di Gian Filippo Pizzo


Autoscacco

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QUANDO LE RADICI

Se avete viaggiato anche solo un po' per la galassia, tra le poche decine di pianeti abitati da esseri senzienti, probabilmente siete stati almeno una volta al Bar di Betty Blu, quella bettola vicino all'astroporto di Rigelville. Io lo conosco molto bene perché lo frequento fin da ragazzino, quando rischiavo di subire la punizione (spesso la subii, ed era pesante) di mio padre, che non voleva frequentassi un posto del genere.
Betty Blu si vantava di provenire da un pianeta ai margini della galassia. Il nome derivava dal colore della sua pelle, unico in tutto l'universo conosciuto. Soltanto pochi intimi sapevano che in realtà Betty era terrestre, che si chiamava Maria Jones e che un tempo aveva fatto la soubrette con il nome d'arte di Mariele St. Cyr. Poi aveva avuto un grosso colpo di fortuna, era diventata ricca e aveva aperto quel locale (sì, conosco bene anche la sua storia... C'è di mezzo uno strano pianeta, Tipewy, e una caccia a un animale ancora più strano ma estremamente prezioso. E' una storia molto bella e triste, ma la racconterò un'altra volta).
Quanto a me, ero il figlio del comandante dell'astroporto e, come tale, inevitabilmente avviato alla carriera militare. Che a me non piaceva. Non avrei mai sopportato la disciplina e la dura vita di gavetta prima di poter diventare qualcuno: ci voleva molto tempo per conquistarsi la libertà. Invece avevo scelto di fare il giornalista e lo scrittore. Avrei viaggiato ugualmente, ma sarei stato libero e inoltre avrei potuto raccontare a milioni di persone ciò che avevo visto e che avevo vissuto.
Era una scelta fatta sin da piccolo, e per questo mi piaceva andare al bar di Betty, dove si incontrano i tipi più inverosimili dell'intera galassia. Veri lupi dello spazio, di tutte le razze, con pelle rossa o verdastra, squame al posto dei capelli, denti lunghi come zanne di tricheco e altre simili amenità. (Mio padre si rassegnò quando scoprì che mio fratello Philip era portato più di me alla vita militare. Adesso è lui il comandante dell'astroporto di Rigelville; praticamente non si è mai mosso da lì).
Al Bar di Betty Blu si vedono molte facce insolite. Vi circolano anche strane storie. Io ne ho ascoltate migliaia, fin da bambino, e molte (le meno incredibili; o le più incredibili, se volete) le ho poi raccontate nei miei libri. Questa non l'ho mai riferita a nessuno. So che il suo protagonista era ancora vivo fino a poco tempo fa (ignoro se adesso sia morto, comunque è sparito dalla circolazione). Non ho deciso se inserirla o meno nel mio prossimo libro; non è uno dei miei racconti ambientati su pianeti misteriosi con protagonisti alieni e luoghi esotici... quel genere di roba così richiesta dagli adolescenti, che costituiscono la maggior parte del mio pubblico. No, questa riguarda un uomo che soffrì molto per ciò che fece...
Ma giudicherete voi.

* * *

Quella sera c'era poca animazione, al Bar di Betty. La maggior parte degli avventori era terrestre, poi c'era qualche tozzo gioviano e un paio di aldebaraniani seduti mestamente (almeno così sembrava: è difficile decifrare la loro espressione) a un tavolo, a sorbire i loro liquori.
Non c'era molto da fare. Stavo giocando a scacchi con il pilota di una nave marziana atterrata quel giorno: gli spaziali sono ottimi scacchisti, dal momento che l'abbondanza del tempo libero, a bordo, li abitua alla pazienza. Charles Thomas non sfuggiva alla regola e mi batteva quasi sempre, anche perché al bar io gioco senza concentrarmi, con l'orecchio sempre teso ad ascoltare. Ma quella sera la gente era poca, e io mi sentivo in ottima forma.
Feci un bel sacrificio di cavallo in f7 che mi consentì di sferrare un attacco travolgente; il gioco di Charlie perse coesione ed egli oppose poca resistenza.
Comunque il mio avversario avrebbe ancora potuto salvare la situazione con una mossa adeguata. Charlie rifletté parecchio, mentre alle nostre spalle si creava un capannello di spettatori interessati, ma non gli riuscì di trovare il bandolo. Dietro di noi giunse una voce che diceva: - Idiota!
Mi voltai a guardare chi aveva parlato in modo così impertinente. La la voce continuò: - Poteva difendere il "matto" con la Donna in f6, e il Bianco avrebbe avuto il suo daffare per concretizzare il vantaggio in una vittoria. Ma così...
Scorsi un individuo che si scuoteva, come consapevole di aver parlato troppo - non per noi, ma per se stesso - e si allontanava verso il bancone, dondolando la testa.
Nonostante tutto, quella figura mi affascinò. Era completamente calvo, in modo da apparire più un gropi che un essere umano. Il suo cranio non era liscio; aveva delle asperità, era quasi ondulato, similmente al personaggio di un racconto di Henry Miller (mi sarei reso conto più tardi che per certi versi gli somigliava anche nel carattere). Lo raggiunsi quando non era ancora arrivato al banco di mescita e, in vena di bullerie, gli chiesi se - visto che era tanto bravo - volesse poi fare una partita con me.
- No, grazie - rispose lui. - Non gioco a scacchi.
Eppure aveva dimostrato un'ottima competenza, controbattei insistendo per una partita. Ma lui non mi diede più retta: comperò una bottiglia del peggior vurguzz e andò a sedersi nell'angolo più in ombra del locale.
Tornai a proseguire la mia sfida con Charlie. Ma mi misi a bere. Improvvisamente ero giù di corda; quell'individuo aveva acceso la mia curiosità e provavo un senso di frustrazione per non poterla soddisfare. Non l'avevo mai visto, ne ero certo, e non era nemmeno un personaggio di fama nell'ambiente, altrimenti me ne sarei ricordato. Eppure aveva l'aria di uno spaziale navigato ed esperto. Possibile che non mi richiamasse nulla alla mente?
Un'ora più tardi, un po' brillo, tornai dallo strano tipo e lo invitai nuovamente a misurarsi con me nel gioco.
- No - mi ripeté. - Una volta ero in gamba... vinsi persino contro un computer HAL 10000. Mi fu fatale... Ma non per la partita. Da allora non gioco più.
Parlava con voce leggermente impastata dall'alcool, ma la mente era lucida. Appariva pacato, tranquillo... e io fiutai subito una storia avvincente.
Sedetti al suo tavolo e gli offrii dell'altro liquore per invogliarlo a proseguire. Si richiuse subito, come una conchiglia che protegge la sua perla, e non disse più nulla finché alla chiusura del bar se ne andò, ubriaco ma ancora saldo. La sua perla doveva essere molto grossa, ma nera e opaca.
Scoprii il mistero qualche giorno più tardi.

* * *

Lo spaziale aveva preso ad andare al Bar di Betty Blu ogni sera. Sedeva sempre allo stesso tavolo, con la sua bottiglia di vurguzz. Non capivo come un uomo della sua tempra apprezzasse quell'orrendo liquore. Si dice che il vurguzz sia distillato dalle zampe di rane venusiane, ma è un'evidente leggenda, dato che su Venere non c'è mai stata traccia di vita indigena (inoltre il vurguzz ha cominciato a essere prodotto prima dell'esplorazione di Venere, centinaia di anni fa). In realtà esso si ottiene da un vino di prezzemolo prodotto dai bianchi di Ofelia; non è malvagio, ma è fortemente aromatizzato con menta e anice. Trovo sgradevole il suo sapore dolciastro, da donnicciole terrestri, ma a volte mi piace berlo diluito in acqua: è dissetante, nelle afose serate estive.
Al Bar di Betty Blu ne bevvi tanto, e liscio: sedevo davanti allo strano individuo, offrivo una bottiglia e gli chiedevo inevitabilmente di giocare una partita. Lui sorrideva un po' triste e declinava l'invito. Per me era diventata un'ossessione. Non sono mai stato un fanatico del "nobil gioco" né ho mai partecipato a tornei ufficiali, ma gli scacchi mi hanno sempre interessato. Forse erano anche un mezzo per vendicarmi del mondo, o semplicemente per avvicinarlo, dato che sono di natura schiva e riservata.
Il mio mondo è sempre stato quello della fantasia e dell'immaginazione, per questo ho scelto di fare lo scrittore; e gli scacchi sono fantasia e immaginazione, ma per esercitare queste facoltà occorre avvicinare gli altri, la gente. Anche i racconti che scrivo sono in larga parte invenzione, benché dentro ci siano persone, fittizie o spesso reali. E quello spaziale sembrava proprio il protagonista di uno dei miei racconti, solo che non lo avevo descritto io, l'avevo trovato. Era questo, forse, che mi metteva maggiormente in agitazione e mi affascinava.

* * *

Era una sera con molta confusione. Un'astronave era appena arrivata da Capella, una di quelle cosmonavi gigantesche con decine di membri nell'equipaggio. Erano rimasti nello spazio un bel po' di tempo e avevano ottenuto la libera uscita tutti insieme.
La sera prima se n'erano andati dalle loro donne (le donne che avevano in quel porto) oppure si erano ubriacati. Adesso erano più calmi e ci si poteva conversare, chiedere delle loro avventure, gli ultimi pettegolezzi sul comandante, tutte le novità di un altro sistema stellare. Normalmente avrei cercato di attingere quanto più potevo, ma la presenza del mio uomo mi assorbiva completamente. Era stato salutato da un paio di nuovi arrivati e aveva risposto cortesemente, ma non si era trattenuto con loro.
Io organizzai piccoli tornei di scacchi (classici, ma anche progressivi o scacchi-piramide) sperando così di scuoterlo. Giunsi perfino a provocarlo apertamente accusandolo di vigliaccheria, ma lui non si smosse.
Poco dopo fui avvicinato da un marinaio spaziale. L'avevo visto parlare con il mio uomo, perciò ascoltai con interesse ciò che aveva da dirmi. L'arrivo di una possibile fonte di notizie fu per me una vera fortuna.
- Conosco la sua storia - annunciò il mio interlocutore. - Se vuoi te la racconto. Credo di essere l'unico sopravvissuto della vicenda, assieme a "Korchnoi" Smith, e ormai non interessa più a nessuno. Te la racconto volentieri, ma Korchnoi... lascialo in pace.
Accettai subito e ci ritirammo in un angolo. Il tipo aveva l'inconsueto nome di Xanth Cordmaker e doveva essere prossimo alla pensione, forse di due o tre anni più giovane (o più vecchio) di Smith. Naso aquilino, voce cavernosa.
- Ho ancora quella maledetta partita. - Tirò fuori uno spiegazzato foglio di fibroplast e me lo tese. - Dopo il disastro, la recuperai dalla memoria del computer.
Xanth Cordmaker seguitò a parlare, e da lui appresi che Smith era stato un ottimo spaziale. Un tipo pacato, tranquillo, un po' sulle sue ma pronto a bere e a scherzare con i compagni, nonostante la sua aria distaccata. Era capace di trasformarsi, se ce n'era bisogno, e più volte aveva dato prova di forza e intelligenza. Si era guadagnato i gradi nella prima guerra contro i capellani; pare che precedentemente fosse stato maggiore del Corpo Spaziale e avesse disertato in occasione della guerra di Ofelia. Era successo un gran casino quando qualcuno aveva diffuso la congettura che gli ofeliani non fossero alieni ma terrestri di un'altra razza, costretti a emigrare migliaia di anni prima. Lui ci aveva creduto, e aveva presentato una veemente protesta nella quale denunciava anche certi metodi militari. Poi era sparito.
Forse Smith non era il suo vero nome. Era quello con cui si era arruolato, preceduto da un "K." che facilitò la scelta del suo soprannome fra gli Spaziali, stavolta corpo civile. Sulla Bellerofonte nessuno sapeva altro di lui, nessuno gli aveva chiesto mai nulla. Il nome della Bellerofonte mi ricordò qualcosa; era una nave civile tra le più grandi e perfezionate, tanto da avere a bordo perfino un laboratorio scientifico. Nei suoi lunghi viaggi l'astronave spesso deviava dalla rotta a scopo di esplorazione e ricerca: era una delle pochissime navi autorizzata a farlo.
Quando scoppiò la rivolta del quarto pianeta di Altair (continuava a raccontare Cordmaker) la Bellerofonte fu trasformata temporaneamente in nave militare, e fu in quell'occasione che venne distrutta. Ero un ragazzo quando successe quell'episodio, e ricordo lo scalpore che suscitò. Si era sospettato un sabotaggio, ma queste voci circolano sempre in tempo di guerra. Indubbiamente era strano che la nave fosse stata distrutta in una battaglia contro una nave più piccola. Quel fatto, come tanti, era stato dimenticato. Invece adesso scoprivo che forse sotto c'era davvero qualcosa di insolito; qualcosa in più di quanto avessero tramandato le cronache.
Non potei fare a meno di girare lo sguardo verso Smith, all'altro lato del bar. Mi riusciva difficile vedere in lui un traditore, anche se dentro portava il peso di una colpa.
Mi volsi verso Cordmaker, e lo scoprii assorto nei ricordi. Frenai la mia impazienza e attesi che riprendesse a parlare.
L'atmosfera del bar era meno allegra; i liquori avevano fatto il loro effetto e l'agitazione aveva lasciato il posto alla stanchezza. Le discussioni erano scemate e molti erano già andati via. Smith restava al suo posto. Tra breve avrebbe scolato l'ultimo sorso, direttamente dalla bottiglia quasi vuota, e se ne sarebbe andato verso una notte forse senza sonno. Mi guardava, ma riusciva a immaginare cosa pensavo? Che mi chiedevo anche cosa c'entrassero gli scacchi in quella storia?
C'entravano.
Gli scacchi erano la sola passione di Smith, riprese a dire Cordmaker. Per questo era soprannominato Korchnoi, il nome del campione del mondo di scacchi del lontano 1984. Come lui era un tipo tranquillo, ma se giocava si trasformava, diventava aggressivo e quasi feroce. Non parlava quasi d'altro, a bordo, quando gli spaziali si ritrovavano nella sala di ricreazione. Sembrava che non avesse mai avuto una famiglia o una moglie, tuttavia si diceva che si fosse arruolato proprio per sfuggire il ricordo di una donna. Più che una passione gli scacchi per lui erano una mania, una droga. Senza far nomi o date aveva rivelato di essere stato per più edizioni campione del suo mondo d'origine, di aver vinto anche importanti tornei interplanetari.
E poi... Aveva dovuto accontentarsi di giocare coi camerati, o nei bar durante le soste. Per il tempo che erano stati colleghi, Cordmaker non lo aveva mai visto perdere, nemmeno con il medico di bordo, che pure si dedicava molto allo studio dei manuali e giocava via radio (impiegando anni per finire una partita, date le distanze). Nemmeno gli extraterrestri gli resistevano; gli unici che riuscivano ad impensierirlo erano i gropi, ma neanche questi, con le loro facoltà metalogiche, erano in grado di batterlo.
E' evidente che a un certo punto Smith si fosse annoiato di vincere, e avesse cercato avversari che lo impegnassero di più.
Li trovò nei calcolatori delle astronavi.

* * *

Quando i calcolatori non erano impegnati a tracciare rotte o in altre mansioni, era Smith che li teneva occupati. Non si è mai saputo chi vincesse, ma è probabile che fosse il computer. Smith aveva finalmente degli avversari, ma ne usciva frustrato. Non si spiega quel che successe poi, senza presupporre in lui una voglia sfrenata di vittoria.
In quel tempo la Bellerofonte era adibita all'esplorazione. Con la rivolta Zairiana in corso, tutti i trasporti passeggeri erano stati sospesi e le navi erano a disposizione per eventuali azioni di guerra. La stessa cosa era successa qualche anno prima nel conflitto contro Capella; era stato così che Korchnoi Smith si era trovato a essere sergente della Riserva. Quei gradi gli erano pesati, ma non poteva rinunciarvi senza doversi ritirare a terra. Finché la Bellerofonte avesse svolto compiti che la tenevano lontano dalle zone di fuoco, era una situazione che egli poteva sopportare.
Nessuno credeva nella possibilità di una battaglia.
Altair aveva adottato una tattica temporeggiatrice e aveva armato vascelli da corsa, ma alla Bellerofonte non era giunta notizia dei nuovi sviluppi. Non ci si aspettava di veder comparire all'improvviso un'astronave: ma era apparsa, e aveva preso a sparare senza perdere tempo nelle formalità.
Quando ciò avvenne Smith si trovava di guardia alla sala comando. Era solo, e naturalmente stava giocando col computer. La partita doveva essere cominciata il giorno prima, poi Smith aveva sospeso e si era ritirato nella cuccetta per riflettere (sosteneva che fosse perfettamente lecito, per bilanciare la velocità di analisi di un elaboratore). Cordmaker ricordava bene l'inizio, perché Smith glielo aveva mostrato.
Come era suo costume, Smith apriva sempre di re per provocare un gioco aperto e violento, nel quale la fantasia umana potesse avere la meglio sulle capacità analitiche di un computer (o di un gropi). Il calcolatore della Bellerofonte, un perfezionatissimo HAL 10000, era stato programmato con la consapevolezza del proprio limite, perciò rifiutava questo tipo di gioco e si rifugiava in una tattica semichiusa.
Quella volta HAL rispose con una "difesa siciliana", che è più bella e più solida di altri giochi semichiusi (Pirc, Caro-Kann, "francese" o Kasparov) ma che offre la possibilità al Bianco di rientrare in un gioco più aperto e battagliero. Smith non si lasciò sfuggire questa possibilità: sacrificò un pedone (ciò che in gergo tecnico si chiama "gambetto") per ottenere in cambio un gioco d'attacco, con i suoi pezzi tutti ben piazzati per scatenare un'offensiva. HAL pescò dalla sua memoria una variante complicata ma rinunciataria, simile alla cosiddetta "variante del dragone", ma Smith giocò correttamente, sì che a metà partita erano stati seguiti alla perfezione i consigli dei manuali.
Fui io a questo punto ad interrompere Cordmaker. Da scacchista, restavo ammirato dalla bravura di Smith, perché non è facile ricordare l'esatta sequenza di mosse di un gambetto Morra-Matulovic in cui il Nero adotti il fianchetto di re. E' probabile che se Smith avesse accettato di giocare con me, mi avrebbe stracciato in poche mosse, ma questo non faceva che far aumentare il mio desiderio di misurarmi con lui. So cosa state per dirmi: che non mi era chiaro se Smith mi interessasse più come uomo o come scacchista. E' vero, non lo sapevo; forse, semplicemente, non si può scindere la personalità in questo modo. Né la mia né quella di Smith.
Nuovamente levai guardai verso il suo tavolino. Non c'era. Non c'era più nessuno nel bar tranne me, Cordmaker e Betty, che stava già rimettendo in ordine. Il racconto che avevo ascoltato mi aveva completamente tratto fuori dal mondo; ero sulla Bellerofonte accanto a Smith che giocava a scacchi inserendo schede perforate nel terminale di un ordinatore elettronico, mentre il cielo intorno era scuro e sul chiarore lontano della galassia M31 si disegnava la sagoma di un'astronave nemica.
Fissai il tavolino vuoto di Smith, la bottiglia di vurguzz vacante, e mi chiesi se lo avrei mai rivisto. Forse era forse un presentimento, nulla vietava che potessi rivederlo l'indomani sera come ogni sera nella settimana precedente.
Betty aveva già spento l'insegna e abbassata la saracinesca. Mi guardò con fare interrogativo, ma io le feci cenno di portarci ancora da bere. Saremmo usciti dalla porticina laterale, come mi succedeva quando facevo particolarmente tardi. La conoscevo ormai da vent'anni ed ero uno dei suoi pochissimi amici.

* * *

Invece di continuare a parlare, Cordmaker mi porse il pezzo di fibroplast. C'erano le mosse della partita, in notazione alfanumerica. Sì, ora riuscivo anche io a raffigurarmi la posizione; fino alla decima mossa era tutta prevista dalla teoria di gioco: a quel punto Smith aveva sospeso per studiare meglio l'attacco. La posizione di HAL appariva solida, e solo un'esatta successione di mosse avrebbe potuto sconvolgergli la difesa.
Meccanicamente presi una scacchiera dal tavolo accanto e sistemai i pezzi.
Cordmaker mi osservava incuriosito, ma capì subito che io avevo afferrato il punto.
- Ti avevo anticipato che conosco la sua storia - mi disse. - La storia di un uomo chiamato Korchnoi Smith. Ma forse dovevo dire di conoscere la storia di un computer HAL 10000. Pensa: un'astronave con decine di uomini a bordo, un'altra astronave che compare improvvisamente e apre il fuoco con i cannoni laser. E invece di suonare l'allarme, invece di predisporre le difese e magari fuggire a tutta birra, HAL, o perlomeno lo HAL che c'era sulla Bellerofonte, se ne frega di tutta la sua programmazione e delle leggi della robotica e continua a giocare a scacchi. Io non so se i computer possano avere un'anima; di certo non ce l'hanno i gropi e gli altri extraterrestri, né si sa se ce l'abbiano gli umani. Ma HAL doveva avere qualcosa di simile. Ci ho pensato tanto, da quella volta. Una partita di scacchi che assorbe tutti i pensieri di un uomo e di un calcolatore. Fa dimenticare loro dove sono e ciò che devono fare. Posso capire Korchnoi - proseguì Cordmaker. - Era frustato, forse non era mai riuscito a battere il calcolatore. Ma HAL? Aveva subito un guasto? Aveva deliberatamente isolato tutte le altre attrezzature per dedicarsi esclusivamente alla partita? O forse i raggi cosmici ne avevano alterato la struttura? Non so, giuro che non l'ho mai capito.
Queste riflessioni di Cordmaker erano anche le mie. Avevo udito tante storie e le avevo a mia volta tramandante, mai però avevo sentito di un computer che manifesta sensazioni umane. Mi misi a studiare la partita e anche io, come Cordmaker, come Smith, come HAL, ne rimasi avvinto. C'era... una bellezza intrinseca in quella sequenza di mosse, credetemi. Una bellezza pura, perché scissa da qualunque riferimento alla materia; astratta come un teorema matematico o una speculazione filosofica. Potevo capire che Smith si fosse lasciato abbagliare; io stesso mi perdevo nell'intrico delle possibilità, dimentico di quanto succedeva intorno. Ma HAL?
Continuai ad ascoltare il racconto, mentre seguivo passo passo il dipanarsi della partita. Ero curioso di sapere come si erano svolti i fatti... anche se ormai ne indovinavo la conclusione.

(l. e4,c5; 2. d4,cxd4; 3. c3, dxc3; 4. Cxc3, Cc6; 5. Cf3, g6; 6. Ac4, Ag7; 7. O-O, Ch6; 8. h3, O-O; 9. Af4, Rh8; 10. Dd2, Cg8).

Feci un'altra decina di mosse. Provavo una strana sensazione, nello spostare quei pezzetti di legno. Sentivo che c'era un contrasto enorme tra le mosse che leggevo nell'alfabeto dei computer e i pezzi, antichi e uguali a se stessi da tre o quattromila anni (erano in stile spagnolo, intarsiati in maniera un po' barocca). Mi sembrava di ripetere un rito pagano che strideva contro il mondo che conoscevo. Il re e la sua donna, che avevano bisogno del vescovo - detto anche alfiere - per sancire la loro unione (anche se il vescovo è un po' matto) e dei cavalieri che li difendessero, e delle torri che gli dessero asilo... erano personaggi vecchi, di una storia che non veniva più raccontata, che si era persa indietro nel tempo, nessuno la ricordava più. Una storia di secoli e di terre lontane.
Eravamo in pochi a sapere quali misteri si celassero dietro quei nomi e quelle maschere di bosso. Xanth Cordmaker certamente non ne sapeva nulla; per lui era solo un gioco, bello e appassionante. Ma sospettavo che Korchnoi Smith ne fosse, come me, un cultore.
Per lui aveva importanza che ci fosse una tradizione, una leggenda degli scacchi. Una leggenda che aveva per protagonisti degli uomini, uomini veri, reali come me e voi. Per la maggior parte della gente tutto ciò si era perso. Non per me. E mi dicevo che era questo a torturare Smith: che un calcolatore, un essere meccanico, potesse trionfare sulla naturalità. No, doveva vincere. La successiva decina di mosse era quasi interlocutoria. Smith piazzava i pezzi nei punti migliori per il prossimo attacco, mentre il Nero tentava di consolidare la sua difesa. Tuttavia il Bianco (Smith) era sistemato meglio; scambiò alcuni pezzi, ma riuscì a sfiancheggiare l'arrocco di HAL.

(11. e5,a6; 12. Cg5,e6; 13. Tfe1, Dc7; 14. De3, Cge7; 15. Cf3, b5; 16. Ad3, Ab7; 17. Ah6, f6; 18. exf6, Txf6; 19. Axg7+, Rxg7; 20. Tac1, Taf8).

- A questo punto - disse Cordmaker - Korchnoi interruppe di nuovo la partita... Io ero entrato in sala comando per controllare alcuni strumenti e per prendere un solenoide dall'armadietto. Impiegai una mezz'ora, e per tutto il tempo lui non diede segni di vita. Stetti dietro le sue spalle e studiai la partita che compariva sul video di HAL. Smith annotava le mosse sul suo quadernetto e aveva già scritto la successiva. Voleva minacciare la torre avversaria, e a me sembrava buona, perché poi poteva continuare a minacciare con l'altro cavallo, mentre poteva facilmente difendere la sua donna da un attacco.
- E' quanto sembra anche a me - lo interruppi.
Probabilmente, pensai, Smith era già andato oltre, analizzando con varie mosse di anticipo, e voleva essere sicuro prima di inserire la mossa. Forse a questo punto era già sicuro di avere la vittoria in pugno.
I giocatori di scacchi, quelli veri, non come me che sbaglio sempre per impazienza, sono molto prudenti e controllano sempre tutte le possibilità prima di muovere. E guardando la scacchiera pensavo che Cordmaker aveva ragione: eppure riuscivo ad andare un po' più avanti di lui. Vedevo minacce combinate dei cavalli, specie sul punto e6. Null'altro.
Proseguii a spostare i pezzi sulla scacchiera.

(21. Ce4, Cf5; 22. De2, T6f7; 23. Cfg5, ; 24. Cc5, Ac8; 25. Ae4, Cfd4).

Ma Cordmaker, lì sull'astronave, non era rimasto ad aspettare di verificare la sua ipotesi; solo un'ora più tardi constatò di aver visto giusto. Finì di sostituire il solenoide e poi, libero dal servizio, richiamò da un altro terminale la partita. A quel punto non avrebbe più saputo continuare (nemmeno io, per la verità); e non apprese che molto tempo dopo come era finita.

26. h4

A questo punto si possono fare solo delle ipotesi. Nessuno, nemmeno Smith, era in grado di raccontare come si fossero svolti i fatti. Lui era là in sala comando, impegnato in una sfida che assorbiva tutte le sue capacità. Scriveva le mosse nel quaderno, ci rifletteva sopra ancora, poi le perforava nelle schede e le inseriva in HAL. Aspettava che, con un bip, HAL lo avvisasse di aver risposto. Rimaneva immobile a guardare lo schermo dove comparivano i pezzi. Null'altro esisteva.

26..., 110 011 111 110 010 110

Xanth Cordmaker era nella sua cabina, accucciato nell'amaca. Aveva richiamato dalla memoria di HAL la partita, scritta nel linguaggio di HAL, l'alfabeto binario tutto composto di zero e uno. L'aveva tradotta e riprodotta su una scacchiera portatile, magnetica. La osservava pensieroso. Nel resto dell'astronave tutto era come sempre.
Chi doveva fare il turno successivo dormiva per riprendere le forze. Chi aveva appena finito non riusciva ad addormentarsi, e ingannava il tempo leggendo o giocando. Le stanze per i passeggeri erano vuote e desolate, o erano state adibite a deposito e rigurgitavano di armi e macchinari. Desolate, comunque. Il medico era anche lui impegnato negli scacchi: studiava una partita che lo vedeva avversario d'un gropi risiedente a milioni di miglia di distanza. Gli altri lavoravano: il cuoco tentava di ricavare un cibo accettabile dalle conserve, gli scienziati eseguivano i loro esperimenti, gli addetti alle pulizie le loro pulizie. Ciascuno aveva da fare, e nessuno aveva motivi per stare all'erta.
In quel momento arrivò l'astronave.

27. h5

HAL avrebbe dovuto vederla. Avrebbe dovuto percepire con i suoi strumenti il cambiamento della massa nello spazio più vicino. O avrebbe dovuto notare l'interrompersi della rifrazione dei raggi cosmici davanti a sé. Aveva mille sistemi per accorgersi che qualcosa non andava.

27..., 110 100 111 110 100 110

Non se ne accorse. Il video, su cui appariva una scacchiera con una partita in corso, non mostrò lo spazio cosmico circostante. Continuò a riportare una partita di scacchi.
Neanche Smith se ne accorse. In una sala comando di un'astronave come quella ci sono grandi oblò per l'osservazione diretta. L'astronave nemica era sbucata dall'interspazio proprio dinanzi a loro; si stagliava come una massa oscura contro le luci di una galassia lontana. Era perfettamente visibile, ma Smith non la vide.

28. Ccxe6+

Smith non aveva alcun motivo per alzare gli occhi verso gli oblò. La vista doveva servirgli solo per studiare la scacchiera. Era troppo importante ciò che stava facendo, per perdersi in altre cose. Smith stava lottando contro il Minotauro.
Combatteva per far trionfare l'uomo contro la macchina che l'aveva sostituito. Combatteva con le sue forze mortali contro il dio freddo della ragione avulsa dai sentimenti.
Scacco!

28..., 110 011 100 110 101 110

Il dio si difendeva. Era un dio molto povero, a ripensarci, in quanto creato dall'uomo stesso. Ma si difendeva, perché questa era una delle cose che l'uomo gli aveva insegnato. Senza accanimento, senza passione, con il distacco che si conviene a un dio. Ma intensamente, perché anche questa era una delle cose insegnategli.
Tanto intensamente che non rilevò i laser che un altro dio, di un altro Olimpo, gli scagliò contro per fare di Prometeo un Sisifo.
Mi divertii alle interpretazioni mitologiche che Cordmaker dava dell'episodio. Xanth era un buon uomo, ma come tutte le persone ignoranti non esitava a far rientrare nel ristretto ambito delle sue conoscenze tutto ciò che ne sfuggiva... Forse non aveva tutti i torti. Quanto a Korchnoi Smith, era portatore d'una tradizione di millenni che si scontrava con il nuovo: l'artificiale. lo dissi a Cordmaker, alzando finalmente gli occhi dal tavolino.

* * *

Betty non era andata via. Si era lavata la vernice celeste che portava per sedici ore al giorno ed era tornata una donna normale. Quella sera non doveva avere appuntamenti, o non era tanto stanca da voler tornare subito a casa. Mi aspettava, seduta sul banco con le gambe penzolanti. Forse si era incuriosita del mio modo di fare, più probabilmente voleva riferirmi qualche storia che aveva orecchiato.
Una buona amica, Betty. Spesso facevamo il tragitto di ritorno insieme, lei verso la sua villetta fuori città (dove riusciva perfino a coltivare le rose nell'orticello idroponico) io verso lo spazioporto, dove ero ospite di mio fratello Philip nella stessa camera che dividevamo da bambini... quando mio padre era ancora vivo.
Le feci cenno di aspettare. Mancava poco alla fine della storia, e avrei potuto farmi chiarire l'indomani alcuni particolari. Ripresi ad ascoltare Cordmaker.

29. Axc6

Smith colpì nuovamente. Ormai la partita era sua. HAL non poteva più salvarsi. I raggi laser dell'astronave raggiunero la Bellerofonte. HAL attivò istantaneamente le difese automatiche, ma era già tardi. I laser avevano menomato il campo di forza della Bellerofonte: quando HAL tentò di inserirlo, il campo non si formò.

29..., 110 110 111 110 110 110

Nessuno si accorse di nulla. Ci fu solo una leggera scossa, una cosa non insolita in una nave spaziale. Korchnoi Smith non notò nulla. Diede ancora scacco, mentre il nemico là fuori lanciava un'altra scarica.

30. h6+

HAL tentò l'estrema difesa: la fuga.

30. ..., 110 111 111 110 111 100

Il suo re arretrò, ma poteva farlo di una sola casella. La Bellerofonte non poté muoversi. I laser della seconda bordata avevano distrutto il motore iperspaziale. Quindi fece quel che poteva: virò per quanto fu possibile, alla più alta velocità in propulsione normale. Sconquassò tutto, al suo interno. Gli scienziati bestemmiarono perché le loro provette si erano rovesciate. Gli altri bestemmiarono ugualmente; chi era caduto dalla cuccetta, chi rotolava sul pavimento. Poi arrivò la terza bordata.

(26. h4, Db6; 27. h5, d6; 28. Ccxe6,Axe6; 29. Axc6, Tf6; 30. h6+, Rg8)

Potevo vedere la scena da solo, a questo punto, senza bisogno che Cordmaker me la spiegasse.
Korchnoi Smith, forse, non si era accorto di nulla. Aveva lanciato - dentro di sé, perché era un tipo troppo composto per farlo apertamente, sia pure nella solitudine di una sala di comando di un'astronave in pieno spazio interstellare - un grido di esultanza.
Poche mosse, e HAL sarebbe stato spacciato: forse una sola mossa, se il computer avesse avuto il buon gusto di dichiararsi subito sconfitto, senza attendere la calata delle torri.
La fece, stavolta senza pensare, quella mossa già prevista d'altronde da un po' di tempo...

31. Ad7

...ma non ebbe la soddisfazione di vedere sul video la famosa scritta: I LOSE.
HAL non ebbe il tempo di mostrare che, dopo tutto, era un dio e sapeva anche perdere. Era stato sconfitto, ma la sconfitta del dio era anche quella dell'uomo: dei trentacinque uomini di equipaggio. Korchnoi aveva vinto. Aveva rinverdito le gesta del suo omonimo di secoli prima. Era finalmente riuscito nello scopo perseguito da tanto tempo: aveva battuto - una sola volta, ma bastava per affermare i suoi principi - l'unico avversario che nessuno era mai riuscito a sconfiggere.
La "Bellerofonte" fu presa in pieno. Il metallo urlò mentre si disgregava, le paratie di titanio si squarciarono sotto la potenza dei raggi dell'astronave nemica, l'aria cominciò a sfuggire dagli squarci con un sibilo pressante.
L'allarme era un suono stridulo e disperato. HAL urlava. Dove fu possibile, i portelli si chiusero con uno scatto, conservando l'atmosfera nei compartimenti stagni. L'astronave si divise in tante piccole navicelle, ciascuna autonoma in cibo e aria per qualche giorno. Korchnoi Smith si ritrovò in una di queste.
Solo molto tempo dopo seppe il perché. Aveva pensato a un guasto, o a un incidente: magari una meteora. Xanth Cordmaker era in un'altra navicella; non era solo, ma il suo compagno aveva la testa fracassata dall'urto contro uno spigolo e morì dopo poche ore.
Le navette si erano sparse per tutto lo spazio intorno, allontanandosi l'una dall'altra, ciascuna seguendo il moto che le strane leggi della fisica avevano impresso al momento. Non erano vuote ma la maggior parte conteneva dei cadaveri. I pochi spaziali rimasti vivi morirono di fame, o quando l'aria terminò. Fu una brutta morte.
Xanth fu salvato qualche ora dopo dall'astronave assalitrice. Anche Smith fu salvato nello stesso modo, ma i due non si videro mai. Forse anche altri furono salvati, perché così imponeva la legge non scritta dello spazio. Non se ne ebbe mai notizia.
- Ebbi una fortuna sfacciata, devo ammetterlo - disse Cordmaker. - Me la cavai addirittura senza un graffio. La prigionia non fu tanto dura, non per chi era abituato a una vera vita errabonda. Sono sicuro che non ci fossero altri prigionieri, altrimenti li avrei visti. Gli altairiani recuperarono tutte le navicelle che avevano costituito la Bellerofonte e restituirono alla Federazione terrestre trentatré cadaveri... E due prigionieri. Non seppi mai chi fosse l'altro.

* * *

La storia poteva dirsi terminata a questo punto. Cordmaker aveva trascorso qualche tempo in prigionia assieme ad alcuni connazionali reduci di altre battaglie. Poi, quando la pace con Altair fu conclusa, tornò sulla Terra, rifiutò la pensione di guerra e riprese il mestiere di spaziale. Fu interrogato da una commissione e disse tutto quello che sapeva, che dunque non era molto. Non fece parola di Smith. Non voleva dire male di un morto. Non disse nulla neanche quando seppe che era ancora vivo, che era lui l'unico altro superstite della Bellerofonte. Ogni volta che l'interrogatorio gli ricordava il ruolo svolto da Smith, Cordmaker portava una mano alla tasca, dove conservava un pezzetto di fibroplast che si gualciva sempre più. C'era la trascrizione della partita, nel codice alfanumerico che tutti gli spaziali conoscono.
L'aveva trovato quasi per caso.
Anche gli altairiani avevano aperto un'inchiesta, per scoprire come mai avessero avuto così facilmente buon gioco, e se potevano sfruttare ancora quella tecnica. Xanth fu interrogato; gli mostrarono l'unità centrale della memoria di HAL. Lui presente, ne estrassero la registrazione degli ultimi minuti: recava solo una banale partita a scacchi.
Chissà come si trovava lì, invece di informazioni ben più importanti, e Xanth disse che no, lui non sapeva spiegarselo e comunque non era un esperto di computer, e se loro erano proprio sicuri che fosse la memoria degli ultimi minuti di vita di HAL. Intanto fece scivolare in tasca la partita.
Da allora l'aveva portata con sé. Ma non ne aveva mai parlato a nessuno, o non aveva detto di cosa realmente si trattava.
Tacque, e restammo per qualche minuto immersi nei nostri pensieri.
Credo che vedessimo entrambi la stessa scena, laggiù nello spazio interstellare, molti anni prima. Lui con il ricordo, io con l'immaginazione.
Ci congedammo. Lo ringraziai e gli strinsi la mano con un generico "arrivederci". Mi rispose che forse non ci saremmo più incontrati. Non restava a Rigelville in attesa che la sua nave ripartisse, doveva recarsi all'interno del pianeta per incontrare qualcuno, sarebbe tornato tra molti mesi per un nuovo imbarco. E al suo ritorno, probabilmente io sarei stato via per una delle mie avventure.

* * *

Pochi minuti più tardi mi trovai a camminare con Betty sotto la luce delle due lune di Rigel IV. - Betty - le chiesi - Quando potrò scrivere la tua storia?
- Quando morirò, mio caro. Non vorrai certo raccontare la mia vita prima che sia finita. Ho ancora qualcosa da fare, io. Non hai roba più interessante? La storia di stasera, per esempio.
- Anche per quella devo aspettare - ribattei. - E' vera.
- Certo. Tutte le tue storie sono vere.

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