racconto di
Nicola Verde


Prima che mio figlio nasca

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RACCONTO

Tora Peis aveva quarantotto anni quando decise di ritornare a Bonela e di comprarsi un appartamentino, un terzo piano: camera, saloncino, cucina e bagno.
Ventitré anni prima era partita per Roma con Sante, e per dieci anni i due avevano fatto una buona vita. Poi, quando ormai non ci speravano più, lei era rimasta incinta. E subito aveva cominciato a fare certi strani sogni: che s'immergeva piano piano in un mare bianco come il latte; e che dentro la pancia aveva un bambino con le unghie già formate e i capelli e i denti. Sogni così. Premonitori disse poi, quando il bambino si presentò strappandole le viscere. E che poi, a tredici anni, le ammazzò il marito sbranandolo con i suoi denti da squalo. E che, col padre ancora rantolante, le aveva ringhiato contro: - Se parli t'ammazzo anche a te!
Lei s'era rincantucciata. E quando vennero i carabinieri a prenderlo, lui, tra i denti, aveva soffiato: - Tanto dove scappi, prima o poi t'acchiappo!

Adesso è davanti allo specchio che si dondola un poco sulle gambe, si tira su la gonna fino alle ginocchia, e poi più su, fino a lasciar scoperte le cosce che ha bianche e lisce. Sante le diceva che le sue cosce profumavano. E' almeno un buon profumo? Chiedeva lei. , rispondeva immancabilmente lui. La foto di Sante è sopra il canterano. Tora lo guarda e lo trova bello. Anzi, bellissimo. E' in divisa e pare un dio meridionale.

Quando gli aveva detto di essere incinta Sante le aveva baciato la pancia e lei gli aveva accarezzato i capelli. Poi quando venne il momento di scegliere il nome, decisero che quel figlio sarebbe stato femmina.
- La chiameremo Baingia - disse lei, perché, diceva, quel nome le ricordava la Sardegna. Sante fu d'accordo.
Lui le aveva portato dei fiori, rose dal gambo lungo, fiori fuori stagione; lei li aveva messi in un vaso che aveva appoggiato al centro del tavolo in cucina. Dopo, non gli aveva fatto mai mancare l'acqua. Ma i petali s'erano lo stesso piegati all'infuori, come grosse labbra pendule; poi avevano cominciato a spandere un profumo dolciastro; e le stanze s'erano presto saturate di un lezzo insopportabile di marcio che faceva pensare a una cappella cimiteriale. Tora si convinse che anche quello era stato un segno premonitore.
Adesso Tora Peis si toglie piano piano il golfino di lana, si guarda il petto fasciato da uno di quei corpetti dalle coppe larghe e alte. Si guarda le pieghe ai fianchi, molli, tenere di ciccia lasciata andare; si guarda il taglio alto dei seni accostati, tenuti su e trattenuti da quel corpetto; ha il collo ancora liscio. Distoglie con fatica lo sguardo dalla pancia.
Si guarda allora i capelli, che ha corti e gonfi, come andavano di moda negli anni sessanta. Prende un pettine e comincia a stirarli. Sente lo stomaco contrarsi in uno spasmo doloroso: ha orrore di quelle contrazioni. Muove la mano con decisione; i capelli le si aggrovigliano nel pettine; dà un colpo secco, piega la testa accompagnando il movimento: la fitta dolorosa che le attraversa il capo le fa chiudere gli occhi, così non guarda nient'altro. Quando li riapre guarda la lunga cicatrice che le attraversa la pancia; non avrebbe voluto; le pare una sottile linea di confine che divide la sua parte buona da quella cattiva, l'ha sempre pensato, o meglio ha cominciato a pensarlo da subito dopo che mani esperte gliela avevano fatta. Affonda le dita nella carne molle di quella ferita.
Si riveste in fretta. Adesso ha una gran voglia di uscire. Fuori c'è un bel sole tiepido.

Fin dai primi tempi, dacché aveva saputo che era incinta, Sante aveva preso l'abitudine di appoggiare l'orecchio sulla sua pancia e poi giurava e spergiurava di sentire una specie di raschio, un qualcosa che grattava. Lei diceva che si sbagliava, che non poteva essere, che lei non sentiva ancora niente. Poi ci fu il primo spasmo lancinante. L'ebbe a circa tre mesi. Fu improvviso: lei si contrasse, sbarrò gli occhi, e rimase senza fiato.
- Che hai, ti senti male? - Le chiese premuroso Sante.
- Un dolore acuto proprio qui - disse lei, e si indicò più o meno l'ombelico. La sorprendeva soprattutto l'orrore e la paura che provava.
Qualche giorno dopo lo spasmo tornò, più doloroso. Tora si contorse sulla sedia, si rivoltò come se avesse voluto rovesciarsi la pancia, poi allungò i piedi e si piegò di lato. Sante le prese le spalle.
- Non è niente - disse, - vedrai che non è niente.
Tora spalancò gli occhi.
- Ho paura - disse.
Sante le batté dei colpetti sulle spalle, come per consolarla, ma non disse nulla.
Quando cominciò a rifiutare il cibo, Sante le chiese che avesse.
Lei disse: - Non voglio contribuire a ingrassarlo!

Adesso Tora Peis attraversa il paese che sembra tirato a lucido, come sempre dopo una giornata di pioggia; l'aria è tersa e le pareti delle case sembrano lavate di fresco. Dinanzi, proprio in fondo alla via che taglia in due il paese, Tora vede il monte Saru che s'erpica contro il cielo e lo copre: sembra un fondale teatrale.
Va a passo svelto. E con lo stesso passo si butta per la campagna che sta ai piedi della montagna. Poi prende a salire, rapida; e quando giudica di essere arrivata in un buon posto, si ferma. Si volta e guarda di sotto: vede Bonela stendersi in volute concentriche. Qui, finalmente, si siede e allunga i piedi davanti a sé.

Quando le fecero la prima ecografia i medici si congratularono con lei.
- Tre - dissero. Fieri. Manco la cosa li riguardasse personalmente.
E tenevano alte le prime tre dita della mano destra; le oscillavano davanti ai suoi occhi come se le stessero parlando della Santissima Trinità.
- Tre - ripeté Sante appresso a loro. Poi disse: - E' la cosa migliore.
Anche lei condivise che sarebbe stata una buona cosa.

Continua




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