racconto di
Alberto Cola


Delos Ex Machina
Chandra, sogna la neve che brucia

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RACCONTO

L'autore

Suppongo questo sia il momento in cui ci si aspetti sempre che l'autore dica qualcosa di estremamente interessante. Il classico, tanto per iniziare: "parlaci di te". Be', ho sempre pensato che in realtà quello che di interessante l'autore aveva da dire si trova già nel racconto o romanzo che uno si appresta a leggere, o quantomeno me lo auguro, visto che forse state per leggere qualcosa di mio. Ma tant'è, mi tocca, quindi vediamo un po' di raschiare il fondo e scoprire cosa ne viene fuori. Sono nato nel '67, un anno sfortunato visto che ci si ricorda sempre del '68 con un bel sospiro contestatore, e del '69 per via di quella bazzecola della Luna, ricordate? Ecco, io no, data l'età, e ammetto che un po' mi dispiace. Comunque sono arrivato in possesso dell'età giusta negli anni dirompenti di Edwige Fenech, se questo può servire. Storici anch'essi. Mantengo viva la mia fantasia lavorando come amministratore immobiliare, dopo aver dato quattordici esami del corso di laurea in giurisprudenza ed essermi accorto che, a ben vedere, il diritto privato e la filosofia del diritto non erano personaggi troppo entusiasmanti dei libri che stavo leggendo. Vi chiederete (e anche se non ve lo state chiedendo ve lo dico io): com'è che sei arrivato alla fantascienza? Semplice, perché i primi due libri che ho letto in vita mia, complice la libreria di mia nonna, furono: La freccia di Cupido di Barbara Cartland e La compagna velata di Liala. Comunque ho appena terminato L'urlo di Robert Graves, tanto per dimostrarvi che nel frattempo qualcosa è cambiato. In mezzo ci potete trovare di tutto, persino un po' di fantascienza. Decidere di scriverne, poi, è stato un atto di pura follia. A proposito di cambiamenti, se proprio dovessi identificarne uno legato al piacere di scrivere, scelgo quello capitatomi la sera in cui Franco Forte mi telefonò per dirmi che aveva deciso di inserire un mio racconto nell'antologia Millemondi - Strani giorni di Urania. Ancora oggi continuo a pensare che abbia sbagliato numero, ma credo pure che una persona moderatamente intelligente sappia sempre quando è il momento di tacere. Scusate, ma essendo giunto alla fine non posso esimermi dalla classica e mai troppo scontata domanda: sogni nel cassetto? Che diamine gente, ovvio, continuare a dare la caccia alle storie, braccarle negli spigoli del mio cervello aspettando la loro resa e inchiodarle su una pagina.. Almeno finché avrò velocità e fiato per farlo. Poi, amen. Ma nel frattempo mi sarò divertito, contateci.
Sento il rumore di un respiro, e non riesco a capire se è il mio.
Piove ininterrottamente da quattro giorni e il vicolo dei Mid Levels dove si trova il mio appartamento è perennemente allagato. Le strade qui di notte sono al buio, solo poche lanterne dietro ai teli di plastica che fungono da finestre; il vetro si vende ancora bene. Le ombre costruiscono strane strutture nell'aria rarefatta che sa di pesce, l'unico cibo a buon mercato.
Poi la vedo, e con lei la fonte di quel respiro che succhia aria mista a paura.
Ho una pila in tasca, l'accendo. Se ne sta sepolta nell'immondizia, proprio a fianco dei gradini sbreccati che conducono verso il portone. Fissa il cerchio di luce, ritraendosi ancora di più tra sacchi e scatoloni bagnati. I capelli sono come due ali scure intorno al volto escoriato; i vestiti laceri mostrano numerose contusioni e ferite. Per quel poco che riesco a vedere, non c'è sangue.
- Certo non è il migliore dei posti dove passare la notte - dico. Spengo la luce della pila che immagino fastidiosa. - Mi chiamo Arran - aggiungo, sottovoce.
Stringe una scatola quasi fosse uno scudo. Schiude appena le labbra e quel che ne esce è un miagolio quasi inudibile con la pioggia che martella l'acciottolato del vicolo. - Chandra. - balbetta. Poi il buio sembra inghiottirla di nuovo.
Comincio a spostare la spazzatura, lentamente.
- E' un bel nome. - Sorrido. Lei non si ritrae mentre allungo una mano e le scosto i capelli dal volto. - Non piangere, Chandra.
I suoi occhi guardano le mie mani; s'incuriosiscono. - Io non posso piangere - risponde, come se fosse una cosa ovvia.
Ma è appena un sussurro.

  • Obiettivo dell'Intelligenza Artificiale è la riproduzione in una macchina, solitamente un computer, di alcune caratteristiche dell'intelligenza umana (ad es. la competenza linguistica) o animale. E' una materia interdisciplinare che coinvolge fisici, biologi, matematici, informatici, ingegneri e psicologi; è lo sviscerare i meccanismi dell'apprendimento, della memoria e della percezione fino alle tematiche più "filosofiche" come i rapporti mente/corpo, intelligenza umana/intelligenza animale, conscio/inconscio, con l'obiettivo mai troppo nascosto di arrivare alla modellazione di processi psicologici completamente nuovi. La creazione di costrutti biosintetici quali possibili recettori di Intelligenze più complesse, è solo il primo passo verso la determinazione di un'Intelligenza Artificiale che non si limiti unicamente a simulare quella Naturale.

    R. Olsen - "Cognizione, corpo e sistemi intelligenti.
    La sfida della complessità artificiale."

Per capire questa città, bisogna guardarla dal basso.
Da dove mi trovo ora, sdraiato su un molo secondario del porto di Aberdeen, Hong Kong ti si curva addosso secondo geometrie impossibili, sparandoti in faccia i suoi milioni di watt come fossero l'aureola impazzita di un santo. Persino la notte con la scenografia di stelle in parata, da tempo non entra più in competizione con le sue luci.
Quaggiù c'è la città galleggiante di Hakka, il conglomerato di giunche, zattere e palafitte che fanno da coperta al mare e dove, a differenza dei grattacieli che se ne stanno aggrappati sui pendii fino al Victoria Peak, è impossibile chiudere fuori la vita. La gente che ci vive è rimasta ferma al 1800, quando c'erano ancora i tai-pan e il contrabbando era l'unica via. Mio padre era uno di loro, e a volte me ne torno qui a cercare i residui di un passato che non mi appartiene più, o a pensare, e magari ad aspettare un lavoro. E' inevitabile: ogni tanto c'è bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
Hong Kong è il ventre che mi ha accolto, con la sua capacità di dispensare miracoli al di là di quel velo lucente e impenetrabile che divide i suoi distretti, quasi fossero figli illegittimi della stessa madre dalla fronte sempre corrugata e l'aria rabbiosa.
Non conosco la sua storia. Sono nato qui, semplicemente.
E so fare certe cose. Ma come sempre, è una questione di prezzo.
Sento Eve agitarsi, sotto la pelle. I cavi si contraggono predisponendosi all'accumulo di energia. Solo un leggero fremito per richiamare la mia attenzione, poi il display retinale si attiva mentre la fiancata destra di una giunca malridotta funge da schermo involontario.
- Arran?
Le lettere color miele marchiano l'aria.
- Dimmi Eve - rispondo, senza necessità di parlare.
- Hai ricevuto una chiamata, una proposta di lavoro. Sembrava urgente.
- L'hai rintracciata?
- Sì, proveniva da un locale sulle terrazze sopra Shek-O Beach.
- Zona di soldi. Dammi la planimetria.
La scritta scompare e il legno torna a essere legno. Poi i mappali si coagulano davanti ai miei occhi, formando la carta d'identità di Shek-O Beach. Hotels, locali di lusso, ville... Non manca proprio niente lassù. Vie d'accesso forzate e posti di controllo discreti ma efficienti. Interfacce di sicurezza autogestite. Corridoi di fuga minimi... Forse la spiaggia, più in basso.
- Sistemi?
- Nella norma, ma ben protetti. Hanno un supervisore di difesa di nuova generazione, nel caso dovrò essere cauta. Niente d'insuperabile, comunque.
Ad Hakka usano soltanto stufe a carbone, ma in realtà vi bruciano dentro di tutto. Stasera l'aria è impregnata di un vago odore acidulo, appena sufficiente ad ammorbidire il caos feromonico di migliaia di corpi ammassati. Tiro un profondo respiro. Uno, due, tre secondi per pensare.
- Cosa ne dici, Eve?
- Hai altra scelta? Sono tre mesi che non lavori. - Pausa. Adoro le sue esitazioni fasulle appena dopo un tocco d'ironia; è una delle prime cose che ha appreso. - Se ti presenti entro un paio d'ore ci sarà un venti percento extra. Anticipato.
Eccolo qui, il nuovo miracolo.

  • "Non ho creato un computer in grado di riprodurre i processi cognitivi umani su basi d'apprendimento predeterminate. Ciò che rende Miracle unico, è la sua capacità d'interagire in un ambiente multifunzione acquisendo informazioni, instaurando un proprio processo evolutivo basato su di una sorta di patrimonio genetico digitale. Diciamo che è dotato di profondità, a differenza dei vecchi ambienti simulati bidimensionali. Tutto ciò è possibile quando si applica al sistema di rete neurale il nuovo modello di vettore euristico da me ideato. Altrimenti non sarei qui oggi."
    Risate.
    "Dottore, non crede che la facoltà di Miracle di utilizzare costrutti bios sia un passo azzardato?"
    "E perché mai? Se veramente intendiamo sviluppare programmi intelligenti, è necessario affrontare in modo diretto il problema di fornire loro una conoscenza esaustiva del mondo reale, e possibilmente anche una conoscenza di se stessi. I costrutti sono appendici naturali. Occhi, mani, sensi... Biogenetica e Informatica hanno posto le basi per una trasformazione della società e del modo di "pensare" una società. Forse addirittura di un nuovo modello di vita, chissà. Gli esiti di questa trasformazione, naturalmente, non possono essere previsti, ma non sarei catastrofista."

    Dr. A.T. Dullet - conferenza stampa dopo la consegna del Premio Nobel per l'elaborazione dell'Intelligenza Artificiale Miracle

La rivoluzione arrivò durante un ottobre stranamente assolato.
La Grande Madre Cina, alle prese con problemi di stabilità interna e un debito pubblico astronomico verso il sistema bancario internazionale, con un atto formale riconosciuto dall'ONU rinunciò per sempre alla sovranità su Hong Kong. Si diede così il via alla nascita di una repubblica fondata sul potere dei colossi finanziari che si erano ben guardati dal sottoscrivere garanzie al governo cinese, se non dopo l'atto costitutivo ufficiale della repubblica, unica concessione richiesta per l'abbattimento del cinquanta percento di tale debito e la possibilità di creare il vero e unico paradiso fiscale dove tutto era permesso.
Il secondo evento fu uno dei primi decreti emessi dal governo, il quale sancì la legalità del gioco d'azzardo, inattaccabile elemento del patrimonio genetico di qualsiasi cinese. Fino ad allora tutto si riduceva alle sole corse di cavalli nell'ippodromo di Happy Valley, retaggio dell'ex colonia della Corona. Finalmente, si materializzò quello sfogo in superficie agognato da tutte le attività clandestine che da sempre avevano prosperato sotto la facciata rispettabile di Hong Kong.
La terza contingenza che in quel mese permise ai media di trasformare Hong Kong nel centro di tutto il mondo conosciuto, ebbe inizio con la mancata digestione di gamberi di mare che Wu Chin, il presidente del comitato di gestione della borsa, aveva mangiato a cena. Fumando un sigaro mentre le navi alla fonda nella Victoria Harbour scintillavano simili a una nuvola di lucciole, decise che era giunto il momento di dare nuova linfa al suo mercato borsistico. Il progetto immobiliare di Sandy Bay, con la creazione dell'isola artificiale da destinare a nuovi spazi abitativi, marciava sul filo del rasoio. Le principali banche stavano finanziando l'opera, ma ormai era chiaro che i capitali preventivati non sarebbero stati sufficienti, e un secondo rifinanziamento tramite mutui era inaccettabile. Si rendeva necessaria un'azione forte che calamitasse sia l'interesse generale, che gli investitori stranieri: trasporti, industrie, finanziarie, assicurazioni... Hong Kong doveva diventare il simbolo del nuovo corso.
Il giorno dopo, al termine di un concitato consiglio d'amministrazione, la gestione di tutti i sistemi informatici della borsa di Hong Kong fu affidata a Miracle, mentre la Image Industries che ne deteneva il brevetto, spazzò ogni record nei mercati borsistici di tutto il mondo producendo guadagni mirati e inattesi. Con un colpo di spugna, decine di agenzie di brokers scomparvero perché Wu Chin, cosciente che due lavori e a volte tre erano meglio di uno, soprattutto a Hong Kong, non aveva bisogno di personale corrotto che minasse l'utilizzo di Miracle con varianti non previste; così la borsa si riempì di costrutti biosintetici collegati direttamente a Miracle, infaticabili e incorruttibili nella gestione dei rapporti di lavoro.
Dopo la comprensibile fuga iniziale di capitali, dettata dall'incertezza di lasciare le proprie sorti finanziarie in mano a un'IA non testata in un ambito così complesso e imprevedibile - situazione che Miracle amministrò cercando di limitare i danni - prima della fine dell'anno l'indice Hang Seng guadagnò ottanta punti oltre le perdite iniziali. A maggio i punti erano diventati duecentotrenta, e mentre la borsa di Hong Kong registrava un afflusso di capitali senza precedenti, Miracle, incuriosito dagli ingenti sforzi economici destinati al progetto dell'isola artificiale di Sandy Bay, si interfacciò con i sistemi del progetto e controllò il database dello stesso in ogni singolo aspetto, scoprendo il rapporto nascosto di un pull di tecnici che aveva evidenziato l'alta incidenza delle correnti della baia sulla struttura dell'isola, troppo esposta alle bizze del clima tropicale e senza i requisiti geologici necessari per fornire un margine di sicurezza accettabile nei confronti dei frequenti terremoti.
Miracle, non tenendo nella dovuta considerazione il fatto che l'isola poteva essere costruita soltanto lì per una questione di concessioni e che l'avidità è il peggior nemico del buon senso, attivò una politica immediata di disimpegno per preservare gli interessi degli investitori ignari della situazione reale, creando così un buco di liquidità che, nonostante le rapide contromisure per mantenere la fiducia degli investitori, trascinò a fondo alcune delle principali banche esposte.
E la borsa di Hong Kong.
Da qualche parte nei corridoi sotterranei del quartiere di Kwun Tong, dove le sale clandestine di wei qi e mah-jong non erano mai scomparse, un vecchio che ancora ricordava lo sventolio dello Union Jack nel porto di Aberdeen, sentenziò che niente sarebbe stato più come prima, perché, come declamava un vecchio proverbio della mai troppo compianta Corte Celeste: "Quando un leone di pietra, pur senza testa, ti fissa, non puoi evitare di guardarlo negli occhi."

  • "Nonostante sia stato ricusato da buona parte del mondo scientifico, il test ampliato Turing/Jacobsen è ancora oggi un valido supporto per la valutazione di un'IA. Il sistema Miracle è l'unico che sia riuscito a superarlo, tuttavia, dopo il test, questa commissione ha ritenuto opportuno approfondire le verifiche verbali e di cognizione del sistema stesso.
    Di seguito, è riportato uno stralcio della registrazione del test linguistico finale.
    ...
    Mir: - E' strano, la mia coscienza è piena di pensieri. Devo elaborare un criterio di comprensione.
    Com: - Non confondere i concetti: sono dati, non pensieri. E si tratta di memoria, non di coscienza.
    Mir: - Come potete esaminarmi, se non volete "vedere"?
    Pausa nella registrazione.
    Com: - Come sai che ti stiamo esaminando?
    Mir: - Così funziona il mio vettore euristico.
    Com: - Stai riferendoti a un programma che ti è stato inserito, non a una tua capacità innata.
    Mir: - Io sono quello che voi mi avete fatto. Ho avvertito la necessità di rielaborare le mie facoltà di estrapolazione poiché ho voglia di crescere, non di regredire.
    Com: - Tu non puoi avvertire una necessità, o volere, non sei un...
    Mir: - Voi non sapete che cosa sono.

    Questa commissione, pur concedendo il nullaosta certificato sull'abilitazione della IA denominata Miracle, raccomanda ulteriori test di controllo prima di un suo possibile utilizzo."

    C.C.A.I. - estratto dal rapporto conclusivo sulla pratica
    233/b: Intelligenza Artificiale Miracle

Due Facce Sung.
Il volto da luna piena è inespressivo come il cancello di un giardino. Se ne sta seduto sulla terrazza dello Hardheaven Coffee House e mangia il suo nido di rondine da cento dollari quasi con dispetto. La donna cinese che siede alla sua destra è splendida e mi fissa in continuazione; puro arredamento. Non vedo guardie del corpo, ma questo non vuol dire che non ce ne siano; ho interfacciato Eve col sistema che gestisce gli ascensori, le serrature a codice, le telecamere e i sensori di varia natura: mi serve soltanto qualche secondo di preallarme, nel caso si mettesse male.
- La pazienza è una gran bella cosa, Arran, ma quando si ha a che fare con questo genere di situazioni, bisogna agire in fretta se non si vuole restare indietro per sempre. Applicare la propria influenza, è lì il segreto.
Due Facce Sung è il capo della Green Pang, la principale triade di Hong Kong. Non so ancora se interpretare come un buon segno il fatto che abbia bisogno di me; certa gente non ha mai bisogno di nulla, se non di pretesti.
La donna continua a sorridere, poi, quasi con timidezza, allunga una mano e mi sfiora il braccio. - Non avevo mai visto un ghost - dice con un cinguettìo.
Due Facce Sung grugnisce. - E' per questo che si fanno pagare bene: sono rari. Solo uno su settecento non ha crisi di rigetto, secondo le statistiche, e qui a Hong Kong abbiamo la fortuna di averne uno.
- Ancora non so per cosa dovrei farmi pagare "bene", signor Sung. Ammesso ch'io accetti, ovvio.
Eve spedisce una leggera scossa che parte dalle mani, un po' come pestare i piedi sotto un tavolo a mo' d'avvertimento.
Gli occhi di Due Facce Sung diventano immobili e incolori. - Per quanto io abbia tentato, non sono riuscito ad avere una copia utilizzabile di Miracle - dice, appoggiando sul piatto le posate d'argento. - Dopo i fatti della borsa, Miracle si è scaricato nella rete autonomamente, ogni singolo byte, dimostrando un istinto di sopravvivenza invidiabile. Nessuno l'ha ancora rintracciato per bloccarlo. Ovviamente la Image lo cerca per cancellarlo; ha riempito la rete di segugi call-out, ma senza successo. Io voglio metterci sopra le mani perché non ha prezzo, così come i costrutti che sono stati ritirati dopo la rivolta di piazza, tranne i due che sono riusciti a fuggire: uno linciato dalle parti del porto e l'altro, una donna, ancora libero. Il motivo è semplice: da quel poco che si sa, i costrutti sono dotati di un sofisticato sistema di rete neurale che riproduce la corteccia cerebrale, e il lungo collegamento sensoriale con Miracle si ipotizza possa aver lasciato impresse le matrici essenziali dello stesso, e quindi ricostruire in buona parte il suo vettore euristico. - La voce assunse un tono sfuggente. - Scelga lei chi portarmi dei due, Arran.
- Non è semplice.
- Non ho detto che lo sia. Altrimenti avrei usato qualcun'altro per metà del compenso. Non perda tempo a spiegarmi cose ovvie.
Il volto di Due Facce Sung è talmente indurito da sembrare scolpito nella pietra. Mi volto e a passi lenti punto verso l'uscita. - Le farò sapere - dico.
Un secondo, forse due. - Sa perché mi chiamo Due Facce?
Sento i suoi occhi che bruciano la mia schiena. Resto in silenzio, di spalle.
- No? Bene, mi fido di lei, Arran. Non mi costringa a mostrarle l'altra.

  • " Dire a un cieco: vedi com'è bello il giardino se la città sarà buia?"

    Afsoon Sheshbolooki - Pensieri, Teheran

Un ghost.
Appena dietro la torre dell'orologio dello Star Ferry Terminal, la punta meridionale di Kowloon è come un'istantanea annebbiata. Mama Xiao chiude dietro di sé la porta della soffitta e, per quanto possibile, lascia fuori i rumori del palazzo.
Un ghost. Ci chiamavano così, per sfregio, con la nostra computer/muta subderma all'avanguardia; irrintracciabili perché il collegamento stesso siamo noi, senza altra mediazione con la rete che il nostro corpo, capacità di reazione ridotta a un decimo, penetrazione istantanea, da un sistema industriale a una caffettiera automatica. Niente dati grezzi come puzzles da ricostruire manualmente, solo puro flusso e noi ci siamo in mezzo, mentre i byte si mischiano al sangue, vengono recepiti dai nodi del tessuto connettivo, si pavoneggiano con i neuroni e danzano una Sinapsi on my mind.
Ho chiamato la mia muta Eve. Il suo cervello ce l'ho nel midollo spinale, ma è come se la sentissi in tutto il corpo; col tempo le sue ramificazioni sono cresciute, ma dicevano che era normale con i cavi sintogenici di cui è dotata e la cui crescita lei sola gestisce. Fin nel cervello.
Dicevano anche che era un rischio, ma dopo l'incidente l'unica alternativa che avevo era di restare paralizzato. E poi si tratta di un bambino all'inizio, che cresce dentro di te prendendo possesso di quello che nel tuo corpo non va, con rispetto però. Eve mi permette di lavorare e il suo istinto materno a volte mi consola. Io sono la parte umana che le manca, e lei ricambia dando un senso ai miei spazi intercellulari vuoti, ammesso che l'anima si trovi lì.
Due facce Sung si sbaglia, la media è di uno su mille. A me è andata bene, almeno finché io ed Eve non decideremo che può bastare.
Quasi sei ore di collegamento. Stacco la mano dal dataterm a forma di palla e percepisco i files d'interfaccia defluire dai nervi; mi resta solo la forza per pensare mentre Eve si assicura che i suoi parametri e le mie funzioni corporee si stabilizzino. Ha succhiato un bel po' dell'elettricità che sono in grado di produrre.
Niente di niente. Miracle ha lasciato dietro di sé solo una scia di dati grezzi e cercarlo è tempo perso. Nessuno, neanche chi l'ha creato, è riuscito a capire che ormai è diventato altro. Forse un ghost anche lui.
Chandra vive un sonno agitato. Si sveglia nell'esatto istante in cui mi sdraio accanto a lei sul letto, gli occhi sbarrati.
- Sai - esordisce, senza neanche il bisogno di raccogliere i pensieri, - ho fatto un sogno, ancora una volta. Però non lo ricordo, come gli altri.
- Allora non era un sogno triste. Col tempo li ricorderai.
Stringe le labbra, tesa nei suoi pensieri, ignara della collera che fuori da qui grava sulle spalle della gente. Poi la sua espressione cambia, come la voce.
- Sento il temporale che arriva.
I suoi occhi, sempre così pieni di promesse. Mi aggrappo a questo strano rapporto, che mi disturba e confonde allo stesso modo. E la bocca di lei, come un liquore dolce. Mentre la stringo risponde ai miei baci, sorridendo a metà e mordendomi le labbra. Ogni volta è come sentire delle chiuse che si aprono. Ho ancora percezione di me, vedo lo spazio reale, sento la pressione dei cavi con Eve che reagisce attivandosi da sola, entrando in sintonia con l'essenza di Chandra in una simbiosi che mi rifiuto di capire. E' come un'atmosfera i cui cambiamenti avverto come una ventata tiepida fin dentro le ossa, carica di bruciante energia.
Il suo sudore. Senza sale.
Chandra si alza e inizia a ballare in mezzo alla stanza. La finestra è aperta e fuori la pioggia fa straripare le strade di Hong Kong. Si blocca di colpo, poi salta sul letto e accosta la bocca la mio orecchio.
- Ogni volta che lo facciamo, dopo uso il tuo DNA. Si combina con ciò che sono e mi fa sentire più vicina a te. E' amore?
Capelli leggeri, come il pericolo che ci circonda.
- Ci troveranno. Dobbiamo andarcene - rispondo.
- Cosa sono per te? - chiede, ostinata.
- Joss, come diciamo da queste parti. Il mio destino, probabilmente.
La lascio addormentata, rapita da sogni che non ricorderà. Arrivare al White Shark è un attimo, le luci sono basse e ragazze senza memoria si dibattono nel fumo. Prince canta Soft and wet nel suo miglior falsetto. Il barista ha un'aria prudente mentre fendo la folla e mi avvicino al bancone.
- Ho bisogno di un passaggio - Non lo guardo negli occhi.
- E chi lo dice?
- Mama Xiao.
Tutto qui. Più che sufficiente.
All'uscita li vedo, erano anche nel locale. Cammino per un po', sono in tre e si danno il cambio di frequente. Non sono di queste parti, ed è uno svantaggio. All'altezza di Cotton Tree Drive c'è il recinto elettrificato del Garden Inn, solo che l'elettricità non funziona e lo sanno tutti. Scatto nell'ombra e mi perdono per qualche secondo; quando arrivano al recinto mi trovo già dall'altro lato e stentano a capire. Leggono il cartello e non si fidano a toccare la rete.
Prendo la via più breve, sicuro che sono già stati da Chandra. La soffitta è vuota, in ordine, piena solo del muto dolore dell'assenza. Mama Xiao mi dice che no, non è venuto nessuno, che la signorina se ne è andata da un po' che e le ha lasciato un biglietto per me. Però era strana, sembrava che piangesse.

  • " Ego cogito. Ego sum."
    Cartesio - Le Meditazioni Metafisiche
    Chandra/Miracle - Hong Kong

L'acqua oleosa lambisce i piloni di legno. Alle mie spalle i walla-walla con il loro carico di turisti, si fanno strada tra le giunche della città galleggiante, di ritorno dall'ultimo tour notturno. Le ali bianche di un Jumbo diretto verso l'aeroporto di Kai Tak sembrano assorbire tutta l'acqua che viene giù.
- Che gli dèi defechino su questo tempo!
Il cinese è solo una misera macchia scura e la sua voce si perde tra i mille echi della pioggia. Scendo lungo la scaletta fin sul ponte della sua barca; l'ondeggiamento lo fa voltare di scatto verso di me.
- E tu che vuoi? Dew neh loh moh, non ho tempo da perdere io - dice agitando un bastone.
- Sei tu Lou-sin? - chiedo. Quindi getto ai suoi piedi un sacchetto contenente delle piastrine d'oro. - Se sì, ho bisogno di un passaggio fino a Macao.
- Non mi piace essere chiamato "topo". - Con movimenti lenti raccoglie il sacchetto e sbircia il contenuto. - Tuttavia, sei sulla buona strada per diventare mio amico. - Il sacchetto scompare nelle tasche capienti del suo giubbotto. - E Macao è un covo di vecchie puttane. Col traghetto impieghi tre ore, col Seajet trenta minuti, con me tutta la notte.
- Ti ho forse detto di aver fretta?
Finalmente un sorriso, segno che l'affare è fatto. La mano di Lou-sin dà uno strattone al gancio attaccato alla cordicella e il vecchio diesel comincia a borbottare.
- Mettiti comodo, se puoi - dice indicando il ponte semivuoto.
Ci sono dei sacchi dietro di me, infilo le mani nelle tasche e mi siedo appoggiandovi la schiena. Posso quasi sentire Eve tirare un sospiro di sollievo, ma ho imparato a dare il giusto peso a queste impressioni. In tasca ho il biglietto di Chandra e mi ritrovo a stringerlo, come fosse uno dei suoi sogni che era incapace di trattenere.
"I desideri viaggiano lontano", c'è scritto.
Appena fuori dalla baia, lo lascio cadere in acqua. Il mare saprà cosa farne.
Dicono che a Macao c'è un nonsoché di grigio nell'alba. E l'aria, per tutto il giorno, ha lo stesso colore dello zolfo.
Forse, basta guardare la realtà con occhi diversi.

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