il momento dell'ironia con Francesco Grasso

La penna più ghignante e velenosa della SF italica. Si sta battendo da anni, in campo internazionale, per far ammettere la perfidia tra le discipline olimpiche.


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SOTTO SPIRITO

Fin Khan tacque, impressionato. Come sempre, Piersilviogìn aveva ragione. Non per nulla era stato insignito del titolo di Berlus Khan. Che poi, in lingua arcor-mongolica, significa "imperatore con tre televisioni e uno sbrego di giornalisti leccaculo a disposizione". Lo dico per evitare che ai lettori sfugga qualcosa.
Inchinandosi di nuovo, Fin Khan lasciò la yurta del sovrano. Piersilviogìn ripose i suoi carrarmatini e ordinò a un servo di condurre alla sua presenza la sposa reale. L'uomo eseguì all'istante. Ma quando il lembo della tenda si sollevò di nuovo, il sovrano digrignò i denti.
- Non mia moglie numero diciassette, imbecille! - ululò - Mia moglie numero diciotto!
Il servo impallidì e fece per scusarsi, ma Piersilviogìn non gliene lasciò il tempo. Con un solo colpo di scimitarra, la testa del servo finì nell'orcio del kumyss.
- Ehm... micione. - azzardò la donna - Guarda che ti sbagli. Io sono effettivamente la tua diciottesima sposa.
- Davvero? - fece il sovrano, sorpreso - Sei sicura?
- Ma certo. La numero diciassette è Verhonjkha. Io sono Vhalerjia.
- Uhm... forse hai ragione. - Piersilviogìn ripose la scimitarra con aria contrariata.
- Guarda cosa hai fatto! - protestò la donna, puntando il dito ingioiellato verso il corpo del servo - Proprio sul mio tappeto nuovo! Lo sai che il sangue non va più via!
- Hai milioni di tappeti! - replicò Piersilviogìn , accigliandosi - Vuoi farmi storie per questa sciocchezza, con tutti i problemi che ho?
In effetti, oltre ai tappeti e ai gioielli, il sovrano aveva donato a ognuna delle sue spose una televisione privata, una yurta in Costa Azzurra e un'altra a Milano 3. Lo dico per evitare che ai lettori sfugga qualcosa.
La donna, finalmente, si rese conto che il marito era angosciato.
- Povero micione... - lo consolò, carezzandolo languida - Cosa c'è che non va? Di nuovo le emorroidi?
- Che c'entrano le... - tentò Piersilviogìn, scandalizzato.
- Le emorroidi, vero? - insistette la donna - Con tutto quel cavalcare, è logico... Dovresti seguire il consiglio dello sciamano: per dare sollievo all'infiammazione, niente di meglio di una bella cipolla fresca ficcata su per il...
- Per quello, ho già la lingua del solerte Fedehemil. - assicurò il sovrano - Ma non sono le emorroidi a inquietarmi.
- E allora cosa, micione?
Piersilviogìn sospirò. Si strinse nella pelliccia di comunista che suo padre, Crax Khan il Valoroso, gli aveva donato al compimento dei suoi diciotto anni.
- Moglie mia, sai che tengo molto ad ascoltare la tua opinione e il tuo consiglio, prima di andare in battaglia.
- E' perché apprezzi la mia sensibilità, micione. - commentò la donna, lusingata.
In effetti, come tutte le mogli di Piersilviogìn, Vhalerjia aveva dato prova della suddetta sensibilità in occasione del primo incontro con il suo futuro sposo presso il clan cui lei apparteneva. Il sovrano mongolo aveva appena sconfitto in battaglia il suddetto clan, massacrato tutti gli uomini validi, trucidato i vecchi, rosolato il bestiame e fatto marmellata degli averi degli sconfitti. Di fronte a cotanta devastazione e alla completa strage della sua famiglia, Vhalerjia si era senza indugio denudata ed era balzata, arrapata come una cubista, tra le braccia dell'assassino dei suoi. Lo dico anche se non sarebbe necessario, perché questa volta si tratta di un fatto del tutto ovvio per i lettori.
- Domani mi unirò ai nuovi alleati e cavalcherò alla testa dell'esercito. - mormorò Piersilviogìn - Lo condurrò alla gloria o alla rovina? Tutto dipende da me... Ne sarò in grado?
La donna lo strinse a sé. - Micione, tu hai già fatto tanto. Pensa: eri un semplice guerriero del clan dei piddujst, e guarda oggi dove sei arrivato. I tuoi soldati sono dappertutto; il tuo popolo è fiero e felice; la Yurta delle Libertà è piena di tesori; il nostro ordu ha conquistato il 34% della steppa secondo gli ultimi sondaggi... Credimi, tuo padre sarebbe fiero di te.
- Tu dici?
- Ma certo. Il Cielo Azzurro ti protegge.
Era questa il nome dell'entità semidivina che il grande Khan adorava. In suo onore, a volte egli chiamava i suoi soldati "Gli azzurri". Lo dico per evitare che al lettore sfugga qualcosa. Se però ci sono ancora punti non chiari, vi prego di scrivermi.

Rassicurato, Piersilviogìn lasciò che la moglie lo conducesse al talamo nuziale, dove i due passarono la notte avvolti da calde pelli di bue muschiato, bevendo kumyss e facendo l'amore alla maniera tartara, cioè cospargendosi il corpo di salsa, appunto, tartara e poi leccandosi a vicenda. Lo dico per assicurare al lettore che effettivamente è un'esperienza piuttosto piacevole.
All'alba l'esercito era pronto per l'arrivo degli alleati. Piersilviogìn uscì dalla yurta con indosso l'armatura da guerra, blazer di yak e cerone compreso. Alla sua destra veniva il fido Fedehmil, dimenando la scimitarra come se scodinzolasse; alla sua sinistra, lo sciamano Giannjiletth agitava gli amuleti sacri per propiziarsi gli spiriti dell'aria.
Le truppe di Fin Khan erano schierate tra la riva del fiume Onon e il recinto dei cavalli. L'alleato sferzò la sua cavalcatura fino a raggiungere Piersilviogìn, poi gli si schierò al fianco.
- Vedi quella polvere laggiù, mio signore?
Il Khan aguzzò la vista. - Vuoi dire alle pendici del Burkan Kaldun?
- No, quella è il solito Camel Trophy che rompe i coglioni. Intendo a nord.
Piersilviogìn seguì lo sguardo dell'alleato e annuì. - Casin Khan e Boss Khan stanno arrivando.
- E' così, mio signore. Prepariamoci ad accoglierli.
La nuvola di polvere si ispessì, divenne più marcata, e alla fine prese i contorni di due formazioni di cavalieri al galoppo. Piersilviogìn distinse i vessilli bianchi dei cicydi di Casin Khan e le bandiere verdi dei padanji di Boss Khan. Ne fu indicibilmente soddisfatto: con quei due valorosi clan al suo fianco, nessuno avrebbe potuto batterlo. Sarebbe stato il condottiero più potente delle immense pianure che si stendono dal Bajkal al lago di Segrate.
- Benvenuti nella Yurta delle Libertà. - salutò i nuovi arrivati.
- Parliamoci chiaro. - fece Casin Khan, smontando da cavallo - Io voglio tre ministeri.
- Federalismo nomade o non se ne parla. - aggiunse Boss Khan.
- Ministero della Caccia, Ministero dei Cavalli e Ministero delle Razzie. - incalzò il primo.
- Una yurta-parlamento per i padanji. - rilanciò il secondo.
- Soprattutto il Ministero delle Razzie.
- E poi voglio un telegiornale tutto per me.
- E un conto in Svizzera.
- E le veline di Striscia.
- L'abbonamento allo stadio.
- Una giacca nuova.
- E anche...
- Li affetto con la scimitarra, mio imperatore? - sussurrò Fedehmil, ringhiando al limite dell'udibile.
- Ma no. - sussurrò in risposta Piersilviogìn - Promettiamogli qualunque cosa. Dopo che avremo vinto, vedremo quanto varrà la pena di mantenere...
- Siete grande, mio imperatore. - uggiolò Fedehmil, ammirato.
I quattro alleati si sedettero intorno al fuoco per una kurultai di guerra. Che poi sarebbe un meeting. Perché non ho detto "riunione", allora? Che domande! Col mazzo che mi sono fatto sui testi storici, ringraziate il cielo che questo romanzo non sia scritto interamente in mongolo coi sottotitoli in kanji!
Terminati i convenevoli, Piersilviogìn batté le mani. Fedehmil corse ai piedi del suo signore e cominciò a nettargli la punta degli stivali con tre metri e mezzo di lingua. Il Khan lo fissò disgustato.
- Volevo solo la pergamena col mio discorso, imbecille.
L'altro arrossì. - Certamente, mio imperatore. Subito, mio imperatore. - Corse via, tornando pochi istanti dopo con un rotolo tra le mani.
Il sovrano dipanò con affettazione (nel senso che l'affettò con la scimitarra) la pergamena. Poi lesse.
- Io, Berlus Khan figlio di Crax Khan, unto dal Cielo Azzurro, sovrano di Arcoracorum, signore di tutte le tribù mongole, imperatore oceanico, terrore delle genti e presidente del Milan, dichiaro stretta la grande alleanza della Yurta delle Libertà. Chi tra noi romperà il giuramento che ci siamo scambiato, consentitemi, sarà sacrificato sull'altare della vendetta.
Boss Khan si schiarì la gola. Fin Khan e Casin Khan si lanciarono uno sguardo imbarazzato, ma Piersilviogìn non vi badò.
- Il momento di incrociare le scimitarre col nemico è alfine giunto. I nostri avversari, consentitemi, non hanno scampo: sono già stati sconfitti quando ho abbattuto con le sole mani la Grande Muraglia di Berlino, e...
Boss Khan roteò gli occhi. Casin Khan scosse la testa sconsolato. Fin Khan tossicchiò più volte. Poi, vedendo che il sovrano non gli badava, si alzò in piedi con decisione.
- Forse è meglio partire, potente Piersilviogìn.
Il sovrano sobbalzò. Poi, vedendo che anche gli altri si alzavano, annuì. - Prendiamo i cavalli.
...
La Pianura dei Settemila Nuovi Posti di Lavoro brulicava di guerrieri in armatura, di archi, lance, spade e cavalcature bardate da corazze di cuoio. Aiutato dal fido Fedehmil, Piersilviogìn si issò sulla sella e valutò la forza dell'esercito nemico.
- In verità. - sussurrò, rivolto più a se stesso che al lacchè - E' potente come il nostro. Forse anche più numeroso. Non sarà facile batterlo...
Stava per dare i suoi ordini alla truppa, quando si avvide che improvvisi movimenti scuotevano il fronte avversario.
- Che succede? - disse Fin Khan.
- Guarda! - esclamò Casin Khan - Non ci posso credere!
- Pirlun di un pirlun! - aggiunse Boss Khan - Combattono tra loro!
Aguzzando la vista, Piersilviogìn si rese conto che era proprio così. I demonaimani si erano gettati contro i pidiessahiti sbraitando le tradizionali, inumane urla di guerra del loro clan: "Ricostruiamo il grande centro!" e "Per la seconda gamba dell'Ulivo!". I pidiessahiti, dal canto loro, scagliavano contro gli imprevisti aggressori nugoli di frecce e lance dalla punta triangolare al feroce grido di "Uniti nella diversità!" e "Abbiamo il diritto di scegliere il leader della coalizione!". I giudiciat di Dipietrhutai, in formazione compatta, colpivano al fianco ora l'uno ora l'altro alleato, agitando i vessilli con le manette rosse in campo bianco e gridando a squarciagola "Non vogliamo essere solo dei cespugli!" e "Per la Steppa dei Valori!". Rutell Khan vagava nel bailamme, assolutamente incapace di porre fine allo scontro fratricida.
Dapprima incredulo, poi speranzoso, infine entusiasta, Piersilviogìn balzò di nuovo in piedi sulla sella.
- Consentitemi, cari alleati! Alla vista del nostro possente esercito, il nemico è impazzito di paura!
- Veramente mi sembra che non ci abbiano neppure visto. - commentò Fin Khan.
- Questi non ci cagano neanche di striscio. - approvò Casin Khan - Si danno mazzate l'uno con l'altro come se si odiassero molto più di quanto odiano noi.
- Consentitemi, non ha importanza! - tagliò corto Piersilviogìn - Ciò che conta è che abbiamo vinto! Ci prenderemo tutto: le loro terre, il bestiame, le tende, i cavalli, i gioielli, le pellicce, gli stivali, il kumyss e Barbara Palombelli! Il mondo intero saprà che... - all'improvviso, il piede gli scivolò dalla sella.
- Attento, mio imperatore! - strillò Fedehmil. Si gettò per afferrare al volo il sovrano, ma fu troppo lento.
Piersilviogìn annaspò nel vuoto, tentò di afferrare la criniera del suo destriero, ma le sue dita strinsero solo l'aria. Rovinò al suolo, batté la testa...
...e si trovò ai piedi di un baldacchino monumentale in stile seicento francese. Con stupore, riconobbe la camera da letto della sua villa di Arcore. Un uomo straordinariamente somigliante a Fedehmil, che dormiva acciambellato ai piedi del letto, corse preoccupatissimo a sincerarsi che non si fosse fatto male.
- Tutto bene, presidente?
- Ho fatto un sogno stranissimo, Emilio... - disse, battendo le palpebre - Ero il grande khan dei mongoli e vivevo nella steppa... Sembrava così reale...
- Questo Chew-9 è davvero forte, presidente. Non dovrebbe prenderlo, prima di dormire.
- Forse hai ragione, Emilio. Da domani solo latte.
- Come ordina, presidente.
E si rimise a dormire. Il suo ultimo pensiero fu che dopotutto non era difficile fare il khan. Non c'era tanta differenza, in fondo.

FINE

Il che significa "racconto terminato". Nel caso che al pubblico sfugga qualcosa.

Fine




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