Esagoni
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RACCONTO |
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Oscurità, senso di vertigine.
Per un istante penso a un errore nel programma, o a qualche ulteriore sistema di protezione. Poi la percezione secondaria comincia a strutturarsi, il buio si consolida a partire da un nucleo centrale e piano piano si mangia la realtà fino a restare soltanto buio, una notte cieca e vuota come uno schermo spento.
Non è come dovrebbe essere: troppo denso, troppo nitido.
Mi guardo intorno e mi chiedo quanta potenza di calcolo richieda anche solo un frammento di questa simulazione. Sembra impossibile che qualcuno abbia speso così tanta memoria per duplicare semplicemente un punto qualsiasi della Piattaforma. Perché riconosco subito il luogo: è una sezione non troppo frequentata del quartiere Pesaro, un incrocio di vie di transito costellato di negozi e fast-food. E' identico a com'è nella realtà ma del tutto privo di gente. Non l'ho mai visto così, neppure alle quattro del mattino.
La cosa davvero inquietante, in questa situazione, è che non c'è più alcuna distinzione tra percezione primaria e secondaria. C'è solo una canale percettivo: questo.
Cerco di chiudere gli occhi e di ritrovare, al di là del rosanero screziato di lampi, dietro le palpebre chiuse, il filo della percezione primaria. Ma non c'è. Non c'è assolutamente niente. Con un brivido riapro gli occhi nella consapevolezza claustrofobica di essere chiuso dentro un muro compatto di informazione, sepolto all'interno di una simulazione scaturita in qualche modo dal file clinico di Hanna.
Li vedo per la prima volta affacciandomi in un piccolo circuito all'interno del centro; sono tre, immobili, seduti attorno a un tavolo. Non so come li riconosco: come so, così, con una certezza quasi assoluta, chi sono - o cosa sono.
Eppure è evidente: sono morti. Sono ospiti dell'unità di ibernazione, e questo è il loro universo. Un inferno? Un purgatorio. Un limbo: un luogo ibrido tra il mondo dei vivi e la morte.
Mi avvicino. Sono due uomini anziani e una donna più giovane, seduti nel circuito vuoto come icone iperrealiste di sé stessi. Come se fossero reali, allungo una mano per sfiorarli. La spalle del vecchio è rigida ma subito dopo, a una minima pressione, sento un cedimento e le mie dita affondano fino alla radice nel chimono bianco. Dai buchi nel tessuto sciama fuori un brulichio infinitesimale, un pulviscolo in agitazione browniana che si disperde sul corpo del vecchio e sulle mie mani.
Scatto all'indietro con un tremito di orrore mentre una risata esplode all'ingresso del circuito.
- E' soltanto informazione - dice una voce roca - Organismi virtuali che portano in giro frammenti di una totalità più grande di loro.
L'uomo, un africano sui vent'anni con una lunga casacca bianca, entra nel locale e raccoglie dal tavolino una manciata di pulviscolo in movimento.
- Se potessi leggere qui dentro ci troveresti di tutto: algoritmi di compressione dell'immagine, parti di testi, sezioni di programmi operativi, software pirata, dati bancari. - Li spolvera via dalla mano e si volta per osservarmi. - Questo posto è una vasta colonia di microrganismi informativi, non ti devi sorprendere se i morti ne sono pieni.
- Tu sei uno di loro?
Un'altra risata lo scuote. - Io sono morto, se è questo che vuoi dire. Ammazzato da una coltellata allo stomaco in un cesso di Dubrovnik. - Fa un gesto rapido, di lama che taglia l'aria. - Ma non sono come loro. Non chiedermi perché. Non lo so. Io sono cosciente, sono...il guardiano di questo luogo.
- Hai creato tu questa simulazione?
- No, no. Esisteva già da prima. Da molto prima, da quando i primi morti cominciarono a essere ibernati e furono collegati tra loro. Molti avevano software illegale impiantato addosso. Programmi per la costruzione di scenari virtuali. Fornirono la base per la realizzazione di... - allargò le braccia - ...tutto questo. Pezzo per pezzo, una seconda piattaforma dove abitano i morti. Dove sognano, se vuoi metterla così. Vedi quei tre là? sono impegnati in una conversazione che va avanti da anni. Credo che si stiano spegnendo, ma è un processo lentissimo. Tutto è molto, molto lento qui.
- Ma non per te - dico, sostenendo il suo sguardo. Il bianco degli occhi sembra forare il nero abissale del suo viso. Un volto antico, una maschera della notte.
- E' il mio dominio questo. Là fuori ho combattuto per una strada, per un angolo di quartiere. Sono abituato a lottare. E qui sono io a condurre il gioco. In fondo - sorride, lampo bianco accecante, sorriso di squalo - non è nemmeno difficile. Basta avere accesso al programma di gestione, quello stesso dal quale sei entrato anche tu. C'è tutto lì: tutte le informazioni sugli ospiti, una completa anamnesi della loro vita. Compresi i sogni. E gli incubi.
Alza la testa verso lo schermo a soffitto dove si proiettano le sequenze finali di Oltre i frammenti. I lampi di colore si riflettono sulla sua pelle lucida.
- Incubi di esagoni, deliri di pasticche che scivolano dalle mani rotolando sul piatto della doccia. Io lo so perché sei qui.
- C'è qualcosa che rivoglio indietro.
Lui si fa improvvisamente serio, mentre annuisce. - Sì. Sì, ma...cosa? Cosa pretendi di riportare su dall'inferno? . -
Lei scivolava nella stanza, chiusa nel sogno autistico creato dai troppi esagoni neri. Isolata dal mondo, si muoveva con una grazia inconscia, pura elasticità, vibrazione di carne e nervi. Nella camera, lei era il centro focale di un gioco che comprendeva le immagini sugli schermi, la musica che io stavo assemblando, tastiere e strumentazione sparse in giro, rifiuti che non avevo raccolto, hardware sventrato e lasciato a impolverarsi vicino alla porta. Guardo il lavoro non finito, le sequenze ancora da completare: è il momento in cui Oltre i frammenti prenderà una strada diversa, incamminandosi lungo i sentieri dei colori saturi e dei parametri fuori scala. In qualche modo è - sarà, anzi è stata - Hanna a darmi la prima indicazione di come agire.
Guardandola, le mani sudate sulla tastiera, nemmeno per un attimo penso di essere dove non sono: nel punto d'incontro tra il mio inferno personale e quello di Hanna. Qui tutto è già deciso. Posso ricordare le sequenze non ancora composte, i gesti ancora da compiere. Posso vedere, nella sua danza solitaria, la complicata trafila che la porterà a inghiottire venti esagoni uno dopo l'altro.
Un fantasma mi ha posto una domanda poco fa.
Cosa speri di riportare indietro?
E mi ha detto: ciò che riesci a prendere è tuo. Software di programmi clandestini, personalità simulate, scenari virtuali, virus mutanti. Tutto ciò che riesci a scaricare è tuo, se lo vuoi davvero.
Non volevo sentire questa risposta. Adesso sono io a dover scegliere.
Mentre cancello tutto sugli schermi lasciando solo un nero opaco, solido come un muro, sono fisicamente consapevole della presenza di Hanna dietro di me, della fluidità del suo corpo. Più di una volta la tentazione di voltarmi e abbracciarla è quasi irresistibile. Devo concentrarmi sul nero dello schermo, vederlo con un campo di possibilità, puntare tutto sui filamenti di colore che si formano casualmente e ingigantirli, farli crescere come elementi caotici che si sviluppano da se stessi e che subito ripiegano, implodendo. Ad un certo punto - certo per breve tempo, per un tempo brevissimo - sono consapevole solo del lavoro, delle sequenze che, con sorpresa, ho cominciato ad assemblare.
Ho finito prima di rendermi conto di aver iniziato.
Sugli schermi, adesso, c'è qualcosa che non ha nulla a che fare con i "Frammenti", che capovolge del tutto il senso di quell'opera. Un aggregato di sequenze quasi interamente nere, con un musica altrettanto insopportabilmente scarna.
E' quando mi allontano dalla tastiera che ricordo dove sono. Mi volto e Hanna non è più lì. Nella stanza semibuia vedo una striscia di luce, la porta del bagno aperta, visione di un corpo magro, nudo, raggomitolato sotto il getto mentre una costellazione di pasticche nere si scioglie sul piatto smaltato.
Mi alzo, con un senso leggero di sconfitta.
Attraverso la stanza ma riesco soltanto a sfiorare la nube di vapore che esce dal bagno perché in quell'attimo la struttura simulata implode su se stessa fino ad addensarsi in un punto che immediatamente si espande a disegnare una porzione del circuito vuoto di Dubrovnik. L'uomo vestito di bianco è ancora in piedi accanto alla coppia di creature immobili; poco più in là un'altra figura, seduta su una panca imbottita addossata alla parete. Sembra lì da sempre, immobile e assente. Anche prima di guardarla in faccia, so chi è.
- E' forse la centesima volta che sogna di uccidersi - dice l'africano voltandosi - E continuerà per un bel po'. Forse per sempre. Ma adesso ha passato un limite, e tu non puoi più raggiungerla. Il sistema ha trasferito i suoi dati in un luogo più interno, molto più inaccessibile.
Si avvicina, mi guarda in faccia.
- Fra diciotto secondi sarai fuori: giusto il tempo per scaricare il tuo lavoro, e per frugare alla ricerca di un po' di software da piratare. So che non è molto da portare indietro dall'inferno ma .... - Alza le spalle e nel muoversi scopre una linea di pelle sul bianco abbagliante del vestito, una crepa nera che sembra tagliare la realtà, una crepa nella quale il mio futuro è già contenuto: il salvataggio delle nuova versione dei "Frammenti", la ricerca nei data base di programmi illegali, la scelta frettolosa, la valutazione rapida in dollari e in euro che serve solo a nascondere per un po' la disperazione, la ricomparsa del flusso percettivo primario, la mia stanza, l'odore stantio del sudore, le cose abbandonate da sempre sul pavimento, gli schermi congelati in sequenze che non finirò mai, il telefono che squilla, voci che ricordano impegni, voci che mi dicono: dove sei stato?, voci di amanti, voci di colleghi, e una voce - la mia - che urla nella stanza insonorizzata strappando via i cavetti per l'interfaccia integrale.
Da allora ho smesso di produrre sequenze videomusicali; mi sono trasferito altrove. Ho avuto nuove storie, nuove amicizie. Saltuariamente, lavoro per una compagnia cinese - soprattutto per poter continuare a pagare i costi dell'ibernazione di Hanna. Penso sempre di tornare laggiù, ma non l'ho mai fatto, non lo farò mai. Se ho cominciato a scrivere non è per dare voce a un'emozione, ma a un'assenza di emozioni. Solo ora ho scoperto che quest'assenza è parte di me, mi appartiene intimamente. Perciò forse io sono tornato, e lei no.