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La discesa interrotta dal rosa e dal blu
- Domani sarà mia cura riporre il vostro "oggettino". Lasciate l'indirizzo del Centro, lo spedirò. Sapeva che questo non era possibile e che l'avrebbe irritata ancor di più.
Sembrava che l'ira permettesse appena a Lemure di parlare.
In viaggioTolmos giaceva sul pavimento della piccola aeronave. Affondava piano nell'incoscienza.Nell'equipaggio c'era di certo uno Shakti perché Lemure e Unghia Nera nel raccontare parlavano in mazan e uno degli interlocutori rispondeva con pronuncia fluente. Nella voce di Lemure c'era una mescolanza strana. Gioia e sarcasmo. - Tutto come previsto. Ci hanno rifiutato ciò che volevamo rifiutassero. E dato "quelli che volevano", i peggiori. Fra poco però li avremo tutti. Forse. - Tacque un istante per guardare l'orologio - Otto minuti. La nostra piccola "bomba" intelligente sta già alterando i circuiti del Nucleo e le pareti elettroniche d'Omega si dissolvono.
Nella voce di Unghia Nera la soddisfazione per il lavoro fatto e lo sforzo di rassicurare gli altri. Tolmos riconobbe una risata shakti, incredula e vivace. - Problemi di rotta? Con Kalis che la pilota? Li troveremo ad aspettarci.
Anche Unghia Nera pareva divertirsi. Il buio sommerse Tolmos prima dello spegnersi delle risate e della sua confusione.
ErroriTolmos riaprì gli occhi. La coscienza tornò interamente. Era ancora vivo. E, per questo, disperato. Si guardò a fatica intorno, alla ricerca di un mezzo per morire.S'aspettava il bianco sporco e il freddo del metallo dei laboratori. C'era invece del rosa e molto blu chiaro ma profondo e nessun metallo riluceva con minaccia. S'aspettava il lezzo del sangue, dell'orina e della paura di chi l'aveva preceduto. Percepiva invece un profumo tenue e buono che gli sollecitava, per ora invano, la memoria. Gli pareva galleggiare e gli ci vollero alcuni istanti per riconoscere la sensazione dimenticata che provava: il dolore era scomparso. Il suo corpo, come se più lento della mente, dormiva un sonno intorpidito. Volse piano il capo verso destra dove percepiva un'ombra molto vicina in movimento. S'aggiunse un odore che, anche se meno acuto del solito, lo gettò nel terrore più cieco e indicibile. Lattice. Un uomo in piedi e di schiena nascondeva una parte di finestra e un tavolo chiaro; sembrava impegnato in un lavoro ritmico e ripetuto. Un braccio si sollevò per abbassarsi di colpo. Tolmos vide brillare nel pugno guantato una lama maneggiata destramente e quando l'uomo si voltò - era Unghia Nera - lo Shakti si preparò a brani di qualche noto inferno. Ma sembrava approntarsi un incubo nuovo perché il coltello fu abbandonato frettolosamente sul tavolo e molto allontanato; e i guanti, quasi furtivamente, tolti. Sul volto umano Tolmos distinse il lampo di uno stupore scontento. - Sei già sveglio... Le previsioni erano sbagliate, la dottoressa s'inquieterà (Che non si ridesti solo, vorrà morire, state in guardia e preparate tutto per tempo). La voce dell'uomo era bassa, l'accento molto duro, ma del resto Tolmos non conosceva Umani che riuscissero a pronunciare il mazan senza echi dissonanti. Lo sguardo s'era fermato nel suo, dopo aver sfiorato in fretta la lunga sagoma del corpo disteso. Su quel volto magro e forte Tolmos non vide scherno. Non aveva mai visto tanto da vicino occhi umani, rilucevano come umidi. Nel vedere lo sguardo dello Shakti soffermarsi sulle unghie corte e quadrate, incorniciate di un nero polveroso che s'addensava anche fra le pieghe delle dita, l'uomo spiegò con burbero imbarazzo che lo rese ancor più laconico. - E' la miniera. Il mio lavoro. Non c'è protezione che tenga o strofinio di sapone che tolga. - Gli lasciò poi osservare meglio una mano sollevandola mentre con l'altra afferrava i guanti e li gettava - Non è granché pericoloso mangiare cose toccate da queste, ma non ho voluto correre rischi, sei troppo debole.
La porta s'aprì e "la dottoressa" entrò. Non aveva più muso da lemure perché non aveva occhiali scuri a nasconderle in parte il viso e neppure indossava il camice di un bianco gessoso. L'uomo le spiegò il risveglio precoce e dal tavolo prese una scodella che era posata vicino al coltello, scostando con il gesto alcune bucce multicolori. Lei annuì con un sorriso che inondava anche lo sguardo e che nell'osservare Tolmos era di una dolcezza tanto intensa che perfino attraverso il proprio terrore e il pregiudizio egli la poté riconoscere.
- Mi chiamo Ain, sono medico, vero, non di quelli che lavorano nelle camere di tortura. Per la precisione vorrei svuotarle, le camere di tortura. – Indicò l'uomo - Si chiama Ian, avrai capito che non è un infermiere ma saprà muoverti e sollevarti senza farti male. E il tuo amico Eures lo aiuterà. - Nel tono un'amorevole, sapiente intenzione come a voler aggiungere, come a dire che era a conoscenza d'altro - Non vede l'ora di raccontarti ogni istante della fuga. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli, in formato rtf, alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dalla nostra selezionatrice Milena Debenedetti. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |