Tsunami
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RACCONTO |
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- Che tu sia maledetto - sibilò Itaku vedendo l'uomo seduto sulla spiaggia. Scagliò il microfono contro la parete schermo: il microfono rimbalzò e andò a schiantarsi, pericolosamente vicino al bonsai.
- Maledetto tu e la tua stirpe!.
Itaku lo vedeva perfettamente, da quattro diverse angolazioni: una reale, dall'alto, e tre virtuali, assemblate dai computer in base a software di ricostruzione probabilistica sviluppati da Itaku stesso.
L'uomo era lì, col chiaro intento di suicidarsi.
Col chiaro intento di portare puzza d'uomo in tutto quello che stava per accadere. Voleva rovinare tutto, e la cosa orrenda, per Itaku, era che ci sarebbe senz'altro riuscito; nessuno si sarebbe preso la briga di andarlo a prendere: non certo a meno di un'ora dall'arrivo dell'onda.
Osservò attentamente quell'uomo: alto e muscoloso, i capelli castani, lisci, raccolti in una piccola coda di cavallo; lo fasciava un vestito grigio, di strana foggia, e teneva una spada in equilibrio sulle ginocchia. Portava due auricolari. Itaku si chiese cosa stesse ascoltando.
Luomo sorrideva, osservando il mare che si agitava sempre più, pronto ad accogliere la Grande Regina, lo Tsunami.
La sinfonia N°9 di Beethoven, 4° movimento, l' Inno alla gioia di Schiller, gli riempiva l'anima.
Si concesse un piccolo, infinitesimale calo di concentrazione.
Sollevò la testa, gli occhi al cielo azzurrissimo.
Il sorriso aumentò di intensità.
Itaku rimase pietrificato.
L'uomo sulla spiaggia aveva alzato la testa. I suoi occhi piantati dentro quelli di Itaku, al pari delle radici del bonsai nella terra del vaso.
- Tsunami previsto tra 15 minuti - disse il computer.
Itaku osservò ancora l'uomo, che aveva abbassato il capo e gurdava il mare.
Non c'era più tempo per queste cose: che morisse col suo strano mistero. L'Onda stava iniziando a formarsi, a duecento chilometri dalla costa.
- Eccola.
- Meraviglia - mormorò l'uomo seduto sulla spiaggia.
La concentrazione era assoluta; tutto era nitido, preciso. Il contorno esaltava il vuoto, lui, l'uomo grigio, era pieno.
Il silenzio, totale.
- Vieni - disse ancora, stringendo le mani sul fodero della spada.
La Nona di Beethoven inziò nuovamente a inneggiare alla gioia nelle sue orecchie.
Itaku era immobile, gli occhi incollati alla finestra panoramica interfacciata. Nulla di simile sarebbe più stato visto.
Una colonna d'acqua che si innalzava al cielo, schiumante di rabbia e ferocia. Miliardi di metri cubi di acqua, una potenza devastante; avanzava, a velocità impressionante. Meno di un minuto e si sarebbe schiantata con tutta la sua violenza sulla costa.
E sull'uomo che la stava aspettando.
Si concesse un'ultima occhiata a quell'uomo.
Sorrideva con tutta la sua anima.
Era davanti a lui, enorme, maestosa, minacciosa come null'altro nell'universo.
Il bagnasciuga era arretrato di chilometri, lasciando cadaveri di crostacei e pesci a far mostra di sé al sole.
Lo Tsnunami era lì.
E urlava.
Nubi nere scagliavano fulmini sull'Onda che, incurante del mondo, procedeva nella sua corsa di distruzione.
L'uomo sfoderò lentamente la spada, e la tese verso l'Onda, impugnandola con entrambe le mani.
La lama guizzò al sole. La sfida era lanciata.
- Sono qui - disse. Poi chiuse gli occhi.
Il suo sorriso non era mai stato più sincero.
Itaku vide tutto, senza registrare nulla: avrebbe attribuito la perdita della registrazione a un piccolo cortocircuito dei sistemi periferici di registrazione, provocato da lui stesso qualche giorno prima. Nulla doveva rimanere, a parte l'attimo. Un attimo solo.
Una volta sola.
Niente registrazioni, niente spot che potessero interrompere la corsa dell'Onda. Della Regina.
Lo Tsunami si abbattè come un grattacielo naturale sulla spiaggia, si infranse come una colonna di cristallo sul pavimento; tutto fu schiuma, e a Itaku sembrava di poter sentire il rumore, l'osceno e meraviglioso e assordante rumore che la devastazione dello Tsunami produceva. Le lenti della postazione di Itaku si spostavano freneticamente per permettere una visione perfetta ed assoluta.
Durò sette minuti e trentacinque secondi. Poi la marea si stabilizzò, riprese a scendere, fino a tornare, circa tre ore dopo, alla spiaggia su cui si era abbattuta.
Itaku si asciugò le lacrime alla meno peggio, con una manica del camice.
Con voce rotta, sospirò: - Meraviglia, Oh meraviglia....
Le lenti erano stabilizzate sull'immagine di partenza. Sulla spiaggia.
E sull'uomo che, seduto su una duna asciutta, rinfoderava la sua spada, prendeva gli occhiali da sole e si alzava.
Itaku rimase immobile, la bocca semiaperta.
L'uomo vestito di grigio inarcò la schiena...
Urlò.
Un urlo carico di gioia selvaggia.
Ripose la lama nel fodero.
- Meraviglia... - disse al mare.
Si incamminò, una mano in una tasca, l'altra stretta intorno alla spada.
Equilibrio.
Poi, si arrestò. Alzò lo sguardo. Prese un taccuino da una tasca interna, una penna stilografica, e scrisse qualcosa; quindi ripose il biglietto sulla duna asciutta, e si incamminò nuovamente.
Itaku era immobilizzato sulla sua poltrona.
Vedeva solo quel foglietto bianco. L'uomo grigio era sparito dalla visuale delle lenti che, grazie all'elaborazione dei computer, stavano zoomando.
- Dieci secondi alla fine del processo di zoom - disse la voce femminile.
Itaku non respirava. Un terrore nudo, primordiale si era impadronito dei suoi fasci nervosi cortocircuitando tutto l'organismo.
- Processo di zoom completato. Immagine in composizione.
Itaku lesse ciò che aveva scritto l'uomo grigio.
Pianse.
Poi rise.
Infine di addormentò.
Per l'Osservatore:
sono solo gocce d'acqua. Tante, piccole gocce d'acqua.
Epilogo.
Luiselle vide il viso di Itaku nel monitor, ma non parlò.
- Luiselle...Forse, riguardo alle cose impossibili...Potremmo parlarne. Potrei scendere...Da te.