rapidi, fendendo il buio crescente. Inspirò l’aria fresca della sera, aveva finalmente trovato ciò che cercava e il giorno seguente sarebbe stato l’ultimo del suo viaggio. Si rannicchiò al riparo di un muro diroccato, tirandosi sul capo il cappuccio della tonaca e sentendo calare su di sé la fatica di più di duecento anni di cammino. Chiuse gli occhi e in pochi istanti si addormentò. Sognò luoghi lontani fatti di luce che erano una promessa di redenzione, finché il bagliore dei due soli sorgenti irradiò il cielo, e la nascita del suo ultimo giorno lo trovò nella medesima posizione in cui si era addormentato. Giunse infine al villaggio trovando riunita, in attesa nella piazza antistante il municipio, tutta la popolazione della piccola comunità; due ali di folla che si spiegavano da un fulcro costituito dalla figura del sindaco, vestito con gli elaborati abiti da cerimonia. Anuar si fermò nel mezzo di quel semicerchio per permettere al primo cittadino di raggiungerlo e porgergli le frasi rituali di benvenuto.
“Benvenuto Errante, e che la gioia tanto attesa giunga con te” disse il sindaco pronunciando la frase di rito.
“Ciò che porto meco, è solo la speranza di redenzione di un’anima” gli rispose Anuar inchinandosi. Udita la risposta tutta la popolazione chinò a sua volta il capo in segno di rispetto.
“Da questa parte” disse il sindaco, indicando con la mano la piccola costruzione della notte precedente. In silenzio i due si incamminarono, seguiti a rispettosa distanza dalla gente del villaggio. Il sindaco camminava un passo indietro rispetto a Anuar, il quale immerso in una muta preghiera si preparava alla fine del suo interminabile viaggio.
“Che aveva fatto?” chiese al sindaco indicando la bassa struttura.
“Ul’yan era un uomo molto malvagio, e finalmente ieri sera è stato giustiziato” disse non volendo aggiungere altro su quell’uomo. “Tu eri lì vero? Anche se noi non ti potevamo vedere?” Anuar annuì. Finalmente giunsero alla bassa costruzione che fungeva da prigione, dove la sera prima Ul’yan aveva concluso la sua vita terrena.
“Entrerai solo tu, e una volta che avrò finito concluderai il rito”
“Come desideri Errante” rispose il sindaco tradendo un certo nervosismo. “Non devi aver paura” lo calmò Anuar guardandolo negli occhi. Entrarono. Davanti a loro, disteso su di una nuda lastra d’acciaio, giaceva il corpo senza vita dell’assassino. Anuar lo osservò soffermandosi a lungo sui lineamenti, ora sereni, del volto di quello che fino al giorno prima, era stato un uomo malvagio. Sospirò, poi si sedette per terra incrociando le gambe e chiudendo gli occhi. Con gesti abituali estrasse dalla bisaccia l’ abn-uzhar, e le fand-uzhar, stringendo quest’ultime nella mano sinistra.
“Ora fai silenzio, chiudi gli occhi e lascia che la tua mente venga colmata dalla musica” disse portandosi alle labbra lo strumento. L’aria stantia del piccolo locale venne pervasa dalla melodia diatonica dello strumento e il sindaco si ritrovò in quel mondo segreto fatto di luce. L’Errante era una stella di luce bianchissima, mentre il cadavere era un vuoto fatto di tenebra. Lentamente la luce di Anuar vi si riversò dentro, un flusso lento che penetrava all’interno in quel vuoto colmandolo del proprio splendore, finché le tenebre non si dissolsero. Il sindaco tornò in sé, trovandosi davanti corpo mummificato di Anuar, allora gli aprì la mano sinistra, dove le pietre da preghiera si erano ridotte in polvere, che sparse sul petto dell’assassino, mentre sulla bocca posò l’ abn-uzhar. Infine pronunciò le parole necessarie per concludere il rito.
“Un Errante ha terminato il proprio viaggio redimendosi dai propri peccati. Che da questa fine, un altro Errante sorga ed inizi il proprio, in cerca di una nuova redenzione” Il cadavere ebbe un fremito inspirando una grossa boccata d’aria come se fosse rimasto in apnea a lungo riempiendo la stanza del suono dell’abn-uzhar, e colui che era stato un uomo malvagio si alzò. Tolse lo strumento dalla propria bocca, e senza una parola uscì alla luce dei soli, mettendosi in cammino lungo la strada polverosa che svaniva nel deserto.
Andras Eris
Incal Incal
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MessaggioInviato: Gio 07 Giu, 2012 13:23    Oggetto:   

Forse è una mia impressione ma, in cosa, questo racconto sarebbe di fantascienza? A me sembra più un fantasy. Confused
Boh! Ad ogni modo, nonostante la narrazione si perda in alcuni passaggi, risulta a tratti scorrevole e di buon impatto visivo.
Niente si crema
Niente è impossibile
Tutto si distrugge per caso
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