racconto di
Federico Gattini


Il paziente della cella numero cinque

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RACCONTO

Tutto è diverso nel deserto, anche la sabbia. Compatta, pesante, talmente appiccicosa da sembrare quasi sudata. Mi inginocchio e faccio scivolare il palmo della mano sulla superficie, disegno dei niente che potrebbero anche essere note.
Bryon sorveglia dalla jeep e mi dice di stare attento agli scorpioni.
Non manca poi molto al tramonto e i colori sembrano cambiare da un istante al successivo. Si inscuriscono le dune e, dietro loro, il cielo si avvicina finalmente al blu. Pace. La prima cosa alla quale ti viene da pensare è la pace totale di questo posto, lo stesso silenzio solido di quando, in studio, hai finito un pezzo e ti sembra ancora che in cuffia esista qualcosa, non un ronzio, ma come il ricordo della musica.
- Incredibile, mi è venuta voglia di suonare.
Bryon sorride, non lo vedo ma so che sorride.
- Credo ci sia una chitarra là dentro - dice, poi si gira verso Rasheed e gli chiede qualcosa in francese.
L'altro risponde ridendo e poi cammina lento verso il rifugio.
- Dice Rasheed che l'ha lasciata un hippie americano in cambio di un pezzo di fumo, non credo che loro l'abbiano mai usata.
Rasheed torna con la chitarra, una sei corde classica. Comincio ad accordarla ed il blu del cielo intanto si fa sempre più notturno. Provo due accordi e comincio dei giri di blues un po' casuali. Sento, soffici dietro di me, i passi degli amici di Rasheed e, ancora più dietro, il rumore del vento. Suono gli accordi di Sympathy for the devil, comincio a cantare. La voce mi sembra lontana, come fosse di qualcun altro, e mi interrompo.
Uno dei ragazzi dice qualcosa a Bryon.
- Credo vogliano suonare con te.
Riparto con Sympathy, li sento parlare a bassa voce. Poi percussioni e, subito dopo, quei loro flauti strani, ipnotici, che avevo già provato a suonare a Essaouira.
Senza smettere di suonare mi giro verso di loro, mi piace guardare in faccia le persone con le quali sto suonando.
- Please let me introduce myself - canto e avrei voglia di presentarmi davvero a tutti, dire cosa vuol dire per me suonare con loro, in questo momento e in questo posto, allora sorrido, e anche gli altri sorridono - pure quelli con i flauti -, e mi viene in mente che sono secoli che non sorrido mentre suono con qualcuno.
Ho l'impressione di essere felice, felice di suonare con degli sconosciuti e guardare di tanto in tanto, con la coda dell'occhio, una prima strisciata di via lattea che attraversa ancora incerta il cielo e non so se Mick riuscirebbe a capire tutto questo.
Peggio per lui.
Andiamo avanti per un quarto d'ora, non molto di più, poi vedo Rasheed allontanarsi, sento il passo pesante dei dromedari - le loro proteste - e capisco che è ora d'andare. Tiro via quell'ultimo giro un po' bastardo che stavo facendo, i flauti non sanno cosa fare e si interrompono ma il tipo delle percussioni capisce e chiudiamo allo stesso momento, con lui che si esibisce in una rullata tipo quelle che fanno dal vivo i batteristi quando finisce un gran pezzo.
Ci abbracciamo e ci inchiniamo il più seriosamente possibile ad una folla esultante di non più di dieci persone.
Quando, poi, salgo sul dromedario e mi accodo a quello di Bryon, ho la testa che va a mille all'ora, centinaia di pensieri che si fissano quell'attimo necessario per essere presi in considerazione e che scompaiono calpestati da altri ancora. Mollare gli Stones venire a vivere in mezzo al deserto telefonare ad Anita non appena si torna alla civiltà portare Mick e Keith qua in mezzo fare aprire un nostro concerto da musicisti arabi incidere un disco nel deserto microfoni tra le dune che registrano il rumore del vento tra un pezzo e l'altro. Il vento. La sabbia. Il vento. Ci metto un po' a capire che di vento adesso ce n'è anche troppo. Bryon mi urla qualcosa ma non lo sento. Vedo che si arrotola un fazzoletto attorno alla bocca e faccio lo stesso. La sabbia ci arriva in faccia come fossero frustate e, in mezzo a tutto quel rumore di vento, mi pare di sentire un qualcosa di nuovo, un soffio d'aria più forte, come di gomma bucata. Rasheed balza a terra e urla qualcosa in arabo, il mio dromedario pare imbizzarrito e muove il collo da un lato all'altro mano a mano che il soffio sembra più vicino. Poi parte e mi ritrovo per terra con la spalla destra che mi fa un male cane. Bryon urla di non muovermi, urla un sacco di cose ma non lo capisco. Poi lo vedo, tra me e loro. Un serpente, un serpente tozzo - chiaro alla luce della luna - che interrompe il suo strisciare solo per alzare la testa e sibilare fuori quel vento di rabbia. E' talmente bello che mi pare quasi di non avere paura, poi, invece, comincio a urlare.

- Doc, la sistolica è aumentata a bestia.
- A quanto siamo?.
- 200. E 95 di diastolica.
- E' sempre in REM?.
L'infermiera osserva il tracciato e intanto pensa che per questa notte il turno è quasi andato e potrà finalmente tornare a casa.
- Si doc. Fase REM piena..
- Ci scommetterei le palle che adesso si.....
L'urlo del paziente numero cinque giunge amplificato in sala monitor.
E' sveglio, si guarda attorno, trema. Si passa la mano destra tra i capelli, come a volersi scuotere via un po' di sabbia, e quella rimane impigliata tra gli elettrodi.
Elettrodi. Neon. La voce del medico, fredda attraverso l'impianto fono, che gli augura buon risveglio.
Capisce che la sabbia è rimasta dietro. Nella sua testa. E anche il serpente.
- Deserto o concerto?.
Prima che possa rispondere - ancora perso in un mondo suo che non vuol credere non sia reale - una scarica elettrica lo scuote e lo fa tremare per qualche secondo.
Voglia di piangere. Di alzarsi e strappare via tutto, gli elettrodi, la flebo, correre verso la porta e prenderla a testate sino a che non gli si sfondi il cranio.
Continua




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