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Cedric Andersen
1.- Il signor Cedric Andersen?- Sì, sono io. Con chi ho il piacere... - C'è un auto qui fuori che ci aspetta: siamo venuti a prenderla. - Non vengo proprio da nessuna parte, se almeno non mi dite chi siete. - La prego, devo chiederle di seguirci urgentemente senza fare altre domande. - Cedric. Abbiamo un grosso problema, devi venire subito. - Di cosa si tratta? - Non c'è tempo. Hangar 15, muoviti. - Sì, sono io, ma chi è che parla? - Sono Jeremy... Jeremy Horg. - Ma che bella sorpresa, qual buon vento... - Ascoltami bene, non c'è tempo per scherzare, abbiamo veramente bisogno di te. Devo vederti il prima possibile. - Ma sono io che non voglio vedere voi, è molto semplice. Nonostante avesse sentito distintamente riattaccare all'altro capo del filo, Jeremy Horg continuò ad alta voce, come se stesse ancora parlando al vecchio amico. - Accidenti a te, Cedric, lo sapevo. Così mi costringi a fare nell'altro modo. Non era affatto solo nella stanza. Si cercò intorno, evitando però con cura ogni sguardo. Un'alternativa era la sola cosa che chiedeva, ma sapeva benissimo di non poterla trovare. Quindi concluse: - Procedete come stabilito. Scilla Devers cercò di dissimulare la sua preoccupazione, ma era tradita dalla tensione delle sopracciglia.
2.- Come sta?- Abbastanza bene. Non sembrava, a vedere tutti i fili e i tubi collegati a fasci alle braccia e al torace, la maschera per la respirazione a coprire naso e bocca, e i ricevitori cerebrali applicati sulle tempie. Lui, immobile e disteso sul lettino, così intorpidito da non essere sicuro di possedere ancora un corpo, sarebbe stato il primo ad avere molto da ridire, se solo fosse riuscito ad aprire la bocca, coordinare due labbra e muovere una lingua. - Ci può sentire? - Assolutamente sì. Per niente scontato anche questo. Nonostante ormai già da parecchi minuti distinguesse quelle voci apparentemente lontane, temeva ancora che potessero essere fantasmi interiori agitati dai fumi di un delirio più che giustificato: l'unica cosa di cui era conscio era di essere stato pressoché annientato, non sapeva da chi o perché, ma almeno ora poteva cominciare a sperare di essere era ancora vivo. - Può anche rispondere? - chiese la Devers. - Non appena gli strumenti saranno a posto, non ci dovrebbero essere problemi - rispose il tecnico mentre modulava un monitor di controllo. - Non abbiamo neanche un minuto da perdere - lo sollecitò Horg. - Mobilitate subito una ptero-unità attrezzata. Lo voglio quanto prima all'hangar 12. Poi, non appena ebbe un cenno di via dal tecnico medico, si rivolse con maggiore attenzione al loro paziente. - Ascolta attentamente. Ci vorrebbe molto più tempo per calibrare gli strumenti sul tuo schema mentale, ma il tempo è proprio una delle cose che più ci manca, quindi ti raccomando: pensieri semplici e asciutti, per ora ci sarà molto più semplice riconoscere dei "sì" o dei "no". Intesi? - La sua risposta è "sì" - dichiarò l'operatore, mentre teneva costantemente sott'occhio i display. - Perfetto. Mi riconosci? Sono Jeremy Horg, direttore tecnico del progetto Ariel. - La sua risposta è "no". - Ti ricordi il tuo nome? - La sua risposta è "sì". - Ti chiami Cedric Andersen? - La risposta è "sì". - Ti ricordi come sei arrivato qui? - "No". - Non ricordi di essere il pilota del vettore di trasferimento dimensionale Ariel? - Ci sta pensando... - disse il tecnico, e passarono ancora due o tre secondi. - Ecco: la risposta è "sì". Furono interrotti dall'arrivo trafelato di un altro addetto. - La ptero-unità è stata attrezzata: siamo pronti per il decollo. Oramai qualsiasi protocollo era saltato, ma Horg e la Devers per primi sembravano non farci assolutamente caso. - Ottimo. Portiamolo subito all'hangar 12. Poi Horg si rivolse nuovamente al dottore: - Quanto ci vorrà per potergli parlare più direttamente? Il medico ci pensò su, ma solo lo stretto necessario che la situazione imponeva. - Molto dipende anche da lui. Il suo fisico eccezionale non è tutto, la volontà di riprendere pieno controllo di sé in casi del genere è ancora più importante. Horg sembrò in parte risollevato. Guardò la professoressa Devers, poi ancora il paziente e disse: - Allora se lo conosco ci sarà poco da aspettare. - Era ancora collegato, capo - avvisò il tecnico mentre tutti stavano per andarsene - e le ha risposto di nuovo. Ha detto "sì".
3.Cedric Andersen si era svegliato da pochi minuti.Era solo in una strana stanza circolare, anzi quasi sferica, bianca e luminosa come una pallina da ping-pong, ed era in movimento, a giudicare dalle vibrazioni. Al termine dei leggerissimi scossoni del suo non meglio precisato mezzo di locomozione, una porta fino a quel momento invisibile si aprì. - La seduta iperbarica è terminata - disse un uomo in camice. Ma non stava parlando con lui. - Non c'erano alternative, Cedric - aggiunse infatti qualcuno alle spalle del medico. - Purtroppo non ce ne hai lasciate. Era Jeremy Horg, molto più vecchio rispetto ai due anni trascorsi dall'ultima volta in cui si erano incontrati. In quel momento il rancore sparì nell'intensità di una serie infinita di ricordi. Andersen dovette quasi concentrarsi per dare un tono deciso alle sue rimostranze. - Vedo che ora non andate tanto per il sottile - disse. - In che razza di modo... Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli, in formato rtf, alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dalla nostra selezionatrice Milena Debenedetti. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |