
Politica e fantascienza: un argomento quasi tabù, trattato di rado e soprattutto da riviste fortemente connotate politicamente. Delos cerca di affrontarlo in questo speciale analizzandolo da vari punti di vista, a cominciare da un panorama storico e culturale con questo saggio di Vittorio Catani.
La fantascienza, un mezzo di indagine del reale
La moderna fantascienza - a parte problematici antenati quali Omero, Luciano di Samosata, Dante, Ariosto e altri - nasce intorno alla metà dell'Ottocento, come reazione letteraria all'impatto della civiltà industriale sulla società e sull'individuo. Due i nomi più illustri dell'epoca,
Jules Verne e
Herbert George Wells; e due i modelli iniziali d'anticipazione scientifica: da un lato l'ottimismo scientista verniano; dall'altro le visioni wellsiane (critiche nei confronti del mondo a esse contemporaneo e della sua ipotetica evoluzione futura); componenti che ritroveremo, rivisitate e rimescolate in vario modo, nella
science fiction del XX secolo.
La sf può diventare - come di fatto è diventata con scrittori più consapevoli - un notevole strumento di
indagine della realtà. E', in definitiva, la "funzione cognitiva" che si riconosce a un certo filone di questa narrativa: la capacità di radicalizzare i temi proposti, straniandoli dal consueto contesto quotidiano, facendoli quindi risaltare come non potrebbe la narrativa tradizionale. Qualunque cosa ne pensino alcuni soloni della letteratura "colta" (ma le cose stanno lentamente cambiando), la sf consente - grazie a questa sua caratteristica - un'osservazione delle dinamiche dell'uomo da una visuale innovativa, quindi una riflessione sul mondo. Essa può metterci in un diverso rapporto con le cose superando le apparenze, le abitudini, i condizionamenti.
Pertanto leggere di uomini su altri pianeti, o di città del trentesimo secolo, può significare soprattutto leggere del nostro presente in modo criticamente vivo.
Freud notò che la letteratura è un particolare esito d'una "insoddisfazione" dello scrittore nei confronti del reale. Se ciò è vero, il genere fantascientifico - con la sua capacità di affrontare temi "massimi" - offre all'estro narrativo il mezzo per riplasmare fantasticamente l'intero universo. Inevitabile che da pagine così originate traspaiano connotazioni
politiche, consapevole o meno che ne sia chi le scrive. D'altronde, secondo il famoso critico canadese
Darko Suvin (si veda
Le metamorfosi della fantascienza), la sf ha radici nel romanzo utopistico; "e l'utopia è la testimonianza del più disperato bisogno di possibilità alternative per il
mondo degli uomini, di modi diversi di vivere".
Questo articolo vuol essere una panoramica sintetica su come il "politico" (in senso lato) ha influenzato nei decenni - eventualmente ancora inflenza - la nostra narrativa. Dal mio punto di vista, ovviamente, e senza pretesa di esaurire l'argomento.
L'"apoliticità" della fantascienza degli inizi. Anni '50 e "social science fiction"
Dai tempi di
Amazing Stories (1926) il pubblico americano medio dei lettori di fs si è identificato preminentemente in una fascia giovanile della piccola borghesia moderata (se non conservatrice), e come tale mal disposta ad accogliere - o ammettere - interferenze d'altra natura nelle sue letture preferite: per esempio un discorso approfondito sul sesso, o temi con chiare implicazioni politiche. Gli scrittori, poi, dovevano adeguarsi alle richieste del mercato. Pertanto dalle pagine dei
pulp non poteva che filtrare l'ideologia prevalente dell'epoca: una visione sostanzialmente aproblematica - anzi, agli inizi entusiastica - della scienza e della tecnologia, la certezza del primato dell'Homo Sapiens bianco (specie statunitense), un'idea di espansione illimitata (galattica) della cultura occidentale; la rimozione di alcune tematiche "forti". Nella convinzione di una presunta "apoliticità" della
science fiction.