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Mostri
Il ragazzo.Mi guardava di sottecchi, seduto sulla panchina all'altro lato del viale: occhi neri, e le ciglia lunghe, battenti come ali di strane farfalle. Un ragazzo comune, i calzoncini gli finivano a mezz'asta quando saliva o scendeva dalla panchina, per gioco, sempre guardandomi. Poi strisciava pigramente le mani lungo il legno liscio dello schienale, come a cercarvi asperità o nodi, seguendo con il dito le vene del legno. Il sole batteva su quelle mani lunghe, un po' femminee, mani rosse di ragazzo.Io mi perdevo nel tremare delle fronde del parco sulla mia testa. La vista di quel ragazzo e degli alberi mi aveva fatto tornare alla mente i lontani orizzonti della mia infanzia, i fossati e dossi di Chantor's Creek, su dalle parti del Colorado, dove mio zio Mark doveva vivere ancora in una specie di capanno ai limiti d'un bosco, vestito di pelle di daino e con il vecchio fucile a tracolla come ai bei tempi. Avevo, adesso, dimenticato il ragazzo e mi stiravo, pigro, al sole. Ecco, la primavera lontano da New York, con quelle poche nuvole fioccose per l'aria, mi metteva in corpo una gran voglia d'andarmene a zonzo per il verde. E, con quel tempo, nemmeno i mostri mi facevano paura. Se il vecchio Nutry, il Direttore, che mi aveva mandato in quell'angolo del Nevada, avesse potuto vedermi, così primaverile e fiacco su quella panchina, avrebbe sparato un gran pugno sulla sua scrivania metallica, facendo sobbalzare tutto il giornale di colpo. Gli avevo telefonato il giorno prima e la sua voce, dall'altro lato dell'America, mi arrivava rapida e secca, come un ticchettio. Le solite raccomandazioni e le solite reprimende con l'immancabile minaccia di un immediato licenziamento se non gli avessi mandato un servizio subito. Volevano i Mostri, al giornale, tutta New York voleva vederli ancora, finchè fosse stato possibile. Ah, il ragazzo. Eccolo qui, adesso, seduto sulla panchina, vicino a me. Mi guarda tranquillo, occhi grandi, bellissimi. Ride. - Non hai paura dei mostri? - gli chiedo. Ride ancora, senza rispondere. Avrà un otto-nove anni. - Sei un giornalista? - dice, ma non è una domanda; chissà perchè mi sembra una constatazione. Scende dalla panchina, poi ci risale, ma questa volta si mette ginocchioni sul legno. Sempre guardandomi di sfuggita ricomincia il gioco di prima, segue le linee e i nodi del legno con il dito, con la mano. E' una mano lunga, un po' femminea, una mano un po' rossa di ragazzo. Poi volta le nocche a pugno chiuso, come se dentro, nel pugno, tenesse qualche cosa di prezioso per lui, forse un bellissimo sasso rotondo e liscio, uno di quei sassi che si trovano sulle prode dei torrenti o nei viottoli di collina. Ma quando lo apre con lentezza, io vedo scintillare nel palmo della mano un occhio, un grande occhio tagliato a mandorla, con la pupilla nera e la palpebra cigliata ed assurda che batte come una mostruosa farfalla, e mi fissa. Mi fissa dalla mano aperta del ragazzo, come volesse leggermi nel cuore e bucarmi il cervello. Debbo aver fatto una mossa d'orrore, di spavento. So solo che adesso sono in piedi e tremo di paura. Il piccolo mostro dalle fattezze di bimbo già se ne va, quasi con tristezza, lungo il viale fra macchie d'ombra e polverosi raggi di sole, la mano chiusa a pugno sull'occhio spaventoso come su un pipistrello prigioniero che batte le ali impazzito per il terrore. L'occhio della mano ha letto tutto nei miei, orrore e spavento, pietà e cattiveria, forse anche di più, anche le cose che di me non conosco e non conoscerò mai.
Le sentinelle.Al limite del Campo, Charles e Adam, e io con loro. Ero giunto fin là con la macchina, dopo aver passato, con un documento pieno di timbri in tasca, almeno cinque posti di blocco; quello era l'ultimo, in vista della gran porta metallica dove la strada terminava di colpo, come tagliata da una saracinesca gigante.L'ultimo posto di blocco (Charles e Adam, cioè, e le loro armi, le loro apparecchiature) era una specie di prima linea. Poco dopo, seduti su alcune vecchie sedie, giocavamo ai dadi buttando i cubetti di legno su un tavolino di ferro a cui mancava una gamba. E io perdevo già tre dollari e mezzo. Charles, seduto, con il torace abbronzato e gli occhi grigi, pareva un busto di bronzo antico. Adam si scompigliava i capelli biondi e fini, e corrugava la fronte ad ogni rumore. - Basta che non si apra prima del tempo - disse guardando la porta, - creperei dalla paura. - Charles buttò i dadi: - Otto - disse, - è per me. - Poi aggiunse: - Di notte c'è da star freschi, anche se la zona è illuminata dai riflettori. Sono capaci di spegnerli con un'occhiata. Riascoltavo l'antico terrore del mondo, nella loro voce. E immaginavo la notte, per quei due, abbacinata fanciulla dai capelli neri con i riflettori negli occhi; ma poi si scopriva che i capelli erano mille e mille gambe di ragno e gli occhi pipistrelli, e che le dita e i tentacoli erano dovunque, pronti a scattare e strisciare sul terreno, cose vive dalle mille forme. Cose vive che, la notte, passavano accanto ai due quasi senza fruscio, strisciando ai bordi della casetta di plastica, inerpicandosi sul tetto della jeep, e andando oltre, oltre la linea dei fari, nel buio. - Non serviamo a nulla, noi qui - riprese Charles. - Del resto lo sanno anche i signori del Comando. Ci hanno dato le armi ordinandoci di non usarle. E quelli di notte vanno e vengono, senza far male a nessuno. Al mattino tornano tutti fra le transenne, quando fa giorno son tutti spariti. - Ma quel giorno no - disse Adam. - Quel giorno... Charles buttò giù una sorsata di qualche cosa, whisky forse, e poi disse, asciugandosi la bocca col dorso della mano: - Sì, eccettuato quel giorno, me lo ricordo come fosse ora. Guardai verso il grande Campo cintato e circondato da inutili posti di blocco, da inutili sentinelle: nessuno aveva mai passato le transenne, dacchè il Campo era nato; nessuno le avrebbe mai passate perchè, quando essi fossero partiti, le strane costruzioni che componevano quella città degli orrori sarebbero state date alle fiamme; anche l'odore dei mostri doveva scomparire, a giudizio dei cervelli di Washington, di essi non doveva rimanere nemmeno la traccia. Una volta che fossero stati via, di là dal tempo e oltre la volta azzurra, essi sarebbero spariti, pian piano, dall'elenco dei fatti avvenuti, dalla cronaca, per entrare nel mito; fuggiti come mostruosi dei, sarebbero rimasti nella nostra coscienza, che nessuno poteva bruciare come la loro assurda città. - Quel giorno - continuò Charles con la sua voce baritonale - ne vedemmo uno proprio di faccia, e vi assicuro che non fu una cosa allegra. S'era spezzato una gamba cadendo in un fossato, se gamba si può dire. Io lo vidi da vicino e vomitai, subito, tutta la colazione del mattino. Era fermo vicino alla strada e si lamentava. Tutto intorno al corpo (mezzo umano e mezzo non so che) gli baluginava una specie di aureola grigio-verdastra, e fu per questo che ce ne accorgemmo. E poi i lamenti. Ti ricordi, Adam? Adam voltò lentamente la testa verso di noi, un tremito nervoso lo faceva sussultare di quando in quando: un uomo sull'orlo del collasso, giudicai, quanto Charles era duro e forte dentro a quei suoi muscoli di bronzo. - Io lo sentii, per primo, ero lungo la strada - disse Adam - e non dimenticherò mai. Non ho mai sentito nessuno lamentarsi così, mi portava via il cuore. Per questo mi fermai, e guardai nel fossato. La notte c'era stato un temporale e lui era lì, aggrappato con le braccia a non so che radici, un uomo sui quarant'anni, biondo di pelo. La camicia gli s'era rotta e quel che ne restava lo copriva assai poco, giusto fino alle anche. Sotto - e qui Adam si fermò facendo una smorfia di disgusto - sotto era come un ragno, o come una grossa cavalletta... aveva due zampe verdi, più lunghe e pelose delle altre quattro, che erano più grosse, circa come il mio braccio. Doveva essere cascato nel fossato di notte, durante il temporale, una delle zampe più lunghe era rotta, storta in maniera assurda. Era anche ferito, all'addome, forse, ma la parte inferiore era quasi tutta nell'acqua del fossato, agitava quelle zampe e si lamentava, con la faccia pallida. Quando mi vide capii che aveva paura. Hanno paura di noi, dopo questi dieci anni. E mi gridò di risparmiarlo, d'avvertire i suoi che venissero a prenderlo. L'acqua del fossato era diventata verde e gialla, il loro sangue ha una tinta così. Io scappai via come un pazzo, non ci vedevo dalla paura. Forse urlavo, tornai in me quando Charles incominciò a scuotermi e a buttarmi dell'acqua sulla faccia... - Porsi la bottiglia ad Adam, ma Charles mi disse: - Non beve, questo è il suo guaio - e così bevvi io, voltando la schiena al Campo dei maledetti, mentre stava calando la sera. - Di notte escono sempre - riprese Charles, - ci vedono al buio come noi a mezzogiorno. E' stato loro proibito formalmente di uscire, ma escono lo stesso e vanno per le campagne che sono tutte deserte qua intorno, salvo che per i posti di blocco. Fra poco campagne non ce ne saranno più per loro, nè aria aperta, nè terra sotto i piedi. - Riflettè un momento, e poi soggiunse guardandomi: - Poveri diavoli, loro non ne hanno colpa. Dieci anni, e quelli erano gli ultimi giorni, per i Mostri. Pensai che Charles aveva ragione; essi salutavano, in quelle notti, la loro patria prima di partire per un viaggio misterioso e senza ritorno nel buio del cielo. Immaginavo quei mezzi-uomini con le loro faccie ansiose e terribili, già tagliati via dall'umanità, già separati da noi per un maligno volere della sorte, mentre trascinavano la loro miseria per quei luoghi, nel buio, fra i greppi e le lande sassose intorno al Campo. I pochi uomini, i soldati, vicino ai quali passavano nel loro peregrinare notturno, si chiudevano negli accantonamenti, quasi per un tacito accordo. E l'orda degli infelici si muoveva goffamente nella notte, come una fila di insetti giganti usciti dalle tane per cercare del cibo. Poi, alle prime luci dell'alba, il corteo silenzioso e miserabile muoveva verso le transenne strisciando, saltellando, arrampicandosi, lasciando una lunga e confusa traccia nei campi, sulle piste polverose, lungo i sentieri a ridosso dei bassi colli, fuggendo via con l'ombra della notte: occhi umani non dovevano vederli, il vaso dell'orrore era già pieno e troppo sangue verde aveva bagnato le strade e i campi d'America in quegli ultimi anni. Il buio era già calato, Adam si alzò di colpo: - E' l'ora - disse, - io rientro. - Anche Charles si alzò, calmo: - E' l'ora - ripetè. - Dovete andarvene di qui. Mentre montavo in macchina per tornare, vidi Charles entrare nella casetta di plastica e chiudersi la porta alle spalle. Il Campo era una massa d'ombre confuse e mi pareva che qualche cosa si agitasse, laggiù, vicino alla grande saracinesca di metallo. Allora, di colpo, misi in moto e partii velocemente sulla strada deserta e simile ad un immenso e abbagliante serpente sotto la potente luce dei fari. Alla curva guardai ancora indietro: avevano acceso i riflettori e le costruzioni della città maledetta apparivano, nel crudo chiarore, come spalti d'una fortezza imprendibile. Premetti l'acceleratore e la macchina sfrecciò via nella notte.
Range Walley.I mostri erano diventati la mia specialità. Per dieci anni avevo seguito la loro tragedia, da quando erano nati. Era stata, in fondo, solo questione di fortuna se in quel giugno del 1985 mi ero trovato a pochi passi da Range Walley, in vacanza. Quando il fatto avvenne, la mia vacanza terminò di colpo.Era esattamente l'otto giugno ed io stavo tranquillamente pescando trote dalle parti di Riverton, a sud del Parco Nazionale, in bilico su di un masso del Wind River. Ricordo come fosse ora il senso di soddisfazione che quelle vacanze nello Wyoming mi stavano procurando: avevo sempre amato la natura, mio zio Mark mi aveva contagiato con i suoi entusiasmi per la vita all'aria libera, e così avevo pensato che pescar trote in alta montagna fosse l'unico passatempo decente per uno come me, condannato a trascinare la propria esistenza nell'aria mefitica di New York, per undici mesi l'anno. Quando la cosa si produsse, il masso sul quale ero in piedi ebbe una scossa così forte sotto di me che, per non cadere in acqua, dovetti aggrapparmici con tutte e due le mani, lasciando canna e lenza ai pesci. L'aria vibrava come per un vento teso, ma non era vento. E sopra le montagne, oltre la Wind River Range, una cinquantina di chilometri al di là delle cime, una nube orribile si alzava con incredibile rapidità: una palla di vapori nerissimi, percorsa da violenti lampi; la guardavo a bocca aperta mentre un tuono spaventoso mi colpiva dolorosamente i timpani. Era come se, di vallata in vallata, fra i grandi boschi d'abeti e di pini, enormi convogli pieni di ferraglie stessero viaggiando a migliaia e rotolando nel fondo dei burroni. Corsi alla macchina che era poco distante sulla pista sassosa e mi buttai giù verso Riverton, guidando di carriera. L'idea del servizio per il vecchio Nutry non m'era venuta ancora, ma può darsi che ce l'avessi dentro e non lo sapessi del tutto. Quando arrivai nella cittadina, la confusione era al colmo. Tutti guardavano oltre i monti la grande palla di fuoco e fumo che adesso era diventata addirittura immensa. Mi dissero che, oltre la Wind River Range, c'era la Range Walley, una stretta gola lunga quasi cento chilometri con un torrente sul fondo. Era una zona proibita, i militari vi avevano piazzato dei laboratori o chissà che altro. Qualche cosa doveva essere scoppiato laggiù, e tutto mi faceva ritenere che si trattasse di qualche cosa di molto grosso. Fu allora che pensai al giornale e chiamai per telefono il Vecchio. Così, di colpo, da piccolo cronista di "nera" diventai inviato speciale e la mia carriera a base di mostri incominciò: il primo giornalista che vide gli orrori di Range Walley fui io, e fui io che scrissi il primo memorabile articolo sulla faccenda. La valle, quando vi giunsi, era già bloccata dai militari. Per arrivarci avevo percorso un centinaio di chilometri fra le montagne, per sentieri francamente troppo stretti per le mie quattro ruote, ma ce l'avevo fatta. Ora, davanti a quelli della MP che sbarravano la strada era inutile insistere: non restava che attendere. Ciò che si vedeva con il binocolo era peraltro uno spettacolo indimenticabile: pareva che un immenso braciere fosse acceso sotto la Wind River Range, attraverso il fumo apparivano bagliori rossastri come braci sotto la cenere. Il nuvolone gravava pesante sul fondo della gola, stendendosi da una catena di monti all'altra come una tenda grigio-nera. Una tenda che si sarebbe levata solo dopo parecchio tempo, vento aiutando. Una specie di sipario dietro al quale, lentamente, il caso e la natura stavano preparando la più folle delle rappresentazioni per la grande platea dell'Umanità; e nessuno di noi lì presenti poteva immaginare cosa si nascondesse nella vallata in quel momento. Era quasi notte quando arrivarono alcuni importanti personaggi. Riconobbi subito Wilkinson, il Segretario di Stato, insieme a un gruppo d'alti papaveri con molti gradi sulle maniche e ad alcuni componenti della Commissione Difesa. Avevano tutti un'aria piuttosto ansiosa e guardavano la vallata coperta dal nuvolone con i loro canocchiali parlando a bassa voce. Ormai l'operazione era scattata in pieno, i boschi lì attorno erano zeppi di mezzi dell'esercito, sentivo nel buio il rombo di elicotteri che volavano in alto; alcune fotoelettriche illuminavano il tremendo muro di fumo e di polvere che non accennava a disperdersi: la Range Walley restava bloccata e lo sarebbe stata per chissà quanto tempo. Mi stavo addormentando in macchina, stanco morto dopo una giornata piena di emozioni. Ero già nel dormiveglia quando, nella confusione che c'era intorno a me, udii una voce che mi parve di riconoscere. Scesi e constatai che non avevo sentito male: quell'ufficiale dai modi bruschi e dalle spalle d'atleta era il mio vecchio compagno d'Università, Gordon H. Shave, che non vedevo da anni. Celebrammo l'incontro con Gordon servendoci di una sua bottiglia di whisky. Così venni a sapere molte cose sulla faccenda della Range Walley. Gordon era piuttosto informato. Il primo servizio sul disastro che dettai per le edizioni della notte da un paesetto quaranta chilometri più a valle, nacque così dentro la mia automobile, fra un sorso e l'altro di "scotch".
Il processo.La faccia di Gionata Smithson sul banco degli accusati. Una faccia, direste, normale, se non fosse per un tic continuo e ossessionante che la deturpa: un angolo della bocca gli scatta ogni tanto in alto, e il naso gli si storce ad ogni contrazione delle labbra. E' un pretesto buono per la difesa: l'avvocato di Smithson lo sfrutterà all'ultimo, nel gran finale ad effetto.Dietro al tic di Smithson, altre faccie appaiono, ma sfocate e tutte eguali. Sono come manichini di colore grigio ammassati sul banco da un commesso diligente: ha messo Smithson davanti, è quello che servirà. Al processo per il massacro di Carson City ci siamo tutti, e non solo noi che la storia dei mostri la sappiamo a memoria, da sette anni circa. Non solo noi che per mestiere, per ufficio, per professione, abbiamo seguito la tragedia dei maledetti. Voglio dire che ci siamo, due miliardi e mezzo di persone, e ci sei tu, cittadino indifferente, tu uomo attento a ogni novità, e tu, donna sensibile, troppo sensibile, che ci darai figli normali - si spera - dalle gambe liscie, senza macchie o scaglie o pustole, figli che avranno i loro occhi al posto giusto, e mandibole umane e non da cane o da coccodrillo, e capelli fini e biondi senza antenne da vespa o da formica. Ci siamo tutti, su quel banco ed è inutile dirci che siamo senza colpa. La colpa c'è, ed è forse quella d'avere un cuore fatto così, e un cervello e dei nervi in una certa maniera. A Carson City, come qui in tribunale, c'eravamo tutti, non solo Smithson con i suoi complici. Lì tutti abbiamo colpito, macellato, sparso il sangue verde dei mostri. Dimostrate che non è vero, se potete. Ecco l'avvocato di Smithson & C., ecco il "nostro" avvocato. E' un uomo giovane, alto e bruno. Ha lo sguardo volitivo delle grandi occasioni; lui sa. Sa di difenderci tutti, con la sua arringa, con i suoi cavilli e le sue domande spietate. Tuona come un Dio. Dice: - Mi oppongo, Vostro Onore - e par che dica invece: - Non è permesso condannare l'Uomo, con quel suo cuore, con quel suo cervello fatto in un certo modo, con quella sua faccia livida che è la faccia di tutti. - Ci siamo tutti sul banco, e lui lo sa. Il Giudice è piccolo, magro, un po' curvo. Guardo i suoi occhi, sono grandi nella misera faccia, grandi da far paura. Come può giudicare, costui, un crimine del genere? Ma è poi un crimine? E lui, il Giudice, non è anche accusato? Fra quelli che hanno provocato le tremenda scintilla a Carson City non c'era forse anche lui, insieme a tutti noi? Anche il Giudice sa, ed è per questo che in quegli occhi immensi leggo lo spavento. Difficile condannare se stessi, compito duro. Interrogano Smithson. Il Procuratore Generale è un tipo tronfio e niente affatto convinto di quel che dice. Gli basta pavoneggiarsi, altro non gli interessa. - E come avvenne - chiede all'accusato, - come avvenne che i figli di quella, ehm... signora, fossero venuti nel vostro giardino e giocassero con i vostri bambini? Smithson si guarda le mani, il tic lo rende più brutto, più miserabile. - Non so - balbetta - forse si erano arrampicati lungo il muro di cinta, forse avevano scavato un buco. Non so come avvenne. - Ma i vostri figlioli, un maschio di 5 anni ed una femmina di 7 se non erro, i vostri figlioli non si erano spaventati? Che effetto facevano loro quegli altri, ehm... bambini? - Mi oppongo, Vostro Onore - scatta l'avvocato alzandosi e venendo avanti a gran passi - il comportamento dei bambini non ha nessuna importanza ai fini della giustizia in questa causa. - Il Procuratore Generale si volta con una mezza piroetta: - Insisto perchè la domanda sia ammessa. Questa onorevole Corte riconoscerà, spero, che l'amore paterno può avere spinto un padre... - Basta così, ho capito - gracchia il Giudice dal suo scanno, - la domanda è ammessa. Rispondete Smithson. Smithson piagnucola e balbetta. - Parlate chiaro e forte - lo ammonisce severamente il Giudice dall'alto. - Insomma, avevano paura i vostri bambini? Mostrarono di fuggire quando videro gli altri? Non corsero spaventati da voi? Smithson abbassa gli occhi, la verità gli pesa. - No, Vostro Onore, non erano spaventati affatto, giocavano con quei due... orrori. La faccia del Procuratore Generale è raggiante. - Ecco - sorride - questo ci dice molto. A lei, avvocato. Così, le lunghe ore del processo. Interrogano i bambini, ma i bambini poco rammentano. - Sì - dice Dorothy, la figlia maggiore dell'accusato - erano bambini nuovi, e mi pareva bello giocare con loro. Avevano due piccole antenne rosse sul capo, come gli elfi delle favole. E con tre braccia facevano tanti giochi che io non potrei fare mai. - Erano come il mio orsacchiotto - dice Sam, figlio di Smithson, ed ha cinque anni, - tutti pelosi sulle braccia e sul viso. Abbiamo giocato tanto nel giardino, poi è arrivato papà e ha rotto gli orsacchiotti pieni di acqua verde... Ecco Mac Roy, presidente della Commissione per lo studio dei fatti di Range Valley. - Colonnello - domanda l'avvocato, - potete dirci come si produssero le mutazioni dopo il disastro di sette anni fa? Il generale si rivolge al Giudice: - Chiedo di essere autorizzato a non rispondere, Vostro Onore, si tratta di Segreto di Stato. - Il Giudice: - La domanda non è ammessa, fatene un'altra, avvocato. - Desidero sapere, allora - dice l'uomo con la toga - se le mutazioni possono trasmettersi per contagio, oltre che per ereditarietà. - Mac Roy dice: - Pensiamo di no, ma in questo campo tutto è incerto, ancora. Alla base di queste mutazioni, questo lo posso dire, sono delle sostanze che hanno una azione assai affine a quella dei raggi cosmici. Ne sappiamo assai poco, per adesso. Per questo la soluzione definitiva che si prospetta per il tremendo problema è la più saggia, credo. I mutanti lasceranno la Terra sulla nave spaziale che stanno costruendo. Così, almeno, non vi sarà più un problema d'ordine pubblico. Poi la fine del processo. La strage di Carson City, durante la quale una folla inferocita ha massacrato ottantasette mutanti d'un piccolo campo presso la città dando poi fuoco alle baracche, è dovuta - sostiene la difesa - all'orrore e alla paura. Non possiamo condannare noi stessi, Signor Giudice. Vostro Onore consideri lo stato d'animo dei "normali", l'esasperazione di un padre, la contingenza eccezionale ecc. ecc. Condannare Smithson, quest'uomo che, per il terrore dei mutanti, ha contratto un difetto permanente d'origine nervosa, condannare gli altri imputati, sarebbe come condannare l'umanità. E vanno assolti. I giurati, in fondo, hanno giudicato rettamente, sulla base di leggi umane adatte a tutti i casi, fuorchè a questo. Perchè c'è una legge scritta per chi uccide un cane, per chi percuote barbaramente un cavallo, per chi sevizia una gatta. Ma non c'è legge, non c'è alcuna legge per chi uccide i mostri. I mostri sono fuori dalla nostra legge, sono un pericolo pubblico, devono andarsene. Vedo, sulla porta, Smithson col suo terribile tic, che abbraccia i propri figli. Il più piccino gli dice: - Papà, gli orsacchiotti con tre braccia erano belli e sapevano giocare. Me ne comprerai un altro per Natale?
La nave.La nave immensa ha il muso puntato verso il cielo, come un incredibile campanile lucente. Ma non ci sono, sulla terra, altri campanili così, con tanto carico di pene, di preghiere inesaudite, di paura e di sangue. Le altre chiese, gli altri campanili, voglio dire, non raggiungeranno mai il cielo con la rapidità, la sicurezza di questo. C'è in quell'immane ordigno il segno della mano di Dio.Tutti gli aiuti il governo ha dato ai Mostri, perchè completino presto quella loro nuova casa, fatta di cubicoli oscuri e di saloni immensi, con scalette dai pioli obliqui come per mani e piedi di quadrumani arrampicatori, con strani giacigli pieni di un liquido denso, dove la violenza delle accelerazioni si ammortizzerà in una carezza ineffabile. La sala dei comandi ha i quadranti di guida in alto, quasi al soffitto. Perchè gli astronavigatori, i piloti della nuova nave, sono due giganti dal volto piatto, altissimi, e per loro ci sono due poltrone immense, dove staranno seduti a controllare gli strumenti scintillanti e gli schermi visori. Il governo li ha aiutati in ogni modo perchè la nave venisse su in fretta, perchè il momento della partenza venisse presto, e tutto il mondo vedrà il colosso levarsi più alto e sparire sulla sua colonna di fuoco. I tecnici-mostri sanno il fatto loro. Nelle caverne di Range Walley era adunato un cast di cervelli eccezionali. La nuova tremenda condizione - non sono più uomini e non sono bestie, ancora umano è il loro cervello e il loro cuore è lo stesso di prima - la nuova condizione ha accresciuto le loro facoltà, le virtù della mente e, fortuna per essi, anche quelle del cuore. Potrebbero, con la loro scienza, distruggere il mondo. I tecnici "normali" hanno visitato la nave e non ne hanno capito nulla. Ancora non sanno come farà e levarsi in volo. Uno ha detto: - Resterà ferma come l'Everest, perchè non ha nulla che possa muoverla. - Ma io so che la nave partirà. Sarà mossa forse dalla disperazione, ma si leverà, sulla sua colonna di fuoco, verso le stelle lontane. E so che subito dopo il grande strappo, lasciata la terra pesante che non è più la loro patria, lassù in alto, i Mostri si sentiranno più liberi, se non più felici. La gravità del nostro mondo, pesante di buone intenzioni mai realizzate, di promesse mai mantenute, di menzogne più dense del mercurio o del piombo, sarà finalmente sparita. Allora andranno in quella grande sala che è la loro chiesa. E' una sala immensa, nel cuore dell'astronave, una chiesa senza altare o figure di santi o immagini di dei. C'è un prete fra di loro, era il cappellano di Range Walley. Adesso ha un terzo occhio sulla fronte e le mani, invece che dita, hanno brevi tentacoli, decine e decine di tentacoli d'ogni colore. Il prete - lo so - irradierà dal suo volto, da quei suoi tre occhi luminosi e finalmente sereni, la divina potenza del Signore, e quei tentacoli alle mani, levati in aria a benedire, ne faranno uno spettacolo degno del luogo celeste, nell'astronave in mezzo alle stelle. I Mostri saranno intorno a lui, al prete dai tre occhi e dai tentacoli multicolori, con le loro forme diverse, chi simile ad un'immensa farfalla, chi a un granchio, chi a un cane dagli occhi miti, chi con le grandi e bonarie orecchie d'elefante. E ci saranno i mezzi-cavalli, simili ai centauri della leggenda, e donne dai capelli vivi, e per ogni capello una sottile vena di sangue verde, sangue cosmico, d'origine stellare. Da quella grande moltitudine inginocchiata nelle più differenti positure, nei più diversi atteggiamenti, si leverà, allora, l'antica preghiera dell'Uomo, quella che noi abbiamo dimenticato. Intanto la nave immensa, la nave dei mostri, si dilegua nei cieli con il suo carico d'anime divine e di corpi infernali. Adesso, rimasti soli quaggiù, dovremo sgozzarci fra di noi.
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