
|

Chandra, sogna la neve che brucia
 |
 |

Suppongo questo sia il momento in cui ci si aspetti sempre che l'autore dica qualcosa di estremamente interessante. Il classico, tanto per iniziare: "parlaci di te". Be', ho sempre pensato che in realtà quello che di interessante l'autore aveva da dire si trova già nel racconto o romanzo che uno si appresta a leggere, o quantomeno me lo auguro, visto che forse state per leggere qualcosa di mio. Ma tant'è, mi tocca, quindi vediamo un po' di raschiare il fondo e scoprire cosa ne viene fuori. Sono nato nel '67, un anno sfortunato visto che ci si ricorda sempre del '68 con un bel sospiro contestatore, e del '69 per via di quella bazzecola della Luna, ricordate? Ecco, io no, data l'età, e ammetto che un po' mi dispiace. Comunque sono arrivato in possesso dell'età giusta negli anni dirompenti di Edwige Fenech, se questo può servire. Storici anch'essi. Mantengo viva la mia fantasia lavorando come amministratore immobiliare, dopo aver dato quattordici esami del corso di laurea in giurisprudenza ed essermi accorto che, a ben vedere, il diritto privato e la filosofia del diritto non erano personaggi troppo entusiasmanti dei libri che stavo leggendo. Vi chiederete (e anche se non ve lo state chiedendo ve lo dico io): com'è che sei arrivato alla fantascienza? Semplice, perché i primi due libri che ho letto in vita mia, complice la libreria di mia nonna, furono: La freccia di Cupido di Barbara Cartland e La compagna velata di Liala. Comunque ho appena terminato L'urlo di Robert Graves, tanto per dimostrarvi che nel frattempo qualcosa è cambiato. In mezzo ci potete trovare di tutto, persino un po' di fantascienza. Decidere di scriverne, poi, è stato un atto di pura follia. A proposito di cambiamenti, se proprio dovessi identificarne uno legato al piacere di scrivere, scelgo quello capitatomi la sera in cui Franco Forte mi telefonò per dirmi che aveva deciso di inserire un mio racconto nell'antologia Millemondi - Strani giorni di Urania. Ancora oggi continuo a pensare che abbia sbagliato numero, ma credo pure che una persona moderatamente intelligente sappia sempre quando è il momento di tacere. Scusate, ma essendo giunto alla fine non posso esimermi dalla classica e mai troppo scontata domanda: sogni nel cassetto? Che diamine gente, ovvio, continuare a dare la caccia alle storie, braccarle negli spigoli del mio cervello aspettando la loro resa e inchiodarle su una pagina.. Almeno finché avrò velocità e fiato per farlo. Poi, amen. Ma nel frattempo mi sarò divertito, contateci.
|
|
|
 |
Sento il rumore di un respiro, e non riesco a capire se è il mio.
Piove ininterrottamente da quattro giorni e il vicolo dei Mid Levels dove si trova il mio appartamento è perennemente allagato. Le strade qui di notte sono al buio, solo poche lanterne dietro ai teli di plastica che fungono da finestre; il vetro si vende ancora bene. Le ombre costruiscono strane strutture nell'aria rarefatta che sa di pesce, l'unico cibo a buon mercato.
Poi la vedo, e con lei la fonte di quel respiro che succhia aria mista a paura.
Ho una pila in tasca, l'accendo. Se ne sta sepolta nell'immondizia, proprio a fianco dei gradini sbreccati che conducono verso il portone. Fissa il cerchio di luce, ritraendosi ancora di più tra sacchi e scatoloni bagnati. I capelli sono come due ali scure intorno al volto escoriato; i vestiti laceri mostrano numerose contusioni e ferite. Per quel poco che riesco a vedere, non c'è sangue.
- Certo non è il migliore dei posti dove passare la notte - dico. Spengo la luce della pila che immagino fastidiosa. - Mi chiamo Arran - aggiungo, sottovoce.
Stringe una scatola quasi fosse uno scudo. Schiude appena le labbra e quel che ne esce è un miagolio quasi inudibile con la pioggia che martella l'acciottolato del vicolo. - Chandra. - balbetta. Poi il buio sembra inghiottirla di nuovo.
Comincio a spostare la spazzatura, lentamente.
- E' un bel nome. - Sorrido. Lei non si ritrae mentre allungo una mano e le scosto i capelli dal volto. - Non piangere, Chandra.
I suoi occhi guardano le mie mani; s'incuriosiscono. - Io non posso piangere - risponde, come se fosse una cosa ovvia.
Ma è appena un sussurro.
Per capire questa città, bisogna guardarla dal basso.
Da dove mi trovo ora, sdraiato su un molo secondario del porto di Aberdeen, Hong Kong ti si curva addosso secondo geometrie impossibili, sparandoti in faccia i suoi milioni di watt come fossero l'aureola impazzita di un santo. Persino la notte con la scenografia di stelle in parata, da tempo non entra più in competizione con le sue luci.
Quaggiù c'è la città galleggiante di Hakka, il conglomerato di giunche, zattere e palafitte che fanno da coperta al mare e dove, a differenza dei grattacieli che se ne stanno aggrappati sui pendii fino al Victoria Peak, è impossibile chiudere fuori la vita. La gente che ci vive è rimasta ferma al 1800, quando c'erano ancora i tai-pan e il contrabbando era l'unica via. Mio padre era uno di loro, e a volte me ne torno qui a cercare i residui di un passato che non mi appartiene più, o a pensare, e magari ad aspettare un lavoro. E' inevitabile: ogni tanto c'è bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
Hong Kong è il ventre che mi ha accolto, con la sua capacità di dispensare miracoli al di là di quel velo lucente e impenetrabile che divide i suoi distretti, quasi fossero figli illegittimi della stessa madre dalla fronte sempre corrugata e l'aria rabbiosa.
Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli, in formato rtf, alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dalla nostra selezionatrice Milena Debenedetti.
Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto.
|
 |