Quando avrò 64 anni
Pagina 1 di 5 - 1 > 2 > 3 > 4 > 5 |
 |
RACCONTO |
 |
Chi mi conosce sa quanto sia sviscerato il mio amore per i Beatles. Quanto io venga ancora assalito dalla tristezza se appena mi capita di pensare al loro prematuro scioglimento. Eccetera. Sicché, quando nel 1983 un amico di Trieste, Sergio Comida, mi chiese un racconto per un'antologia di storie fantastiche dedicate al rock che stava allestendo, produssi Quando avrò 64 anni: la mia personale versione di quel che potrebbe essere (ma non glielo auguro di certo) il futuro di Paul McCartney nell'anno che i Beatles immaginavano in When I'm 64. Nonostante il pessimismo della storia, in una cosa sono stato troppo ottimista: Linda McCartney è morta, e a sessantaquattro anni non arriverà mai. Mi spiace molto. Mi era simpatica.
ENCEFALOTRADUTTORE, sm. Neologismo coniato nel 1998 per indicare l'apparecchio ideato dal neurochirurgo americano W. Leiker e dall'ingegnere elettronico inglese A. Stratton. In seguito a sperimentazioni durate undici anni, i due ricercatori arrivarono nel 1998 a un prototipo dell'e., e nel 2000 misero a punto il modello definitivo del loro apparecchio.
La peculiarità dell'e., uno strumento che nel giro di pochi anni ha rivoluzionato l'intero campo della neurologia, consiste nella sua capacità di tradurre in suono qualsiasi attività di tipo cerebrale. Applicando una serie di elettrodi alle zone del cranio corrispondenti alle aree dell'encefalo di cui si vuole studiare l'attività, l'e. trasforma i ritmi e i tempi della suddetta attività in suoni che permettono di ottenere un quadro totale dei modi di funzionamento del cervello del paziente.
L'e. ha in seguito dato origine all'encefalovisore, apparecchio il cui prototipo è stato ufficialmente presentato da Leiker e Stratton nel 2003, e a una serie di applicazioni industriali che hanno sconvolto il mondo dello spettacolo in tutte le sue forme.
Leiker e Stratton hanno ricevuto il Premio Nobel per la medicina nel 2002.
Paul McCartney sogna.
Il sogno è dolce, tranquillo; e lo riporta indietro nel tempo. Su un palco, assieme a John e George e Ringo. Poi, in una sala d'incisione. C'è anche Billy Preston. Stanno registrando
Let It Be. John è nervoso, insofferente. Guarda di sbieco le camere che li stanno riprendendo per il loro grande film. Suona distrattamente, senza passione, sotto gli occhi placidi di Yoko, seduta in un angolo.
Impercettibilmente, il ritmo del sogno cambia. Ringo comincia a battere il tempo con furia quasi selvaggia; il basso che Paul tiene appoggiato contro il ventre si surriscalda, gli brucia la camicia; e il sorriso di John diventa il sogghigno di un teschio.
Paul McCartney si sveglia, urlando.
Alle quattro di notte, James Heller, il tecnico di registrazione che gli organizzatori del concerto hanno messo a completa disposizione di McCartney, porta due tazze di caffè bollente; ne offre una a Paul e una a Linda; si accomoda in poltrona e resta a guardarli.
Loro due sono seduti sul letto, stravolti.
- Cristo, James, mi dispiace - dice Paul. - Non volevo svegliarti. E' solo che... - Agita una mano, batte il palmo contro la tempia, sorseggia il caffè. - E' solo che ho avuto un incubo. John. Dopo tutti questi anni, non mi sono ancora abituato all'idea che sia morto. Mi ossessiona. Forse perché non sono mai riuscito a dirgli tutte le cose che avrei voluto, dopo che ci siamo lasciati.
Linda gli carezza i capelli. James Heller sorride.
- Gliele hai dette, invece - dice. - Here Today, ricordi? Un pezzo dolcissimo. E c'era dentro tutto il tuo amore per lui.
Paul annuisce, piano; si guarda attorno; appoggia la tazza sul comodino.
- Però lui era già morto - dice.
Il giorno prima, James è andato a prenderli con la macchina delle grandi occasioni, la Cadillac elettrica color rosso rubino. Che senz'altro appartiene a uno dei pezzi grossi, a uno di quelli che se ne vanno in giro con l'aria di avere inventato il mondo, o la musica. Uno che magari pensa di avere regalato la libertà totale d'espressione alla gente. Un maiale, insomma.
Gli tremavano un poco le mani; perché non è abituato a trovarsi di fronte gli idoli che hanno ossessionato i suoi giorni e le sue notti fino a ieri; e per lui era tutto incredibile; e non cercava neppure di crederlo.
Eppure, lo aspettavano al bar della stazione, seduti a un tavolino d'angolo. Bevevano tè e sorridevano, chiacchierando sottovoce. C'era poca gente, e nessuno li aveva riconosciuti. Com'era logico.
Tutti e due invecchiati in modo meraviglioso.
Si era avvicinato piano, in punta di piedi, come per il timore che l'incanto dovesse spezzarsi, che le loro figure si dissolvessero sotto un impatto troppo brusco. E qualcosa (un nodo alla gola, un vortice nello stomaco, un calore perfido alle guance) lo aveva assalito quando, raggiunto il tavolino, aveva chiesto: - Paul McCartney?
Paul aveva alzato la testa, annuito, indicato la sedia libera. - Si accomodi. Vuole prendere un tè con noi? Lei è dell'organizzazione del concerto, immagino.
E, per un attimo, lui era rimasto senza parole.
Adesso è lì a guardarli, nella loro stanza, e ancora non ci crede. Paul in pigiama, Linda in camicia da notte. Quale dolcezza, quale signorilità. Sì, lui è un po' imbolsito, e le rughe sulla fonte avrebbero fatto rabbrividire le ragazze che gli lanciavano mutandine negli anni Sessanta di un altro secolo; e il viso di lei ha perso qualcosa della bellezza strana, asimmetrica, che James ha sempre trovato tanto suggestiva; ma sono loro, inconfondibilmente, e il fascino carismatico non si è spento.
Durante il viaggio, la campagna li aveva assaliti da ogni lato. Paul e Linda, sul sedile posteriore, erano rimasti piacevolmente sorpresi. Gli organizzatori erano stati abilissimi a trovare quel luogo sperduto della California, Cape Row: una città minuscola sepolta in mezzo al verde.
Nelle ultime quattro settimane, James aveva seguito i lavori per l'approntamento del palco e del gigantesco spiazzo destinato a ospitare il pubblico; e sì, gli era parso di rivivere (finalmente, finalmente!) il momento magico di Woodstock. Anche se, a paragone di quello che era stato fatto a Cape Row, Woodstock diventava un'operazione ridicola; ma a quell'epoca non esistevano nemmeno i mezzi, la tecnologia, che permettessero certe cose. E James lo sapeva bene, perché conosceva a memoria il film girato a Woodstock. Lo aveva visto trenta, quaranta volte.
- Quanti anni ha? - gli aveva chiesto Paul, distogliendo per un attimo gli occhi dal finestrino.
- Trentadue.
- Trentadue.- Paul aveva assaporato la parola, se l'era passata tra lingua e palato, come fosse un cibo prezioso. - Cristo. Lo sa quanti anni ho io?
James aveva annuito; e non era riuscito a impedire che un sorriso gli nascesse sulle labbra. - Sessantaquattro, e anche sua moglie. Siete nati tutti e due nel 1942.
Osservandolo nello specchietto retrovisore, gli era sembrato che McCartney restasse senza fiato. Anche Linda era sorpresa. - Allora - aveva detto lentamente Paul - lei ci conosce.
- Ho una collezione completa dei dischi dei Beatles e dei Wings e di Paul McCartney e George Harrison e John Lennon e Ringo Starr, e di tanti altri. Amo il rock, perché lo amava mio padre, perché è la cosa migliore e più completa che mi abbia lasciato in eredità. La forma di cultura più compatta che la sua epoca abbia prodotto.
Paul era scoppiato a ridere. Chinandosi in avanti, gli aveva battuto una mano sulla spalla. - Ehi, James - aveva detto - ma è fantastico, fantastico. Non lo avrei mai immaginato. Sarà un piacere lavorare assieme.
Anche Linda gli aveva sorriso; e lui aveva sentito un calore strano salirgli dentro, arrivare diritto alla testa, mischiato alla grande voglia di urlare. - Paul, Linda, grazie. Sarà un piacere enorme anche per me.