il momento dell'ironia con Francesco Grasso

La penna più ghignante e velenosa della SF italica. Si sta battendo da anni, in campo internazionale, per far ammettere la perfidia tra le discipline olimpiche.


Il nonno di tutte le avventure

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SOTTO SPIRITO

Questo mese una sfida davvero impegnativa attende la vostra rubrica preferita. Il vasetto "sotto spirito" che state per aprire contiene un personaggio da molti considerato il padre (il nonno?) della SF avventurosa, l'autore che, insieme ad altri mostri sacri di un favoloso periodo di pionieri, distaccò questa corrente (come l'adamitica costola) dal più antico genere dell'Heroic Fantasy. Si tratta del creatore di Tarzan e del capitano John Carter, il mitico Edgar Rice Burroughs

Vi siete mai chiesti come sarà considerata, da qui a cento anni, la narrativa (e la SF) contemporanea? Che giudizio profferirà l'ipotetico lettore del ventiduesimo secolo di fronte alle opere cui noi oggi rivolgiamo tanta ammirazione? Non parliamo, ovviamente, di una valutazione (più o meno condiscendente) delle estrapolazioni scientifiche, comunque destinate (salvo fortunati casi) a essere platealmente smentite dagli eventi. Parliamo invece di possibili giudizi sulla scrittura, sul linguaggio, sullo stile narrativo.
Un enorme problema di noi sciagurati pennivendoli che ci ostiniamo a scrivere fantascienza (piuttosto che dedicarci ad attività ben più intriganti e redditizie come partecipare ai telequiz o fondare partiti politici) è proprio il linguaggio: si fa presto ad ambientare una storia nell'anno 3000; quasi inevitabilmente, poi, si finisce per mettere in bocca ai personaggi parole, espressioni, concetti e tormentoni dannatamente legati ai nostri giorni. Con tutto ciò che ne consegue.
E' certo un errore. Però è possibile (forse arrampicandoci un po' sugli specchi) trovarvi un significato.
Si dice che la SF non debba arrogarsi la capacità di dipingere scenari futuri, ma si debba dedicare a tratteggiare immagini di ciò che l'uomo d'oggi pensa del futuro. In questo senso un'opera di fantascienza è un po' uno specchio a due facce: riflette sul domani; ma mostra anche, in trasparenza, pensieri e parole dell'oggi.
Tutto questo preambolo, spero abbastanza oscuro da meritarsi il pretenzioso titolo di "analisi", per spiegare perché abbiamo deciso di imitare il caro vecchio Burroughs.
Non c'è dubbio che, per i nostri canoni, i romanzoni barocchi e post-vittoriani del buon ERB siano delle ciofeche pazzesche, adatte al massimo per una cura massiccia contro la stitichezza. Il suo frasario da gentiluomo del New England pre-industriale, le sue descrizioni d'ambiente da bordello bizantino, il suo instancabile propinarci pettoruti guerrieri WASP e svenevoli virginali principesse, suscitano nell'odierno lettore, dopo qualche riga, invincibili istinti alla dottor Lecter.
Lo stesso Tarzan originale, diciamo sinceramente, non aveva granché da spartire con l'odierna visione bucolica ed ecologica (alla Walt Disney, per intenderci) dell'eroe svolazzante sulle liane col sottofondo musicale di Phil Collins. Il personaggio uscito dalla penna di Burroughs era invece l'archetipo del bianco anglosassone ottocentesco, destinato per superiorità divino/genetica a prevalere e a sottomettere (leggi colonizzare) ogni creatura inferiore (che fossero leoni, scimmie, negri o altre vili bestie).
E John Carter, il prode capitano dell'esercito sudista (come dubitarne?) che arriva su Marte e vi resta per ben dieci romanzi tra spade, mostri zannuti ed eroine in costume adamitico forse è anche peggio. Leggere le sue avventure è un'esperienza unica (nel senso che è impossibile sopravvivere a una seconda lettura), illuminante, se non altro per rendersi conto a che livelli di abiezione retorico/linguistica può giungere un mammifero prima di perdere le funzioni respiratorie.
E allora, perché darsi tanta pena? Be', in primo luogo come Macchina del Tempo. Tornando alla metafora del doppio specchio, leggendo Burroughs si scorge il passato attraverso una certa visione del futuro, come se si interpretasse un sogno per conoscere il sognatore. Nelle vicende di John Carter si legge di Marte, ma si intravede anche il mondo vittoriano a cavallo dei due secoli, quella cultura bigotta e romantica, bacchettona e focosa, religiosa e imperiale, che ha segnato e segna tuttora, profondamente, la tradizione dei paesi anglosassoni.
E poi, Burroughs aveva qualcosa. Quel quid indefinibile che fonde in sé l'esotismo, la tensione narrativa, l'avventura, la suspance e tutti gli altri ingredienti che rendono vibrante una storia. Quel dono che aveva ad esempio anche Salgari (un altro il cui stile era in grado di uccidere una vacca a dieci chilometri di distanza). Quella virtù per la quale molti odierni scrittori venderebbero volentieri la madre (con annuncio su Porta Portese e la sorella come offerta supplementare).
Burroughs l'aveva. Beato lui, ne era talmente pieno da tracimarne.
Ecco perché, dopotutto, si può arrivare alla parola "Fine" di un romanzo di John Carter vivi e con ancora qualcosa nello stomaco. Ed ecco perché noi, oggi, tentiamo di imitarlo.
Qualche rivincita, naturalmente, dobbiamo concedercela. L'occasione è troppo ghiotta, e noi siamo troppo perfidi per rinunciarvi. Crediamo che il risultato sia piuttosto divertente. A voi giudicare. Buona lettura.


Nick Carter e le lune di Marte

(di Edgar Rice Burroughs?)
Io, Dejah Thoris, figlia di Mors Kajak, principessa di Helium, erede dei più grandi Jed del popolo rosso, vergo questo manoscritto affinché le genti della mia città e le stirpi di tutto Barsom abbiano conoscenza e mantengano il ricordo degli straordinari accadimenti che stanno scuotendo dalle stesse fondamenta le candide mura di Helium.
Trenta volte Barsom ha ruotato intorno al Sole da quando John Carter, valorosissimo guerriero, mio amatissimo condottiero e sposo, ci ha lasciato, dopo che in innumerevoli battaglie egli aveva arrossato la propria spada al servizio del nostro Jeddak, per tornare nella sua natia Virginia.
La memoria del suo caro aspetto è ancora viva in me. Egli era di fisico nobile, virile e ardimentoso: aveva spalle ampie, fianchi sottili, lo sguardo acuto e fiero, il portamento di chi è abituato a combattere. Il suo senso dell'onore era affilato come la lama che egli maneggiava con ineguagliata destrezza e ardire nella pugna. Ma allo stesso tempo egli era un uomo dolce e generoso, e si degnava di concedere la sua sovrana benevolenza anche ai membri delle razze inferiori, da perfetto gentiluomo bianco qual era.
Per questo, quando seppi del nuovo pericolo che minacciava Barsoom, il mio primo pensiero fu che soltanto John Carter avrebbe potuto salvarci. Corsi da mio padre e lo supplicai di ascoltarmi.
- Padre mio. - dissi - Convoca al tuo cospetto gli uomini saggi di Helium. Essi troveranno un modo per ritrovare il più coraggioso e forte tra i guerrieri.
- Dejah Thoris, figlia mia prediletta. - replicò lui - Darei tutto ciò che possiedo per portare indietro il tuo valoroso sposo. Ma tu sai che non è possibile: egli è morto.
Un lampo di puro orrore illuminò il mio viso mentre ricacciavo indietro quell'immonda eventualità. - Oh no, padre, non può essere.
- Figlia mia, tu sai che gli uomini della Terra hanno una vita più breve della nostra. Se anche egli non avesse compiuto il suo estremo viaggio lungo il fiume Iss, sarebbe ormai troppo vecchio per aiutarci...
- Ma... - proseguì - Forse ciò che tu proponi è invero una via di salvezza per la nostra gente. Vieni meco, amata figlia...
Mio padre mi condusse nella torre più alta di Helium, ove i sapienti del popolo rosso, nonostante fosse notte fonda, erano febbrilmente impegnati nella ricerca di una soluzione alla crisi che senza speme ci affliggeva.
Al nostro apparire, essi si inchinarono con rispetto. Mio padre lodò la loro osservanza e li mise a parte del suo pensiero. Insieme iniziarono a discutere in un linguaggio scientifico che io, principessa ma pur sempre femmina, non ero in grado di comprendere.
Mi distrassi contemplando le meraviglie che la torre conteneva. Vidi strane, inusitate macchine, accumulatori al radium, cesellatori dei nove raggi di luce, e una fantasmagoria di altri strumenti di cui non conoscevo il nome e lo scopo. Tavoli e sedie di legno splendidamente intagliato erano disseminati dovunque. Mantelli di piume di vivaci colori coprivano il pavimento, ornamenti metallici e gualdrappe di cuoio lavorato foderate di seta scarlatta dai riflessi cangianti pendevano dalle pareti di pietra grezza trasudanti muschio.
- Allora? - sentii chiedere mio padre - Potete farlo?
- Forse, nobile Mors Kajak.
- Provateci, dunque!
I sapienti si inchinarono ancora e si accinsero a regolare i loro strumenti.
- Che succede, padre? - domandai.
Sporgendosi dall'ampia finestra dalla balaustra di ossidiana, egli indicò la Terra alta nel cielo, brillante, superata in fulgore soltanto dalle lune di Barsoom.
- Ho chiesto loro di trovare un uomo della stirpe di John Carter. Qualcuno che abbia il suo sangue, che discenda dalla medesima razza di pionieri e di conquistatori, qualcuno che porti il suo nobile e ardimentoso nome. Egli ci salverà.

Provai un brivido di eccitazione. Un nuovo John Carter? Bramavo, agognavo di conoscerlo.
I meccanismi al radium fecero vibrare la struttura della torre. I sapienti ulularono di gioia quando il nono raggio si accese puntando il firmamento e il piccolo disco azzurro della Terra sospesa tra le stelle.
- Eccone uno! - sentii gridare i sapienti.
- Portatelo qui, ordunque!
La sovrannaturale luce del nono raggio si concentrò in una sfera. Al centro di essa cominciò a prendere forma una figura umana. Trattenendo il respiro, la vidi assumere sembianze sempre più nette, sempre più nitide. Finché la luce non si spense. Rivelando un uomo ritto in piedi in mezzo al cerchio dei sapienti.
Rimasi stupita. Il mio primo pensiero, ricordando le parole di mio padre, fu che il nono raggio avesse portato indietro proprio il mio amato John Carter, perché l'uomo che avevo di fronte era il più vecchio che avessi mai visto (anche se ciò vuol dire poco, perché su Barsoom nessuno muore di vecchiaia: abbiamo una vita lunghissima e in media riusciamo a dichiarare tre guerre già prima di colazione). Ma non somigliava affatto al mio intrepido marito e condottiero: era una mummia incartapecorita, aveva il capo canuto e quell'espressione che gli Jed verdi di Warhoon definiscono "rink ojonit".
Noi restammo in attesa di un suo gesto. Lui ci squadrò con aria assente e poi disse: - Volete una nocciolina?
Mio padre fissò perplesso l'arachide che il terrestre aveva in mano. Poi si scosse.
- Sei tu un guerriero? Un condottiero? - chiese.
- Be', una volta facevo il presidente... - replicò il terrestre in tono svanito - Almeno credo. E' passato un po' di tempo.
- Ma... sei della stirpe di John Carter o no? - insistette mio padre.
- Io veramente mi chiamo Jimmy... John? No, in famiglia non c'è nessuno con questo nome.
Mio padre si volse sdegnato verso i sapienti. Essi indietreggiarono, tale era l'abominio dipinto sul suo nobile volto.
- Avete sbagliato, miserabili!
- Possiamo provare di nuovo, augusto Mors Kajak. - obiettarono tremanti.
- E allora fatelo! - intimò mio padre - Non abbiamo molto tempo.
Il nono raggio si accese di nuovo, e ancora una volta si condensò in una sfera che sembrò riempire di fulgida luce l'interno della torre. Quando il bagliore sovrannaturale scomparve, un secondo terrestre era apparso accanto al primo.

Il nuovo venuto era basso, quasi minuscolo, aveva un corpo tozzo e un nasone tondo come l'uovo di un thoat. Una volta l'amato John Carter mi aveva parlato degli strani paludamenti con cui gli uomini del suo mondo usavano ricoprire il proprio corpo, così potei riconoscere un impermeabile lungo fino ai piedi e un berrettino a quadri calcato fin sugli occhi.
- Sei tu un guerriero? - chiese di nuovo mio padre.
Il piccoletto sembrava confuso.
- Guerriero? - ripeté - No, io sono un detective... E voi chi siete? Un circolo di nudisti? - si volse verso il primo terrestre, lo squadrò indeciso - Ten? Sei tu?
- Avete sbagliato di nuovo! - ringhiò mio padre.
- Se possiamo permetterci l'ardire, principesco Mors Kajak, credo che... - azzardò uno dei sapienti.
- Tu credi cosa, insulso escremento di thoat?
- Forse l'errore è nel cercare qualcuno della stirpe di John Carter, mio regale signore. - balbettò il sapiente - Se vogliamo un guerriero, dobbiamo cercare un guerriero.
Mio padre rifletté. Alla fine annuì. - Molto bene, sapiente. Ma non abbiamo bisogno di un guerriero qualunque. Vogliamo il più audace, virile e pugnace di tutti. Conduci ordunque al mio cospetto colui che per i terrestri è "il" guerriero.
Per la terza volta il raggio si accese. Questa volta sentii il mio cuore di tenera principessa vibrare d'emozione, perché l'uomo che apparve accanto ai primi due era nerboruto, aveva le labbra disegnate, gli occhi fascinosi, un fisico scultoreo evidenziato dalla canotta semitrasparente e dai jeans di due misure troppo piccoli.
- Maronn' mia! - lo sentii esclamare stupito - A 'ro song'?
Un po' sfinito, mio padre pose per l'ennesima volta la domanda. - Sei tu il guerriero?
- 'o guerriero? - rispose il terrestre - Cert', song'io. Ma dove maronn' stiamo?
A quella risposta un boato di entusiasmo si levò dal cerchio dei sapienti. Mio padre sospirò di sollievo e mi abbracciò con indicibile gioia.
- Siamo salvi, amata figlia.
Pur coinvolta nella felicità di mio padre, non potei fare a meno di notare che i tre terrestri confabulavano tra loro.
- Patsy? - azzardò il tappetto, sempre più confuso, all'indirizzo dell'ultimo arrivato.
- No, guaglio', non mi chiamm' Patsy. Ma, parlando di pazzi, tu 'o sai chi so' chisti?
Il tappetto scosse la testa. - Tu che ne dici, Ten?
Il primo terrestre, quello incartapecorito, si grattò la testa canuta. - Sono rossi: devono essere sovietici... Nessuno vuole una nocciolina?
...

Dalle mura di Helium, e fino all'orizzonte, si stendeva l'esercito degli assedianti. Sembrava che tutte le razze senzienti di Barsoom avessero mandato i propri guerrieri a pugnare contro la nostra sfortunata città. A ovest erano accampate le armate barbariche dei Tark: gli squittii dei loro thoat da battaglia si confondevano con i grugniti degli zitidar da tiro e con il clangore del metallo quando, in media ogni due minuti, tra commilitoni scoppiava un diverbio che invariabilmente sfociava in un duello all'ultimo sangue.
A nord, le orde dei Warhoon ondeggiavano tra i riflessi degli ornamenti preziosi dei maschi e delle canne dei cannoni al radium accuditi dalle femmine e dagli schiavi. A sud e ad est, gli incrociatori volanti di Zodanga oscuravano la pianura, gravidi di armati, di spade, proiettili ed esplosivi, appoggiando poderosamente dal cielo le truppe di terra che avanzavano calpestando il fondo color ocra dell'antico mare prosciugato.
Questa immagine, o piuttosto questo incubo materializzato, che ho descritto con tanta cura, era ciò che i tre terrestri osservavano, tra espressioni di meraviglia ed eccitazione, dagli spalti del bastione principale.
- Che forza, guaglio'! - esclamò il più robusto - Sembra di stare al San Paolo!
- Qui ci vuole un bel summit di pace. - considerò quello con le noccioline - Possiamo andare a Camp David. Chissà se fanno ancora quelle ottime aragoste...
- Perché si sono alleati tutti contro di voi? - fece il terzo, il tappetto - Patsy, occorre investigare.
- T'aggio ditt' che non mi chiamm' Patsy!
Mio padre intervenne, spiegando con la gravità di un regnante qual era. - Llorquas Ctolmas, il Jeddak dei Thark, ha accusato Helium di aver rapito il guardiano della fabbrica dell'atmosfera... Effettivamente Bar Gazhos, il guardiano, è sparito. Gli altri Jed di Barsoom hanno creduto alle accuse di Ctolmas, ed eccoli in armi contro la nostra città.
- Helium non potrà resistere a lungo. - aggiunsero i sapienti, intorno ai quali si andava raccogliendo una folla di curiosi - Solo un grande guerriero potrebbe salvarci. Per questo siete qui.
Mio padre annuì. - Dovete gettarvi nella pugna, come avrebbe fatto John Carter, e uscirne vincitori o morti.
- 'spetta 'nu moment', guaglio'! - protestò il terrestre in canotta - Perché l'amm' 'a fa'? Che ci guadagniamo?
Io mi avvicinai a lui. Cercai di ricordare il suo nome. Aveva detto di chiamarsi Pietrotar Hjkon, o qualcosa del genere. In realtà non ne ero sicura: la sua lingua mi risultava quasi incomprensibile.
- Guadagnerete la riconoscenza di tutti. - dissi con la dignità del mio ruolo - Degli uomini di Helium, che morirebbero dal primo all'ultimo prima di deporre le armi, e delle donne, che si ucciderebbero pur di non cadere nelle grinfie dei barbari, proprio come le vostre eroiche donne bianche della Frontiera, che si suicidavano piuttosto di finire in mano ai selvaggi e sporchi indiani... - abbassai la voce - Guadagnerete la mia riconoscenza, e io saprei ricompensarvi come solo una vera principessa di Helium può fare.
Il terrestre non replicò. Sembrava ammutolito. Mi accorsi che fissava la mia pelle rosata con gli occhi fuori dalle orbite e la bava alla bocca. In quel momento ricordai quanto John Carter aveva detto sull'uso terrestre di coprire il proprio corpo. In effetti io indossavo soltanto gli ornamenti del mio rango, cioè una collana di diamanti azzurri e un bracciale d'oro tempestato di zaffiri, zirconi e corindoni. Sembra che gli facesse un certo effetto.
- Be', guaglio' - balbettò alla fine, rivolto ai suoi due compagni - Non ce putimm' tira' arretr', no?
- Certo che no. - ammise il tappetto - Che dice il saggio, Ten?
- Non mi chiamo Ten! - protestò il terrestre più vecchio.
- Molto bene. - approvò mio padre. Poi chiamò i suoi schiavi personali, che sopraggiunsero facendosi largo tra la folla ormai numerosa - Procurate a questi eroi armi e bardature adatte alla bisogna.
Un urlo collettivo si levò nella moltitudine. Le spade vennero battute contro gli scudi, echeggiando sorde nella crescente frenesia bellica che la nostra gente per la sua stessa natura eternamente agogna.
Avevamo i nostri condottieri.
...

Ai terrestri vennero concessi gli appartamenti destinati ai luogotenenti del Jeddak di Helium, tre thoat da battaglia a testa, e poi spade mazze lance scudi pugnali azze scimitarre stocchi baionette pugni di ferro fionde alabarde zagaglie daghe carrarmatini del Risiko e ogni altro utile accessorio del guerriero.
Il più basso dei tre, che aveva detto di chiamarsi Nick, insistette nel voler tenersi addosso impermeabile e berrettino. Disdegnò le armi e sfoderò invece una lente di ingrandimento piena di ditate, cui si disse molto affezionato. Il più vecchio, con l'aria non esattamente lucida, si lasciò invece denudare completamente dalle schiave, che poi gli cosparsero il corpo di grasso di zitidar, nell'uso dei lottatori.
- Ah! - lo sentii gongolare soddisfatto - Le stagiste della Casa Bianca, ai miei tempi, non lo facevano. Deve averglielo insegnato Clinton...
Pietrotar Hjkon si attardava molto. Chiesi alle schiave, e costoro mi dissero che si trovava ancora nella stanza per le abluzioni. Andai a bussare. Accostai l'orecchio al legno e sentii che gridava: - L'acqua a tremila gradi non può fargli assolutamente nulla! E' un pezzo di acciaio temperato di 3, no 5, no 7 centimetri!
Bussai di nuovo. Lui uscì con un gran sorriso, pavoneggiando con ostentazione il suo fisico scultoreo.
Io e gli altri due terrestri lo guardammo da capo a piedi. Per fermarci, tutti e tre, a metà strada. Nick si avvicinò con la lente di ingrandimento per esaminare meglio. Era davvero quasi inavvertibile a occhio nudo.
- Guaglio', chista è colpa delle vostre macchine al radium! - protestò con veemenza Pietrotar Hjkon - L'hanno detto anche chilli di "Striscia", che le radiazioni gli fanno male!
L'arrivo di mio padre non mi diede la possibilità di chiedere cosa fosse "Striscia" e a "chi" facessero male le radiazioni. Mors Kajak era circondato dai più importanti ufficiali dell'esercito di Helium. Senza dubbio avevano appena terminato di esaminare il piano di battaglia.
- Eredi di John Carter! - esordì - Il vostro compito è quello di trovare Llorquas Ctolmas e di sfidarlo a singolar tenzone. Quando lo avrete ucciso, darete il segnale: in quel momento apriremo le porte, il nostro esercito uscirà dalla città e affronterà il nemico, presumibilmente confuso e demotivato dalla morte del suo condottiero. La mera superiorità numerica, a quel punto, non sarà in alcun modo determinante.
- Scommetto che il segnale sarà un grido. - azzardò Nick - E che dovremo lanciarlo al tramonto.
Mio padre rimase perplesso. - Perché mai?
- Niente. - fece il minuscolo terrestre - Cercavo di immaginarmi la scena. "Mentre le prime ombre della sera calavano su Helium, all'improvviso echeggiò un grido. Eccetera eccetera.". Non sei d'accordo, Ten?
- Ti ho detto che non mi chiamo Ten! - esclamò con stizza il terrestre più vecchio.
- Toglietemi 'na curiosità, guaglio'. - intervenne Pietrotar Hjkon - Se voi arapite 'i pport' solo doppo... Noi allora come maronn' usciamo? Volando?
Fui la più rapida ad afferrare l'equivoco.
- John Carter sapeva compiere salti prodigiosi. - spiegai - Mi disse che ci riusciva perché la gravità di Barsoom, che voi chiamate Marte, è minore di quella del vostro pianeta. Anche voi, dunque, dovreste esserne in grado.
Pietrotar Hjkon, incuriosito, tentò subito. Piegò le gambe e scattò in alto. Il suo balzo lo portò a sfiorare con facilità il soffitto. Continuò a rimbalzare come fosse fatto di gomma.
- Uah! - esclamò eccitato - Meglio di Dragonball! Facìtello pure voi, guaglio'!
Non del tutto convinti, gli altri due terrestri provarono a seguire l'esempio di Pietrotar Hjkon. I loro salti furono soddisfacenti, anche se non altrettanto strabilianti.
- Vabbuo'. - disse alla fine il terrestre robusto, quando si fu stancato di fare la spola tra pavimento e soffitto - Song' pront'!
- Che la benevolenza degli dei di Helium sia con voi! - li benedisse mio padre - Ricordate: attendiamo il vostro segnale.

Gli ufficiali fecero ala ai lati del finestrone da cui i terrestri avrebbero dovuto lasciare la città. D'impulso mi gettai al collo di Pietrotar Hjkon.
- Portami con te, coraggioso erede di John Carter! - esclamai, con voce ardente da leggiadra principessa affamata di eroismo e mascolinità.
Lui si irrigidì. - No.
- Perché?
Roteò gli occhi. - Perché io so' omm' e tu ssi femmena! Statt' cca!
Sentii di dover insistere. Era sempre stato per me un punto d'onore seguire fino in fondo ciò che il mio istinto mi imponeva. Non so cosa diavolo voglia dire, ma mi sembra molto epico.
- Ti prego, valoroso eroe. Te ne sarò molto grata.
Bastò questo accenno per fargli cambiare idea. Mi abbrancò con le sue forti e pelose braccia da virile guerriero e fece cenno ai suoi due compagni. - Ammuccenn', guaglio'. - e si gettò dalla finestra.
Di rimbalzo in rimbalzo superammo le mura. In un istante fummo nel campo nemico. Atterrammo nel recinto degli zitidar. Quei mastodonti erano così pericolosi che persino le loro zanne avevano zanne. Il più grosso si staccò dal branco e ci caricò. Io cominciai a strillare.
- Una nocciolina, bestione?
Lo zitidar frenò, slittando sul muschio color ocra, quando già stava per calpestarci. Annusò con le sue cinque proboscidi l'arachide che il terrestre incartapecorito gli porgeva, poi la ingoiò soddisfatto. Cominciò all'istante a fare le fusa.
I suoi palafrenieri, una dozzina di nerboruti maschi Warhoon tatuati e dipinti nei colori di guerra, ci fissarono sbalorditi.
- In nome di tutti i Jeddak, chi siete? - intimarono.
Io mi ersi nella mia regale postura di principessa del popolo rosso. - Trema, barbaro, imperocché hai di fronte gli eredi di John Carter in persona!
- John Carter? John Carter!! - il grido echeggiò a lungo tra le file dei Warhoon. Fu ripreso e ripetuto dalle truppe di Zodanga, dalle orde dei Thark, risuonò tra le tende e le trincee. Per tutti il nome di John Carter significava invero rispetto e paura.
Le schiere nemiche ondeggiarono. Sentii che il sangue fluiva tumultuoso nelle mie vene di svenevole fanciulla.
A un tratto vidi le insegne di Llorquas Ctolmas su uno sperone roccioso.
- Laggiù, miei eroi. Ecco il nostro obiettivo!
Pietrotar Hjkon mi cinse di nuovo tra le braccia e saltò. Questa volta atterrammo proprio nel cuore dell'accampamento degli assedianti. Gli altri due terrestri ci raggiunsero dopo pochi secondi.
Ai piedi di un rostro erano riuniti un centinaio di maschi Thark. Sul palco, sotto un baldacchino di pelli di thoat conciate col salgemma del monte Tharsis, era accovacciato un enorme guerriero carico di ornamenti metallici, di piume dai vivaci colori e di collane di denti di calot servatici del deserto sassoso. Aveva le ampie spalle avvolte da una mantellina di pelliccia bianca, il volto sfregiato da innumerevoli cicatrici, e un'aria di esiziale malvagità che trasudava da ogni orifizio.
Era Llorquas Ctolmas.
- E così... - ghignò malignamente - Voi sareste gli eredi di John Carter...
Lasciatomi andare, Pietrotar Hjkon gli si parò virilmente di fronte.
- Io song' 'o guerriero! - esclamò.
Il condottiero dei Thark scoppiò in una risata cavernosa. - E speri con cotanto ardire di potermi sconfiggere? Quale esecrabile illusione! Io ho vinto i più grandi lottatori di Barsoom: Tars Tarkas, Tal Hajus, Lajos Than, Bar Comas e Prothas Kahess! Le loro ossa biancheggiano al sole, e i loro ornamenti sono mio bottino. E tu?
- Io aggio battuto a Lorenzo, Sergio, Rocco, Maria Antonietta, Francesca, Marina e Roberta! - rilanciò il terreste.

Intorno alla tenda, nel frattempo, sembrava essersi radunato l'intero esercito degli assedianti, certo per assistere alla straordinaria pugna tra il più forte dei Thark e il campione di Helium. Llorquas Ctolmas si erse in tutta la sua statura. Era alto tre volte Pietrotar Hjkon.
- Fammi vedere, ordunque, quanto vali, erede di John Carter.
- L'hai voluto! Ecco il supersayan Tariconan! Acchitemmuort' - Il terrestre prese la rincorsa e saltò.
La folla trattenne il respiro. Io distolsi gli occhi per non vedere l'impatto.
Ma sentii solo un'imprecazione. Poi la folla cominciò a ridacchiare.
- Maronn' d''o Carmine! Mannaggia 'e muort'!
Guardai, e vidi che Pietrotar Hjkon era saltato troppo in alto, aveva sfondato con la testa il baldacchino della tenda e vi era rimasto dissastrosamente incastrato. Llorquas Ctolmas, dopo un istante di disorientamento, guardò in alto e vide il suo avversario agitare le gambe come uno scarafaggio rovesciato sul dorso. Scoppiò in una risata tanto fragorosa quanto nefanda.
- Tutto qui, possente erede di John Carter?
Mi rivolsi con angoscia agli altri due terrestri. - Fate qualcosa, presto!
Il piccoletto non mi diede retta. Pensieroso, osservava con la lente di ingrandimento dettagli della tenda, i finimenti dei thoat e gli ornamenti di Llorquas Ctolmas, e borbottava come se fosse impegnato in profonde riflessioni.
- Intervieni almeno tu! - gridai al terrestre più anziano.
Lui avanzò un passo contro il capo dei Thark. Questi gli ringhiò contro sollevando una folata di fiato fetido. Il terrestre sembrò ripensarci.
- Ehm... forse sarebbe meglio chiamare i marines.
- Ora basta! - esclamò Llorquas Ctolmas, smettendo di ridere - Prendete questi tre, squartateli, impalateli, versategli piombo bollente nelle orecchie e scorticateli vivi. La femmina, invece, la voglio per me. Le riserverò invero un "destino peggiore della morte". In realtà voglio dire che me la tromberò, ma non sarebbe abbastanza epico.
I guerrieri Thark, grugnendo, si mossero per eseguire gli ordini.
- Un momento!- esclamò il piccoletto, con voce sorprendentemente stentorea.
- E tu chi sei? - fecero i Thark.
- Nick Carter, detective. - ribatté il tappo, per nulla intimorito - Ma la domanda è un'altra... Chi è lui?
Indicava Llorquas Ctolmas. Mi voltai verso il condottiero dei Thark.
- Che vuoi dire?
- Costui ha radunato un esercito accusandovi di aver rapito il custode della fabbrica dell'atmosfera. Ma, attenzione... - con incredibile agilità, il piccoletto balzò sul petto di Llorquas Ctolmas, gli artigliò il viso, strappò via quella che si rivelò solo una maschera. Riconobbi all'istante le sembianze che si celavano sotto il camuffamento.
- Bar Gazhos! - esclamai, seguita a ruota da migliaia di voci.
L'intero esercito degli assedianti cominciò a rumoreggiare.
- Costui non è il vero Llorquas Ctolmas! - accusò il terrestre, gridando per farsi sentire oltre il tumulto della folla - Si è spacciato per il vostro capo affinché gli obbediste! Tutta la storia del rapimento è solo un pretesto per la guerra e per il saccheggio dei tesori di Helium, che sono il suo vero obiettivo!
I guerrieri di Zodanga erano a bocca aperta. I maschi Warhoon sputavano a terra. I Thark stavano già procedendo a esecuzioni sommarie e a faide incrociate.
Ero sinceramente stupefatta. - Ma.... perché mai Bar Gazhos dovrebbe volere il tesoro di Helium?
Il piccolo terrestre sorrise. - Già... perché? - saltò di nuovo sul petto di Ctolmas/Gazhos - Perché costui non è neppure Bar Gazhos!
Gli strappò una seconda maschera, che il falso Ctolmas portava appena sotto la prima. Oltre i resti del travestimento apparve un viso terrestre.
- Costui non è il capo dei Thark, e neppure il custode della fabbrica dell'atmosfera... - Nick fece una pausa e effetto, poi sorrise di nuovo - E', invece, il famigerato Stanislao Mouniski, ladro di professione e mago dei camuffamenti.
- Ebbene sì, maledetto Carter. - confessò l'impostore, furente ma rassegnato - Hai vinto anche stavolta.
Poi non ci fu più storia. Recuperammo Pietrotar Hjkon, un po' stordito ma sano e salvo, e Jimmy Carter (che nel frattempo aveva adottato lo zitidar amante delle noccioline e lo aveva battezzato "Pentagono" per via delle cinque proboscidi) e rientrammo trionfalmente in Helium.
L'esercito degli assedianti si dissolse in un battibaleno: venuta meno la ragione per la grande alleanza, Zodanghesi, Warhoon, Thark e le tremiladuecentosessantotto razze minori tornarono allegramente a scannarsi l'una con l'altra, com'era sempre stato. L'ultima volta che vidi Stanislao Mouniski, il cambusiere dei Thark lo stava ungendo con un rametto di salvia e affilava uno spiedo.

I cittadini di Helium concessero ai loro salvatori un trionfo senza pari. Fummo portati a braccio per la via principale della città, mentre su di noi venivano gettati fiori, essenze profumate, confetti e cosciotti di thoat alla scottadito.
Nick Carter era visibilmente soddisfatto.
- Come hai fatto a capire che Ctolmas non era Ctolmas? - chiesi.
- I suoi calzini. - disse lui con noncuranza - Avevano un'etichetta polacca.
Lo guardai ammirata. All'improvviso intuii che forse nel suo metro di altezza e nel suo naso a uovo c'era più maschia arguzia e virilità che in dieci nerboruti guerrieri barsoomiani. Volevo esserne sicura, così, quasi distrattamente, gli sollevai la falda dell'impermeabile e gli tastai l'eroico membro. Rimasi ancora più ammirata da quell'inaspettata possanza fisica.
Lui non sembrò dispiacersi. Anzi, ammiccò a Pietrotar Hjkon, che per la verità ci seguiva con aria un po' abbacchiata.
- Come si dice, Patsy? - disse gioviale - Tutto bene quel che finisce bene.
- T'aggio ditt' che non mi chiamm' Patsy! - brontolò l'altro, con stanchezza rassegnata - E comunque, fateme torna' a Caserta.
- Ma certo. - Nick Carter si rivolse al secondo compagno - Cosa dice il saggio, Ten?
- Ti ho detto che mi chiamo... - iniziò a protestare il terrestre più anziano, ma per farlo si distrasse dal lanciare noccioline a Pentagono. Lo zitidar, sbuffando, allungò una proboscide e si servì da solo, ingoiando noccioline, sacchetto, braccio del terrestre e tutto il resto. Di Jimmy Carter restarono solo le scarpe.
- Uh! - fece Nick - D'accordo, lo dirò io, visto che Ten, momentaneamente, è indisposto.
Tossicchiò, si mise una mano sul petto e declamò.
- Dice il saggio: "E l'ultimo chiuda la porta".

FINE




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