
Il canto dell'ultima voce
 |
 |

Ho frequentato l'università di Padova, dove mi sono laureato in filosofia. Dopo gli studi ufficiali, un po' per amore un po' per (altro) studio, ho passato (e perso felicemente) anni errabondi in città d'Europa e degli USA. Ho scritto vari racconti, due romanzi giovanili che più che incompiuti definirei malcompiuti. Non ho pubblicato molto: un paio di racconti sono apparsi su magazines negli Stati Uniti e uno, Il petalo azzurro, fu stampato in anni remotissimi in una rivista italiana di cui si è persa memoria. Con un altro racconto, Le fasi del silenzio ho vinto nel 1991 il primo premio indetto dalla rivista Proposte. Vita mentale di alcune macchine ha ricevuto nel 1994 una segnalazione di merito nel concorso letterario Inventiamo il Duemila prima di apparire su Delos nell'agosto del 2000. Con un altro racconto, L'accumulazione delle distanze, sono arrivato in finale al Premio Athena 1999. Nel 1998 sono stato anche finalista al Premio Calvino per la Letteratura Italiana con una raccolta di racconti. Due segnalazioni ad altrettanti concorsi letterari sono invece recentissime: una è per il Premio Alien 2001 e l'altra per il Premio Città di Teramo 2001. Tra le altre cose, ho insegnato per qualche anno corsi di letteratura negli Stati Uniti; sono stato curatore di Quaderni, una rivista di filosofia del linguaggio; ho fatto il redattore, a New York, per una rivista letteraria, The Little Magazine. Poi ho fatto un po' di traduzioni di critica letteraria e arte. In tempi recenti sono apparsi in Germania e Stati Uniti un paio di miei articoli sull'ipertestualità e la narrativa ipertestuale. Negli ultimi tempi collaboro con la Shake, facendo lavoro di editing e traduzione. Quando mi chiedono cosa scrivo faccio fatica a rispondere. Amo la fantascienza, ma se mi ritrovo a scrivere produco fantascienza che è poco fantascientifica, oppure horror non troppo horror. Da un po' ho terminato un romanzo breve (horror? fantascienza?) che si intitola Carni nomadi mutanti che parla di mutazioni possibili, di un'idea di corpo metaforico e mutante, di arte del corpo e sul corpo e col corpo, e parla di carne, di tanta carne, di corpi pieni di carne, di poetesse in carne, di scorribande notturne di un tassista-trasportatore di corpi, di medici plastici con pruriti artistici, di una scultura di carne che aspira alla vita, di una creatura di carne che forse è viva, dell'evoluzione di una paranoia, di storie possibili e di varianti di storie possibili... (tra parentesi: mi pare chiaro che questi sono i miei temi favoriti!). Da quando sono stato inghiottito intero dal mostro Internet (sono progettista Web e co-responsabile di un portale sull'arte) scrivo decisamente meno di quanto vorrei. Ma ci si prova, ci si prova... Il canto dell'ultima voce è l'ultima cosa che ho scritto. La più recente, la più sudata, forse la più cupa. Ma di questo vorrei fossero gli altri a parlare...
|
|
|
 |
In ricordo di Mara Colzani
Il mare è la prima cosa che vedo quando mi sfilano la benda dagli occhi: l'acqua dall'alto, e più in distanza un sole grande che tramonta. Ma sono troppo stanco per apprezzare i colori, la lontananza dell'orizzonte. E le vibrazioni da viaggio sono riuscite a massacrarmi la schiena: prima l'auto da San Vittore verso l'aeroporto, poi il volo lungo sul Learjet fino a un aeroporto ancora, e l'elicottero ora,
whoof, whoof, whoof, il frullare frenetico delle pale sopra la testa da più di mezz'ora, vibrazioni forti attorno, dentro. Troppo stanco anche per protestare. E bendato, come nei film di spionaggio.
Sorrido. Stupidi! E' un gesto così inutile quello di ridarmi la vista ora d'improvviso, come inutile è stato togliermela prima, all'inizio del volo, per cercare a tutti i costi di tenermi nascosta la rotta. Come se la verità non fosse chiara a tutti: che questo per me è un viaggio di sola andata.
Quasi si fa notte.
In alto, sopra la superficie d'acqua mobile, spuntano le luci di una piattaforma: punti chiari vibranti nell'umidità che evapora dal mare, appiccicati addosso alla struttura di questa larga blatta nera che ci si fa contro, col culo che immagino appoggiato sotto l'oceano e il collo massiccio e spinoso che spunta in alto, come a voler respirare aria di mare, con la testa tozza e piatta che si allarga in cima.
E' lì che ci avviciniamo e proviamo a scendere. Rallentiamo. Il motore smette di urlare, e d'improvviso la musica sale più chiara dal retro dell'abitacolo:
right! now ha,ha, I am an antichrist, I am an anarchist, don't know what I want, but I know how to get it, I wanna destroy the passerby, 'cause, I wanna be anarchy, no dogs body...
Vado incontro agli insetti, è questo che penso mentre avanziamo. L'ho pensato per tutto il tempo del volo. E ancor di più adesso che scorgo la destinazione finale. Stiamo sbarcando sopra la corazza di un gigantesco insetto meccanico. Mi salgono rapide in testa le cose che ho letto in carcere prima di partire, e mi figuro complessi chip miniaturizzati mescolati assieme a neuroni di insetto per formare dispositivi di computazione. Penso a micro-macchine da guerra che attaccheranno il mio corpo, sanguisughe mutanti potenziate nell'arte del succhiamento, scarafaggi bio-meccanici che mi strisceranno addosso a esplorarmi il cervello.
Vado incontro agli insetti sto pensando, ma il pensiero è spezzato dal gesto di uno dei miei guardiani. Jeff, si chiama, me l'ha borbottato lui ore fa, alla partenza, mentre mi invitava ad infilarmi nella cabina del jet. E non ha aggiunto altro per tutto il viaggio. E' sua la musica che ci arriva a ondate da dietro, anche adesso,
don't know what I want, but I know how to get it, ...
E' con un cenno di mano che Jeff mi avverte dell'arrivo imminente, poi mi controlla la cintura. Preparati all'atterraggio, mi segnala agitando le braccia. Neppure adesso apre bocca.
Ci pieghiamo in avanti, lo stomaco se ne accorge subito,
whoof, whoof, whoof, borbottano sopra di noi le pale frenetiche, sotto vedo grande e luminosa l'H cerchiata che segnala lo spazio d'atterraggio, che ci viene incontro e si allarga. Poi ci appoggiamo perfettamente al centro della piattaforma, docili, con una manovra perfetta.
Scendo dall'elicottero spinto leggermente dalle dita dei miei accompagnatori. Apprezzo il fatto che abbiano deciso di non tenermi ammanettato. A terra mi immaginavo una piccola folla in attesa, e invece c'è solo una donna molto alta, forse un metro e ottanta, ferma, con una mano impegnata a sostenersi i capelli in agitazione per via del vento artificiale delle pale.
- Ben arrivato - mi dice sopra al ronfare d'elicottero che si spegne e io in risposta balbetto un 'Salve' indeciso e troppo fiacco, e lei subito continua: - Spero abbia fatto un buon viaggio, - dice. La sento appena.
E' bionda, troppo bionda per essere naturale. La mano che mi stringe è umida, la presa molle. Ma lo sguardo che mi lancia è piuttosto duro, penetrante, praticamente il filo di una lama: occhi azzurri lontanissimi. Poi subito riprende: - Sono la dottoressa De Sanka. Sarò la sua accompagnatrice durante la sua permanenza da noi. La prego di seguirmi.
Ed è tutto. Vorrei replicare, ma il brusio invasivo delle pale in moto ancora mi confonde i pensieri, e la schiena protesta per il ritorno improvviso alla posizione eretta. Così la seguo subito quando si volta e si muove. Obbediente come un cane.
Infiliamo una scala di metallo arrugginita dal vento salato, sospesa sotto al piano d'atterraggio. Dietro risuonano i passi pesanti dei miei custodi. Proseguiamo in silenzio giù per un'altra rampa di scale più ripida che ci trascina in basso, dentro alla piattaforma.
Contagiato dai silenzi, anch'io stento a trovare parole. Neppure dopo parlo, quando entriamo in una stanza tutta di metallo. Vedo pareti bianche, una finestra e mobili crudi, un letto, un comodino, un tavolo con due sedie, la porta del bagno. La luce appesa al muro deposita attorno ombre gialle molto lunghe. Sopra al letto c'è una macchia rossa di un insetto schiacciato e esploso.
Quando finalmente la dottoressa ricomincia a parlarmi, non la ascolto veramente. Sono stanco e le sue parole vagano e spariscono tra noi. Colgo solo frammenti: ...domani, ...riposi, ...spiegherò meglio, ...situazione... E continua con altre cose ancora, ma non la ascolto, fin quando si accorge della mia assenza, e allora smette di parlare.
Infine se ne vanno. Chiudo la porta, e la serratura scatta, e il suono del metallo mi spaventa, e per un momento sono proiettato indietro nel tempo, mio malgrado. Due giorni fa e migliaia di chilometri da qui. In prigione, naturalmente.
Le stanze sono tutte uguali: spazi che rinchiudono e proteggono e che vogliono stringerti come in un abbraccio. Ma non potrei mai confondere la stretta di questo spazio con i metri chiusi che mi hanno rubato gli ultimi anni di vita. Si vede il mare da qui, lo so anche se ora è notte e il mare è soltanto un'idea lontana dispersa nel buio. Lo sento.
E' l'odore che mi dice che l'acqua è vicina. Quest'odore amaro trascinato dal vento. E ciò mi basta per sapermi lontano, libero dalla cattività forzata. Libero di morire in libertà.
L'aspiro quest'odore di mare, l'aspiro forte e mi piace molto.
Mangio poco, pochissimo. Come un uccello sazio spizzico brandelli di cibo depositati per me su un vassoio appoggiato sul tavolo.
Più tardi mi dedico con attenzione alla cura del mio dolore. Le pillole. Sopra al tavolo. Ne tiro fuori due dal flacone, cerco il bagno e il rubinetto per l'acqua. Le inghiotto, mi chino per bere. L'altro nello specchio, quello che mi assomiglia, indifferente, mi guarda impegnato nel gesto d'inghiottimento. - Buonanotte - dico all'immagine riflessa. - Sogni felicissimi.
Mi sorride con poca convinzione.
Poi torno in stanza. Da oltre la finestra, dall'alto, da altre stanze sopra alla mia, arrivano suoni e voci, musica e parole rese incomprensibili dalla distanza, trascinate dal vento e infilate dentro a questa mia prima notte da essere libero.
Mi addormento quasi subito e quasi subito sogno.
Come altre volte sogno un essere di luce nera che mi vuole. Sogno un demone sottile e lungo che vive con la mia carne. Nel sogno il mostro è denso, e vorace, e assolutamente immortale. Sogno una morte dolce che si genera tra le sue labbra, come un bacio. Con i denti riesce ad afferrarmi una mano. Mi mordicchia, poi mi stringe, mi fa male. Poi mi fa più male, molto male, prende a mangiarmi. Avidamente. Mastica bocconi di mano. Guardo impotente la mia carne sparire tra le sue fauci, strappo indietro il braccio nell'inutile tentativo di oppormi al pasto e vedo ossa spezzate e carne ridotta a poltiglia lucida. Ma subito il demone riprende, l'appetito accresciuto dall'assaggio del mio corpo.