di Giulio Raiola


Mostri

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QUANDO LE RADICI

Il ragazzo.

Mi guardava di sottecchi, seduto sulla panchina all'altro lato del viale: occhi neri, e le ciglia lunghe, battenti come ali di strane farfalle. Un ragazzo comune, i calzoncini gli finivano a mezz'asta quando saliva o scendeva dalla panchina, per gioco, sempre guardandomi. Poi strisciava pigramente le mani lungo il legno liscio dello schienale, come a cercarvi asperità o nodi, seguendo con il dito le vene del legno. Il sole batteva su quelle mani lunghe, un po' femminee, mani rosse di ragazzo.
Io mi perdevo nel tremare delle fronde del parco sulla mia testa. La vista di quel ragazzo e degli alberi mi aveva fatto tornare alla mente i lontani orizzonti della mia infanzia, i fossati e dossi di Chantor's Creek, su dalle parti del Colorado, dove mio zio Mark doveva vivere ancora in una specie di capanno ai limiti d'un bosco, vestito di pelle di daino e con il vecchio fucile a tracolla come ai bei tempi. Avevo, adesso, dimenticato il ragazzo e mi stiravo, pigro, al sole. Ecco, la primavera lontano da New York, con quelle poche nuvole fioccose per l'aria, mi metteva in corpo una gran voglia d'andarmene a zonzo per il verde. E, con quel tempo, nemmeno i mostri mi facevano paura.
Se il vecchio Nutry, il Direttore, che mi aveva mandato in quell'angolo del Nevada, avesse potuto vedermi, così primaverile e fiacco su quella panchina, avrebbe sparato un gran pugno sulla sua scrivania metallica, facendo sobbalzare tutto il giornale di colpo. Gli avevo telefonato il giorno prima e la sua voce, dall'altro lato dell'America, mi arrivava rapida e secca, come un ticchettio. Le solite raccomandazioni e le solite reprimende con l'immancabile minaccia di un immediato licenziamento se non gli avessi mandato un servizio subito. Volevano i Mostri, al giornale, tutta New York voleva vederli ancora, finchè fosse stato possibile.
Ah, il ragazzo. Eccolo qui, adesso, seduto sulla panchina, vicino a me. Mi guarda tranquillo, occhi grandi, bellissimi. Ride. - Non hai paura dei mostri? - gli chiedo. Ride ancora, senza rispondere. Avrà un otto-nove anni. - Sei un giornalista? - dice, ma non è una domanda; chissà perchè mi sembra una constatazione. Scende dalla panchina, poi ci risale, ma questa volta si mette ginocchioni sul legno. Sempre guardandomi di sfuggita ricomincia il gioco di prima, segue le linee e i nodi del legno con il dito, con la mano. E' una mano lunga, un po' femminea, una mano un po' rossa di ragazzo. Poi volta le nocche a pugno chiuso, come se dentro, nel pugno, tenesse qualche cosa di prezioso per lui, forse un bellissimo sasso rotondo e liscio, uno di quei sassi che si trovano sulle prode dei torrenti o nei viottoli di collina.
Ma quando lo apre con lentezza, io vedo scintillare nel palmo della mano un occhio, un grande occhio tagliato a mandorla, con la pupilla nera e la palpebra cigliata ed assurda che batte come una mostruosa farfalla, e mi fissa. Mi fissa dalla mano aperta del ragazzo, come volesse leggermi nel cuore e bucarmi il cervello.
Debbo aver fatto una mossa d'orrore, di spavento. So solo che adesso sono in piedi e tremo di paura. Il piccolo mostro dalle fattezze di bimbo già se ne va, quasi con tristezza, lungo il viale fra macchie d'ombra e polverosi raggi di sole, la mano chiusa a pugno sull'occhio spaventoso come su un pipistrello prigioniero che batte le ali impazzito per il terrore. L'occhio della mano ha letto tutto nei miei, orrore e spavento, pietà e cattiveria, forse anche di più, anche le cose che di me non conosco e non conoscerò mai.

Le sentinelle.

Al limite del Campo, Charles e Adam, e io con loro. Ero giunto fin là con la macchina, dopo aver passato, con un documento pieno di timbri in tasca, almeno cinque posti di blocco; quello era l'ultimo, in vista della gran porta metallica dove la strada terminava di colpo, come tagliata da una saracinesca gigante.
L'ultimo posto di blocco (Charles e Adam, cioè, e le loro armi, le loro apparecchiature) era una specie di prima linea. Poco dopo, seduti su alcune vecchie sedie, giocavamo ai dadi buttando i cubetti di legno su un tavolino di ferro a cui mancava una gamba. E io perdevo già tre dollari e mezzo.
Continua



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