racconto di
Enrica Zunic'


La discesa interrotta dal rosa e dal blu

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RACCONTO

Scale

Prima salì il fragore del portone sulla strada, che cedeva. Sembrava, per la spinta e i colpi, esplodere.
Poi giunse quello di molte suole pesanti sulle scale e dell'urto, a tratti, di metalli contro le pareti. Rumori rapidi che Tolmos e Kiso sapevano sarebbero stati brevi. L'appartamento di Tolmos era al secondo piano.

Avevano una sola capsula ed erano in due. Tolmos, la mano protesa in un'offerta, la strinse fra le dita. Kiso non riuscì a non guardarla ma protestò: - E' tua, prendila subito. - Non c'era tempo per discutere, ma Tolmos insistette. Il rumore saliva. Kiso era arrivato inaspettato (Hanno preso Grie; ti staranno già cercando, devi scappare Tolmos). Se la giocarono. Tolmos barò. Per perdere. Avevano entrambi conosciuto le prigioni imperiali, ma l'amico più a lungo, anche quando lui invece si godeva pochi anni d'amore con Zei nella magra felicità dell'esule. E per questo Kiso ora era storpio e con i polmoni fragili. Come lampi, ricordi della loro lunga confidenza fiduciosa affollarono la sua memoria. Gli avrebbe risparmiato le carceri del nuovo governo. Tolmos guardò l'amico spezzare fra i denti la capsula e in un istante morire. Tolmos pensava di saldare un debito e riusciva con fermo coraggio a non invidiarlo.
La porta cadde e i soldati entrarono. Non era necessario ma con calcolata furia sfasciarono i mobili e il resto. Bottiglie e vasi furono scagliati alle pareti. Armi furono puntate a fondere cose inoffensive e belle. A meno di un passo dal caos e dal prossimo abisso, Tolmos si sorprese a contemplare l'imbrattarsi del rosa caldo e del blu chiaro ma profondo della sua casa, i colori prediletti che in qualche modo avevano sempre placato il suo spirito, l'infrangersi sistematico di strutture delicate e il lacerarsi di tessuti amorosamente scelti da Zei. Gli attraversò la mente il pensiero di lei. Gioì della lontananza, del ritardo casuale nel raggiungerlo lasciando l'esilio (Non mi fido di questo invito del Presidente a rientrare, ma partirò presto, sarò con te fra poco). Gioì del saperla in salvo.
Tutto avveniva fra urla di ferina allegria dei distruttori. Nell'intero edificio c'era solo quel rumore accuratamente voluto. La paura dietro le porte dei pianerottoli era troppo grande per non essere silenziosa
Un minuto dopo, Tolmos, compagno di Zei - la protagonista della manifestazione pacifica che più aveva irritato l'imperatore - e rappresentante dell'opposizione democratica shakti mazan alla monarchia e al governo bugiardo subentrato, a guerra finita, a quello imperiale, trascinato da più mani, usciva dalla propria casa ed entrava nell'inferno.

Un piano del sotterraneo

- Spogliati!

Tolmos però riusciva ancora a non obbedire e dovettero farlo loro; erano in cerchio intorno a lui, si avventarono. Parve una caccia fatta da licaoni, anche se la preda viva che sembravano voler fare a brani non poteva correre. Tolmos vide i propri abiti lanciati via e si trovò ancor più inerme. Adesso, sapeva, tutto incominciava davvero. Il suo sguardo determinato indicava però agli aguzzini la fatica e la durata del loro lavoro.

Non più solo

All'inizio gli fecero cose che già conosceva. Che lo fecero urlare, a volte sanguinare o quasi soffocare e, per sfinimento, fame o dolore, anche cadere; spesso.

Vedeva gli scarponi del secondino a un passo da lui. Tolmos non riusciva a rialzarsi. Si aspettava per questo un calcio che non arrivò. Sentì qualcuno che lo voltava piano e che lo metteva, con cautela, seduto. Era la guardia. Appena poté gli sputò in viso.
- Il gioco del "Buon Secondino" me lo hanno già fatto gli imperiali.
Acqua, cure e promesse per giorni e poi la beffa di vedere la compassione sparire di colpo in una battuta di scherno.
- E ho visto amici impazzire per questo.

Ma Ilas, la guardia, non voleva e non sapeva giocare quel gioco e tentò di spiegargli la propria onesta rabbia e pietà.

Risultati, progetti e delusioni

Il tempo scorreva e i torturatori aggiunsero del nuovo alle cose a lui già note. Qualche effetto pazientemente lo ottennero.

Tutto quello che poteva raccontare, o anche inventare, ai suoi aguzzini Tolmos l'aveva già confessato. Odiando, odiandosi, piangendo, supplicando. Ma non li aveva fermati. Non era questo a interessarli.

- Lo voglio libero. Presto. Era un esempio forte in città. L'interruzione dell'isolamento?

- Da ieri. E' andata male, direttore. Ha difeso il "pazzo" della cella nove. E diviso la razione con il piagnone arrivato stanotte.

- Incapaci. Perditempo. Spezzatelo. Lo voglio fuori di qui. Libero, muto per i ricordi e il terrore, a strisciare contro i muri delle case e tremare a ogni ombra o rumore di passo. Esempio pericoloso prima, esempio d'altro adesso.

A mostrare ciò che accadeva a chi s'ostinava a pretendere che dopo la fuga dell'Imperatore, dopo la fine della guerra e lo sfarsi dell'Impero, qualcosa cambiasse davvero in quella libertà solo recitata ma che sembrava bastare agli Umani vincitori per giustificare il commercio, gli accordi.

Tolmos sentiva il solito odore di lattice dei guanti che intorno qualcuno stava indossando e che aveva imparato a temere. Era immobilizzato e bocconi, ma riusciva a intravedere i camici di chi gli avrebbe, ancora una volta, con un rapido farmaco, impedito di svenire. Udiva risate e suggerimenti. Poi, per un dolore sconfinato, urlò.
Anche Ilas, la guardia alla porta, urlò. Ma non per gioia feroce come altri. Urlò d'orrore. Un grido breve che s'interruppe all'incrocio di sguardi di colleghi divenuti attenti; però l'acido versato fra i glutei dischiusi a forza di Tolmos stava ancora gocciolando quando Ilas decise che avrebbe fatto qualcosa. Che avrebbe smesso di stare solo a guardare uno scempio che, nonostante la paga, la molta paura e il bisogno, non riusciva più a sopportare.
Ma già l'indomani l'unica scelta possibile divenne la morte.

Forse era mattino. La parete frontale della cella scolorì fino alla trasparenza ma non s'aprì. Non subito.
Tolmos vide qualcuno avanzare condotto verso le gabbie. Un prigioniero nuovo: camminava bene e reagiva con forza e furia alle spinte delle guardie.

La gabbia si aprì. Tolmos riconobbe l'ultimo arrivato. E comprese perché questi non fosse stato posto in isolamento e perché la cella scelta fosse la sua. Soprattutto comprese perché lui non fosse stato trascinato alla quotidiana seduta d'interrogatorio e tortura. Perché questo sarebbe stato infinitamente peggio.

Eures. Eures che riusciva a far ridere Kiso. Eures che curava Kiso e gli altri usciti di prigione. Eures che nel buio di una notte di quattro anni prima sollevava una spia imperiale come un fuscello e la scaraventava nel fiume perché non seguisse Zei. Eures, amico. Da sempre.

Gli aguzzini si disposero come pubblico di un'arena.

Impiegò minuti a rimettersi in qualche modo in piedi, ma voleva farlo per guardare l'amico negli occhi. Per far questo, per alzare il capo, lo sforzo fu ancora più grande.
- Eures... Sono stato io. - Ripeté volutamente, disperato - Ho fatto io il tuo nome.

Eures non lo riconobbe.

Tolmos attese, consapevole dei propri tratti mutati dall'inferno.

Sul volto di Eures si susseguirono la fatica e lo stupore doloroso del riconoscere l'ombra scarna che vedeva, poi l'orrore e l'ingigantirsi della paura. Ciò che restava dell'amico appena riconosciuto gli annunciava il proprio immediato futuro. La sua voce vibrò un poco:

- Lo so. Me lo hanno detto.

Tolmos attendeva ancora. Attendeva l'odio, gli insulti, la rabbia e il disprezzo.

Dai secondini neppure il rumore di un respiro.
Eures si voltò a guardare la loro avida aspettativa di uno spettacolo già pregustato. E trovò la forza di un ghigno e di una verità che li potesse deludere.

- Anch'io fra poco farò dei nomi... - Sfiorò Tolmos che distogliendo il viso si ritraeva nella propria incapacità a perdonarsi e il ghigno divenne fragile sorriso. - O non ne dirò nessuno. Se lo sceglieranno. Se non andranno oltre il limite. Se vorranno che sia il mio silenzio a farti stare peggio.

Ignorandone l'angosciata vergogna gli si mise a fianco. Si sedette.
Per ordine di Sketlios le guardie, prima di sera, li separarono in celle lontane.

Commercio

Tolmos scosso dalla febbre ascoltava le voci dei guardiani fermi davanti alla sua gabbia. Ilas li stava raggiungendo.

- Tolmos?! Li chiedono docili e in buone condizioni, l'hanno proprio specificato.

- E il direttore invece vuole liberarsi di rompiscatole testardi dai quali non caveremo altro. E' illegale ma comodo. Basterà aggiungere i loro nomi alla lista dei morti. E nella spartizione del guadagno qualcosa andrà anche a noi.

La cella si riempì. Qualcuno si chinò a esaminarlo.
- Per domarlo davvero dovremmo poter disporre anche della sua troia: Zei.

Ilas, sebbene avesse i colleghi intorno, non riusciva a tacere:
- Consegneremo detenuti agli Umani?! Ai nostri nemici?

In Sketlios l'essere un Mazan dell'Ovest dava non occhi monocromi e lattei ma verdi, che, nella perfetta apparenza di marmo terso della pelle, comune agli Shakti, inquietavano. Era stato un ufficiale dell'Impero e ora, nell'ombra di quel lavoro nella prigione, aspettava, non con pazienza ma con certezza, di tornare, con divisa e forse gerarchi diversi, al ruolo e al ricco compenso di un tempo. Sapeva che la sua gente aveva breve memoria. Intanto s'impegnava con scrupolo e piacere.
Dal tono, Tolmos, raggomitolato contro l'unica parete in muratura della gabbia, capì che Sketlios aveva il suo sorriso più maligno.

- E che Umani... Riconosco i tratti delle razze. Ricordi che cosa abbiamo fatto ai loro mondi all'inizio della guerra? Qualcosa che non avranno dimenticato. Neppure adesso, al terzo anno di pace. - Si curvò per essere certo che Tolmos udisse davvero - Vogliono almeno un paio di "materiale per sperimentazione", che da loro è difficile procurarsi. Pagano uno sproposito. - La voce divenne un sibilo tagliente e divertito nell'orecchio di Tolmos - Ti mancheremo.

Ilas cercava di pensare.
- Vengono da un Centro non pubblico e non noto. Un ricercatore e due assistenti...

Sketlios preferiva invece compiacersi del dilagare silenzioso della paura nello sguardo di Tolmos. Schioccò la lingua, soddisfatto come quando, togliendoli di mano agli addetti, gli applicava elettrodi e dava corrente.
- Assistenti... per cosa? Il fulvo è certamente di Ugarith II. E avete osservato le mani di quello bruno? I calli, il nero nelle unghie...

Ipotesi

Tolmos doveva lasciare la cella della Sala Grigia e tornare nell'altro settore: Omega. Ilas lo sorreggeva.
- Sarà meno brutto di quanto temiamo. Questi Umani offrono una fortuna, sarebbe uno spreco. - Non continuò a definire cosa lo sarebbe stato.

Merce e credenziali

La voce arrivò dal fondo del corridoio solitamente vuoto, scuotendo dal sonno i detenuti e sorprendendoli.

- Oggi, per voi, li abbiamo tutti lasciati all'interno d'Omega.
Il funzionario usava il suo tono più alto, come se, ad urlare, gli Umani avrebbero compreso meglio la lingua mazan.

Il Nucleo, la stanza di controllo, in un'ora insolita, non era vuoto. Sketlios era ai comandi.
I muri interni scomparvero e le nove celle divennero un'unica grande parte di cerchio, come un'Omega maiuscola, intorno al Nucleo, che si stava aprendo per accogliere visitatori. Le pareti frontali divennero trasparenti e i prigionieri vedevano ed erano visti. Il pavimento con un calore rapidamente progressivo li costrinse ad allinearsi nella zona fredda di fronte a chi sostava in visita. Tolmos, pur trascinandosi, aiutò come poté l'amico Eures che, approfittando dell'assenza dei divisori laterali, stava tornando indietro in altre celle a portare via, prima che s'ustionassero, coloro che non erano in grado di muoversi in fretta. Le guardie non urlarono e non li punirono. Era proprio un giorno diverso.
Omega si aprì. Scortati da un funzionario, che sfoggiava un sorriso sazio, da tre delle guardie più feroci e accolti da Sketlios, due Umani entrarono.
Avevano caschi con occhiali grandi come maschere e scuri a nascondere parte del viso e far temere quale sguardo vi potesse essere nascosto. Tolmos a volte si era chiesto perché gli aguzzini e i dittatori amassero tanto le lenti brune. Sulle tute informi indossavano inutili camici di un bianco gessoso sul quale macchie di sangue e altro avrebbero spiccato. La maschera dava alla testa della donna un aspetto da mammifero notturno. L'uomo non aveva nulla del medico o dell'assistente. Si muoveva come una bestia insolente e attenta. Aveva mani sudicie, unghie orlate orrendamente di nero e poca voglia di parlare. Nella mente di Tolmos divennero Lemure e Unghia Nera.
Il funzionario additò Tolmos e altri due. Una guardia, più per abitudine che per bisogno, si avvicinò a chi fra i nove si reggeva meglio in piedi. Non erano i tre scelti.
Lemure esaminò con un'occhiata i prigionieri.

- E' questo il materiale? Pesano una ventina di chili meno di quanto dovrebbero e per muoversi quasi strisciano. Il denaro che diamo non è scadente. Datecene altri.

Unghia Nera si avvicinò ad Eures e ruppe il silenzio.
- Questo, ad esempio.

Tentò di afferrargli il mento. Eures aveva le braccia immobilizzate dalla guardia, ma con uno scatto del capo morse la mano umana. La reazione di Unghia Nera fu spaventosa. Non colpì Eures né indietreggiò. Lasciò la mano in bocca allo Shakti affondando un po' il pugno in gola e offrendo il braccio, come fa chi ha l'abitudine a domare cuccioli rabbiosi. Sorrideva.
Tolmos in quella voce senza collera vide confermata la fama antica e orribile della specie nemica e le ragioni del proprio terrore.

- Se vuoi mordere, fallo per davvero.

La guardia fece mollare la presa ad Eures e il funzionario rispose a Lemure con un ghigno soddisfatto. La boria degli Umani e la guerra perduta scottavano.

- Come vedete non va bene, è qui da soli tre giorni. Per averlo mansueto dovreste tornare. Vi diamo il meglio possibile e non possiamo superare troppo la media abituale di morti, è interesse pure vostro non attirare l'attenzione dell'amministrazione. Anche noi abbiamo leggi.

L'aggressione al collega e il "no" appena udito dovevano aver indispettito Lemure. Restituì il colpo in qualche modo.

- In tutta questa zona non c'è una sola guardia. "La Sala Grigia", degli interrogatori, l'ho vista affollata di divise. Non avete paura che scappino? So di familiari di questa gente che pagano piloti e navi per la fuga. A meno di un chilometro c'è un aeroapprodo di fortuna dove forse stazionano. Basterebbe poco a raggiungerlo.

Il funzionario snocciolò la spiegazione con pazienza un po' ostentata. Aveva con essa rassicurato tutti i nuovi colleghi.
- Se riuscissero ad aprire le porte delle celle. Non ci sono serrature da forzare. E le guardie costano ma anche si corrompono... Questa è una prigione piccola. Tutto è comandato da qui. E' sufficiente e molto conveniente. Una volta al giorno il Nucleo si apre e un addetto lo controlla e, quando serve, permette di prelevare chi deve essere interrogato e che di solito non tornerà in Omega troppo presto. La Sala Grigia ha gabbie proprie. I detenuti, come vedete, non potrebbero nascondere nulla addosso.

Nel Nucleo perfezionarono lo scambio.

Lemure consegnò a Sketlios un paio d'oggetti minuti. Furono inseriti nella Scrivania, il computer cuore del Nucleo. Tolmos allora comprese essere memorie fisiche. Lemure ne indicò uno.
- Questo è delle banche. Capisco la vostra prudenza. Anche i nostri laboratori hanno legami solo parziali alla Rete.

La cortesia maligna della donna fece sospettare che la notizia dell'attacco degli hacker che aveva scardinato i sistemi delle piccole prigioni, costringendole a un provvisorio, prudente isolamento, si fosse diffusa, in poco tempo, molto più lontano di quanto la Direzione già temeva.
Scomparse le immagini dei documenti lei indicò l'altra memoria.
- E questa è una sintetica presentazione del nostro Centro di Ricerca.

Qualcuno doveva avere sbagliato database.

Prima che Lemure, con un urlo stizzito e un'imprecazione, rimediasse all'errore, sostituendole con filmati di lucidi apparecchi e graziosi edifici, nel video del Nucleo s'erano in pochi attimi accavallate immagini di corpi mutilati, sezionati, ad arte ustionati. Vivi. A Tolmos parvero d'ogni razza della galassia. I prigionieri erano paralizzati dal terrore. E gli altri erano senza fiato.

Il primo a riprendersi fu Sketlios:
- Credo che senza volere ci abbiano appena mostrato le credenziali. Buone.

Sketlios si offrì di aiutare a immobilizzare sull'aeronave i prigionieri con gli strumenti migliori. Lemure rifiutò mostrando una fiala da iniettare.
- A bordo ci penserò io. Staranno fermi. Molto fermi.

Ilas fece in modo d'essere la guardia a cui ordinare la scorta della "merce" nel corridoio di carico della pista.
Tolmos era l'ultimo. Nei suoi occhi c'era l'insopportabile.
- Aiutami... uccidimi.

Ilas annuì; erano, per un istante, soli e sarebbero bastate le dita su quella gola magra. Tolmos gli vide sollevare le mani e attese la libertà della morte. Qualcosa allontanò Ilas di colpo, come scaraventato lontano. Unghia Nera, apparso d'improvviso, tratteneva con una mano la guardia, premendola contro il muro del corridoio e le parlava. Avrebbe dovuto ringhiare, ma il tono era di bisbigliata minaccia.
- Questo è nostro. L'abbiamo pagato. Ti restano, se vuoi, tutti gli altri.

La disperazione nello sguardo di Ilas era totale. Tolmos vi specchiò la propria.

Si chiude

Guardie e funzionari stavano lasciando la zona. Tre celle erano vuote ma Omega e il Nucleo erano per il resto come sempre.
Sotto lo sguardo di Sketlios le pareti elettroniche si stavano riformando per serrare il Nucleo. La Scrivania segnalava un aumento di peso all'interno di quattro grammi. Lo Shakti posò la destra sui comandi che fermavano la chiusura.
Arrogante e sicuro, Unghia Nera era tornato indietro di un passo per rivolgersi a Sketlios.

- Abbiamo dimenticato una piccola cosa - Segnò con il pollice sul polpastrello dell'indice le dimensioni insignificanti dell'oggetto - Interrompa il processo. Dovrei rientrare.

Allo Shakti sfuggì un sorriso appagato. Tolse la mano dai comandi e le pareti si completarono.

- Non è possibile. Sarà riaperto domani. Vi era stato spiegato.

Lemure si avvicinò mormorando all'uomo di lasciar fare a lei. Chiese con gentilezza, chiarendo (era per gli Shakti un oggetto di nessuna importanza, mentre per lei erano dati di valore) poi con rabbia e alla fine minacciando. L'espressione estasiata che Sketlios non nascondeva neppure, la fece esplodere. Ma nulla servì. Sketlios la rassicurò.

- Domani sarà mia cura riporre il vostro "oggettino". Lasciate l'indirizzo del Centro, lo spedirò.

Sapeva che questo non era possibile e che l'avrebbe irritata ancor di più.

Sembrava che l'ira permettesse appena a Lemure di parlare.
- Torneremo.

In viaggio

Tolmos giaceva sul pavimento della piccola aeronave. Affondava piano nell'incoscienza.
Nell'equipaggio c'era di certo uno Shakti perché Lemure e Unghia Nera nel raccontare parlavano in mazan e uno degli interlocutori rispondeva con pronuncia fluente.

Nella voce di Lemure c'era una mescolanza strana. Gioia e sarcasmo.

- Tutto come previsto. Ci hanno rifiutato ciò che volevamo rifiutassero. E dato "quelli che volevano", i peggiori. Fra poco però li avremo tutti. Forse. - Tacque un istante per guardare l'orologio - Otto minuti. La nostra piccola "bomba" intelligente sta già alterando i circuiti del Nucleo e le pareti elettroniche d'Omega si dissolvono.

Nella voce di Unghia Nera la soddisfazione per il lavoro fatto e lo sforzo di rassicurare gli altri.
- Ho messo l'individuatore sul prigioniero più in forma. Non proprio "sul". Non può averlo perso, gliel'ho cacciato in gola. Quella guardia nervosa mi pare un tipo sveglio, li condurrà fuori. L'aeronave nascosta li raccoglierà, se non avrà avuto problemi di rotta.

Tolmos riconobbe una risata shakti, incredula e vivace.

- Problemi di rotta? Con Kalis che la pilota? Li troveremo ad aspettarci.

Anche Unghia Nera pareva divertirsi.
- Darei una fortuna per assistere alla scena di Sketlios che s'affanna a spiegare in Direzione perché non ha aperto il Nucleo e restituito agli Umani ciò che chiedevano.

Il buio sommerse Tolmos prima dello spegnersi delle risate e della sua confusione.

Errori

Tolmos riaprì gli occhi. La coscienza tornò interamente. Era ancora vivo. E, per questo, disperato. Si guardò a fatica intorno, alla ricerca di un mezzo per morire.
S'aspettava il bianco sporco e il freddo del metallo dei laboratori. C'era invece del rosa e molto blu chiaro ma profondo e nessun metallo riluceva con minaccia. S'aspettava il lezzo del sangue, dell'orina e della paura di chi l'aveva preceduto. Percepiva invece un profumo tenue e buono che gli sollecitava, per ora invano, la memoria. Gli pareva galleggiare e gli ci vollero alcuni istanti per riconoscere la sensazione dimenticata che provava: il dolore era scomparso. Il suo corpo, come se più lento della mente, dormiva un sonno intorpidito.
Volse piano il capo verso destra dove percepiva un'ombra molto vicina in movimento.
S'aggiunse un odore che, anche se meno acuto del solito, lo gettò nel terrore più cieco e indicibile. Lattice. Un uomo in piedi e di schiena nascondeva una parte di finestra e un tavolo chiaro; sembrava impegnato in un lavoro ritmico e ripetuto. Un braccio si sollevò per abbassarsi di colpo. Tolmos vide brillare nel pugno guantato una lama maneggiata destramente e quando l'uomo si voltò - era Unghia Nera - lo Shakti si preparò a brani di qualche noto inferno. Ma sembrava approntarsi un incubo nuovo perché il coltello fu abbandonato frettolosamente sul tavolo e molto allontanato; e i guanti, quasi furtivamente, tolti. Sul volto umano Tolmos distinse il lampo di uno stupore scontento.
- Sei già sveglio... Le previsioni erano sbagliate, la dottoressa s'inquieterà (Che non si ridesti solo, vorrà morire, state in guardia e preparate tutto per tempo).
La voce dell'uomo era bassa, l'accento molto duro, ma del resto Tolmos non conosceva Umani che riuscissero a pronunciare il mazan senza echi dissonanti. Lo sguardo s'era fermato nel suo, dopo aver sfiorato in fretta la lunga sagoma del corpo disteso. Su quel volto magro e forte Tolmos non vide scherno. Non aveva mai visto tanto da vicino occhi umani, rilucevano come umidi. Nel vedere lo sguardo dello Shakti soffermarsi sulle unghie corte e quadrate, incorniciate di un nero polveroso che s'addensava anche fra le pieghe delle dita, l'uomo spiegò con burbero imbarazzo che lo rese ancor più laconico.
- E' la miniera. Il mio lavoro. Non c'è protezione che tenga o strofinio di sapone che tolga. - Gli lasciò poi osservare meglio una mano sollevandola mentre con l'altra afferrava i guanti e li gettava - Non è granché pericoloso mangiare cose toccate da queste, ma non ho voluto correre rischi, sei troppo debole.

La porta s'aprì e "la dottoressa" entrò. Non aveva più muso da lemure perché non aveva occhiali scuri a nasconderle in parte il viso e neppure indossava il camice di un bianco gessoso. L'uomo le spiegò il risveglio precoce e dal tavolo prese una scodella che era posata vicino al coltello, scostando con il gesto alcune bucce multicolori. Lei annuì con un sorriso che inondava anche lo sguardo e che nell'osservare Tolmos era di una dolcezza tanto intensa che perfino attraverso il proprio terrore e il pregiudizio egli la poté riconoscere.
Solo allora Tolmos s'accorse d'essere quasi interamente coperto. Un telo gentile lo nascondeva. Non più la bruta esposizione del progressivo scempio, voluta per annientarlo.

- Mi chiamo Ain, sono medico, vero, non di quelli che lavorano nelle camere di tortura. Per la precisione vorrei svuotarle, le camere di tortura. – Indicò l'uomo - Si chiama Ian, avrai capito che non è un infermiere ma saprà muoverti e sollevarti senza farti male. E il tuo amico Eures lo aiuterà. - Nel tono un'amorevole, sapiente intenzione come a voler aggiungere, come a dire che era a conoscenza d'altro - Non vede l'ora di raccontarti ogni istante della fuga.
Tolmos mosse il capo per non guardare, per guardare il proprio buio, per guardare il nulla dove allontanarsi, dove cancellarsi, ma lei continuò - Non mi aspetto che tu creda che questo non sia un feroce inganno, conosco la beffa del Buon Secondino, sarà il tempo a rivelarti che ora sei libero e che il nostro inganno era altro e per altri. Per carnefici prevedibili. - Un lampo divertito le attraversò lo sguardo e si spense in una rapida malinconia mentre gli sfiorava il capo - Abbiamo dovuto staccarti in parte il contatto fra il corpo e il cervello per toglierti il dolore. - Non si perse in dettagli mentre gli alzava delicatamente un braccio e glielo faceva muovere a mostrargli che non c'era paralisi - Quando sarai di nuovo in forze, ti restituiremo tutto.
Tutto. Tacque di colpo come se si fosse sorpresa a mentire. Si scosse e prese la scodella dalle mani di Ian.

- E' giunto il momento che tu provi a mangiare. Il cibo che un tempo ti piaceva.

Tolmos guardò la scodella. Era di un bel blu chiaro con pochi decori rosa. Ed era piena di frutti ridotti di fresco a coltello in minuti pezzetti, velati di miele e di crema.

- Ti stai chiedendo come facciamo a conoscere i tuoi gusti e colori preferiti?

Volse lo sguardo alla porta che, come a risposta, si stava riaprendo. Tolmos guardò nella direzione indicata. Zei, negli occhi e nei gesti il timore nel toccarlo di fargli male, avanzava verso Tolmos. A lui parve che volasse.

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