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Rosa al confine
Anche l'albergo era vecchio, ma aveva un'aria solida e confortevole, pavimenti di legno chiaro e lustro, pilastri grossi, pareti gialline. La sala da pranzo era vasta e deserta, subito si riempì delle loro voci che per un attimo incrinarono la luce radente del sole estenuata dalle tende. Poi il meriggio riprese il sopravvento, filtrando una luminosità rarefatta e gioiosa. Anche qui gli parve che vi fosse qualcosa di eccessivo, a cominciare dalla bellezza della cameriera, alta e sottile, che aspettava che tutti fossero seduti per prendere gli ordini. Cominciarono a mangiare. I suoi vicini gli parlavano, lui rispondeva, a tratti s'infervorava, esponeva le sue idee con una certa convinzione, però si distraeva subito e tornava a guardare la cameriera che andava e veniva fra i tavoli, spingendo il carrello, controllando che tutto fosse a posto, sorridendo di un sorriso aperto ma lontano. Quel sorriso lo spingeva a bere più del solito e che l'albergo sorgesse accanto alla frontiera, che la cameriera venisse tutti i giorni a lavorare in quella zona vagamente pericolosa e comunque incerta, dove tutto sembrava dilatato e sospeso, che la sua stessa bellezza flessuosa e la sua eleganza non contassero nulla di fronte alla precarietà del confine e dell'albergo e della stessa cittadina, questo misto di perfezione e di rischio lo incitava a versarsi da bere, a proporre brindisi, in un'euforia che si esaltava di quella luminosità tripudiante e diffusa, dei capelli ariosi della ragazza rossi di hennè, del sapore delle vivande che masticava a lungo prima di inghiottire, del vino bianco che beveva a piccoli sorsi frequenti. La loro tavola era in fondo alla sala, lungo una parete. Alle sue spalle, oltre quella parete, c'era il muretto con la rete metallica, poco più in là la vecchia stazione con i muri color salmone da poco rinfrescati, con i suoi fregi bianchi, e da quella stazione cominciava una distesa immensa di pianure e di fiumi e di montagne che arrivava nel cuore del continente, una distesa di terre cui collettivamente e per convenzione si dava un nome breve e sibilato, un nome in cui, a pronunciarlo, non c'era più traccia di quella stazione, né dei binari che arrugginivano al sole, né delle garitte alte contro il cielo sui tralicci, a intervalli regolari lungo tutto il confine. * * * Terminato il pranzo si alzò in preda allo stordimento, le tende bianchissime lo abbagliavano e dovette appoggiarsi al tavolo. I colleghi che uscivano lo superarono, lui si attardava perché gli sembrava di saper apprezzare meglio degli altri la bellezza della cameriera e con quell'indugio voleva farglielo capire. Sul grande tavolo di servizio notò un vassoio pieno di bicchierini di cioccolata, tozzi e minuscoli, ciascuno nella sua carta bianca increspata, piccoli recipienti da riempire fino all'orlo di un liquore tropicale che la cameriera gli indicava, sempre sorridendo e finalmente, ora che erano rimasti soli, guardandolo con occhi verdi e un po' obliqui, notò lui con sorpresa e quasi con inquietudine, come se il vasto Paese oltre il muretto avesse già cominciato a infiltrarsi in queste più miti regioni, minacciandole di invasione e di violenza, ma una violenza piena di fascino e di concentrazione, una violenza che prometteva piacere, tanto che non potè trattenersi, le prese una mano e, sempre guardandola, consapevole di essere ridicolo, le disse:- Lei è una signora molto affascinante - e tenne per un po' quella mano grande e calda fra le sue, tenne la mano di lei che lo sovrastava un po' e che adesso gli sorrideva, anche se lui sapeva che avrebbe sorriso a chiunque, in quelle circostanze, e chissà quanti ubriachi le avevano detto cose simili dopo un pranzo, del resto chi avrebbe sorriso se non per educazione a un uomo come lui, anziano ormai, piccolo, dagli occhi slavati, ma nonostante tutto fu contento perché ciò che vedeva era solo la bellezza di lei che sorrideva. Si era già riempito di liquore tre o quattro bicchierini di cioccolata, e dopo aver bevuto li aveva mangiati lentamente, con voluttà. Attraverso una porta che era rimasta socchiusa si vedeva la cucina, una striscia di sole illuminava le piastrelle bianche e azzurre del pavimento, le pentole e i tegami lustravano sulla stufa immensa che anche da lontano sembrava emanare un cociore invincibile. La caldura però si disperdeva subito in quella luce pacata, che doveva aver attraversato il verde di un giardino. In cucina qualcuno parlava, nascosto alla vista. Le parole gli sembrava di capirle, ma il senso delle frasi gli sfuggiva, sembrava dilatarsi in una leggerezza vaporica alla quale lui si abbandonava fiducioso come di sera negli orti e provava gratitudine per lo sconosciuto invisibile che pronunciava quel discorso giusto e misterioso. Nonostante il calore della nera stufa di ghisa, la cucina era animata da fresche correnti d'aria che nascevano negli angoli e migravano purificando la luce, facendo ondeggiare gli strofinacci appesi e portando fino a lui quelle parole, che forse per questo gli parevano così riposanti. Le cose uscivano dai loro confini naturali, sovrapponendosi leggermente, e tutto ciò era un po' triste ma molto tranquillo, come quando si abbandona qualcuno che si è molto amato. Teneva la mano della cameriera, poi la lasciava per riprenderla subito fra le sue, rinnovare il contatto era la cosa più bella, sentire di nuovo la grandezza e la consistenza di quella mano che aveva da poco abbandonato come se non potesse più riprenderla e invece la riprendeva perché ne aveva il permesso. Con questi ripetuti contatti gli sembrava di aprire i piccoli sportelli di un mobile fastoso e pieno di riflessi dorati mentre qualcuno lontano rideva sotto la carezza del vento. Vide la cameriera che si allontanava ed entrava in cucina, e sulla porta era subito circondata da una luminescenza sontuosa che rendeva nero il suo contorno, proiettandolo sulle piastrelle come una macchia. Di nuovo i suoi pensieri si confusero, come se rimbalzassero debolmente su un fondo elastico e madreperlaceo e poi risalissero del tutto trasformati, palpitanti di luce striata.
e un bel fiore di rosa, la chioma le ombreggiava le spalle e il collo.
Si ripetè questi versi e si turbò come se contenessero un ordine o un presagio, ma fu solo rinviato al contorno nero della ragazza, che ormai era entrata nella cucina ed era ridotta a pura superficie. * * * Le voci degli altri, che parlavano sul marciapiede tenendosi nell'ombra, lo fecero sussultare, perché in esse non vi era traccia della frescura e della luminosità azzurrata della cucina. Anche qui, sulla strada, era possibile capire le parole, ma che cosa volessero dire quei discorsi nel loro complesso gli sfuggiva. Il vento portava gli odori del Paese oltre il confine, un odore di ferro e di catrame, ma anche di ponti lontani e di valli al tramonto. Confrontò quegli odori con le parole dei colleghi e capì che doveva decidersi, doveva affrontare la zona di sole e di vento che si stendeva tra l'albergo e il confine. Sapeva che l'alta garitta nera gli avrebbe fatto da guida e che da lontano il fiume avrebbe approvato la sua decisione. Solo i cartelli stradali, con i loro rossi e i loro bianchi, attendevano senza pronunciarsi l'esito delle sue mosse. Guardò di nuovo la garitta, lontanissima contro il cielo: la garitta significava che era tardi per qualunque cosa. Ma poi vide sul prato l'enorme locomotiva nera come un relitto, e capì che doveva avanzare.Dietro di sè udiva le voci dei colleghi, intorno si stendevano i viali e le strade, sentì il rombo lontano di un'automobile, era l'ora in cui i bambini giocano nei cortili, che nei mattatoi si scannano gli animali più piccoli. Vide le rose. Le rose oscillavano al vento sfiorando la rete metallica che sormontava il muretto, erano rose bianche e rosse e verso le rose si diresse più deciso ormai. Fu al muretto, allungò la mano, toccò la rete e ci fu il silenzio, un silenzio enorme, come se il cielo fosse diventato nero e dentro vi brillasse un sole ancora più nero e in tutto quel nero si udì il colpo dello sparo, un solo colpo secco che dilagò di qua e di là dal confine. Si guardò la mano, quello che restava della sua mano, poi guardò in alto verso la garitta. Non capiva, non sentiva niente né alla mano né al resto del corpo, aveva solo la testa piena di quello sparo. Gli venne voglia di sdraiarsi a terra, proprio lì, sotto il muretto, di addormentarsi col viso esposto al cielo che lampeggiava di bianco e di nero. Da una lontananza sentiva voci sottilissime che gridavano il suo nome, allora fece uno sforzo e si voltò, fra tutti quei lampi di sole vide il gruppo dei colleghi, le grida venivano di là, sulla porta del ristorante c'erano altre persone, riconobbe i capelli della cameriera che si movevano al vento, poi si voltò verso il muretto e cadde a terra. Dopo un certo tempo sollevando gli occhi vide la rete e attraverso la rete il soldato, era poco più di un ragazzo, aveva i baffi nerissimi, gli occhi obliqui e puntuti, seri. Lui alzò la mano spappolata e gliela tese, l'altro mosse il fucile, un cane si mise ad abbaiare furiosamente, poi qualcuno passò di corsa dietro il muretto, furono gridati ordini. Si stupì vedendo la cameriera curva su di lui e tutt'intorno altre persone che non riusciva a riconoscere, cominciò a dire io, io, come se volesse chiedere scusa senza riuscirci. Lo avevano afferrato per la giacca e lo trascinavano sulla terra e poi sull'asfalto, centimetro dopo centimetro, qualcuno disse hanno già telefonato, lui si portò sul petto quello che restava della mano destra, adesso provava un bruciore diffuso per tutto il corpo, si sentì sollevare, voleva inghiottire ma aveva la gola inchiodata, desiderò un altro bicchierino di cioccolata col liquore tropicale, disse forse, forse, poi disse no, adesso no. * * * La sentinella doveva essere tornata nella sua garitta, ma il cane continuava ad abbaiare rabbioso, si udì in lontananza una sirena. Forse, disse di nuovo lui, e gli venne in mente quando era andato dal padre di Gianna per dirgli che dovevano sposarsi perché lei era rimasta incinta. Il vecchio gli aveva detto farabutto e se n'era andato nell'altra stanza, lui aveva aspettato a lungo, poi era uscito ed era tornato a casa. Non l'aveva più visto, non era venuto neanche al loro matrimonio ed era morto qualche mese dopo, prima che la bambina nascesse.Con la mano sana si prese il polso dell'altra, guardò quello scempio sanguinoso e si mise a gemere sottovoce, ma dolore non ne sentiva. Si voltò, c'erano degli uomini che l'osservavano con curiosità. Si ricordò che una volta da piccolo era entrato nella camera dei suoi, aveva visto sua madre china sul padre ed era uscito subito, solo dopo anni aveva capito che cosa gli stava facendo. Lo adagiarono su una barella e infilarono la barella nell'ambulanza. La cameriera salì con il medico e l'infermiere, lui vedeva che la donna gli teneva la mano sulla fronte, ma la mano non la sentiva. Anni prima aveva comprato dei pennelli e dei colori e tutta l'attrezzatura per dipingere, rimaneva lunghe ore inerte davanti al cavalletto perché era incapace di trasferire sulla tela quello che aveva dentro. Poi sua moglie lo chiamava per la cena, lui deponeva sospirando il pennello e andava a lavarsi le mani. Capì che l'ambulanza lo stava portando all'ospedale, che si stavano allontanando dal confine, da quel muretto basso, dalla rosa che avrebbe voluto offrire alla cameriera. Adesso non avrebbe neppure potuto tenere il pennello, con quella mano sbriciolata, avrebbe dovuto abituarsi a fare con la sinistra molte cose che prima faceva con la destra senza neppure pensarci. Il medico intanto l'aveva fasciato con una benda molto stretta, che si era subito inzuppata di sangue. Lì, dentro quell'ambulanza che correva per le strade deserte della cittadina, la sua vita gli parve una lunga preparazione per quell'appuntamento, per quell'incontro mancato con la rosa di confine, con quell'anonima guardia dai baffi neri e puntuti. Eccomi, disse sottovoce, ma lì accanto non c'era sua figlia, e questa gli sembrò un'ingiustizia, poi pensò che c'era la cameriera e le sorrise debolmente. Perché era stato tanto ansioso di vedere il confine? Era stata solo la fama crudele di quel Paese, oppure aveva voluto affrettare un destino? Perché gli avevano descritto quel confine così pericoloso e quel Paese così vasto e spietato? Adesso capiva che la spietatezza può nascondersi anche dietro una rosa e che tutto è collegato, la rete metallica al fucile della sentinella, al sorriso della cameriera, all'urlo della sirena. Quell'urlo era certo udito dalle donne che preparavano la cena nelle case ombrose, era udito nei cortili, nelle concerie, nelle fornaci ansimanti. Lui sentiva tutta quella minuta e fantastica congerie di case, portoni, mulini, quel segreto fervore delle cose, il silenzioso lavorio dei sarti, degli orologiai, gli squilli radi dei telefoni, il fruscio delle biciclette, il sussurro delle vene, tutto si accordava in una subdola e laboriosa sinfonia, in una limatura, nella sfrangiatura, dell'universo dentro il quale vedeva finalmente il suo posto, un posto stabile e definitivo, per cui non era più obbligato a correre, a varcare confini, a cogliere rose, a fare stupide dichiarazioni alle cameriere. Anche sua figlia in quel momento occupava un posto giusto, lo riempiva con il suo corpo di donna in una vibratile e cangiante unanimità con tutto il resto, per fili lunghissimi essa era legata a lui che lentamente si dissanguava in quella corsa infinita, era legata a quell'urlo di sirena che si prolungava nel pomeriggio, trafiggendolo come si trafigge l'ascella del mondo, pensò, poi pensò alla morte di Gianna, qualche anno prima, che l'aveva lasciato stupefatto, al centro di un grande rimbombo. Quel rimbombo era la lingua con cui si esprimeva il mondo, una lingua frenetica e densa, segreta e appassionata, una lingua che è nelle cose e nella luce e nel mare e nelle ciglia, una lingua che non cessa di essere parlata. * * * Gli sembrò che la cameriera dovesse perdonargli qualcosa, o lui a lei, ma non capiva che cosa, forse solo le intenzioni che non aveva avuto, perché lei forse avrebbe fatto tutto ciò che lui le avesse chiesto, ma non le aveva chiesto niente, le aveva soltanto accarezzato più volte la mano, abbandonandola e riprendendola, come se le stesse raccontando la sua vita. Ecco, doveva raccontarle la sua vita, doveva raccontarle specialmente di quel giorno che era andato dal padre di Gianna e che il vecchio l'aveva chiamato farabutto e poi era morto senza vedere la bambina. Farabutto, disse piano. Quel lontano episodio era una tortura che lui si era inflitto più spesso che aveva potuto, per cercare in fondo a quell'amarezza una ragione di conforto o semplicemente una povera vertigine. Non sentiva più l'urlo della sirena, la mano ferita gli sembrava pesantissima, ma nell'oscurità che si addensava non vedeva più il volto della cameriera. Cercò con gli occhi il dottore, ma non vide nemmeno lui, allora immaginò di farsi piccolo, di rinchiudersi in un involucro caldo e protetto, rosso scuro, soltanto quella mano non riusciva a farcela entrare, era troppo grande e pesante, sporgeva dal suo corpo come una chela enorme e rasposa che non riusciva più a comandare e che andava per conto suo nel bisbiglio delle cose, sfarinandosi le montagne e gli alberi, i confini e gli insetti, ondeggiando le rose nel vento.
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