di Giuseppe Iannozzi


Eymerich contro il Castello

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LIBRI

Un nuovo libro della saga di Eymerich è sempre un evento. Sullo scorso numero abbiamo intervistato l'autore, Valerio Evangelisti: ora è venuto il momento di soffermarsi con più attenzione sul libro, uno dei migliori dell'intera serie: Il castello di Eymerich


L'eroe può essere un eroe negativo, crudele... un Inquisitore? La letteratura fantasy tradizionale ha quasi sempre proposto eroi positivi: il cliché è "il buono contro il cattivo", tuttavia non sempre è stato così...
James Branch Cabell, con Don Manuel di Poictesme e Jurgen, diede vita ad eroi che non si possono di certo definire degli stinchi di santi: in Jurgen, ad esempio, Cabell prende in esame molte figure della fantasia letteraria e storica; il risultato è un romanzo moderno, dove Jurgen, il protagonista, flirta con ogni donna che gli capita a tiro fino a diventare un eroe quasi negativo. Quando apparve per la prima volta in America nel 1919, il romanzo fu subito sequestrato a opera della Società per la Repressione del Vizio. Cabell venne accusato di aver scritto un romanzo pornografico; ma recentemente, Fernanda Pivano, ha detto di Cabell: "Non c'è dubbio che nella giostra degli autori sconcertanti Cabell occupa un posto notevole. Da Rabelais ai surrealisti non c'è letterato o mito letterario che non venga scomodato per spiegarlo..." Jurgen, all'inizio della sua avventura, era un personaggio "pulito": tuttavia, entrando a contatto con la società, finisce con il soccombere ad essa ed infine ne incarna la dissolutezza con piacere. Ma prima di Cabell, Mary Shelley con il suo Frankenstein ha dato vita ad un eroe che la società indicò come negativo: all'inizio il ripugnante aspetto di Frankenstein racchiude un animo sensibile, tant'è che legge le "Vite" di Plutarco, "Il Paradiso Perduto" di Milton, il "Werther" di Goethe. Tuttavia la società vede in "lui" solo un "mostro" e Frankenstein finisce con il diventare sul serio un mostro. Comincia a perpetrare delitti spinto dalla solitudine e infine scompare nelle tenebre. E cosa dire del mito di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda? Thomas Malory ha fornito sufficiente materiale a molti autori di fantasy: ad esempio, Terence Hanbury White è famoso per aver scritto Re in Eterno, un romanzo che partendo dall'iniziazione del giovane Artù arriva a delineare un Re ormai maturo, segnato dalla crudeltà della vita e della guerra, dal tradimento di Lancillotto che insidia Ginevra, moglie e Regina di Artù, insomma un Re che bene incarna la dicotomia del Bene e del Male: Artù vorrebbe perdonare Ginevra e Lancillotto ma non ne è capace e solo alla fine riesce a risolversi per il bene del suo paese, un paese che ormai un teatro sanguinoso di guerra e confusione. Il Re Artù di T. H. White rappresenta la dicotomia del Bene e del Male, quella che qualsiasi uomo mortale deve risolvere nella sua anima per poter eternarla nel Bene. J. R. Tolkien con Il Signore degli Anelli si spinge ancora oltre: in un mondo fantastico ma potenzialmente reale, il Male non si può estirpare e anche quando il valoroso Hobbit riesce a sconfiggere le potenze aliene, l'Hobbit ha dovuto sacrificare la sua innocenza ed è quindi costretto all'esilio volontario dalla sua Terra per non corrompere gli altri Hobbit... Ormai Bilbo Baggins, l'Hobbit, ha conosciuto il Male e per non portare questa consapevolezza tra gli animi degli altri Hobbit deve rinunciare ad "essere" fra i suoi simili: "...seduto accanto al fuoco, rifletto sul mondo che sarà, quando l'inverno un giorno giungerà, ma della bella primavera io non vedrò l'aspetto... mentre lì seduto aspetto sui tempi che fuggirono veloci, ascolto in ansia ed aspetto il ritorno di passi e di voci..." Quando uscì "Il Signore degli Anelli", la critica accusò Tolkien di aver dato vita ad un mondo senza speranza dove il Male anche quando viene sconfitto continua ad esistere.
Da qualche anno Valerio Evangelisti ha dato vita al ciclo di avventure incentrate sull'Inquisitore Eymerich: il personaggio creato da Evangelisti è un eroe della cristianità, della Chiesa?
Eymerich incarna le debolezze umane, anche se una lettura superficiale potrebbe far pensare ad un eroe crudele che vive della sua crudeltà, o meglio della crudeltà che la Chiesa gli ha inculcato nel cuore. E' invece un personaggio turbato e chi non lo avesse ancora capito, leggendo l'ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, "Il Castello di Eymerich", non potrà non rendersene conto.
Ma l'Inquisizione che cosa è stata in realtà?
La stregoneria ha origini antichissime; il termine strega diventò di uso comune già nel 589 d.C: "La conversione dell'Europa solo raramente fu ottenuto con il ferro e con il fuoco... Le pratiche pagane non sempre furono stroncate spietatamente, e le autorità ecclesiastiche diedero spesso prova di tolleranza", spiega lo storico Norman Cohn. Ma se al tempo della cosiddetta Chiesa Primitiva la tolleranza era reale, nel Rinascimento la furia inquisitoria non ebbe più freni e la tolleranza fu dimenticata.
Il paganesimo deriva dal latino "pagus", che significa "luogo di campagna" e le streghe sono legate ad esso; le prime streghe furono identificate dalla tradizione cristiana nel mondo antico: ad esempio, Ecate, fu la dea della stregoneria e la regina delle tenebre presso i Greci, ma anche la Diana dei Romani, corrispondente all'Artemide dei Greci e all'Erodiade dei Giudei, venne spesse volte considerata una strega, difatti alcuni documenti della Chiesa risalenti al IX secolo la descrivono come "colei che comandava i cavalieri della notte".
L'Inquisizione non fu un fatto storico circoscritto al solo Rinascimento: il Cristianesimo cominciò la sua opera inquisitoria subito dopo lo sfaldamento del Sacro Romano Impero, anche se la Chiesa non aveva ancora inaugurato apertamente la caccia alle streghe, ai pagani, ai giudei.

Autore Valerio Evangelisti

Titolo Il castello di Eymerich

Edizione Mondadori, collana Omnibus Italiani

Pagine 396

Prezzo L. 34.000

ottimo 
L'Istituzione inquisitoria fu fondata nel Medioevo e suo fine era di giudicare i presunti eretici per convertirli o più spesso per condannarli spietatamente; essa iniziò (ufficialmente! - ma come si è fatto notare, l'Inquizione è iniziata in modo "ufficioso" almeno 800 anni prima) la sua macabra opera tra il 1231 e il 1235, quando papa Gregorio IX, allo scopo di combattere i dilaganti fenomeni di eresia istituì i tribunali dell'Inquisizione lungo, o quasi, tutta l'Europa (catari e valdesi, ad esempio, sono al centro del romanzo storico di Umberto Eco, Il Nome della Rosa, dove con rigoroso puntiglio storico vengono analizzati i motivi e le cause dell'eresia). Solitamente il vescovo esercitava la propria giurisdizione nei limiti della diocesi, mentre l'inquisitore vero e proprio esercitava la cosiddetta giurisdizione universale, relativamente alle persone, e spesse volte la tortura dei presunti pagani diventava per l'inquisitore momento per godere di una pura crudeltà: gli abusi che gli inquisitori operavano contro i perseguitati sono ormai oggi tristemente noti.
In linea generale l'inquisitore, sostenuto da un vicario, era affiancato dal vescovo (o comunque da un suo delegato) e da un consiglio composto da chierici, commissari, notai, giuristi: un siffatto spiegamento di persone, pour ainsi dire, autorevoli in materia, doveva evitare errori e arbitri procedurali; gli accusati di eresia venivano interrogati e, sotto il peso della tortura, innocenti o colpevoli che fossero, finivano col confessare la loro colpevolezza, quindi venivano subito condannati (penitenze pubbliche, obbligo di indossare abiti recanti vistosi, marchi a fuoco, erano all'ordine del giorno....). Tuttavia, il più delle volte, gli eretici non venivano semplicemente bollati a fuoco: molto più spesso erano subito spediti sul rogo, mentre i pentiti venivano dapprima uccisi, e in seguito i loro corpi venivano bruciati. Le sentenze venivano lette durante una cerimonia pubblica detta autodafè; se gli inquisiti negavano la propria colpevolezza, si ricorreva all'uso della tortura (autorizzata da papa Innocenzo IV nel 1252 e confermata in seguito da Alessandro IV e da Clemente IV). A partire dal XIV secolo, al tempo di papa Giovanni XXII (1316-34), per circa due secoli, l'Inquisizione estese la sua tirannia anche contro chi era sospettato di stregoneria: si finì con l'assimilare eretici e cultori di Satana, dando così luogo a quella tragica pagina di storia che oggi ricordiamo come "caccia alle streghe". Durante il XV secolo in particolare l'Inquisizione in Spagna fu condotta con zelo fanatico contro i moriscos (musulmani) e i marranos (ebrei), tutti accusati di praticare (segretamente) il loro culto originario, nonostante l'apparente conversione al cristianesimo.
L'Inquisizione divenne ancora più pressante durante il Rinascimento; spiega lo storico del Cristianesimo, Attilio Agnolotto, che "si aggravarono le angosce collettive... vi fu come un'onnipresenza della paure, delle epidemie, soprattutto della peste, e di ogni forma di eversione sociale o politica... c'era il senso apocalittico di una fine prossima, che secondo il matematico Stoffler avrebbe potuto verificarsi nel 1524..." La storia dell'Inquisizione è lunga ed è segnata da basse nefandezze, che si estesero geograficamente lungo tutta l'Europa e continuarono fino all'inizio del Romanticismo, quando i poeti romantici cominciarono a guardare alle streghe e ai pagani con occhio poetico...
Nel 1369, presso il Castello di Montiel, il re di Castiglia, Pietro il Crudele, è in lotta contro il fratellastro, Enrico di Trastamara, entrambi pretendenti al trono. Il Castello di Montiel è stato edificato sul progetto di alcuni maestri della Cabala: la costruzione è viva, un Golem come scoprirà l'Inquisitore Nicolas Eymerich, una verità così assurda che finirà con il ricusarla in toto. Quando il Castello di Montiel verrà distrutto, Eymerich dirà che è stato un terremoto, la volontà divina del vero Dio, quello dei Cristiani.
Pietro il Crudele ospita nel castello molti Giudei tra cui anche Myriam, una giudea innamorata dell'Inquisitore Nicolas: Eymerich pur non ammettendo la sua debolezza carnale e spirituale nei confronti di questa donna, nella sua spietata lotta contro le forze del male, (in)consapevolmente finirà con l'aiutarla per sottrarla alla sua stessa spietatezza.
L'Inquisitore dovrà risolvere non pochi problemi: il castello di Montiel appare subito nella sua inquietante veste, un ricettacolo di magie sataniche e di idiosincrasie tanto sociali quanto religiose. I personaggi tessono trame subdole per ignraziarsi o andar contro l'Inquisitore: Eymerich prima di scoprire la verità, dovrà penetrare non poco nella mentalità contorta dei personaggi quasi tutti schieratisi contro di lui; per Eymerich il fatto che vinca Pietro il Crudele o il suo fratellastro non ha alcuna importanza, anche se alla fine dovrà ammettere che forse sarebbe meglio se vincesse Enrico, che, almeno, non sembra nutrire alcuna sorta di affetto nei confronti dei Giudei.
Chiamato a risolvere la guerra fra i due fratelli, l'Inquisitore Eymerich dovrà affrontare interessi umani e forze sataniche allo stesso tempo; a complicare la situazione spunta Myriam: tutti i quarantanove anni dell'Inquisitore si rivoltano contro di lui... la felicità che le umane passioni possono dare all'uomo mortale si risvegliano in lui, ma Eymerich è l'Inquisitore e la felicità gli è negata. Non appena si rende conto che neanche lui è immune agli istinti carnali, si adopra per sconfiggerli: la battaglia che deve portare avanti è doppia, quella contro le forze sataniche e quella contro i suoi impulsi mortali per tornare ad essere se stesso, il crudele Inquisitore senza alcuna traccia di umanità.

In questo nuovo episodio del ciclo dell'Inquisitore Eymerich magistralmente scritto da Valerio Evangelisti, Eymerich deve soprattutto combattere le "insidie della femminilità"; Donna Leonor (o Estrella), amante e di Pietro il Crudele e del fratellastro Enrico, anche lei, molto sottilmente, finisce con l'indurre in tentazione l'Inquisitore. Eymerich si ribella ma non ne ha quasi la forza fisica: mentalmente (forse spiritualmente) è deciso a non cadere in tentazione, ma fisicamente è debilitato, i suoi quarantanove anni reclamano un po' di felicità, una felicità che alla fine arriverà anche se durerà pochi istanti. Myriam e Leonor si fondono nell'angelo dei Giudei, Metatron: l'angelo è allo stesso tempo angelicato ed incarnato nella figura di Myriam ma anche voluttuoso nelle sembianze di Donna Leonor. Metraton, l'angelo dei Giudei, porterà in salvo l'Inquisitore insieme a Myriam e Leonor e durante il volo verso la salvezza, Eymerich assaggerà la felicità dei sensi, per rifiutarla, una volta in salvo, adducendo la scusa (per lui realtà) che tutto è stato un sogno. Inutile tentar di fargli ammettere la verità; l'Inquisitore rimane saldo sulle sue posizione e chiude definitivamente il discorso dei malefici del castello di Montiel e del presunto coito avuto con Myriam (e Donna Leonor), "Lo scopo della mia vita non è la felicità... Tu e Eleonor siete la stessa persona... due incarnazioni di quel demonio lussurioso, di Lilith... Quando mancano altre spiegazioni, anche una artificiosa va bene."
In questa avventura predomina il fantastico: Evangelisti ha lasciato da parte gli inserimenti fantascientifici per meglio evidenziare l'aspetto umano, fantastico e mitologico del suo personaggio; il risultato è un romanzo spietatamente attuale che evidenzia la fragilità dell'anima umana e le mille contraddizioni che in essa covano, contraddizioni attualissime che l'uomo moderno del Duemila non ha ancora risolto immerso com'è in una fittizia campagna pubblicitaria di ritorno alla spiritualità, una spiritualità basata più sull'iconoclastia che non sulla religiosità.
"Il Castello di Eymerich" è l'ultimo di una lunga serie: Valerio Evangelisti, nato nel 1952, bolognese, nel 1994 vince il premio Urania con Nicolas Eymerich, inquisitore, fanno seguito Le catene di Eymerich (1995), Il corpo e il sangue di Eymerich (1996), Il mistero dell'inquisitore Eymerich (1996), Cherudeck (1997) e Picatrix, la scala per l'Inferno (1998). I romanzi incentrati sulla figura di Eymerich, il crudele inquisitore, hanno riscosso notevole favore in Italia ma anche, e soprattutto, all'estero: tradotti in Francia, Spagna e Germania, nel 1998 hanno valso a Evangelisti il Grand Prix de l'Imaginaire e, nel 1999, il Prix Tour Eiffel, i più prestigiosi premi francesi dedicati alla fantascienza e alla letteratura fantastica.
Nella postfazione all'ultima avventura dell'Inquisitore, Valerio Evangelisti spiega che Eymerich "era nato attorno al 1320 e morto nel 1399. Una sua biografia (Emilio Grahit y Papell, El inquisidor Frai Nicolás Eymerich, Geroma, 1878) riporta anche il testo inciso sulla sua lapide funeraria: Hic jacet R. P. Fr. Nicolaus Eymerici, qui fuit predicator veridicus, inquisitor intrepidus & doctor egregius. Nam ultra XI sacra volumina compilavit, & etiam XL annis pro fide cattolica viriliter decertavit." Inutili o quasi i tentativi di Valerio Evangelisti per rintracciare la tomba dell'Inquisitore: "...Una scaletta pericolosa e sconnessa, che parte dalle adiacenze del chiostro, conduce a una porticina nascosta dai rampicanti, ermeticamente chiusa. Non esistono altre vie di ingresso: né sui lati della costruzione, né sulla sommità, gremita di turisti... Lascio Gerona un po' a malincuore, ma con in mente l'immagine di una scale semisommersa, in cui ogni gradino è una pietra tombale. Laggiù, nel silenzio e sotto il pelo dell'acqua, è forse l'ultima vestigia della tomba di Eymerich. A ben vedere, non si poteva immaginare sepolcro più adeguato."
"Il castello di Eymerich" è un romanzo di fantasia ma anche storico con profondi spunti filosofici, un romanzo che ci restituisce le atmosfere gotiche del Nome della Rosa di U. Eco, ma che si fa apprezzare per il linguaggio chiaro e l'intelligente fantasia da un pubblico decisamente più eterogeneo rispetto a quello del Nome della Rosa (in tanti l'hanno letto, ma solo pochi l'hanno veramente compreso...) Valerio Evangelisti trascina il lettore nella "sua storia" senza violentare l'intelligenza del lettore, molto più semplicemente lo avvince con la sua stregoneria letteraria, un merito questo non da poco!




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