racconto di
Alberto Cola


Delos Ex Machina
Chandra, sogna la neve che brucia

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RACCONTO

Il suo sudore. Senza sale.
Chandra si alza e inizia a ballare in mezzo alla stanza. La finestra è aperta e fuori la pioggia fa straripare le strade di Hong Kong. Si blocca di colpo, poi salta sul letto e accosta la bocca la mio orecchio.
- Ogni volta che lo facciamo, dopo uso il tuo DNA. Si combina con ciò che sono e mi fa sentire più vicina a te. E' amore?
Capelli leggeri, come il pericolo che ci circonda.
- Ci troveranno. Dobbiamo andarcene - rispondo.
- Cosa sono per te? - chiede, ostinata.
- Joss, come diciamo da queste parti. Il mio destino, probabilmente.
La lascio addormentata, rapita da sogni che non ricorderà. Arrivare al White Shark è un attimo, le luci sono basse e ragazze senza memoria si dibattono nel fumo. Prince canta Soft and wet nel suo miglior falsetto. Il barista ha un'aria prudente mentre fendo la folla e mi avvicino al bancone.
- Ho bisogno di un passaggio - Non lo guardo negli occhi.
- E chi lo dice?
- Mama Xiao.
Tutto qui. Più che sufficiente.
All'uscita li vedo, erano anche nel locale. Cammino per un po', sono in tre e si danno il cambio di frequente. Non sono di queste parti, ed è uno svantaggio. All'altezza di Cotton Tree Drive c'è il recinto elettrificato del Garden Inn, solo che l'elettricità non funziona e lo sanno tutti. Scatto nell'ombra e mi perdono per qualche secondo; quando arrivano al recinto mi trovo già dall'altro lato e stentano a capire. Leggono il cartello e non si fidano a toccare la rete.
Prendo la via più breve, sicuro che sono già stati da Chandra. La soffitta è vuota, in ordine, piena solo del muto dolore dell'assenza. Mama Xiao mi dice che no, non è venuto nessuno, che la signorina se ne è andata da un po' che e le ha lasciato un biglietto per me. Però era strana, sembrava che piangesse.

  • " Ego cogito. Ego sum."
    Cartesio - Le Meditazioni Metafisiche
    Chandra/Miracle - Hong Kong

L'acqua oleosa lambisce i piloni di legno. Alle mie spalle i walla-walla con il loro carico di turisti, si fanno strada tra le giunche della città galleggiante, di ritorno dall'ultimo tour notturno. Le ali bianche di un Jumbo diretto verso l'aeroporto di Kai Tak sembrano assorbire tutta l'acqua che viene giù.
- Che gli dèi defechino su questo tempo!
Il cinese è solo una misera macchia scura e la sua voce si perde tra i mille echi della pioggia. Scendo lungo la scaletta fin sul ponte della sua barca; l'ondeggiamento lo fa voltare di scatto verso di me.
- E tu che vuoi? Dew neh loh moh, non ho tempo da perdere io - dice agitando un bastone.
- Sei tu Lou-sin? - chiedo. Quindi getto ai suoi piedi un sacchetto contenente delle piastrine d'oro. - Se sì, ho bisogno di un passaggio fino a Macao.
- Non mi piace essere chiamato "topo". - Con movimenti lenti raccoglie il sacchetto e sbircia il contenuto. - Tuttavia, sei sulla buona strada per diventare mio amico. - Il sacchetto scompare nelle tasche capienti del suo giubbotto. - E Macao è un covo di vecchie puttane. Col traghetto impieghi tre ore, col Seajet trenta minuti, con me tutta la notte.
- Ti ho forse detto di aver fretta?
Finalmente un sorriso, segno che l'affare è fatto. La mano di Lou-sin dà uno strattone al gancio attaccato alla cordicella e il vecchio diesel comincia a borbottare.
- Mettiti comodo, se puoi - dice indicando il ponte semivuoto.
Ci sono dei sacchi dietro di me, infilo le mani nelle tasche e mi siedo appoggiandovi la schiena. Posso quasi sentire Eve tirare un sospiro di sollievo, ma ho imparato a dare il giusto peso a queste impressioni. In tasca ho il biglietto di Chandra e mi ritrovo a stringerlo, come fosse uno dei suoi sogni che era incapace di trattenere.
"I desideri viaggiano lontano", c'è scritto.
Appena fuori dalla baia, lo lascio cadere in acqua. Il mare saprà cosa farne.
Dicono che a Macao c'è un nonsoché di grigio nell'alba. E l'aria, per tutto il giorno, ha lo stesso colore dello zolfo.
Forse, basta guardare la realtà con occhi diversi.

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Fine




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