racconto di
Leo Gambsberg


L'epopea dell'Euphrates

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RACCONTO

- Oh, che baggianate, piccolo!
La voce era quella lenta e un po' indolente di Onk Beluga, il più grasso fra i contrabbandieri del grappolo Mamex.
- Potessi rimanere fulminato all'istante! - insistette Cip Zelyatta, suo mozzo sull'Euphrates.
- Se non la pianti ci penso io a fulminarti! - tentò di tagliar corto il primo, allungandosi nel frattempo mollemente verso un bicchiere di carta in cui ribolliva un freddo liquido verde.
- Vieni a vedere coi tuoi occhi! - replicò petulante il secondo indicando con tutte e due le braccia il monitor del sistema di controllo.
Onk Beluga fece un cenno stizzito col braccio libero mentre ingurgitava rumorosamente la sinistra bevanda. Ma si rassegnò ad alzarsi, impresa che gli richiese quindici secondi buoni, e si avvicinò al ragazzo. Lo scrutò e scrutò allo stesso modo il monitor, aggrottando le sopracciglia e grattandosi la peluria bisunta che aveva in vece dei capelli.
- Beh? - fu il suo laconico commento.
- Non vedi questo puntolino? E' verde!
- Verde? Già, verde... E cosa vuol dire?
- E' un CNM! - lo sguardo perfettamente ebete di Onk Beluga suggerì a Cip di sciogliere l'acronimo - Un Corpo Non Mappato!
Lo sguardo del superiore rimase ebete, e Cip Zelyatta non esitò a interpretare la cosa come un incoraggiamento ad andare avanti.
- Sono almeno due ore che lo tengo d'occhio: ho analizzato lo spettrogramma e mi dà una composizione metallica al 93%. Capisci?
- Senti, moccioso, non far tanto il misterioso con me: cosa dovrei capire?
- E' un'astronave alla deriva, non può essere altro! Guarda... Aspetta che richiamo la scheda... - il giovane armeggiava eccitato sulla tastiera semplificata - Guarda i valori di massa! Cos'altro potrebbe essere?
- Un asteroide? Pulviscolo? Una vasca da bagno? Cosa vuoi che ne sappia, chiedilo al cervellone! Li hanno inventati per questo i computer, o no? - brontolò burbero Onk Beluga, strofinandosi la mano sinistra, che ancora impugnava il lacero bicchiere di carta, sulla barba incolta.
- Già fatto.
- Beh?
- "Dati insufficienti". Dovremmo avvicinarci.
Ci fu un attimo di silenzio, poi il grassone realizzò la cosa e si allontanò allargando le braccia.
- Oh, no! Questa poi! Non se ne parla neanche!
- Ma, comandante, - Onk Beluga adorava sentirsi chiamare comandante - è un'occasione d'oro!
- Sai quanto mi costa? Te lo puoi scordare, moccioso! - replicò risoluto il comandante, abbandonandosi di nuovo sulla sua poltrona.
- Ma chi non rischia... Comandante, ti prego, questa volta son sicuro...
- Sì? - lo interruppe bruscamente l'altro in tono sarcastico - Quante volte mi hai già fatto frenare di botto in mezzo al nulla?
- Ma non c'entra! Stavolta...
- Ho detto: quante volte, moccioso?
- Ma le altre...
- Quante volte, babbeo? - urlò perentorio Onk Beluga - Dillo!
- ... Due volte, comandante.
- E allora? Cosa diavolo dovrei fare secondo te? Portare al sicuro il nostro carico e le nostre chiappe o bloccare tutta la baracca nel bel mezzo del buio cosmico per le tue isterie da infonauta?
- Me ne assumo io la responsabilità! - replicò il giovanotto battendo eroicamente il pugno sulla maglietta di lana, che portava l'effigie di Paperocchio.
- Ma cosa ti vuoi assumere, tu! Sono io che assumo e io che licenzio!
L'animata conversazione venne interrotta bruscamente dal beep che indicava che il computer di bordo aveva terminato un'elaborazione. I due girarono gli sguardi di scatto verso il visore, quindi tornarono a fissarsi. Onk Beluga fece una smorfia e il mozzo si lanciò verso il terminale, battendo rapido sulla tastiera semplificata.
- Ci siamo, ci siamo! - strillò subito il ragazzo, facendo seguire una serie di ululati - L'ha riconosciuta!
Il contrabbandiere si issò a fatica sulla poltrona con un'aria sofferente e dondolando il capo.
- Vedi? Lo sapevo!
Onk Beluga si avvicinò lentamente, dissimulando perfettamente la sua curiosità. Quando fu dietro le spalle del ragazzo, questi riprese a parlare.
- Ho impostato una ricerca sulla banca dati clone delle rotte stellari che ho copiato da un amico...
- Ma per Allah e Feneeg, quante volte ti ho detto che non voglio neanche un byte di fottuto software sprotetto su questa nave! - il pirata scuoteva il capo sconsolato.
- E sai cos'ho trovato? - continuò Cip Zelyatta, ignorando il commento - "Kira Techunja, massa 37 K, spettro metalli 93%, blablabla, scomparsa lungo la rotta 396 da Maya a Ekron in data sette punto sette punto due diciannove. Nave da trasporto. Valore carico stimato..."
Il mozzo non ebbe il tempo di terminare la lettura che il comandante della nave, in un impeto di improbabile ed energico entusiasmo, era già balzato alla poltrona di comando e pigiava tasti all'impazzata, facendoli cambiare di colore.
- Trecento Megacrediti Stellari! Invertiamo la rotta, poppante. Dillo tu al cervellone!
- Subito comandante! Immediatamente!

Cip Zelyatta armeggiava con uno degli esoscheletri di sicurezza, mai usati prima di allora sull'Euphrates. Non era mai uscito "a far due passi nello spazio esterno", e la cosa gli dava una tachicardia tale che a stento si reggeva in piedi. Abbordare la Kira Techunja non sarebbe stato facile, per quell'ubriacone di Onk Beluga, ma i rischi più grossi stavano tutti nel salire a bordo di una nave naufraga, in totale assenza di gravità e di ossigeno.
Si era offerto volontario, e cercava di ricordarselo per farsi più forza, per quanto sapesse che se non si fosse offerto spontaneamente Onk Beluga ce l'avrebbe mandato a calci, là fuori. L'altoparlante emise una versione metallica della molle voce del pirata.
- Sei pronto, moccioso? Quanto ti ci vuole per infilarti quella tuta?
- Ci sono quasi, ci sono quasi! - rispose Cip Zelyatta tastando la superficie dell'esoscheletro in cerca di comandi che non trovava - Comandante, come si accende il retrorazzo?
- Ma dove credi di andare, idiota! - gli strillò l'altoparlante, alterato - Prova a toccare i retrorazzi e se sopravvivi ti ammazzo io! Devi spostarti col magnetizzatore! Ma chi te l'ha dato il brevetto?
- Scusa, scusa! Hai ragione: magnetizzatore, invertitore, pressurizzatore... Hai ragione, hai ragione. - biascicò balbettando il giovane, in preda a un evidente attacco di panico.
- Chiudi la visiera e allacciati, che ci siamo!
Cip Zelyatta si bloccò sullo strapuntino, si sistemò il casco, si sbloccò di nuovo, si alzò, andò a prendere il fucile, tornò a sedersi, si alzò di nuovo, andò a prendere la fiocina, si fermò prima di sedersi, controllò le bombole...
- Vuoi finirla? - esplose l'altoparlante - Siediti e proviamo la trasmittente. Mi senti?
- Sì, ti sento! - rispose solerte il giovanotto, in un bagno di sudore.
- Ma no, cretino! Sto facendo le prove con la radio: chiudi la visiera e accendi la trasmittente, ho detto!
Il mutante eseguì l'ordine e si ancorò di nuovo al sedile.
- Mi senti adesso?
- Forte e chiaro, comandante!
- Giura!
- Come comandante?
- Ti rendi conto, ragazzo? Ho comprato il cimelio che stai indossando da un rigattiere a Kimpfellion circa dieci anni fa, e non l'ho mai usato fino a oggi. E funziona tutto! Mi spiace quasi di averlo pagato con una tessera falsa, quel tizio!
Nella mente sovreccitata del ragazzo si affollavano pensieri sovreccitati. Non era sicuro neppure lui di cosa gli passasse per la testa, quando una brusca scossa fece tremare sonoramente tutta la nave. Per un breve attimo Cip Zelyatta temette fosse la fine, poi la voce raggiante del suo superiore annunciò: - Ci siamo, piccolo! Tutto liscio come le tue guanciotte. Vai e non tornare a mani vuote!
Dopo aver tentato di alzarsi due volte senza successo, Cip Zelyatta sbloccò il sedile e si tirò su con movenze degne di un arcaico automa. Salì due pioli di scala verso il portellone e cominciò a programmarne meccanicamente l'apertura.
- Ah, piccolo, - mormorò una voce nota dalla trasmittente - in culo al buconero!

Non c'era ossigeno, e tutto era buio. Il giovane si issò lavorando di gomiti dopo aver litigato per quel che gli era parso poco meno di un secolo con i boccaporti manuali. Si sedette sul pavimento - il che significava che la gravità artificiale era ancora operativa - e si abbandonò, terribilmente affaticato per i movimenti goffi e innaturali ai quali lo costringeva l'esoscheletro. Il soffitto, illuminato dalla tremula torcia posta sopra il casco, si mise lentamente a fuoco. Era il soffitto della Kira Techunja. Tastò il pavimento con una mano. Era il solido pavimento della Kira Techunja. Ascoltò il rumore intorno a lui. Era...
- Dannazione, brutto lazzarone d'un poppante, ti vuoi dare da fare? Hai soltanto quattro ore di autonomia, o così almeno c'era scritto nel libretto delle istruzioni del tuo esoscheletro. O forse mi confondo? - aggiunse tra sé il comandante Onk Beluga - Insomma, hai poco tempo! Vedi di darti una svegliata: accendi la camera, tanto per cominciare.
- Che cosa devo accendere?
- Un sigaro! - biascicò Onk Beluga con evidente ironia.
- Sigaro? - rispose Cip Zelyatta un po' confuso - Ah, eccolo: l'ho trovato capo... Ma... Non ho da accendere, comandante! Tu hai da accendere?
- Dimmi un po' ragazzo: ti senti bene? - replicò paziente il comandante.
- Sì, credo di...
- Tira un bel respiro profondo... E ora conta con calma fino a dieci.
- ... Nove e dieci. Ci sono.
- Ci sei? Bene. Ora dimmi: che cos'hai in mano?
- Un sigaro, capo!
- Per mamabele! Ce l'hai una camera da qualche parte?
- Vuoi dire questo coso attaccato alla spalla?
- Sì, potrebbe essere.
- No, capo! Quello è il mio braccio! Ha-ha-ha!
- Dannazione, poppante, mi sto incazzando sul serio adesso!
- Ma capo, si scherzava...
- Guarda che se mi metto a scherzare io potresti trascorrere i prossimi anni della tua vita su un relitto nel mezzo del nulla cosmico...
- Non c'è nessuna camera su questo esoscheletro! L'avevamo smontata per piazzarla in quel magazzino di Marutikunexa, non ricordi?
- Ah, già! Per mamabele! Beh, va un po' avanti e raccontami quello che vedi.
Cip Zelyatta si era levato in piedi, e camminava senza difficoltà sull'impiantito della Kira Techunja: evidentemente il campo gravitazionale artificiale era ancora operativo.
- OK, capo.
- E non voglio più sentir parlare di sigari...
- Ma capo... Come facevi a sapere dei sigari?
- Che sigari?
- Dei sigari che ci sono qui!
- Ma di cosa stai parlando?
- Qui: ce ne sono dappertutto. Le scatole sono rovesciate e alcune si sono aperte. Sono confezionate in piccole scatole di uno strano materiale marrone con delle venature che sembrerebbero...
- E' legno, non toccarlo!
- ... molto fragili. Ops, capo, ne ho rotta una!
- Idiota innervato! E' un materiale preziosissimo! Cosa c'è scritto sulle scatole?
- Ha-va-na. Cosa significa?
- Non è possibile! Il copyright sugli Havana non è mai stato ceduto!
- Saranno veri. Cosa vuol dire Savana, capo?
- Havana, babbeo! Poi ti spiego. Riesci a buttarne giù un po' di scatole dal condotto? Senza romperle?
- Certo capo! Quante ne vuoi?
- Tu butta, che io ti dico basta.

Dopo aver ripetuto ogni dieci secondi per dieci minuti "no, ancora", il comandante Onk Beluga si abbandonò a un gesto che considerò sommamente magnanimo e acconsentì a che il giovane proseguisse l'esplorazione.
- Dove vado, capo?
- E cosa ne so io! Cosa vedi da lì?
- Ci sono due porte.
- Prendine una!
- Quale?
- Ma cosa ...
- Quella a destra?
- Va bene, quella destra! - sbuffò la voce metallica di Onk Beluga nell'interfono.
- Non posso, è chiusa.
- E allora prendi l'altra, deficiente!
- Non posso: è chiusa anche l'altra.
- Mi stai prendendo in giro? Lurido celebroleso d'un...
- Provo col laser?
- Eh, vedi che ci arrivi se ti sforzi?
Cip Zelyatta estrasse una pistola a raggi e la puntò contro il centro della porta. Poi chiuse gli occhi e premette il grilletto. Il colpo rimbalzò sulla superficie e fece un buco nel soffitto.
- Capo...
- Non dirmi niente, idiota: ho già capito. Perché non provi a puntarlo contro la serratura? Magari funziona!
- Ehi, si sta aprendo! - strillò concitato Cip Zelyatta.
- Te l'avevo detto che...
- No, no! Io non ho sparato!
In quell'istante nello spazio della porta apparve un gigantesco pezzo di ferraglia semovente, che imbracciava un pesantissimo e sinistro marchingegno, puntandolo contro il giovane esploratore. Nella trasmittente di Cip Zelyatta si introdusse una nuova voce, del tutto incomprensibile. Poi di nuovo il comandante.
- Fuoco!
Stavolta il giovanotto non se lo fece ripetere, e rivelando un'insospettabile istinto da cacciatore, balzò a terra nell'angolo più lontano, facendo fuoco all'impazzata verso la testa del robot alieno. Dopo un paio di colpi andati a vuoto, il capo dell'essere meccanico si piegò all'indietro, poi si staccò di netto ed esplose. Il resto del corpo avanzò sventagliando alla cieca raffiche di un liquido scuro, mentre Cip Zelyatta si raggomitolava contro una parete, in attesa. Quando il robot, continuando a sparare, giunse al centro della stanza, Cip Zelyatta lo inquadrò al centro del mirino e fece fuoco.
- Cosa succede! Mi senti? Sei vivo, ragazzo? Mi senti?
- Forte e chiaro, comandante. - rispose con voce ferma e risoluta il giovane mozzo.
- Sei vivo, sei vivo! Cos'è successo?
- L'ho fatto fuori, quel bastardo rugginoso!
- Così si parla, ragazzo! Yahoo! Ehi, un attimo: con una prontezza da far invidia a mio bisnonno ibernato, il computer mi ha tradotto quello che ha detto il coso. E' la lingua commerciale di Alfa Sette, e l'elettrodomestico ti stava chiedendo... se volevi un caffè.
- Un caffè?
- Uh-uh, pare proprio.
- Ecco cosa sparava! - poi, rivolgendosi alla carcassa fumante, il giovane aggiunse - No grazie, mi da acidità!

Chiuso l'incidente, Cip Zelyatta varcò guardingo la soglia della porta aperta, inquadrando con circospezione ogni anfratto della nuova stanza. Era evidentemente entrato da uno dei boccaporti della stiva, e quello che aveva di fronte era certamente uno dei magazzini più grandi della nave, con grossi container ordinatamente allineati ai lati di un corridoio centrale largo almeno tre metri. L'altezza complessiva della stanza doveva raggiungere i dieci.
- Ci sono centinaia di container, qui. Mi avvicino.
- Stai attento, potrebbero esserci altri camerieri! - ridacchiò Onk Beluga in cuffia.
- Ci sono delle scritte, ma non ci si capisce un tubo.
- Prova a vedere se c'è qualche terminale.
- Ne dubito: le pareti sono spoglie.
- Cambia stanza, allora. Non perdere tempo!
- Ehi, capo: c'è un coso che pende dal soffitto attaccato a un filo...
- Scappa! Un aracnoide orionide! Vattene subito!
- Ma no, capo: è una specie di telecomando con dei tasti strani.
- Ah. Ehm, cerca di esprimerti meglio, figliolo. Dev'essere un computer da magazzino...
- Provo a schiacciare?
- Ma cosa vuoi schiacciare, se non ci capisci nulla!
- Metodo empirico!
- E vai di empirico...
- Cambiano le scritte sul display!
- Wow, fantastico! Questa sì che è una scoperta! Senti, bello: molla subito quel coso e cerchiamo di darci da fare, che il tempo passa.
- Ma no, non hai capito: cambia alfabeto! Ha un'interfaccia multilingue. Ecco qua: eurasiaticanto!
- Eurasiaticanto? E cos'è?
- Una lingua morta che nessuno, se ricordo bene, ha mai parlato. Ce la insegnavano a scuola.
- Quindi la capisci!
- Non ho detto questo: ho detto solo che ce la insegnavano a scuola, come lingua antica.
- Brutto lazzarone d'un asino!
- Ma forse qualcosa ci becco: qui parla di Scosci e Barboni.
- Scotch e Bourbon, analfabeta d'un astemio: sono bevande pregiate!
- Ah. E qui invece c'è kerosene e acqua disidratata.
- Acqua disidratata? E cosa vuol dire?
- Boh! Vuoi che vada a vedere?
- No, no: mi sa di fregatura. Lascia perdere. Puoi riconoscere i container adesso?
- Uhm, non dovrebbe essere impossibile.
- Ma che risposta è? Ce la fai o no?
- Forse sì. Diciamo di sì. Forse.
- O Santosaturno e pianeti tutti! - mormorò scoraggiato il comandante Onk Beluga; quindi aggiunse - Senti bello: credi che "forse-magari-può darsi che-potrebbe anche" ce la fai a capire se c'è un portellone di carico nella stiva?
- Perché, cosa vuoi caricare qui dentro?
- Idiota: voglio scaricare, non caricare!
- Ma capo, siamo già pieni oltre il limite: non ci sta più neanche uno spillo, nella stiva!
- E secondo te io tutto questo ben di dio lo lascio qui a marcire nel firmamento...
- Ma non c'è proprio posto...
- Vedrai che il posto lo troviamo: tu cerca il portello!
- Va bene: sei tu il capo... Ma quando ci ritroveremo a penzolare fuori traiettoria a curvatura due...
- Butteremo fuori la tua stupidissima collezione di rocce!
- No, i miei preziosissimi macigni no! Ci ho messo anni a raccoglierli.
- Ma te li piazziamo qua, e poi con calma, quando hai voglia di farti un giro, te li vieni a riprendere. Stai tranquillo che non te li porta via nessuno.
- No, non posso permetterlo! Qualsiasi altra cosa, ma non i macigni!
- Basta, ormai ho deciso. Dove la troverei qui altra fuffa che pesi attorno alle dodici tonnellate? Prendila con filosofia: in fondo non ti toccherò la collezione di virus informatici...

La voce lenta e indolente di Onk Beluga risuonava ora dal vivo nelle orecchie del giovane Cip Zelyatta, tornato al suo posto di mozzo nella cabina di comando dell'Euphrates.
- Senti un po', ragazzo: ho deciso di farti una proposta. Che tu sei perfettamente libero di accettare o di rifiutare.
Il comandante si dondolava sulla sua poltrona reclinabile, con un sigaro lungo venti centimetri che dondolava a sua volta dai suoi labbroni e una bottiglia di whisky nella mano destra, penzolante oltre il bracciolo.
- Non ho mai fatto una proposta del genere a nessuno dei miei mozzi, sino a ora, per cui dovresti esserne molto fiero.
Il più grasso fra i contrabbandieri del grappolo Mamex sorrise sornione a queste parole, e si calò un altro abbondante sorso di whisky. Tuttavia, proprio nel vedere la bottiglia ormai semivuota, si distrasse, cambiando discorso.
- Certo, ragazzo, che non si vede spesso un carico di whisky e sigari che se ne vaga solo soletto nello spazio in attesa che passi di lì una buon'anima disposta a metterlo in salvo! He-he.
Il comandante era ovviamente ubriaco fino al midollo. I cadaveri delle bottiglie precedentemente vuotate rotolavano rumorosamente sul pavimento della cabina ad ogni sobbalzo dell'Euphrates. Cip Zelyatta tentò di riportare il suo superiore sull'argomento, senza distogliere lo sguardo dalla partita di "spaccalocchio" che lo teneva impegnato ormai da due ore.
- Già. Ma mi stavi forse dicendo qualcosa?
- Chi? Ah, sì! Una proposta: ho una bella proposta per te, piccolo mutante astemio. Sentimi bene: io e te facciamo una società, nel senso che io ci metto la mia esperienza di imprenditore intergalattico e tu un po' di capitali. Entriamo tutti e due al cinquanta per cento: cinquanta io e cinquanta... - Onk Beluga esitò, avendo evidenti difficoltà nell'inquadrare il suo interlocutore - Ma dove ti sei cacciato!
- Sono qui, capo.
- Ah, sì: eccoti. E cinquanta tu, dicevo.
- E cosa ce ne facciamo della società?
- Come sarebbe! Fondiamo un'impresa senza scopo di lucro per il recupero delle astronavi perdute nello spazio! Il cliente ci racconta dov'è il rottame, e noi glielo andiamo a prendere. Semplice, no?
- Già, semplice. Ma cosa ci guadagnamo? - Cip Zelyatta sobbalzò leggermente, avendo superato in quell'istante il suo record stagionale.
- He-he! Ehi, ragazzo, ma bisogna proprio dirti tutto! Noi... - Onk Beluga abbassò il tono di voce sino a bisbigliare - mica glielo riportiamo tutto intero, il carico!
- Ah, no? E il cliente naturalmente non si accorge che la massa della nostra astronave si appesantisce...
- Bravo: qui è il lampo di genio! Perché sai noi cosa ci portiamo sempre dietro nel doppiofondo della stiva? Eh? Prova un po' a indovinare!
- Ci portiamo dei container vuoti?
- Risposta errata! Te lo dico io cosa ci portiamo: una bella collezione di macigni!
Cip Zelyatta mise in pausa lo "spaccaocchi" e si voltò a fissare con commiserazione il comandante della nave, che non mostrò di avvedersene mentre ridacchiava gongolante. In quel preciso istante quattordicimila bottiglie di pregiatissimo whisky esplosero nella stiva, infradiciando irreparabilmente ventisettemila sigari Havana.
- A proposito, - biascicò Onk Beluga, chiaramente ignaro dell'accaduto - ti sei ricordato di pressurizzare la stiva come ti avevo chiesto?

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