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La discesa interrotta dal rosa e dal blu
ScalePrima salì il fragore del portone sulla strada, che cedeva. Sembrava, per la spinta e i colpi, esplodere.Poi giunse quello di molte suole pesanti sulle scale e dell'urto, a tratti, di metalli contro le pareti. Rumori rapidi che Tolmos e Kiso sapevano sarebbero stati brevi. L'appartamento di Tolmos era al secondo piano.
Avevano una sola capsula ed erano in due. Tolmos, la mano protesa in un'offerta, la strinse fra le dita. Kiso non riuscì a non guardarla ma protestò: - E' tua, prendila subito. - Non c'era tempo per discutere, ma Tolmos insistette. Il rumore saliva. Kiso era arrivato inaspettato (Hanno preso Grie; ti staranno già cercando, devi scappare Tolmos). Se la giocarono. Tolmos barò. Per perdere. Avevano entrambi conosciuto le prigioni imperiali, ma l'amico più a lungo, anche quando lui invece si godeva pochi anni d'amore con Zei nella magra felicità dell'esule. E per questo Kiso ora era storpio e con i polmoni fragili. Come lampi, ricordi della loro lunga confidenza fiduciosa affollarono la sua memoria. Gli avrebbe risparmiato le carceri del nuovo governo. Tolmos guardò l'amico spezzare fra i denti la capsula e in un istante morire. Tolmos pensava di saldare un debito e riusciva con fermo coraggio a non invidiarlo.
Un piano del sotterraneo- Spogliati!Tolmos però riusciva ancora a non obbedire e dovettero farlo loro; erano in cerchio intorno a lui, si avventarono. Parve una caccia fatta da licaoni, anche se la preda viva che sembravano voler fare a brani non poteva correre. Tolmos vide i propri abiti lanciati via e si trovò ancor più inerme. Adesso, sapeva, tutto incominciava davvero. Il suo sguardo determinato indicava però agli aguzzini la fatica e la durata del loro lavoro.
Non più soloAll'inizio gli fecero cose che già conosceva. Che lo fecero urlare, a volte sanguinare o quasi soffocare e, per sfinimento, fame o dolore, anche cadere; spesso.
Vedeva gli scarponi del secondino a un passo da lui. Tolmos non riusciva a rialzarsi. Si aspettava per questo un calcio che non arrivò. Sentì qualcuno che lo voltava piano e che lo metteva, con cautela, seduto. Era la guardia. Appena poté gli sputò in viso. Ma Ilas, la guardia, non voleva e non sapeva giocare quel gioco e tentò di spiegargli la propria onesta rabbia e pietà.
Risultati, progetti e delusioniIl tempo scorreva e i torturatori aggiunsero del nuovo alle cose a lui già note. Qualche effetto pazientemente lo ottennero.Tutto quello che poteva raccontare, o anche inventare, ai suoi aguzzini Tolmos l'aveva già confessato. Odiando, odiandosi, piangendo, supplicando. Ma non li aveva fermati. Non era questo a interessarli. - Lo voglio libero. Presto. Era un esempio forte in città. L'interruzione dell'isolamento? - Da ieri. E' andata male, direttore. Ha difeso il "pazzo" della cella nove. E diviso la razione con il piagnone arrivato stanotte. - Incapaci. Perditempo. Spezzatelo. Lo voglio fuori di qui. Libero, muto per i ricordi e il terrore, a strisciare contro i muri delle case e tremare a ogni ombra o rumore di passo. Esempio pericoloso prima, esempio d'altro adesso. A mostrare ciò che accadeva a chi s'ostinava a pretendere che dopo la fuga dell'Imperatore, dopo la fine della guerra e lo sfarsi dell'Impero, qualcosa cambiasse davvero in quella libertà solo recitata ma che sembrava bastare agli Umani vincitori per giustificare il commercio, gli accordi.
Tolmos sentiva il solito odore di lattice dei guanti che intorno qualcuno stava indossando e che aveva imparato a temere. Era immobilizzato e bocconi, ma riusciva a intravedere i camici di chi gli avrebbe, ancora una volta, con un rapido farmaco, impedito di svenire. Udiva risate e suggerimenti. Poi, per un dolore sconfinato, urlò.
Forse era mattino. La parete frontale della cella scolorì fino alla trasparenza ma non s'aprì. Non subito. La gabbia si aprì. Tolmos riconobbe l'ultimo arrivato. E comprese perché questi non fosse stato posto in isolamento e perché la cella scelta fosse la sua. Soprattutto comprese perché lui non fosse stato trascinato alla quotidiana seduta d'interrogatorio e tortura. Perché questo sarebbe stato infinitamente peggio. Eures. Eures che riusciva a far ridere Kiso. Eures che curava Kiso e gli altri usciti di prigione. Eures che nel buio di una notte di quattro anni prima sollevava una spia imperiale come un fuscello e la scaraventava nel fiume perché non seguisse Zei. Eures, amico. Da sempre. Gli aguzzini si disposero come pubblico di un'arena.
Impiegò minuti a rimettersi in qualche modo in piedi, ma voleva farlo per guardare l'amico negli occhi. Per far questo, per alzare il capo, lo sforzo fu ancora più grande. Eures non lo riconobbe. Tolmos attese, consapevole dei propri tratti mutati dall'inferno. Sul volto di Eures si susseguirono la fatica e lo stupore doloroso del riconoscere l'ombra scarna che vedeva, poi l'orrore e l'ingigantirsi della paura. Ciò che restava dell'amico appena riconosciuto gli annunciava il proprio immediato futuro. La sua voce vibrò un poco: - Lo so. Me lo hanno detto. Tolmos attendeva ancora. Attendeva l'odio, gli insulti, la rabbia e il disprezzo.
Dai secondini neppure il rumore di un respiro. - Anch'io fra poco farò dei nomi... - Sfiorò Tolmos che distogliendo il viso si ritraeva nella propria incapacità a perdonarsi e il ghigno divenne fragile sorriso. - O non ne dirò nessuno. Se lo sceglieranno. Se non andranno oltre il limite. Se vorranno che sia il mio silenzio a farti stare peggio.
Ignorandone l'angosciata vergogna gli si mise a fianco. Si sedette.
CommercioTolmos scosso dalla febbre ascoltava le voci dei guardiani fermi davanti alla sua gabbia. Ilas li stava raggiungendo.- Tolmos?! Li chiedono docili e in buone condizioni, l'hanno proprio specificato. - E il direttore invece vuole liberarsi di rompiscatole testardi dai quali non caveremo altro. E' illegale ma comodo. Basterà aggiungere i loro nomi alla lista dei morti. E nella spartizione del guadagno qualcosa andrà anche a noi.
La cella si riempì. Qualcuno si chinò a esaminarlo.
Ilas, sebbene avesse i colleghi intorno, non riusciva a tacere:
In Sketlios l'essere un Mazan dell'Ovest dava non occhi monocromi e lattei ma verdi, che, nella perfetta apparenza di marmo terso della pelle, comune agli Shakti, inquietavano. Era stato un ufficiale dell'Impero e ora, nell'ombra di quel lavoro nella prigione, aspettava, non con pazienza ma con certezza, di tornare, con divisa e forse gerarchi diversi, al ruolo e al ricco compenso di un tempo. Sapeva che la sua gente aveva breve memoria. Intanto s'impegnava con scrupolo e piacere. - E che Umani... Riconosco i tratti delle razze. Ricordi che cosa abbiamo fatto ai loro mondi all'inizio della guerra? Qualcosa che non avranno dimenticato. Neppure adesso, al terzo anno di pace. - Si curvò per essere certo che Tolmos udisse davvero - Vogliono almeno un paio di "materiale per sperimentazione", che da loro è difficile procurarsi. Pagano uno sproposito. - La voce divenne un sibilo tagliente e divertito nell'orecchio di Tolmos - Ti mancheremo.
Ilas cercava di pensare.
Sketlios preferiva invece compiacersi del dilagare silenzioso della paura nello sguardo di Tolmos. Schioccò la lingua, soddisfatto come quando, togliendoli di mano agli addetti, gli applicava elettrodi e dava corrente.
IpotesiTolmos doveva lasciare la cella della Sala Grigia e tornare nell'altro settore: Omega. Ilas lo sorreggeva.- Sarà meno brutto di quanto temiamo. Questi Umani offrono una fortuna, sarebbe uno spreco. - Non continuò a definire cosa lo sarebbe stato. Merce e credenziali La voce arrivò dal fondo del corridoio solitamente vuoto, scuotendo dal sonno i detenuti e sorprendendoli.
- Oggi, per voi, li abbiamo tutti lasciati all'interno d'Omega.
Il Nucleo, la stanza di controllo, in un'ora insolita, non era vuoto. Sketlios era ai comandi. - E' questo il materiale? Pesano una ventina di chili meno di quanto dovrebbero e per muoversi quasi strisciano. Il denaro che diamo non è scadente. Datecene altri.
Unghia Nera si avvicinò ad Eures e ruppe il silenzio.
Tentò di afferrargli il mento. Eures aveva le braccia immobilizzate dalla guardia, ma con uno scatto del capo morse la mano umana. La reazione di Unghia Nera fu spaventosa. Non colpì Eures né indietreggiò. Lasciò la mano in bocca allo Shakti affondando un po' il pugno in gola e offrendo il braccio, come fa chi ha l'abitudine a domare cuccioli rabbiosi. Sorrideva. - Se vuoi mordere, fallo per davvero. La guardia fece mollare la presa ad Eures e il funzionario rispose a Lemure con un ghigno soddisfatto. La boria degli Umani e la guerra perduta scottavano. - Come vedete non va bene, è qui da soli tre giorni. Per averlo mansueto dovreste tornare. Vi diamo il meglio possibile e non possiamo superare troppo la media abituale di morti, è interesse pure vostro non attirare l'attenzione dell'amministrazione. Anche noi abbiamo leggi. L'aggressione al collega e il "no" appena udito dovevano aver indispettito Lemure. Restituì il colpo in qualche modo. - In tutta questa zona non c'è una sola guardia. "La Sala Grigia", degli interrogatori, l'ho vista affollata di divise. Non avete paura che scappino? So di familiari di questa gente che pagano piloti e navi per la fuga. A meno di un chilometro c'è un aeroapprodo di fortuna dove forse stazionano. Basterebbe poco a raggiungerlo.
Il funzionario snocciolò la spiegazione con pazienza un po' ostentata. Aveva con essa rassicurato tutti i nuovi colleghi. Nel Nucleo perfezionarono lo scambio.
Lemure consegnò a Sketlios un paio d'oggetti minuti. Furono inseriti nella Scrivania, il computer cuore del Nucleo. Tolmos allora comprese essere memorie fisiche. Lemure ne indicò uno.
La cortesia maligna della donna fece sospettare che la notizia dell'attacco degli hacker che aveva scardinato i sistemi delle piccole prigioni, costringendole a un provvisorio, prudente isolamento, si fosse diffusa, in poco tempo, molto più lontano di quanto la Direzione già temeva. Qualcuno doveva avere sbagliato database. Prima che Lemure, con un urlo stizzito e un'imprecazione, rimediasse all'errore, sostituendole con filmati di lucidi apparecchi e graziosi edifici, nel video del Nucleo s'erano in pochi attimi accavallate immagini di corpi mutilati, sezionati, ad arte ustionati. Vivi. A Tolmos parvero d'ogni razza della galassia. I prigionieri erano paralizzati dal terrore. E gli altri erano senza fiato.
Il primo a riprendersi fu Sketlios:
Sketlios si offrì di aiutare a immobilizzare sull'aeronave i prigionieri con gli strumenti migliori. Lemure rifiutò mostrando una fiala da iniettare.
Ilas fece in modo d'essere la guardia a cui ordinare la scorta della "merce" nel corridoio di carico della pista.
Ilas annuì; erano, per un istante, soli e sarebbero bastate le dita su quella gola magra. Tolmos gli vide sollevare le mani e attese la libertà della morte. Qualcosa allontanò Ilas di colpo, come scaraventato lontano. Unghia Nera, apparso d'improvviso, tratteneva con una mano la guardia, premendola contro il muro del corridoio e le parlava. Avrebbe dovuto ringhiare, ma il tono era di bisbigliata minaccia. La disperazione nello sguardo di Ilas era totale. Tolmos vi specchiò la propria.
Si chiudeGuardie e funzionari stavano lasciando la zona. Tre celle erano vuote ma Omega e il Nucleo erano per il resto come sempre.Sotto lo sguardo di Sketlios le pareti elettroniche si stavano riformando per serrare il Nucleo. La Scrivania segnalava un aumento di peso all'interno di quattro grammi. Lo Shakti posò la destra sui comandi che fermavano la chiusura. Arrogante e sicuro, Unghia Nera era tornato indietro di un passo per rivolgersi a Sketlios. - Abbiamo dimenticato una piccola cosa - Segnò con il pollice sul polpastrello dell'indice le dimensioni insignificanti dell'oggetto - Interrompa il processo. Dovrei rientrare. Allo Shakti sfuggì un sorriso appagato. Tolse la mano dai comandi e le pareti si completarono. - Non è possibile. Sarà riaperto domani. Vi era stato spiegato. Lemure si avvicinò mormorando all'uomo di lasciar fare a lei. Chiese con gentilezza, chiarendo (era per gli Shakti un oggetto di nessuna importanza, mentre per lei erano dati di valore) poi con rabbia e alla fine minacciando. L'espressione estasiata che Sketlios non nascondeva neppure, la fece esplodere. Ma nulla servì. Sketlios la rassicurò. - Domani sarà mia cura riporre il vostro "oggettino". Lasciate l'indirizzo del Centro, lo spedirò. Sapeva che questo non era possibile e che l'avrebbe irritata ancor di più.
Sembrava che l'ira permettesse appena a Lemure di parlare.
In viaggioTolmos giaceva sul pavimento della piccola aeronave. Affondava piano nell'incoscienza.Nell'equipaggio c'era di certo uno Shakti perché Lemure e Unghia Nera nel raccontare parlavano in mazan e uno degli interlocutori rispondeva con pronuncia fluente. Nella voce di Lemure c'era una mescolanza strana. Gioia e sarcasmo. - Tutto come previsto. Ci hanno rifiutato ciò che volevamo rifiutassero. E dato "quelli che volevano", i peggiori. Fra poco però li avremo tutti. Forse. - Tacque un istante per guardare l'orologio - Otto minuti. La nostra piccola "bomba" intelligente sta già alterando i circuiti del Nucleo e le pareti elettroniche d'Omega si dissolvono.
Nella voce di Unghia Nera la soddisfazione per il lavoro fatto e lo sforzo di rassicurare gli altri. Tolmos riconobbe una risata shakti, incredula e vivace. - Problemi di rotta? Con Kalis che la pilota? Li troveremo ad aspettarci.
Anche Unghia Nera pareva divertirsi. Il buio sommerse Tolmos prima dello spegnersi delle risate e della sua confusione.
ErroriTolmos riaprì gli occhi. La coscienza tornò interamente. Era ancora vivo. E, per questo, disperato. Si guardò a fatica intorno, alla ricerca di un mezzo per morire.S'aspettava il bianco sporco e il freddo del metallo dei laboratori. C'era invece del rosa e molto blu chiaro ma profondo e nessun metallo riluceva con minaccia. S'aspettava il lezzo del sangue, dell'orina e della paura di chi l'aveva preceduto. Percepiva invece un profumo tenue e buono che gli sollecitava, per ora invano, la memoria. Gli pareva galleggiare e gli ci vollero alcuni istanti per riconoscere la sensazione dimenticata che provava: il dolore era scomparso. Il suo corpo, come se più lento della mente, dormiva un sonno intorpidito. Volse piano il capo verso destra dove percepiva un'ombra molto vicina in movimento. S'aggiunse un odore che, anche se meno acuto del solito, lo gettò nel terrore più cieco e indicibile. Lattice. Un uomo in piedi e di schiena nascondeva una parte di finestra e un tavolo chiaro; sembrava impegnato in un lavoro ritmico e ripetuto. Un braccio si sollevò per abbassarsi di colpo. Tolmos vide brillare nel pugno guantato una lama maneggiata destramente e quando l'uomo si voltò - era Unghia Nera - lo Shakti si preparò a brani di qualche noto inferno. Ma sembrava approntarsi un incubo nuovo perché il coltello fu abbandonato frettolosamente sul tavolo e molto allontanato; e i guanti, quasi furtivamente, tolti. Sul volto umano Tolmos distinse il lampo di uno stupore scontento. - Sei già sveglio... Le previsioni erano sbagliate, la dottoressa s'inquieterà (Che non si ridesti solo, vorrà morire, state in guardia e preparate tutto per tempo). La voce dell'uomo era bassa, l'accento molto duro, ma del resto Tolmos non conosceva Umani che riuscissero a pronunciare il mazan senza echi dissonanti. Lo sguardo s'era fermato nel suo, dopo aver sfiorato in fretta la lunga sagoma del corpo disteso. Su quel volto magro e forte Tolmos non vide scherno. Non aveva mai visto tanto da vicino occhi umani, rilucevano come umidi. Nel vedere lo sguardo dello Shakti soffermarsi sulle unghie corte e quadrate, incorniciate di un nero polveroso che s'addensava anche fra le pieghe delle dita, l'uomo spiegò con burbero imbarazzo che lo rese ancor più laconico. - E' la miniera. Il mio lavoro. Non c'è protezione che tenga o strofinio di sapone che tolga. - Gli lasciò poi osservare meglio una mano sollevandola mentre con l'altra afferrava i guanti e li gettava - Non è granché pericoloso mangiare cose toccate da queste, ma non ho voluto correre rischi, sei troppo debole.
La porta s'aprì e "la dottoressa" entrò. Non aveva più muso da lemure perché non aveva occhiali scuri a nasconderle in parte il viso e neppure indossava il camice di un bianco gessoso. L'uomo le spiegò il risveglio precoce e dal tavolo prese una scodella che era posata vicino al coltello, scostando con il gesto alcune bucce multicolori. Lei annuì con un sorriso che inondava anche lo sguardo e che nell'osservare Tolmos era di una dolcezza tanto intensa che perfino attraverso il proprio terrore e il pregiudizio egli la poté riconoscere.
- Mi chiamo Ain, sono medico, vero, non di quelli che lavorano nelle camere di tortura. Per la precisione vorrei svuotarle, le camere di tortura. – Indicò l'uomo - Si chiama Ian, avrai capito che non è un infermiere ma saprà muoverti e sollevarti senza farti male. E il tuo amico Eures lo aiuterà. - Nel tono un'amorevole, sapiente intenzione come a voler aggiungere, come a dire che era a conoscenza d'altro - Non vede l'ora di raccontarti ogni istante della fuga. - E' giunto il momento che tu provi a mangiare. Il cibo che un tempo ti piaceva. Tolmos guardò la scodella. Era di un bel blu chiaro con pochi decori rosa. Ed era piena di frutti ridotti di fresco a coltello in minuti pezzetti, velati di miele e di crema. - Ti stai chiedendo come facciamo a conoscere i tuoi gusti e colori preferiti? Volse lo sguardo alla porta che, come a risposta, si stava riaprendo. Tolmos guardò nella direzione indicata. Zei, negli occhi e nei gesti il timore nel toccarlo di fargli male, avanzava verso Tolmos. A lui parve che volasse.
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