
E Jones creò il Mondo - Fine continua - Lo stato dell'arte - Testadipazzo - La pietra degli elementi - Corpo a corpo - Sento odore di Esther Williams e altre storie - Il male minore
E Jones creò il Mondo
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recensione di Giuseppe Iannozzi
Autore Philip K. Dick
Titolo E Jones creò il Mondo
Titolo originale
Edizione 2001 Fanucci , Collezione Dick
Pagine 320
Prezzo L. 25000
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   buono |
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Parlare di Philip K. Dick è sempre un'impresa: si rischia ogni volta di cadere nella trappola di assurgerlo a poeta maledetto della SF, una nomea questa ormai conclamata e che non sorprende più nessuno, un errore quasi perdonabile; più grave è invece ricordare Dick esclusivamente per aver dato vita al mito degli androidi di Blade Runner. L'esordio narrativo di P. K. Dick risale al 1956 con un romanzo spiccatamente orwelliano, ovvero
The World Jones Made, un romanzo che l'autore evita di citare nelle memorie che sono giunte a noi; tuttavia non è da escludere che qualche inedita pagina di diario possa contenere espliciti riferimenti a questo romanzo, anche se è assai difficile, se non impossibile, crederlo.
La copertina originale del romanzo apparso nel '56 mostra un soldato vestito con quella che potrebbe essere una tuta mimetica; il soldato abbraccia una giovane donna con un visetto acqua e sapone e gli occhioni spaventati nonostante la stretta rassicurante del soldato: sullo sfondo uomini come manichini arrabbiati marciano lungo una strada dissestata dai tafferugli, mentre all'orizzonte si staglia un grattacielo funesto alto quanto la torre di Babele, che par quasi voglia sfidare il cielo. E in mezzo al disegno, spicca la faccia sfumata di quello che potrebbe essere Jones: è un volto inquietante, la fronte alta che rivela una calvizie incipiente, gli occhi spiritati nascosti dietro una pesante montatura di occhiali, il naso quasi negroide con froge tese e labbra sottili rivelano un evidente disturbo mentale: il volto di Jones teso, ombreggiato, palesa potere e sofferenza allo stesso tempo, mentre quello del soldato è teso ma sicuro di se stesso, una albagia che non è possibile non notare.
La copertina che nel 1956 proponeva al pubblico il primo romanzo di P. K. Dick descriveva bene le atmosfere inquietanti in esso contenute: Dick immagina un XXI secolo dove negli USA gli uomini seguono i dettami teofilosofici del Relativismo di Hoff: la comunità è disorganizzata, nulla affatto unita e il Governo detta legge e la legge viene seguita senza che nessuno osi controbatterla anche quando risulta chiaro a tutti che è ingiusta. Alcuni alieni cominciano ad atterrare sulla Terra, ma presto si rivelano innocui, difatti assomigliano a delle piante aliene e nulla fa presupporre che potrebbero essere degli esseri intelligenti. Il Governo è sempre attento e vigile: controlla da vicino tutti quanti suppone che abbiano dei poteri fuori dal comune; la III Guerra Mondiale ha prodotto esseri deformi che fanno mostra di sé nelle Fiere e proprio in una di queste fiere un agente del Governo incontra per la prima volta un cartomante a dir poco ambiguo: questi è Jones e predice il futuro dell'umanità e non quello del singolo individuo. Jones ha la capacità di vedere nel futuro a distanza di un anno e non oltre; Jones ricorda quando è nato e quando non era ancora stato concepito, è come se vivesse la sua vita due volte e questo fatto non può che provocargli grande dolore. Tuttavia Jones sa che la sua vita condotta su due piani temporali paralleli distanti fra di loro solo di un anno non può che tornargli utile; quando gli alieni cominciano ad atterrare sulla Terra, il Governo vorrebbe distruggerli, ma Jones si oppone e forma una vera e propria milizia in difesa di questi esseri alieni "innocui". Grazie alla sua capacità di vedere nel futuro, di averlo già vissuto, Jones riesce ad aggirare tutte le trappole del Governo e a sostituirsi ad esso. Intanto in un laboratorio sono stati creati alcuni uomini-venusiani: per la prima volta Dick anticipa i temi della manipolazione genetica; gli uomini creati nel laboratorio non possono vivere al di fuori della loro polla che ricrea artificialmente l'atmosfera venusiana, cioè quella per cui sono stati creati. Intanto Floyd Jones è riuscito a portare dalla sua parte molti uomini, giovani e anziani, uomini di potere e soprattutto donne, che nel romanzo vengono descritte da Dick con spietata ironia, quasi ad indicarle come suffragette invasate di idealismo romantico e nulla o poca razionalità. Jones porta avanti il suo progetto di conquista del mondo, ma ad un certo punto si rende conto che ha fallito: entro un anno sarà morto. Sembrerebbe che il Governo costituito da Floyd Jones sia destinato a cadere, ma non è così: la sua morte non farà altro che assurgerlo a martire dell'umanità. Solo in pochi si renderanno conto che la fratellanza propagandata da Jones era in realtà una bubbola: Jones scoprendo alla fine della sua vita mortale che si era sbagliato circa le origini pacifiche degli alieni, farà in modo di eternarsi nel mito del martire, un mito immortale che nessuno potrà distruggere, neanche i suoi detrattori che conoscono la verità. E difatti la sua morte subito viene assunta ad icona: l'umanità è sconfitta, schiava di se stessa e dell'immagine santificata di Floyd Jones. In ultimo disperato tentativo gli uomini-venusiani creati in laboratorio vengono imbarcati su due navicelle e spediti sul pianeta che li potrà ospitare, Venere. Qui i nuovi uomini, che tanto avevano sofferto per lo stato di reclusione nella polla terrestre, trovano il loro habitat naturale e danno inizio ad una nuova colonia....
Quanto Dick descrive in questo romanzo è allarmante: sembra quasi che Jones non sia altri che lo scrittore P. K. Dick; par quasi che Dick osservando i primi fermenti rivoluzionari degli anni Cinquanta abbia annunciato al mondo gli anni Sessanta della contestazione giovanile destinata a risolversi in una sconfitta. Risulta lapalissiano leggendo
E Jones creò il Mondo che Dick nutriva, se non sentimenti di rancore nei confronti delle nuove frange politiche di rivoluzione, almeno uno scetticismo a dir poco cinico. Il fatto poi che la storia del Sessantotto abbia confermato molte delle ubbie dello scrittore, non può che tornagli a merito; tuttavia Dick non si è mai vantato di ciò - almeno non possiamo saperlo con sicurezza - anzi ha recisamente evitato di parlare del suo primo romanzo in termini (fanta)politici per quanto ci è dato di saper sino ad oggi.
E Jones creò il Mondo è un romanzo d'esordio: rivela alcune incertezze stilistiche e risente dell'influenza caratteriale degli scrittori amati da P. K. Dick, ma è un romanzo che non lascia dubbi sul futuro maestro della SF colta; i temi anticipati in questo primo romanzo saranno quelli che nella maturità artistica dello scrittore verranno amplificati fino ad una paranoica perfezione. Se in questo caso non si può parlare di capolavoro artistico,
E Jones creò il Mondo non può mancare nella biblioteca di quanti amano la SF dickiana; anzi è il caso di dire che è indispensabile per comprendere la filosofia dickiana, un ottimo libro introduttivo al mondo di P. K. Dick per quanti ancora non hanno avuto modo di conoscerlo.
Fine continua
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recensione di Giuseppe Iannozzi
Autore Giuliano Fiocco
Titolo Fine continua
Titolo originale
Edizione 2001 Addictions , I Neri
Pagine 100
Prezzo L. 16000
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    ottimo |
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Il romanzo noir è stato da sempre considerato con scetticismo; le migliori storie di questo genere sono state prodotte in Francia e in Inghilterra a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, anche se le radici noir vanno ricercate (forse) in un passato ancor più lontano. L. S. Stevenson con
Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde creò un vero e proprio caso letterario, ma già nel 1764 Horace Walpole gettava le basi per quella che sarebbe stata la futura evoluzione del noir (e del gotico); nel 1811 Walter Scott, introducendo l'edizione Ballantyne, diceva a proposito del lavoro di Walpole quanto segue: "... questo romanzo è stato giustamente riconosciuto non solo come il modello originale di un peculiare genere di composizione, ma come uno dei capolavori della nostra letteratura.... E' compiere un'ingiustizia verso la memoria di Walpole dire che tutto quello che egli amava nel suo Castle of Otranto era
'l'arte del suspense e dell'orrido'; o, in altri termini, richiamarsi a quel segreto e riservato sentimento dell'amore per il meraviglioso e il soprannaturale, che alberga in un angolo nascosto del cuore di ognuno... L'intenzione dell'autore, dunque, non era solo di creare sorpresa e terrore, introducendo agenti soprannaturali, ma di vincere i sentimenti del lettore tanto da farli identificare per un attimo con quelli di un'età rozza che '
riteneva ogni strano racconto devotamente vero.' E' indubbio che Walter Scott considerava l'opera di Walpole il primo serio esempio di romanzo gotico. Successivamente Mrs. Shelley con Frankeistein definisce nettamente quelli che devono essere gli ingredienti perché un romanzo possa essere ritenuto nella fattispecie gotico: Frankeistein è "fantascienza gotica", ancor oggi un esempio inimitabile di contenuti e stile, che affascina e terrorizza la coscienza umana. Sembra retorico asserire che l'immagine che oggi noi abbiamo di noi stessi è quella di uno stereotipato dandy borghese quando, in realtà, si è solo borghesi nel sangue e nel pensiero; il "borghesismo" ci porta a guardare a Frankeistein con pietà, e la pietà provata è quella che terrorizza l'animo, che trova rifugio nel mito di un Dorian Gray borghese votato al culto dell'immagine che, indarno, cerca di abbellirsi con ninnoli e chincaglierie di poco prezzo scovati nei supermercati. L'analisi del pensiero borghese così intesa è quanto di più gotico la società moderna sia capace di produrre: Frankeistein insieme ai mirabili racconti di Edgar Allan Poe hanno scritto la storia della letteratura gotica, horror, noir.
Stephen King è oggi il maggiore rappresentante del romanzo horror insieme a Dean Koontz, anche se i lavori di King non sempre sono all'altezza della crescente fama che accompagna il suo nome;
Il fiume nero dell'anima di Koontz, un thriller con forte influenze horror, è nero quanto basta, un buon lavoro che nulla ha da invidiare agli ultimi lavori di Stephen King. Se King con lavori quali
Shining", "La metà oscura", "Uscita per l'Inferno - si parla quindi del primo King, quello ancora schiavo dell'alcol (come lui stesso confessa nel saggio/biografia
On Writing) - ha saputo dare all'horror una dimensione moderna scavando nelle inquietudini dell'uomo civile con grande maestria, oggi King fa paura più per il numero di copie che riesce a vendere del suo ultimo romanzo che non per i contenuti del suo lavoro.
Rosemary's Baby di Ira Levin è una pietra miliare della letteratura horror: la mano del Diavolo gioca con gli uomini come marionette; è un romanzo che terrorizza veramente in quanto sembra quasi ammettere che l'umanità non può non essere corrotta e genitrice del "Diavolo", del nostro stesso "male di/del vivere".
In Italia l'horror come il noir sono stati più oggetto di culto che non banco di prova per nuovi talenti letterari e solo di recente l'horror made in Italy sta prendendo piede; in molti si sono cimentati con questi generi anche in epoche remote, ma le prove letterarie hanno lasciato indifferenti e pubblico e critica; c'è voluto un fumetto come
Dylan Dog perché l'horror made in Italy uscisse fuori dal suo guscio splatter: Tiziano Sclavi con le storie di
Dylan Dog ha aperto sicuramente la strada ad una nuova generazione di scrittori. Eraldo Baldini ha scritto esempi mirabili di storie noir tanto da meritare l'ammirazione di Francesco Guccini e di Valerio Evangelisti. Ma tra le nuove leve non può passare inosservato Giuliano Fiocco: della classe del 66, Fiocco è alla sua prima prova letteraria con il romanzo breve
Fine Continua, uno scritto efficace che non passa inosservato anche se non è il caso di parlarne in termini di capolavoro. Per Giuliano Fiocco la disperazione è l'agente precipuo che innesca l'orrore nell'animo umano; i personaggi sono persone sane che guardano la società come malata di se stessa, ma questa guarda i suoi personaggi e li travolge nella sua malattia. Valerio Evangelisti, nella postfazione a
Fine continua scrive: "...E' un'altra delle sorprese che la nuova stagione italiana del noir e dell'horror ci sta riservando: l'apparizione di scrittori veri, che non tentano l'ennesima imitazione di Stephen King, di Lovecraft o di Poe, ma si costruiscono uno stile funzionale a ciò che intendono raccontare, e di pari originalità". Lo stile di Fiocco è equilibrato e poeticamente onirico: partendo dalla routine quotidiana, quella tipica dei sobborghi cittadini, dove sembra che nulla mai accada, Fiocco tesse una storia magistrale dove il sangue scorre a fiumi, ma rimane nascosto, non rivelato all'occhio umano: la falce della morte avanza e nessuno sembra accorgersene, i cadaveri non fanno in tempo ad esser cadaveri, che subito la follia umana li seppellisce in essa... e alla fine "non esiste una fine".
Un lavoro questo di Fiocco che nulla ha da invidiare all'horror made in USA e che lascia ben sperare per il futuro.
Lo stato dell'arte
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recensione di Anna Maria Pelella
Autore Ian M. Banks
Titolo Lo stato dell'arte
Titolo originale The State of the Art
Edizione 2001 Fanucci , Solaria
Pagine 262
Prezzo L. 7900
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   buono |
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Ian Banks è uno scrittore piuttosto versatile e, senza dubbio originale. Il suo romanzo
La fabbrica degli orrori rimane uno dei più geniali esempi di letteratura di genere; incrociando la storia di un ragazzo apparentemente crudele con l'orrore di un passato rimosso ci rende partecipi di un mistero svelato solo nelle ultime pagine, e racconta il dolore di una negazione dell'identità senza mai scadere nell'ovvio.
In questa antologia presentata da Fanucci, Banks ci regala alcuni dei suoi lavori più strettamente fantascientifici. Il romanzo breve
Lo stato dell'arte è una brillantissima satira della nostra società ambientato negli anni settanta, e racconta l'incontro tra l'astronave Arbitraria e il nostro pianeta. Usando il vecchio trucco di guardare al nostro mondo con occhi alieni, Banks ci offre una visione disincantata e spesso cinica del nostro sistema di vita. I personaggi si muovono in territorio minato, nella consapevolezza della barbarie in cui vive il nostro pianeta, arretrato fino all'inverosimile agli occhi di una razza che ha raggiunto la capacità di trascendere persino i limiti del proprio corpo...
Altro racconto appartenente al Ciclo della Cultura che potrebbe essere una sorta di seguito ideale del romanzo è
Un dono dalla Cultura, una storia al limite tra il terrorismo e lo spionaggio, non priva di quell'umanità che contraddistingue tutti i lavori di Banks.
In
Pulizia invece Banks ci offre una feroce satira sulla presunzione tutta americana di essere i migliori. Strani pacchi che contengono oggetti sconosciuti alla razza umana piovono dal cielo... e gli americani trovano un uso alternativo per gli oggetti che ritengono di essere i soli a possedere...
La più triste ma nel contempo la più bella storia dell'intera antologia è, a mio avviso
Il discendente una dolorosa metafora della volontà umana di trascendere i limiti del proprio corpo attraverso la tecnologia.
Pezzo contiene alcune riflessioni dell'autore, sotto forma di monologo sulla contrapposizione tra scienza e fede, considerazioni non del tutto sconosciute al lettore attento che ha avuto modo di leggere tra le righe dei suoi romanzi.
In definitiva direi che si tratta di un'antologia molto interessante e pertanto consigliata a tutti gli appassionati di fantascienza, in particolare a quelli che hanno amato le disgressioni sociologiche di Robert Sheckley al quale Banks pare in parte ispirarsi.
Testadipazzo
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recensione di Anna Maria Pelella
Autore Jonathan Lethem
Titolo Testadipazzo
Titolo originale
Edizione 2001 Tropea Editore
Pagine 315
Prezzo L. 29000
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   buono |
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"La storia della mia vita fino a questo punto:
L'insegnante mi guardò come se fossi pazzo.
L'assistente sociale mi guardò come se fossi pazzo.
Il ragazzo mi guardò come se fossi pazzo e poi mi prese a botte.
La donna mi guardò come se fossi pazzo.
L'agente nero della Omicidi mi guardò come se fossi pazzo."
A parlare è, appunto Testadipazzo, insolito protagonista dell'omonimo romanzo di Lethem.
Lionel, questo il suo vero nome, è un investigatore per copertura ed in realtà un faccendiere per conto di un boss locale. Ed è afflitto dalla sindrome di Tourette, malattia del sistema nervoso che combina vistosi tic motori con compulsioni verbali incontrollabili. Ma quando il boss viene trovato in un cassonetto della spazzatura, Lionel si mette sul serio ad investigare e quello che scopre non è un affare facile da districare. In contrapposizione col detective della omicidi, un uomo dall'aria logora che sembra dire "nemmeno il caffè serve più" Testadipazzo brilla per vitalità e per un bizzarro modo di condurre le sue indagini. In realtà tutto il romanzo, un noir di taglio tradizionale, sembra acquisire vitalità dal suo protagonista, assoluta novità all'interno di una storia narrata con lentezza, che lascia largamente intuire scorci di pensiero Tourette combinati con una logica ossessiva ed un desiderio edipico di uscire a tutti i costi dalla colpa per aver lasciato morire il padre, rappresentato dal mafioso assassinato all'inizio del racconto ed intorno al quale ruota la vita di Lionel e dei suoi collaboratori.
Romanzo piuttosto originale,
Testadipazzo esce dai canoni del genere per raccontare in primo luogo la storia di un uomo afflitto da una malattia bizzarra che gli fa rischiare di continuo la vita, ed entra con maestria nel difficile pensiero compulsivo che nel contempo affascina ed atterrisce.
C'è poco altro da aggiungere, in realtà l'originalità, come sempre marchio di fabbrica del lavoro di Lethem, spicca sopra ogni cosa in questo suo romanzo, e l'interesse che il suo protagonista riesce a suscitare trascende anche la storia, che rimane sullo sfondo a motivare un racconto che starebbe in piedi anche da solo.
La pietra degli elementi
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recensione di Annetta Soppelsa
Autore Fabiana Redivo
Titolo La pietra degli elementi
Titolo originale
Edizione 2001 Nord , Fantacollana
Pagine 336
Prezzo L. 24000
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   buono |
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Continuano le proposte italiane della Nord con il seguito del libro d'esordio di Fabiana Redivo. Prosegue quindi la storia del mago Derbeer e dei suoi compagni, che sono impeganti ora in una vera e propria impresa: riportare l'equilibrio tra i quattro Spiriti degli Elementi, cacciando dalla creazione la Madre delle Distruzioni, l'Oscura Soth. La compagnia fomatasi nel
Figlio delle Tempeste è adesso in fuga e porta con sé la regina ammalata che Elias e Derbeer devono salvare. Durante il viaggio i protagonisti prendono consapevolezza dei propri compiti e del proprio destino, vengono inquadrati in un disegno di ampio respiro che pian piano sta prendendo forma. E' un quadro generale che, al di là delle motivazioni immediate - salvare la regina, prepararsi alla guerra, riuscire a conquistare il regno di Afra - mostra intrecci più sottili: così è facile trovare figure positive là dove l'Oscurità ha contaminato tutto, mentre continuano gli intrighi ed i sotterfugi forieri di paure e disarmonie negli animi dei nostri beniamini. Al di sopra di questo disegno si muove il tema generale cui si accennava all'inizio: la consapevolezza che è l'equilibrio la chiave di tutto. Le rivalità tanto forti nel
Figlio delle Tempeste sono per il momento accantonate, tutti si uniscono a far fronte comune contro il nemico: persino gli Spiriti di Aria, Acqua e Terra, gettano le basi per un'alleanza, mentre lo Spirito del Fuoco comprende i suoi errori, fa marcia indietro sul suo comportamento e cerca di salvare il salvabile. Pare dunque questo il messaggio dell'autrice: "La Madre delle Distruzioni è la negazione di ogni possibile equilibrio".
E' un romanzo che non delude (sebbene il ciclo sia ancora incompiuto, e questo non sia in grado di fare "storia a sé"); l'autrice riesce a destreggiarsi meglio che non nel suo libro d'esordio: sono sempre presenti i sololoqui dei personaggi, rimane qualche ingenuità nella trama, ma nel complesso le idee e le trovate sono buone, e, soprattutto, raccontate in modo più scorrevole e coinvolgente rispetto al primo romanzo. Si riscontra inoltre qualche punto rindondante, ci sono frasi che descrivono avvenimenti già raccontati o che il lettore conosce già perché li ha facilmente dedotti da solo, e questi punti distolgono dal filo generale della narrazione. Infine manca qualcosa per convincere appieno il lettore; forse i personaggi non sono ancora completamente se stessi: di certo comunque l'effetto globale è migliorato molto. E ciò non può essere che di buon auspicio per la terza parte della saga.
Corpo a corpo
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recensione di Anna Maria Pelella
Autore Iain Banks
Titolo Corpo a corpo
Titolo originale
Edizione Guanda
Pagine 318
Prezzo L. 28.000
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   buono |
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Ian Banks è uno degli autori più geniali degli ultimi anni. Si è cimentato sia con la fantascienza che con il thriller psicologico, sempre con risultati più che notevoli.
In Italia è noto ai più per il suo romanzo di esordio
La fabbrica degli orrori, un libro piuttosto originale il cui finale a sorpresa è tra i migliori del suo genere. Questo nuovo libro,
Corpo a corpo, risale in verità al 1986 ma è alla sua prima edizione italiana.
La particolarità del romanzo è, come altrove in Banks, nel finale che sempre motiva l'intera narrazione, ogni piccola cosa acquisisce un nuovo significato a partire dall'ottica in cui il lettore si trova alla fine, e non mancano nemmeno le frecciate all'indirizzo dei politici conservatori in Inghilterra, come nel suo famoso
ciclo della Cultura.
Il racconto si dipana lento ed avvincente tra diversi livelli. Ad un primo c'è il protagonista che racconta di una sua amnesia, conseguente ad un presunto incidente, di cui non ricorda nulla ed al seguito del quale egli viene accolto dalla comunità che abita il
ponte, una sorta di entità di orwelliana memoria che fagocita ogni pulsione e qualsiasi ambizione dei suoi abitanti. Ad un altro livello ci sono i sogni, veri ed inventati del nostro eroe, e ad un altro ancora, e qui la faccenda assume connotati onirici, assistiamo al resoconto parallelo di una vita normale, con tanto di annotazioni sulla politica inglese degli ultimi anni.
Il ponte del titolo originale esiste in una dimensione che non è chiara e che col procedere della lettura sembra acquisire connotazioni kafkiane. Il protagonista, di cui conosciamo solo il nome che gli hanno attribuito gli abitanti del ponte, sembra vinto dalla passività in cui vive, e solo con un grosso sforzo riesce a scuotersi ed alla fine risolvere il suo enigma. Quello che da principio sembrava reale perde lentamente di significato e tutto quello che il lettore aveva dato per certo all'inizio si sbriciola con il procedere della lettura. Non è un romanzo facile, ma tuttavia è avvincente. La sua caratteristica principale è quella di tenere il lettore sospeso fino all'ultima pagina in una sorta di delirio, per scoprire un finale perfettamente incastrato negli ingranaggi della trama.
Lo stile scorrevole della scrittura di Banks sorregge il lettore persino nei passaggi più ostici, come ad esempio la discesa negli inferi danteschi ad opera di un barbaro e di un famiglio...e il tutto diventa una divertente cavalcata attraverso i miti letterari e quelli politici di una generazione che sopravvive al tempo in cui è vissuta.
Sento odore di Esther Williams e altre storie
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recensione di Giuseppe Iannozzi
Autore Mark Leyner
Titolo Sento odore di Esther Williams e altre storie
Titolo originale
Edizione ShaKe
Pagine 136
Prezzo L. 18000
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    ottimo |
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Quello di Mark Leyner non è un nuovo nome nella cultura underground, o meglio Avant Pop; molti, a tutt'oggi non sanno nulla delle neoavanguardie letterarie, difatti i più rivolgono la loro attenzione esclusivamente al libro impacchettato e confezionato, cioè il bestseller, un prodotto come tanti altri che si può tranquillamente trovare presso qualsiasi supermarket.
Negli anni '90 la cultura americana è ormai invasa da sponsor e spot che girano in vertiginosa continuazione su MTV alternandosi ai videoclip; l'America è quella dei manga giapponesi, della facile autoironia dei Simpsons, del mangiare precotto, degli scandali sessuali ospitati dai talk-show, delle guerre lampo e delle facili emozioni precostruite da Hollywood: in un simile scenario emerge Douglas Coupland, uno scrittore atipico e subito ottiene successo e consenso unanime da critica e da pubblico.
Generazione X e
Generazione Shampoo diventano la bibbia della nuova avanguardia letteraria: qui non si parla né di Bertrand Russell né di Bill Clinton né di Tagore, insomma non si parla di niente eppure si parla di tutto perché Coupland attinge la sua cultura direttamente dal tubo catodico del televisore, dal mondo che lo circonda simile ad una cartolina pubblicitaria, e finisce con il raccontare i fatti semplici della vita, quelli immediati. Qualcuno potrebbe pensare che Coupland sia un altro Kerouac vestito per correre sulla strada: non è così. Coupland non ha nulla in comune con quella che fu la Beat Generation: lui scrive punto e basta ma non nutre intenzioni rivoluzionarie, molto più semplicemente si limita ad esporre ciò che la società cerca invano, o quasi, di fargli accettare. Espone i fatti, le cose della vita con estrema semplicità giocando esclusivamente sulla sua sensibilità annoiata, disgustata che la società ha prodotto nel suo animo: per questo con
Memoria Polaroid nel 1996, una raccolta di impressioni istantanee come suggerisce il titolo, Douglas Coupland viene indicato come il nuovo portavoce dell'avanguardia letteraria americana. Il suo stile sobrio, spontaneo, riesce a far breccia nel roccioso cuore americano: Coupland viene subito assorbito, suo malgrado, nel meccanismo che trasforma un vero scrittore in un produttore di bestseller; i suoi romanzi vengono soprattutto letti da ragazzi che la scuola l'hanno vissuta poco e male e riconoscono in Coupland il loro padre. La società americana, quella dei giovani, si può distinguere in tre livelli generazionali: gli sbandati e i drogati, che non ci pensano su due volte a metterti il coltello contro il pomo d'Adamo, i borghesi figli di borghesi, che aspirano solo a diventare come i loro padri votati alla famiglia e alla Chiesa ed in ultimo quelli che sentono di non appartenere né ai borghesi né alle frange della bad generation... e proprio a quest'ultima categoria si rivolge Douglas Coupland: è già un buon risultato ma comunque commerciale. Molto più serio il progetto di avanguardia di Larry McCaffery che insieme a W. T. Vollmann, Euridice, S. Wright e M. Leyner diventano i portavoce dell'Avant Pop underground, quello che l'America non riesce a digerire se non a piccole dosi; Euridice, ad esempio, con il suo romanzo
F/32, che nulla ha da invidiare agli scritti del più noto e classico Henry Miller, esplora la sessualità femminile così come mai è stato fatto e per questo viene condannata dal perbenismo americano. Come lei, tanti altri autori si muovono nel nuovo scenario dell'Avant Pop e Mark Leyner insieme a Larry McCaffery si possono considerare i veri padri di questa scuola.
Sento odore di Esther Williams di Mark Leyner è una raccolta di splendidi racconti: scritti con uno stile superbo sincopato e provocatorio, ricordano la vitalità di J. Hendrix; ventisei racconti che si snodano dalle aziende di jingle della Madison Avenue per approdare ai salotti pseudo-dannunziani degli esteti ed infine naufragare sulla patinata via delle Star, possono essere considerati una vera perla dell'Avant Pop, che non ammette alcuna concessione idealistica o stilistica. Se Larry McCaffery ha dato voce all'Avant Pop, Mark Leyner ha amplificato questa voce fino all'esasperazione, una esasperazione pura e genuina che traduce la vita di tutti i giorni in un lirismo esemplare, moderno. Leyner scrive poesia guardando all'underground culturale con rispetto critico così ogni sua pagina risulta essere provocatoria quanto bella. I ventisei racconti non perdono un colpo: tutti originalissimi, alcuni lunghi, altri dei veri bonsai, sono uno dei più alti esempi della cultura d'avanguardia, insomma una vera perla letteraria che non può mancare nella biblioteca degli estimatori delle nuove avanguardie letterarie.
Il male minore
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recensione di Giuseppe Iannozzi
Autore Carlos Eduardo Feiling
Titolo Il male minore
Titolo originale
Edizione Fanucci , Dark
Pagine 256
Prezzo L. 25.000
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   buono |
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Lovecraft ci ha abituato ad un mondo dominato da numi malvagi che vogliono la corruzione dell'umanità, numi che esistono nell'intorno quotidiano e di cui noi, mortali, ignoriamo l'esistenza o fingiamo di non riconoscere. H. P. Lovecraft per primo ha descritto un mondo ascoso dove le tenebre non sono solo il sudario che avvolge la Terra ma anche il lenzuolo funebre che fascia l'anima di ogni singolo essere presente su questa terra di dolore cosmico. La visione lovecraftiana del mondo non è sicuramente delle più ottimiste, ma è proprio questo che affascina ancor oggi il lettore moderno. Con
Il Talismano (scritto in collaborazione con Peter Straub),
It,
L'Ombra dello Scorpione, Stephen King ha riesumato le tematiche lovecraftiane per adattarle ad un horror facilmente commerciabile; tuttavia,
It e almeno
Il Talismano rimangono nel loro genere "commerciale" dei lavori non facilmente imitabili, che se nulla di nuovo aggiungono alla letteratura d'essay, almeno non la deprezzano.
"La vida es demasiado pobre para non ser también inmortal", ovvero "la vita è troppo povera per non esser anche immortale" ebbe a dire il famoso scrittore argentino Jorge Luis. Borges ed ancora nell'
"Elogio dell'ombra, la sua poesia sempre sospesa fra un grande senso di umanità visionario e misticismo gotico, Borges ci dice che "Nella vita son sempre state troppe le cose; / Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare; / il tempo è stato il mio Democrito. / Questa penombra è lenta e non fa male; / scorre per un mite pendio / e somiglia all'eterno", un concetto poetico che bene si coniuga con il sentimento dell'ultimo romanzo di Carlos Eduardo Feeling,
Il male minore. E' giudizio di Sergio Pent, che ha firmato la postfazione all'ultima fatica di C. E. Feeling, che "il significato di questo romanzo va cercato, secondo noi, nella incapacità umana di definire le proprie angosce; oltre i limiti - le Recinzioni - della ragione, non siamo più in grado di riconoscerci e di appartenerci, e la soglia del Mistero si può spalancare come un abisso, concretizzando tutte le più ancestrali paure. Definire questo lavoro di Feiling... come un divertissement, significherebbe sminuirlo di tutte le simbologie che hanno caratterizzato da sempre la narrativa latinoamericana... l'atmosfera ci sussurra che è lecito andare oltre le supposizioni... Eppure, viene da dire, questo non sembra un noir, piuttosto un romanzo a tinte fosche che ci fa riaffiorare a un passato in cui le ombre maligne delle presenze mefitiche create dal Solitario di Providence - il sommo Lovecraft - o dal suo quasi coetaneo Abraham Merritt, causavano turbamenti inafferrabili alle nostre serate adolescenti... Feiling è un altro tardo epigono del romanzo gotico? Anche qui, le case infernali di Richard Matheson, le ghost story di Peter Straub, non abbiamo che l'imbarazzo della scelta. Eppure no...".
La letteratura latinoamericana vanta nomi illustri di scrittori, che pur non affrontando apertamente il noir come loro stile, hanno dato vita ad un immaginario folcloristico che affascina e spaventa allo stesso tempo; ad esempio,
Paradiso dello scrittore cubano José Lezama Lima affronta con raffinato lavoro linguistico il mito di Faust nella vita quotidiana: "Che cos'è Paradiso...? E' mia madre, è la mia famiglia, è l'amicizia. E poi c'è la presenza di Oppiano Licario: una specie di dottor Faust, un ente tibetano, l'uomo che vive nella città delle stalattiti, l'Eros dell'assoluta lontananza", spiega Lima.
Paradiso di Lima richiese più di dodici anni di lavoro e venne pubblicato nel 1966 all'Avana: un romanzo forte, cupo, che subito fece arricciare il naso ai benpensanti americani e solo grazie al tempestivo interessamento di Fidel Castro fu evitato il sequestro e la condanna dell'opera, una opera massima della cultura latinoamericana, che meriterebbe di esser riletta con attenzione dalle nuove generazioni di letterati europei e non.
Dell'amore e di altri demoni insieme a
Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez sono altri due notevoli esempi di come la cultura latinoamericana è sempre riuscita a dosare nelle giuste proporzioni elementi fantastici e reali nella propria cultura letteraria: inquadrare lo stile artistico di Carlos Eduardo Feiling è pressoché impossibile, anche se si ha la tentazione di accostarlo a nomi quali Borges e Lovecraft. Sicuramente Feiling ha risentito - e non poco - dell'influenza di entrambi così come di Edgard Allan Poe e Stephen King; tuttavia collocare Feiling tra gli autori horror o dark non è completamente possibile: Feiling, ho l'impressione che rifiuti di indossare la veste dello scrittore di settore.
Il male minore di Carlos Eduardo Feiling è stato pubblicato in Argentina già nel 1996 e con un ritardo notevole giunge finalmente anche fra le mani del lettore italiano, che purtroppo, non potrà far a meno di notare i grossolani errori di traduzione, ma è già quasi un miracolo che l'ultima fatica dello scrittore argentino sia stata pubblicata in Italia. Carlos Eduardo Feiling con
El mal menor ha rinverdito la tradizione culturale latinoamericana con una espressione personalissima di quel mondo lovecraftiano dominato da atri numi, che spalancano porte verso un mondo maligno di zolfo e corruzione gnostica. La storia è quella di Inés Gaos, cocainomane, che si trasferisce in un appartamento, apparentemente, innocuo presso San Telmo, un quartiere povero di Buenos Aires. Insieme all'amico Alberto apre e conduce un ristorante: entrambi tirano larghe piste di coca, ma Inés, rispetto ad Alberto, sembra più fragile e difatti comincia ad avere strane visioni, che, poi, si riveleranno per quel che sono in realtà, manifestazioni concrete del Male e non semplici suggestioni dovute all'abuso di stupefacenti. Inés incontra Nancy, inquilina impicciona, che la mette in guardia sulle presenze faustiane che invadono la casa; ma la snob Inés è troppo presa da se stessa per dar retta ai vaneggiamenti di Lucy e per un certo periodo di tempo finge che la casa non sia realmente infestata dai demoni ripetendo a se stessa che è solo autosuggestione. Ma la morte del suo fidanzato (meglio sarebbe dire
uno dei suoi amanti) farà di Inés una donna con i nervi a fior di pelle: la morte dell'uomo a dir poco strana, aprirà la mente di Inés ad accettare l'idea che il mondo potrebbe esser effettivamente sotto il controllo di forze malefiche. L'incontro con Nelson Floreal, cartomante uruguayano, le spiegherà molte cose e anche Alberto Leboud finirà con il prestar fede alla storia del cartomante: il mondo non precipita nelle tenebre perché la Recinzione che gli Arconti tengono insieme non permette ai demoni di scorrazzare e far danni così come vorrebbero. E Nelson Floreal è uno degli arconti: Inés finalmente si convince dell'onestà del cartomante e l'affianca nella lotta contro il Male, ma questo ha il sopravvento su Nelson, che a stento riesce a proteggere Inés e ad eleggerla sua adepta prima di tirar le cuoia. Insieme ad Alberto, Inés si mette alla prova contro il Male, che ormai ha fatto già fuori un buon numero di arconti sparsi per il mondo: vani i tentativi di Inés, gli arconti ancora in vita non le rispondono o non sanno come risponderle o sono già morti. La donna, che non ha nulla affatto rinunciato a tirar di coca, indarno si batte contro il Male, finisce a letto con Alberto che aveva sempre (o quasi) considerato solo un amico... e alla fine scoprirà di esser lei stessa parte integrante del Male che circola per il mondo reale, lei che non ricorda quando ha sterminato la famiglia di Nancy... Ed Alberto intanto ride a sua insaputa di Lei, di Lei che trova nel suicidio l'unica via di uscita provvisoria da un mondo corrotto.
Il male minore di Feiling è un ottimo romanzo nella migliore tradizione latinoamericana, che vede impegnati i protagonisti e in Argentina e a Cuba: oltre ad essere un romanzo cupo, è uno sguardo - forse disincantato ma non troppo - sulle ultime vicissitudini che hanno segnato la vita dell'Argentina, un grande romanzo che C. E. Feiling ci ha regalato come sua opera ultima prima della dipartita avvenuta assai precocemente all'età di trentasei anni per leucemia. Se H. P. Lovecraft è stato il grande insuperabile maestro del pessimismo cosmico, Feiling con questo lavoro non gli è da meno: ma Lovecraft e Feiling sono due scrittori distinti, e anche se Feiling è stato influenzato da Lovecraft, l'originalità dello scrittore argentino è indiscutibile e per rendersene conto basta leggere
Il male minore".