racconto di
Ivo Torello


Voci

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RACCONTO

Vedi il volto di un uomo
Ma non il suo cuore
Vedi il volto di un uomo
Ma non conoscerai mai i sui pensieri
Massive Attack, Exchange
Mattia Tremet era esausto, ma decise che, no, ancora non bastava.
Raggiunse un altro capannone in rovina e, meticolosamente, riprese ad esaminare i graffiti che ne istoriavano i muri. Ce n'erano di ogni colore e dimensione: segni in codice, organi sessuali stilizzati, frasi in arabo - scritti uno sull'altro, uno dentro l'altro -precipitavano incompleti nelle finestre sfondate o si decomponevano in geroglifici parzialmente cancellati. Nel gran frastuono di forme e parole, cercare la voce di suo figlio richiedeva somma attenzione.
Camminava fra le strutture di ruggine che erano il ricordo di un'acciaieria, immerso in un silenzio ronzante. La notte stava sbiadendo in giorno e la luce lattea tentava in vano di scacciare le ombre da tubature e passerelle.
Mattia svoltò ad un angolo, poi ad un altro, la polaroid sempre pronta a catturare una delle voci di Simone.
Le indagini, a dar retta agli inquirenti, non cessavano di fare progressi; in realtà non stavano portando da nessuna parte. SCOMPARSO SIMONE TREMET 5 ANNI, continuavano a strillare i volantini affissi alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie, nei bar e negli uffici pubblici. Eppure niente, il vuoto, nemmeno una voce che spezzasse il silenzio avviluppato, soffocante, alla vita di Mattia.
Ciò che era accaduto in quei trenta giorni era stato come un'interminabile allucinazione. Spesso gli era successo di guardare i propri interlocutori, facce sempre uguali di poliziotti, carabinieri, psichiatri, e annuire, ringraziare per quello che veniva fatto e lasciare che la simulata condivisione del dolore si compisse. Perché era lui che aveva perso il suo unico figlio. Prima Arianna, sua moglie, in un incidente stradale, e adesso Simone. Svanito così, si sarebbe detto schioccando le dita, un pomeriggio nel parco.
La città, colorata dal primo freddo d'autunno di burrasca e foglie morte, non gli era mai sembrata un luogo tanto ostile né altrettanto grande. Immerso nelle strade trafficate, Mattia non smetteva mai di cercare Simone. Tra lui e suo figlio c'erano un mese di attese, di rabbia, di incubi feroci che, non appena s'addormentava, gli azzannavano il cuore passando dal cervello. Trenta giorni passati a contare ogni merdoso minuto, a contemplare i propri sensi di colpa, a piangere e urlare. In quel tempo casa sua si era trasformata nell'interno di un corpo malato: sparsi dappertutto c'erano i segni del disordine che aveva contaminato la sua vita, segni fatti di sporcizia, torri sbilenche di giornali e fotografie che parevano stringersi a lega per soffocare la poca luce rimasta.
In mezzo a tutto questo, le voci: SIMONE GIOCA CON NOI. SIMO STA URLANDO. SIMON HA LE MANI PICCOLE. SIMONE E' STATO QUI. Erano quelli i graffiti di cui non fregava niente a nessuno, che solo Mattia sembrava vedere. Scritti a pennarello, mimetizzati fra tutte le parole che esplodevano senza requie attraverso la città. Per ognuno erano qualcosa di diverso, una paranoia, un modo di affrontare il dolore, magari persino un'illusione di un ordine in mezzo al caos: per Mattia erano soltanto l'ultima speranza di ritrovare suo figlio.
Superò un altro angolo del capannone ed eccola, la sua paranoia, il suo scudo, la stronza illusione: SIMON GIOCA SEMPRE CON NOI. Una semplice scritta a pennarello.
Rimase a fissare il graffito, lo sfiorò con la punta delle dita come per accertarsi che fosse reale. Scattò fotografie sino ad esaurire la carica della polaroid. Poi la sostituí con un'altra e ricominciò come se la luce del flash potesse costringere quelle parole a rivelare la verità che nascondevano. SIMON GIOCA SEMPRE CON NOI.
Più tardi avrebbe aggiunto quella fotografia alle altre, sul muro del salotto, e sarebbe rimasto a fissare il risultato - stranito, rincoglionito, fremente - per ore intere. Vi avrebbe camminato davanti, poi avrebbe staccato ogni polaroid e riattaccata ancora una volta, e magari avrebbe riscritto a mano ogni frase fumando una sigaretta dietro l'altra finché non si fosse messo a tossire, a tossire, a tossire fino a squarciarsi le budella con sterili conati di vomito. E si sarebbe spaccato la testa sulla sola domanda che aveva ancora un senso: chi? CHI? CHI erano le ombre che scrivevano di Simone? CHI erano le bestie che glielo avevano portato via?
Era la stessa domanda che urlava fra le macerie della sua mente quando camminava tra la folla. Chiunque poteva essere la risposta. Chiunque. E certe volte accadeva che la folla, come se avesse udito le urla della sua anima, rispondesse con risatine malcelate e con sussurri malevoli, o ancora con sguardi che parevano poter stringere le spalle con sufficienza. Mattia allora non poteva fare altro che continuare a cercare, cercare ovunque, mentre i muri si stringevano, gli serravano il passo e lo dirottavano in luoghi morti dentro la carne di cemento tatuata di TI AMO SONIA, JUVE MERDA, LA LOLA HA IL CULO ROTTO. Certe volte, in quei tatuaggi di vernice, c'era l'evidenza che ognuno negava a suo modo, tranne lui. SIMON GIOCA SEMPRE CON NOI.
Mattia sorrise, si direbbe, come sorridono i matti. Si asciugò il sudore appiccicato alla fronte, guardò il nulla intorno a sé e poi si accese una sigaretta.
Era convinto di aver visto coloro che avevano portato via suo figlio e, per un motivo che non gli era dato comprendere, sapeva che erano tre. Conosceva appena i loro volti, ma per quanto si sforzasse di ricordare altro, ciò che la memoria rievocava con dolorosa precisione era l'immagine di Simone che sgambettava nel parco, lo stesso pomeriggio in cui era scomparso - maglioncino con Winnie the Pooh, un paio di brachette piene di tasche - e nulla d'altro.
Continua



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