raccontata da Riccardo Valla


Van Vogt (seconda parte)

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STORIA DELLA FANTASCIENZA

Il romanzo si basa su alcune efficaci immagini, sia scientifiche sia emotive: la scoperta di Gosseyn che i suoi ricordi sono falsi (è per spunti come questo che si parla di van Vogt come maestro di Dick), la sua rinascita in un corpo nuovo, i poteri mentali legati alla presenza di "un pezzo di cervello in più" (tema che compariva anche in Slan), la macchina delle selezioni, la dimensione enorme della civiltà galattica e dei suoi prodotti (navi lunghe chilometri, come nella tradizione di E. E. Smith). Il successo di questo romanzo è però legato a una considerazione di fondo che non viene detta espressamente ma è sottintesa, ossia il problema della continuità della coscienza. Si può parlare di una stessa identità quando si tratta di due corpi come in Gosseyn? E' Gosseyn I che rinasce o semplicemente Gosseyn II è un altro individuo con i ricordi di Gosseyn I? Per la fantascienza, in genere, e diversamente dalla religione, il problema non sussiste: per la fantascienza, la personalità è la somma dei ricordi. Perché la fantascienza giunga a dubitarne occorrerà attendere l'arrivo di Dick.


Con il maggio 1946 inizia un nuovo ciclo di van Vogt, quello dell'Impero dell'atomo, che sembra ispirarsi al ciclo di Asimov della Fondazione, soprattutto per la curiosa miscela di tecnologia e di barbarie (la stessa di alcuni dei primi racconti della Fondazione). Dopo il crollo della civiltà che conosciamo, sulla Terra sono rimaste alcune tecniche che vengono praticate in modo artigianale, senza quelle conoscenze che noi chiamiamo scientifiche. Una è l'energia atomica, l'altra è il volo nello spazio. L'impero barbarico di Linn vola con le sue astronavi fino agli altri pianeti, ma per tutto il resto è al livello della Roma della decadenza. Per una fuga di radiazioni quando la regina va nel tempio degli dèi dell'atomo (una centrale nucleare), nella famiglia reale nasce un mutante di intelligenza superiore alla norma e le storie di van Vogt lo seguono passo passo, nella riscoperta del passato, nella riunione della terra con coloro che ancora abitano negli altri pianeti e infine nella guerra contro una razza extraterrestre. Il ciclo è una riproposizione (come per un certo aspetto lo è Fondazione) di quelle vecchie saghe di Campbell e di Smith in cui Richard Seaton o Aarn Munro inventavano una successione di macchine sempre più prodigiose e finivano (specialmente Munro) per ridurre l'intero universo a qualcosa da mettere sotto i loro microscopi o sui loro banconi. Anche Clane Linn, alla fine del ciclo, non ha più nulla da scoprire: l'universo è davanti a lui, come una sfera luminosa grossa come un pallone da calcio. (Se lo sapessero quelli della New Age ne farebbero uno dei loro santoni.)
Una storia molto bizzarra, nella vena dark e weird di van Vogt, è L'occhio dell'infinito (The Cronicler, Astounding, ottobre 1946), una storia a metà tra quelle di universi paralleli e quelle di vampirismo. Nell'universo parallelo al nostro c'è l'antichissima e decadente città di Naze, abitata da uomini con tre occhi dotati di armi del futuro e di cinture antigravità. La sua antica civiltà è decaduta a causa dell'uso delle "tazze" che trasformano il sangue in una droga irresistibile (ecco un'altra delle "macchine intelligenti" di van Vogt: i bastoni da preghiera, le macchine che leggono il pensiero in Non-A e Isher, le armi dei Negozi). Un uomo del nostro mondo, nato casualmente con tre occhi, dapprima intravede la realtà parallela e infine vi penetra e viene coinvolto nei suoi intrighi di potere. Un romanzo che contiene spunti tra il "giallo" e il Weird Tales.
Negli anni seguenti van Vogt completa alcuni cicli e soprattutto si dedica a una lunga serie di racconti pieni di idee interessanti, che preannunciano la grande stagione del racconto breve, quella che negli anni 50 vide all'opera Brown, Sheckley, Tenn e molti altri. Ne parleremo il prossimo mese.

Fine




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