di Vittorio Catani


Fantascienza e politica: il binomio negato

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SPECIALE

Politica e fantascienza: un argomento quasi tabù, trattato di rado e soprattutto da riviste fortemente connotate politicamente. Delos cerca di affrontarlo in questo speciale analizzandolo da vari punti di vista, a cominciare da un panorama storico e culturale con questo saggio di Vittorio Catani.

La fantascienza, un mezzo di indagine del reale

H.G. Wells
La moderna fantascienza - a parte problematici antenati quali Omero, Luciano di Samosata, Dante, Ariosto e altri - nasce intorno alla metà dell'Ottocento, come reazione letteraria all'impatto della civiltà industriale sulla società e sull'individuo. Due i nomi più illustri dell'epoca, Jules Verne e Herbert George Wells; e due i modelli iniziali d'anticipazione scientifica: da un lato l'ottimismo scientista verniano; dall'altro le visioni wellsiane (critiche nei confronti del mondo a esse contemporaneo e della sua ipotetica evoluzione futura); componenti che ritroveremo, rivisitate e rimescolate in vario modo, nella science fiction del XX secolo.
La sf può diventare - come di fatto è diventata con scrittori più consapevoli - un notevole strumento di indagine della realtà. E', in definitiva, la "funzione cognitiva" che si riconosce a un certo filone di questa narrativa: la capacità di radicalizzare i temi proposti, straniandoli dal consueto contesto quotidiano, facendoli quindi risaltare come non potrebbe la narrativa tradizionale. Qualunque cosa ne pensino alcuni soloni della letteratura "colta" (ma le cose stanno lentamente cambiando), la sf consente - grazie a questa sua caratteristica - un'osservazione delle dinamiche dell'uomo da una visuale innovativa, quindi una riflessione sul mondo. Essa può metterci in un diverso rapporto con le cose superando le apparenze, le abitudini, i condizionamenti.
Pertanto leggere di uomini su altri pianeti, o di città del trentesimo secolo, può significare soprattutto leggere del nostro presente in modo criticamente vivo.
Freud notò che la letteratura è un particolare esito d'una "insoddisfazione" dello scrittore nei confronti del reale. Se ciò è vero, il genere fantascientifico - con la sua capacità di affrontare temi "massimi" - offre all'estro narrativo il mezzo per riplasmare fantasticamente l'intero universo. Inevitabile che da pagine così originate traspaiano connotazioni politiche, consapevole o meno che ne sia chi le scrive. D'altronde, secondo il famoso critico canadese Darko Suvin (si veda Le metamorfosi della fantascienza), la sf ha radici nel romanzo utopistico; "e l'utopia è la testimonianza del più disperato bisogno di possibilità alternative per il mondo degli uomini, di modi diversi di vivere".
Questo articolo vuol essere una panoramica sintetica su come il "politico" (in senso lato) ha influenzato nei decenni - eventualmente ancora inflenza - la nostra narrativa. Dal mio punto di vista, ovviamente, e senza pretesa di esaurire l'argomento.

L'"apoliticità" della fantascienza degli inizi. Anni '50 e "social science fiction"


Dai tempi di Amazing Stories (1926) il pubblico americano medio dei lettori di fs si è identificato preminentemente in una fascia giovanile della piccola borghesia moderata (se non conservatrice), e come tale mal disposta ad accogliere - o ammettere - interferenze d'altra natura nelle sue letture preferite: per esempio un discorso approfondito sul sesso, o temi con chiare implicazioni politiche. Gli scrittori, poi, dovevano adeguarsi alle richieste del mercato. Pertanto dalle pagine dei pulp non poteva che filtrare l'ideologia prevalente dell'epoca: una visione sostanzialmente aproblematica - anzi, agli inizi entusiastica - della scienza e della tecnologia, la certezza del primato dell'Homo Sapiens bianco (specie statunitense), un'idea di espansione illimitata (galattica) della cultura occidentale; la rimozione di alcune tematiche "forti". Nella convinzione di una presunta "apoliticità" della science fiction.


E' il caso che mi spieghi, a scanso di fraintendimenti: dai suoi inizi, si può dire, la science fiction ha sviluppato esempi di critica anche profonda nei confronti del reale. Non era certo difficile incontrare in alcuni racconti una presa di coscienza dei problemi ambientali (la sf ha inventato l'ecologia prima che il termine fosse coniato), o del razzismo, o la ricerca di un mondo a venire più evoluto e più a misura d'uomo. Basta riandare alla Macchina del tempo - 1896 - del socialista Wells, con le sue implicazioni sul futuro dei "privilegiati" e degli "sfruttati" (ma perfino in opere di Jules Verne si possono cogliere - sia pure in modo contraddittorio - momenti non conformisti, se non progressisti). Tuttavia la science fiction wellsiana aveva ascendenze in Swift, Stevenson, Defoe, laddove quella americana doveva fare soprattutto i conti col mercato dei pulp.


Fu solo dagli anni '50 che alcuni autori sf statunitensi presero a scrivere, consapevolmente, storie diverse in tematiche e stile. Nasceva quella che è stata convenzionalmente definita social science fiction. Nelle loro opere - solitamente ospitate dalla sofisticata rivista Galaxy - cominciarono a insinuarsi temi quali la contestazione del sistema, la revisione dei ruoli maschile e femminile, la denuncia di gruppi occulti di potere e dei meccanismi generatori di conflitti armati, la corruzione ai vertici della società, eccetera. Tematiche che venivano sviluppate con il ricorso al grottesco, all'iperbole, alla metafora.
In questo ambito, Frederik Pohl & Cyril Kornbluth ci raccontavano i letali condizionamenti della pubblicità (I mercanti dello spazio, 1952), o delle aziende sui propri dipendenti (Le ragioni di Rafferty, racconto scritto nel 1955 e che a lungo pare fosse volutamente... rimosso dall'editoria italiana), o la mercificazione generalizzata (Buon compleanno caro Gesù, 1957). Con sarcasmo e ironia Robert Sheckley sparava a zero sull'ideologia dei nuovi mass media (Sprezzo del pericolo, 1958) ma anche su una visione borghese dei sentimenti e dell'amore (Pellegrinaggio alla Terra, 1957). Pagamento anticipato (1956) di William Tenn giocava con delitto e castigo capovolgendone i termini, e Il problema della servitù (1955), dello stesso Tenn, era una ironica parabola sulla natura del potere. Il lastrico dell'inferno (1955), di Damon Knight, descriveva nuovi metodi di coercizione psichica dei cittadini. Varie storie di Mack Reynolds amplificavano le aberrazioni del libero mercato (Ed egli maledisse lo scandalo, Effetto valanga, Delitto nell'utopia, scritti fra gli anni '60 e '70); il suo paradossale racconto Interesse composto (1951) interpretava l'intera storia umana come risultato del... deposito in banca di un'enorme somma di danaro.


I frutti di questo approccio critico vennero raccolti dalle istanze coagulatesi intorno al Sessantotto, intorno alle suggestioni dell'universo rock, e nelle fila dei movimenti libertari, assumendo molte valenze, dalla contestazione politica a quella filosofico-esistenziale. Nel racconto Riva d'Asia (1968) di Thomas Disch, il protagonista scopriva l'arbitrarietà dei codici sottilmente impostici dai mass media e da convenzioni sclerotizzate, e ciò finiva col disgregare la sua personalità. Già in Pentiti, Arlecchino (1965) di Harlan Ellison, premiato con l'Hugo, c'era una stralunata rappresentazione dell'omologazione e della mercificazione del nostro tempo (quindi della vita) operate dalla "macchina" industriale.
Il 1969 fu l'anno del fondamentale La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Il romanzo narrava di un pianeta i cui abitanti - sostanzialmente umani - erano in grado di sviluppare indifferentemente l'uno o l'altro sesso nel breve periodo della loro fertilità; ne risultava una indagine fascinosa delle configurazioni culturali in una società senza ruoli sessuali fissi. I reietti dell'altro pianeta, della stessa Le Guin (1972), contrapponeva i pianeti Urras e Anarres, "uno luna dell'altro": il primo d'essi era teatro di uno spietato capitalismo, il secondo ospitava una società egalitaria, orgogliosamente edificata con fatica e rinunce, e ispirata ad un anarchismo tinto di francescanesimo.
La svastica sul sole di Philip K. Dick (1962), è un notissimo romanzo ambientato in un universo alternativo in cui le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale. E' d'obbligo citarlo, non solo per il tema dichiaratamente politico (e comunque non nuovissimo). In quest'opera l'autore, in anticipo sul proprio tempo, proseguiva nella costruzione di un suo complesso universo in cui si sarebbero mescolati critica al razzismo e alle diversità in genere, analisi della "microfisica del potere", descrizione dell'indecidibilità del reale. Fu infatti soprattutto il diverso linguaggio della nuova sf anni Settanta (più che alcune tematiche dissacranti) a scavare in profondità nei meandri del reale e a stravolgere assunti considerati immutabili; ciò che la social sf dei '60, nonostante tutto, non era stata in grado di fare.

Fine anni '70: la polemica italiana su "fantascienza e politica".

Remo Guerrini
Allorché nel 1977 scoppiò sulle pagine della rivista Robot una accesa polemica sui rapporti tra fs e politica, l'ambiente dei lettori abituali apparve com'era da anni, cioè sostanzialmente impreparato. Era stato sufficiente - com'è ormai noto - un articolo, su quelle pagine, del giornalista Remo Guerrini in cui semplicemente si ribadiva una verità lapalissiana: la narrativa, ergo anche (direi: "soprattutto") la fantascienza, riflette le idee politiche di chi la scrive. Guerrini portava a sostegno alcuni esempi, del resto noti.
E' il caso di premettere che alcuni anni prima (1968) negli Usa due riviste, Galaxy e If, avevano entrambe pubblicato alcune pagine a pagamento contenenti due liste di nomi di scrittori di fantascienza, poste l'una di fronte all'altra: a favore o contro l'intervento americano nel Vietnam. Tra le 72 firme "pro" figuravano John W. Campbell, Hal Clement, Poul Anderson, Robert A. Heinlein, Jack Vance, L. Sprague de Camp, Jack Williamson, Larry Niven, Raphael A. Lafferty; "contro" erano in 82, fra cui Isaac Asimov, Ray Bradbury, Philip K. Dick, Lester del Rey, Philip Jose Farmer, Harry Harrison, Robert Silverberg, Fritz Leiber, Damon Knight, Ursula Le Guin, Norman Spinrad, Samuel Delany, Harlan Ellison.
Pare che questo elenco, negli Usa, non avesse sconvolto più di tanto.
Ad ogni modo, un nostro discorso su autori sf statunitensi "di destra" e "di sinistra" dovrebbe considerare la diversa realtà e storia degli Usa, che in alcuni casi ha creato degli ibridi. Per esempio, Heinlein è stato definito "fascista", soprattutto per certi suoi romanzi e racconti (Fanteria dello spazio, Storia di Farnham, Logica dell'Impero...), ma egli ha avuto anche i palpiti libertari di Straniero in terra straniera, testo che diventò una bibbia per i "Figli dei fiori" e per la "liberazione sessuale" a fine anni Sessanta. Indubbiamente RAH (autore di grossissimo mestiere) era un conservatore, ma di un conservatorismo definito da alcuni anarco-individualista (espressione a mio avviso inappropriata), contraddittorio ai nostri occhi. E quanto al Good Doctor Asimov, nonostante fosse intelligenza razionale e aperta, sovente i suoi scritti si cacciavano in... imbuti ideologici.


Basti pensare a Diritto di voto (1955), storia in cui si immaginava una "perfetta" società futura in cui per scegliere il governo sarà sufficiente "una" sola persona, in quanto indicata dal supercalcolatore di turno come elettore più rappresentativo (e non si trattava di un racconto satirico, tutt'altro!). E' anche vero che ci furono autori come Mack Reynolds (1917-1983), del quale ho già riportato vari titoli; aggiungo, trovandoci in tema, che per venticinque anni Reynolds fu attivista del Partito Socialista dei Lavoratori Americani (Socialist Workers Party USA). Nella sua raccolta di saggi Alla periferia di Alphaville (2001, ed. L'Ancora del Mediterraneo), Valerio Evangelisti riporta che Frank Belknap Long era marxista; Robert E. Howard - il creatore di Conan il Barbaro - di sinistra; mentre Howard Ph. Lovecraft ebbe tardive simpatie per Marx, come rivela il suo sterminato epistolario, parzialmente tradotto in Italia. Tutto ciò potrebbe sorprendere più d'uno, ma dimostra soprattutto quanto artificiose si siano rivelate certe etichette apposte su molti autori; e denuncia i decenni di grottesca incapacità della sinistra di "leggere" senza preconcetti il "fantastico"... Tranne rare eccezioni, si intende (mi riferisco ad alcuni scritti o prefazioni - fin dagli anni '70 - di Giuseppe Lippi, Riccardo Valla, e pochi altri specialisti).
Ma torniamo a Guerrini, il quale si richiamava alla lista dei "favorevoli" e "contrari", per commentare:
Basterebbero questi episodi a dimostrare che: 1) talvolta gli scrittori di fantascienza scendono dalle nuvole e pensano; 2) hanno quindi idee politiche; 3) queste idee, espresse, vanno a finire in misura minore o maggiore nei libri. Altrimenti gli scrittori altro non sarebbero che macchine da scrivere a due zampe, pertanto sostituibili da un qualsiasi robot. (...) La sf pesca nella politica (è bene sgombrare subito il campo: soltanto un imbecille può fraintendere la politica con l'adesione a un partito. Politica è compiere delle scelte, partecipare alla vita sociale, contribuire a determinarla, talvolta aderendo "anche" a un partito), e anzi vi attinge abbondante materiale: spunti narrativi e ideologici, argomenti. Trattare una storia secondo un'ottica invece che secondo un'altra significa già far politica, magari inconsciamente. D'altra parte, prove che negli uomini della sf la politica è presente proprio come scelta ideologica precisa ce ne sono a bizzeffe. Vediamone qualcuna.

Guerrini proponeva esempi tratti dalle bibliografie di vari scrittori. Ne cito alcuni, aggiungendone altri: John Brunner (Il gregge alza la testa, 1972), Norman Spinrad (Jack Barron e l'eternità, 1969), Robert Silverberg (Manoscritto trovato in una macchina del tempo abbandonata, 1973), Harry Harrison (Bill, eroe galattico, 1964). E poi classici come Il tallone di ferro (1894) di Jack London, Il Mondo Nuovo (1932) di Aldous Huxley, Noi (1922) di Evgenij I. Zamjatin, George Orwell e il suo celebre 1984 (1949; opera che teneva ben presente il modello di Zamjatin)... E così via. Su un versante ideologico ben preciso (di destra) erano altri autori citati, fra cui Ron L. Hubbard e il suo famoso romanzo L'ultimo vessillo (1940). Altre opere sulla scia di Zamjatin, i romanzi della scrittrice Ayn Rand, pervasi di veemente (ma un po' ingenuo) anti-comunismo: per esempio La vita è nostra (prima ed. italiana nel 1940).
Ebbene: l'articolo di Guerrini sortì un effetto devastante. Sintomo evidente di una diffusa debolezza, di un nervo scoperto. I Settanta erano stati il decennio di Piazza Fontana, della nascita delle BR, il caso Moro, le "gambizzazioni", gli scioperi a catena, cortei, scontri in piazza con feriti e morti, acuirsi delle tensioni tra destra e sinistra. Che in tale contesto qualche pagina su una pubblicazione di fantascienza (!) scatenasse il putiferio, la dice lunga sui tempi, ma soprattutto sul fanta-ambiente nostrano: ci furono prese di posizione nette su un fronte politico e sull'altro, accuse offensive all'estensore dell'articolo e a Vittorio Curtoni, direttore della rivista; la redazione fu inondata di lettere di plauso e di proteste; e in seguito si argomentò che proprio quell'articolo avesse innescato la parabola discendente di Robot (ma le cause furono altre).

Eppure da tempo anche in Italia si faceva, notoriamente, "politica" con la fantascienza. Un esempio lampante erano le edizioni Fanucci (vecchia gestione), per anni curate da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Le introduzioni ai volumi avevano una dichiarata ottica di destra: come diversamente interpretare, infatti, il ricorrere abituale di riferimenti ai vari Julius Evola (teorico, fra l'altro, dell'antisemitismo e di un razzismo "spirituale" nella sostanza non dissimile dal razzismo biologico), René Guénon, e altri nomi legati alla tradizione specifica e del fascismo. Ma fino a quel momento nessuno in Italia (che io sapessi) aveva mai scalpitato tanto. Uno dei volumi più interessanti pubblicati da Fanucci fu il già citato Jack Barron e l'eternità di Spinrad. Quest'opera giungeva in Italia preceduta da una... accattivante fama di testo dal linguaggio scabroso e provocatorio; alla sua uscita sulla rivista inglese New Worlds, erano seguiti un'interrogazione alla Camera dei Comuni e il blocco della pubblicazione (pare infatti che la rivista usufruisse di fondi pubblici). Ebbene: nell'edizione fanucciana, la consueta introduzione re-interpretava, anzi a mio parere stravolgeva, gli assunti del romanzo in chiave di destra. Voglio dire, gli esempi sotto gli occhi c'erano, talora evidentissimi.
Altre pubblicazioni sulla stessa linea furono, a partire dalla fine dei Settanta e durante gli Ottanta, la diffusa fanzine-rivista romana Sf..ere, curata da Gianni Pilo; le riviste Dimensione cosmica e L'Altro Regno edite da Solfanelli (Chieti); i titoli delle edizioni Settimo Sigillo. Per portare esempi più recenti, alla fine del 2000 risale l'uscita del volume Fantafascismo! Storie dell'Italia ucronica, curato da Gianfranco de Turris (Settimo Sigillo) contenente undici racconti italiani. In essi viene immaginato che l'Italia ai tempi di Mussolini non sia entrata in guerra; o che il fascismo sia sopravvissuto diffondendosi nel mondo, o che la Resistenza abbia avuto esiti differenti; eccetera. Uno dei racconti 'fantafascisti' è di Mario Farneti e si intitola Occidente; si tratta di un frammento dell'omonimo romanzo pubblicato dalla editrice Nord nella prima metà del 2001. Esiste inoltre la casa editrice Il Cerchio (Rimini), che nella collana Fantàsia ha presentato spesso saggistica concernente la fantascienza e/o il fantastico: cito solo due titoli, Percorsi del fantastico di Giorgio Giorgi (1997), introduzione di G. de Turris, e Sotto il segno di Hermes, di Chiara Nejrotti (1996). I riferimenti bibliografici sono sempre chiari: Dumézil, Eliade, Evola, Guénon, Kerényi, Voglino, Sermonti, Morganti, de Turris e così via.

Personalmente avevo acquisito come ovvio l'articolo di Guerrini. E se nel 1979 Robot "morì", i motivi - si sarebbe scoperto a posteriori - erano sì in un fattore "politico", ma molto esteso: non ci eravamo accorti che il mondo era già cambiato, si stava involvendo sotto i nostri occhi; giungeva l'onda di un riflusso che per un decennio avrebbe spazzato via un variegato, ricchissimo mondo di fervore, iniziative, elaborazioni, attese... E quasi tutte le pubblicazioni di fantascienza. Robot inclusa; e anche la successiva Aliens, ibrido tentativo di far rivivere ciò che era già deceduto.


Come nota personale, aggiungo che avevo vissuto con viscerale partecipazione l'aprirsi della nostra fs a certi stimoli (io stesso avevo scritto storie dichiaratamente politiche, anche su Robot). Non eravamo certamente in pochi a ritenere che la fs fosse un medium ideale per certe istanze del momento. Avevamo bene a mente, con gli autori già citati, anche opere di scrittori come Lino Aldani (Quando le radici, 1977), Ugo Malaguti (La ballata di Alain Hardy, 1968), Vittorio Curtoni (La sindrome lunare, 1978), Giuseppe Pederiali (Cronaca dal Neolitico, 1978), Inìsero Cremaschi (Il quinto punto cardinale, 1964), Gianluigi Pilu (Gioco di specchi, 1978), Livio Horrakh (Tutto l'acido dell'Impero, 1977), Daniele Ganapini, Mauro Miglieruolo e tanti ancora: lavori se non dichiaratamente politici, accomunati tuttavia da una visione critica e/o da un desiderio liberatorio di ricerca, di alterità. E va sottolineato l'intenso apporto di discussione, elaborazione critica, idee, che da anni giungeva tramite pubblicazioni quali Un'ambigua Utopia (dell'omonimo Collettivo), Pianeta Rosso, Fantasia Sociale, Intercom (oggi presente in rete).
Fu un momento - un quinquennio, circa - breve ma magico; la sensazione di essere parte attiva in qualcosa che nasceva; e che una fs ricca di idee esplosive, alternative, d'autentica immaginazione al potere, potesse dare un suo contributo concreto, anche fuori del nostro ambiente.
Il nostro ambiente piccolo.
Piccolissimo.

Dopo il riflusso. Cyber+punk

Con la sparizione di Robot e l'avvento del famigerato edonismo reaganiano, personalmente mi allontanai a lungo dalla fs, "colpevole" (ai miei occhi di allora) d'aver fallito proprio mentre pareva stesse creando qualcosa. Comunque dopo il 1980 la science fiction - quella residua, cioè soprattutto il cinema sf (tra le pochissime testate amatoriali sopravvissute - o nate - negli anni Ottanta segnalo - per quanto ci interessa qui - la già nominata Intercom, THX 1138, The Dark Side. Negli '80 Internet ancora non esiste, si sviluppano però le Bbs e appaiono i primi tentativi di pubblicazioni su supporto magnetico ed elettronico) mi parve sprofondare in un buco nero interminabile, arretrando su posizioni formali e contenutistiche di un quarantennio prima, anche se le nuove leve parevano non accorgersene. Si era tornati alla trionfale rivisitazione delle fiabe spaziali e dei megaimperi galattici in stile Jack Williamson o Edmon Hamilton che senz'altro ci avevano fatto sognare, ma in altri tempi. Unica differenza: l'evoluzione dei trucchi cinematografici. I quali però spesso facevano rimpiangere un vecchio cinema di serie D ma con maggiori contenuti. Intanto, non a caso, dilagava una fantasy stucchevole e ripetitiva.

William Gibson
Una fantascienza calata in qualche modo nel sociale sarebbe tornata, ma sotto spoglie diverse. Mi riferisco al cyberpunk. Neuromante di William Gibson (1984) resta probabilmente un romanzo-chiave di fine Millennio, ma il suo primo impatto fu per me - suppongo anche per altri - quanto meno sconcertante, per l'universo che vi si rappresentava. Onnipervasività e amplificazione dei nuovi media, mutazioni genetiche incontrollate, proliferazione di mafie, delinquenza, violenza, precarietà; estremo degrado ambientale; perdita di potere delle istituzioni e comunque sparizione di uno Stato dalle connotazioni sociali anche minime. In tale contesto, i personaggi si muovevano come marionette o come attori di uno smisurato ma claustrofobico videogioco, ai limiti della legalità e interessati esclusivamente alla propria sopravvivenza. Un universo immobile, una sorta di "fine della Storia" . Se era l'esempio della nuova fantascienza, meglio - veniva da pensare - le "guerre stellari"...
Una reazione a caldo non del tutto giustificata. Approfondendo l'universo cyberpunk sono poi emersi elementi di notevole interesse, anche "politico". Molte anticipazioni di Bruce Sterling, di Pat Cadigan, Neal Stephenson, John Shirley (e dello stesso Gibson) hanno trasmesso messaggi non banali. In primis, un sano senso di insofferenza verso i poteri forti. Inoltre la convinzione che le nuove tecnologie possano e debbano essere "di tutti", e che solo una loro adeguata padronanza da parte delle fasce basse possa contrastare i nuovi scenari di potere. Idea che forse appare ingenua, utopistica; forse significa ignorare che computer e Internet furono e sono perfettamente funzionali alla famigerata globalizzazione di economia industria e finanza, agli aspetti più deteriori della new economy e al neoliberismo ; d'altro canto, però, senza rete non esisterebbero e-mail, hacker (altra cosa dai "cracker"), né la stessa Delos, né i movimenti no-global. Sappiamo inoltre che la rete è osteggiata in misura proporzionale alla non-democraticità degli stati, dalla Cina fino all'Afghanistan dei Taleban (Va precisato che il presente articolo è stato scritto prima dell'11 settembre 2001. Esso in realtà amplia un 'pezzo' che apparve nel 1990 sulla rivista Progetto memoria, diretta da Valerio Evangelisti. Chiaro che dopo l'episodio delle Twin Towers molte cose assumono un aspetto differente; la stessa fantascienza (nel suo piccolo) si ritrova per vari motivi a dover fare i conti con il nuovo scenario e a interrogarsi su se stessa, i suoi limiti e la sua funzione: all'argomento sono dedicati in alcuni interventi sul n. 68 di Delos, cui rimando eventualmente il lettore. Ho ritenuto quindi che non fosse il caso di revisionare ulteriormente il testo, già riscritto per queste pagine.) ma anche nelle democrazie occidentali si sta facendo il meglio per soffocare la rete: il che - a me, almeno - la rende de facto più simpatica. Il puro spirito cyber accetta certe tecnologie, se ne impadronisce, le usa come arma di ritorsione. Romanzi e racconti pullulano di personaggi che fanno di questa idea una filosofia di vita. Il che dimostra che il cyberpunk non è acritico (almeno, non sempre) nei confronti della tecnologia e del reale.


Il cyber è anche un fenomeno che ha travalicato i confini della pagina scritta. Esso è stato il centro di una nuova convergenza culturale e dei media che - come ha scritto Larry McCaffery - ha riunito "scrittori, videoartisti, esperti di computer graphics, produzioni cinematografiche e tv, performance art. Hacker e movimenti controculturali techno partecipano quindi a un progetto radicale politico, che è forse anche l'unica risposta possibile al paradosso che caratterizza la società moderna: tanta miseria di comunicazione reale in una rete semiotica mai prima così ricca." Nel suo volumetto God save the cyberpunk (Synergon, 1993) Mafalda Stasi scriveva: "Nel nome Cyber/Punk si condensano le due maggiori correnti ideologiche che fanno il movimento; e mentre il punk è il padre arrabbiato, che contribuisce all'atteggiamento anarchico e di rifiuto, la rabbia e l'aggressività, la nuova scienza della cibernetica è una madre di ghiaccio".

Stelarc con tre braccia, in una sua performance
Si potrà discutere su una certa confusione e ambiguità di questo movimento, ma non può negarsi il suo iniziale atteggiamento di opposizione, il desiderio di offrire - nonostante tutto - una alternativa sociale ai suoi eroi, il suo sforzo di capire le nuove realtà socio-massmediali e intravvederne gli esiti, la sua forza di coniare un linguaggio entrato nell'uso corrente (quanti generi narrativi possono vantare un simile risultato?), infine la sua diffusione attraverso media che non fossero solo carta stampata. Perché sono stati cyberpunk anche musica, cinema, fumetto, scene teatrali, performances, perfino nuova chirurgia estetica (il volto "polimorfo" della francese Orlan, il corpo "obsoleto" di Stelarc, hanno riscritto in modo aggressivo la nozione tradizionale di identità e di "umano"; così come la ridiscute il noto fenomeno della "frammentazione del sé" in rete). L'insieme di valenze anche extraletterarie ha, inoltre, indotto alcuni a definire il cyber un vero e proprio movimento, se non l'ultima avanguardia artistica del XX secolo. Cosa poi sia realmente giunto in Italia di tutto questo, è altro discorso.
Da tempo il cyberpunk ha sostanzialmente terminato la sua parabola, ma lasciando un marchio indelebile.

Fantascienza del... "più presente"


Dal nostro punto di vista, il presente offre ben poco. Nel senso che la stragrande percentuale della massa cartacea fantascientifica che inonda edicole e librerie resta lontana da una science fiction strumento "cognitivo", cioè di indagine della realtà, stimolo intellettuale, bisturi capace di affondare nella carne viva della società, zona d'ombra da cui riemerga un autentico senso del mistero ormai virtualmente scomparso (per non dire del vecchio sense of wonder), o che prospetti una alternativa . E come sempre, la letteratura è specchio della società. In Flatlandia non può vigere che piattezza (con poche eretiche eccezioni: il semestrale Carmilla presenta una letteratura di genere che sia "forte, massimalista, viscerale" e nella quale "passato e futuro si parlano del presente, l'impossibile del possibile, il fantastico del reale"; poi la fanzine Avatar...) Ma anche alcune riviste telematiche ormai notissime si mostrano aperte all'argomento e al dibattito (ne sono testimonianza queste pagine).
In chiusura, non si può pertanto non tornare ai quesiti sollevati dall'antico articolo di Guerrini: se la narrativa è inevitabilmente portatrice di ideologie, se la science fiction in particolare si presta a farsene veicolo (consapevole o meno), cosa traspare dalla sf odierna?
Credo di aver già risposto.
Perché criticare il presente o ipotizzare alternative? Le alternative (le utopie, direbbe Suvin) - ci viene ribadito - sono già state esplorate e sono fallite. L'unica alternativa al presente è il presente. Magari migliorato, intensificato, accresciuto, cioè ancora... "più presente". Inoltre certi atteggiamenti nella fiction oggi sono politicamente scorretti. Questione di bon ton; inoltre perseverare significherebbe far crollare il botteghino. Il meccanismo stritola anche la fantascienza. E ci risiamo: la presunta apoliticità degli albori.
E' chiaro che sto generalizzando.
E' chiaro che si può parlare sottilmente, profondamente, artisticamente della vita e della morte senza sfiorare il "politico".
Shakespeare sapeva farlo.
Ma se oggi ci si vuole "sporcare" a scendere nel mondo, non se ne possono ignorare le immense contraddizioni. Per esempio: il 20% dell'umanità si spartisce l'82% del reddito mondiale; resta davvero poco da dividere tra i rimanenti cinque miliardi circa di esseri umani; alla base del diagramma a 'calice', un ultimo 20% di persone, 1200 milioni circa, si spartisce un 1,4%. Situazione di dominio pubblico, che urla giustizia ma continua a peggiorare (il divario negli ultimi decenni si è moltiplicato per sette, a dispetto delle - o grazie alle - politiche economiche dell'Occidente), eppure pare non interessare più di tanto. Per perpetuarla si usano forza e arroganza. Finché dura. [Le statistiche sono dell'Onu]. La fantascienza "sa" come si scende agli inferi, questa è sempre stata una sua caratteristica d'elezione. E dunque il nodo non si può evitare: specie quando ci si sforza di evitarlo.




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