racconto di
Sergio Cicconi


Delos Ex Machina
Il canto dell'ultima voce

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RACCONTO

Sono solo. Cosa posso fare ormai?
Ma poi provo un sollievo immenso al pensiero che il tempo della finzione è finito, e che non è più necessario nascondere nulla, neppure a me stesso. Non c'è nessun altra voce a parlarmi, non incontro altre anime. La gelatina è come un vestito attillato e caldo. Mi ribolle addosso, ma questo è tutto. Non mi sta mangiando, non mi sta assorbendo. Non mi catturerà la mente. Sorrido. Non funziona! - urlo dentro al tubo che mi aiuta a respirare. Il suono della mia voce è fioco e denso, cavernoso, lontano. - Non funzionerà! - lo urlo di nuovo, ancora, inviando mille segnali ai sensori che mi esplorano la mente e il corpo e raccontano di me, registrano le fasi del mio morire.
Ora è spuntata in me la certezza dell'inutilità di quest'esperimento condotto con la mia vita. Giocato sulla mia pelle. Destinato a fallire. So che non funzionerà. Dovevi morire comunque, mi sussurra una voce dall'esterno, dall'acqua. E' una voce inutile e inconsistente, vuota come quella di Mirna. Un miraggio. Però potevo risparmiarmi questo, rispondo comunque a quella voce. E il dialogo si interrompe qui. L'eco della voce si disperde nell'infinito. Poi c'è silenzio. So che non funzionerà. Non mi succhierà. La consapevolezza di questo fatto mi riempie di sollievo. Poi mi sento svuotato. E divento solo un punto di consapevolezza, una luce, una spirale di luce che si sta chiudendo.
Vorrei urlare ancora. Non funziona! Vorrei urlare, ma non ci riesco. Mi abbandono. Mi pare di sciogliermi, così, d'improvviso. Senza dolore. Scivolo in un abisso scuro. Mi disperdo nello spazio. L'amplesso della morte è tenero. Fluttuo attraverso un reame di vuoto tremulo. Sono trascinato senza volontà. Aleggio, sospeso nel vuoto, nero. Occhi chiusi. Nessun dolore. Fasce di luce purpurea e scarlatta mi trafiggono, colpendomi, come barre metalliche. Precipito. Ruoto. Nessun dolore. Veleggio. Brillo come vetro puro, trasparente. Scintillo.
Penso al mare, all'acqua, gigantesche montagne di acqua, immagino gabbiani che volano sopra l'acqua con moto lento, uccelli che si tuffano, pesci dentro che guizzano. Penso al mare. Sprofondarci dentro, giù, lentamente, dolcemente. Sciogliersi. Una piccola morte dolce, una piccola morte inutile. Meraviglioso!
Non funziona! Penso di urlare.
Ed è in questo momento, mentre la certezza annulla i miei pensieri dentro alla luce, mentre intuisco vicino il passo della morte, mentre il sapore aspro della fine mi avviluppa e invia segnali decisi alle mie papille gustative, mentre l'odore pungente del buio mi satura, mentre la mia vescica ribelle spara liquidi all'esterno per marcare inutili territori d'acqua, è in questo momento che accade, in questo momento che mi sintonizzo, inaspettatamente. Adesso mi accorgo che potrei toccare qualunque anima, non è tempo di dolore, mi dice la voce ritornata. E' una voce vera, questa volta. Calda. E il suo parlare è come un canto, ora. Niente miraggi. Siete creature solitarie, mi spiega la voce. Siete creature lontane. Siete creature fragili e mortali. , rispondo, è vero. Ma a volte riusciamo ad incontrarci, a trovarci. Adesso vorrei... dico, e vorrei continuare, ma non riesco. Non riesco più. Niente. Ma so trovare l'energia per un sorriso ingolfato dalla maschera. In questo momento capisco, sento, so che mi sbagliavo, è questo il momento per cominciare...

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Fine




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