racconto di
Enrica Zunic'


La discesa interrotta dal rosa e dal blu

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RACCONTO

Forse era mattino. La parete frontale della cella scolorì fino alla trasparenza ma non s'aprì. Non subito.
Tolmos vide qualcuno avanzare condotto verso le gabbie. Un prigioniero nuovo: camminava bene e reagiva con forza e furia alle spinte delle guardie.

La gabbia si aprì. Tolmos riconobbe l'ultimo arrivato. E comprese perché questi non fosse stato posto in isolamento e perché la cella scelta fosse la sua. Soprattutto comprese perché lui non fosse stato trascinato alla quotidiana seduta d'interrogatorio e tortura. Perché questo sarebbe stato infinitamente peggio.

Eures. Eures che riusciva a far ridere Kiso. Eures che curava Kiso e gli altri usciti di prigione. Eures che nel buio di una notte di quattro anni prima sollevava una spia imperiale come un fuscello e la scaraventava nel fiume perché non seguisse Zei. Eures, amico. Da sempre.

Gli aguzzini si disposero come pubblico di un'arena.

Impiegò minuti a rimettersi in qualche modo in piedi, ma voleva farlo per guardare l'amico negli occhi. Per far questo, per alzare il capo, lo sforzo fu ancora più grande.
- Eures... Sono stato io. - Ripeté volutamente, disperato - Ho fatto io il tuo nome.

Eures non lo riconobbe.

Tolmos attese, consapevole dei propri tratti mutati dall'inferno.

Sul volto di Eures si susseguirono la fatica e lo stupore doloroso del riconoscere l'ombra scarna che vedeva, poi l'orrore e l'ingigantirsi della paura. Ciò che restava dell'amico appena riconosciuto gli annunciava il proprio immediato futuro. La sua voce vibrò un poco:

- Lo so. Me lo hanno detto.

Tolmos attendeva ancora. Attendeva l'odio, gli insulti, la rabbia e il disprezzo.

Dai secondini neppure il rumore di un respiro.
Eures si voltò a guardare la loro avida aspettativa di uno spettacolo già pregustato. E trovò la forza di un ghigno e di una verità che li potesse deludere.

- Anch'io fra poco farò dei nomi... - Sfiorò Tolmos che distogliendo il viso si ritraeva nella propria incapacità a perdonarsi e il ghigno divenne fragile sorriso. - O non ne dirò nessuno. Se lo sceglieranno. Se non andranno oltre il limite. Se vorranno che sia il mio silenzio a farti stare peggio.

Ignorandone l'angosciata vergogna gli si mise a fianco. Si sedette.
Per ordine di Sketlios le guardie, prima di sera, li separarono in celle lontane.

Commercio

Tolmos scosso dalla febbre ascoltava le voci dei guardiani fermi davanti alla sua gabbia. Ilas li stava raggiungendo.

- Tolmos?! Li chiedono docili e in buone condizioni, l'hanno proprio specificato.

- E il direttore invece vuole liberarsi di rompiscatole testardi dai quali non caveremo altro. E' illegale ma comodo. Basterà aggiungere i loro nomi alla lista dei morti. E nella spartizione del guadagno qualcosa andrà anche a noi.

La cella si riempì. Qualcuno si chinò a esaminarlo.
- Per domarlo davvero dovremmo poter disporre anche della sua troia: Zei.

Ilas, sebbene avesse i colleghi intorno, non riusciva a tacere:
- Consegneremo detenuti agli Umani?! Ai nostri nemici?

In Sketlios l'essere un Mazan dell'Ovest dava non occhi monocromi e lattei ma verdi, che, nella perfetta apparenza di marmo terso della pelle, comune agli Shakti, inquietavano. Era stato un ufficiale dell'Impero e ora, nell'ombra di quel lavoro nella prigione, aspettava, non con pazienza ma con certezza, di tornare, con divisa e forse gerarchi diversi, al ruolo e al ricco compenso di un tempo. Sapeva che la sua gente aveva breve memoria. Intanto s'impegnava con scrupolo e piacere.
Dal tono, Tolmos, raggomitolato contro l'unica parete in muratura della gabbia, capì che Sketlios aveva il suo sorriso più maligno.

- E che Umani... Riconosco i tratti delle razze. Ricordi che cosa abbiamo fatto ai loro mondi all'inizio della guerra? Qualcosa che non avranno dimenticato. Neppure adesso, al terzo anno di pace. - Si curvò per essere certo che Tolmos udisse davvero - Vogliono almeno un paio di "materiale per sperimentazione", che da loro è difficile procurarsi. Pagano uno sproposito. - La voce divenne un sibilo tagliente e divertito nell'orecchio di Tolmos - Ti mancheremo.

Ilas cercava di pensare.
- Vengono da un Centro non pubblico e non noto. Un ricercatore e due assistenti...

Sketlios preferiva invece compiacersi del dilagare silenzioso della paura nello sguardo di Tolmos. Schioccò la lingua, soddisfatto come quando, togliendoli di mano agli addetti, gli applicava elettrodi e dava corrente.
- Assistenti... per cosa? Il fulvo è certamente di Ugarith II. E avete osservato le mani di quello bruno? I calli, il nero nelle unghie...

Ipotesi

Tolmos doveva lasciare la cella della Sala Grigia e tornare nell'altro settore: Omega. Ilas lo sorreggeva.
- Sarà meno brutto di quanto temiamo. Questi Umani offrono una fortuna, sarebbe uno spreco. - Non continuò a definire cosa lo sarebbe stato.

Merce e credenziali

La voce arrivò dal fondo del corridoio solitamente vuoto, scuotendo dal sonno i detenuti e sorprendendoli.

- Oggi, per voi, li abbiamo tutti lasciati all'interno d'Omega.
Il funzionario usava il suo tono più alto, come se, ad urlare, gli Umani avrebbero compreso meglio la lingua mazan.

Il Nucleo, la stanza di controllo, in un'ora insolita, non era vuoto. Sketlios era ai comandi.
I muri interni scomparvero e le nove celle divennero un'unica grande parte di cerchio, come un'Omega maiuscola, intorno al Nucleo, che si stava aprendo per accogliere visitatori. Le pareti frontali divennero trasparenti e i prigionieri vedevano ed erano visti. Il pavimento con un calore rapidamente progressivo li costrinse ad allinearsi nella zona fredda di fronte a chi sostava in visita. Tolmos, pur trascinandosi, aiutò come poté l'amico Eures che, approfittando dell'assenza dei divisori laterali, stava tornando indietro in altre celle a portare via, prima che s'ustionassero, coloro che non erano in grado di muoversi in fretta. Le guardie non urlarono e non li punirono. Era proprio un giorno diverso.
Omega si aprì. Scortati da un funzionario, che sfoggiava un sorriso sazio, da tre delle guardie più feroci e accolti da Sketlios, due Umani entrarono.
Avevano caschi con occhiali grandi come maschere e scuri a nascondere parte del viso e far temere quale sguardo vi potesse essere nascosto. Tolmos a volte si era chiesto perché gli aguzzini e i dittatori amassero tanto le lenti brune. Sulle tute informi indossavano inutili camici di un bianco gessoso sul quale macchie di sangue e altro avrebbero spiccato. La maschera dava alla testa della donna un aspetto da mammifero notturno. L'uomo non aveva nulla del medico o dell'assistente. Si muoveva come una bestia insolente e attenta. Aveva mani sudicie, unghie orlate orrendamente di nero e poca voglia di parlare. Nella mente di Tolmos divennero Lemure e Unghia Nera.
Il funzionario additò Tolmos e altri due. Una guardia, più per abitudine che per bisogno, si avvicinò a chi fra i nove si reggeva meglio in piedi. Non erano i tre scelti.
Lemure esaminò con un'occhiata i prigionieri.

Continua




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