
Una mela con mille finestre
 |
 |

Sono nato a Napoli, ma vivo a Roma. L'imprinting fantascientifico probabilmente mi viene da quel po' d'infanzia trascorsa negli Stati Uniti (per l'Halloween del '75 mi travestii da Spock), dove la tv in un pomeriggio trasmetteva tanta sf quanta se ne vede in Italia in un anno. Aggiungete una collezione di vecchi Urania di un nonno mai conosciuto e, perché no, pure i robottoni giapponesi, e il gioco è fatto. Lavoro con piacere su, con e per Internet, e purtroppo il tempo da dedicare alla scrittura è sempre molto poco, quello per la lettura anche meno. Nonostante ciò vado fiero di un primo e di un secondo posto al Premio Alien, e di un bel nono al Cristalli Sognanti. Fra i miraggi che tremolano incerti sul mio orizzonte ci sono il classico primo romanzo, ancora tutto da scrivere, e la realizzazione di un film.
|
|
|
 |
L'operatore si era appena seduto alla tastiera. Restò fermo a studiarla per un po' ma senza reale curiosità, forse stava solo riordinando le idee.
Poi, trascorso ancora qualche minuto, cominciò a sfiorarne i tasti e parve subito fondersi ad essa, tanto calmi, lenti e precisi si erano fatti i movimenti delle sue mani ad accarezzare i vari pulsanti. Sul monitor così grande, davanti e quasi sopra di lui, ogni sua azione portava ad una reazione, fatta ora di simboli, ora di luci, e poi suoni e colori. Divertimento oltre ogni immaginazione.
Dietro quell'espressione così serena e disincantata, quello sguardo quasi assente, doveva celarsi una mente affilata come un rasoio.
Marco Cinti fu raggiunto da un dispaccio consegnato a mano, appena dopo aver ascoltato un ultimo preoccupante bollettino radiofonico. La convocazione era per le ore 14,00 di quello stesso giorno, caserma dell'Aeronautica Col. Montezemolo, in via Baiamonti, proprio dietro casa sua. Tantissimi incontri dello stesso tipo si stavano organizzando in altri punti della città, della nazione e dell'intero pianeta; piccoli gruppi di studio, a scala locale, che dovevano fornire una loro analisi dei fatti da trasmettere all'Unità di Crisi del Ministero degli Interni, organizzata per integrare il quadro generale con ogni piccola novità.
Le televisioni si erano rassegnate a trasmettere a singhiozzo, i cellulari a non farlo mai più; anche la rete telefonica tradizionale era fuori uso, le redazioni dei giornali non potevano assicurare la regolare uscita delle loro stampe, e così la radio restava il mezzo più affidabile per tenersi aggiornati. Di Internet neanche a parlarne. O meglio, si navigava ancora, ma quasi solo per capire che non esisteva più.
L'ultima terribile offensiva degli hackers si era scatenata con una forza ed una coordinazione senza precedenti. Se di gruppo organizzato si trattava, doveva contare moltissimi adepti fra le sue fila.
Cinti declinò l'offerta di un passaggio sulla camionetta militare, anche perché mancavano ancora un paio d'ore all'incontro e voleva trascorrerle da solo, per concentrarsi e raccogliere le idee. Una in particolare si stava come condensando sulla superficie della sua mente, e sentiva ormai vicino il definitivo cambio di stato: da invisibile vapore dell'inconscio a insieme di tante piccole goccioline, pronte a coagularsi ulteriormente per precipitare nel flusso della piena consapevolezza.
Essere uno psicologo lo aiutava anche in fatto di autoanalisi.
Un altro operatore, perso in chissà quale lontano angolo della città, era tornato alla Rete. Pochi minuti ed era già di nuovo in contatto con il primo, poi con un altro e infine con tutti gli altri ancora. Il consueto e indisturbato flusso di file ricominciava placidamente lì dove si era interrotto, anzi, ormai era talmente elevato il numero dei partecipanti a quel vortice di bit e di connessioni, che niente in realtà si era mai fermato. Loro in fondo si davano solo il cambio: qualcuno magari abbandonava la danza, ma subito altri si aggiungevano ai suoi passi rituali e così via, finché quel qualcuno finalmente tornava e il ciclo si chiudeva. Ma solo per ricominciare daccapo e senza soluzione di continuità.
C'era un po' di tutto nella sala riunioni attrezzata alla men peggio nel cuore della Montezemolo. Nell'ordine, oltre alla paurosa afa, un ingegnere informatico, un filosofo, Marco Cinti, il generale Braglia e altri militari - compreso il parroco della caserma - e poi vari fra sistemisti, tecnici e terminali accesi. Si era perfino in attesa della "visita" di un hacker, una consulenza che poteva risultare oltremodo utile, data la situazione.
Prese la parola un uomo molto sicuro e professionale, lievemente brizzolato ma di sicuro non anziano. Ma prima fu presentato ufficialmente.