Esagoni
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RACCONTO |
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La città: un esagono.
Marco telefona alle cinque, mentre gli schermi stanno virando verso cupi toni violetti, e mi dice che lei è morta.
Ci sono molti schermi nella mia stanza. A volte li uso tutti contemporaneamente, proiettando su ognuno una diversa sequenza da assemblare. Quando le luci sono spente il soffitto bianco è come un filtro analizzatore dove tutte le sequenze intrecciano in simultanea i loro riflessi sovrapposti.
La storia che Marco racconta la conosco già: parla di chimica e di degradazione, di squallide stanze a settimana, di soldi che non bastano mai, di mix esagerati che ti portano via per giorni interni, di risvegli con il sapore del vomito sulla lingua; parla della paura del giorno dopo, il giorno in cui la tua scorta finirà, del tremito che ti prende quando ci pensi, e anche quando non ci pensi, un tremito leggero, impercettibile, che aumenta di ora in ora - conosco da sempre una storia così. Non ha mai altra fine che uno stanzino sporco, un corpo irrigidito da un'overdose di esagoni neri.
- Dov'è adesso?
- Al centro sanitario del quartiere. Ma per poco: fra qualche ora la trasferiscono al freezer di Grado.
Aspetto, quasi con curiosità, che qualcosa si strappi.
Marco mi dice, dopo un attimo, - non c'era più niente da fare - e io giro la testa di un quarto, verso la parete dove il mio corpo è un'ombra incolore che taglia i fantasmi sanguigni di molti schermi accesi. Penso che presto dovrà succedere qualcosa ma non so cosa e nell'istante in cui lo penso ho l'intuizione - terribile e confortante - che non succederà proprio niente tranne che Marco smetterà di parlare, ci diremo ciao, poi ognuno per i cazzi suoi - tutto come sempre tranne per Hanna che è morta, gli esagoni sciolti nel sangue, gli esagoni stretti nel palmo della mano: stelle dolcissime e mortali.
La città, un esagono.
Ho annullato tutte le sequenze, gli schermi sono chiusi in un nero opaco. Il cursore è aperto: traccio esili figure astratte, spirali, diagrammi.
Un esagono rosa fra le dita.
Sei tralicci verticali che affondano nell'acqua e nel fango dell'Adriatico: una città, la nostra città-piattaforma costruita fuori dalle obsolete giurisdizioni degli stati, in uno spazio di transazioni commerciali veloci, flussi di informazioni riservate; crocevia di rifugiati e clandestini. Una città di fibre ottiche e cemento che cresce su stessa come un sogno in un'alba umida.
Chiusi in un vasto esagono grigio, abbiamo colori per ogni situazione. I bianchi, i rossi. I rosa: amnesia. E gli esagoni neri, illegali.
Quartiere Zadar, locali aperti alle tre del mattino. Gli schermi a parete mi investono con le immagini dei miei sogni.
Un africano canta nella solitudine di un slargo vuoto. Sento la sua voce come un colore tra l'amaranto e il viola. Velocemente, bevo da un distributore automatico. Uscendo da un locale entro in un altro. Più tardi, corro lungo rampe che non conosco cercando una ragazza vestita di rosso. Non riesco a ricordare cosa posso volere da lei ma a un certo livello di intossicazione tutto si confonde con qualcos'altro e forse è uno sbaglio, forse un'illuminazione.
Il giorno mi cala addosso in un assurdo circuito del quartiere Pesaro: pavimenti, soffitto e pareti trasparenti. L'ultimo livello, cinquanta metri sotto il mare si sbatte sporco tra i tralicci di sostegno. Non c'è nessuno altro, e la realtà mi sta di fronte adesso come un muro senza nessun velo chimico a proteggermi.
Immagino - in un ultimo ritorno di delirio - di manipolare le infinite sequenze della vita come catene di dati nel filtro analizzatore: fingo di riportare il cursore ai giorni quando Hanna si aggirava silenziosa nella mia stanza mentre io ero al lavoro, incendiando gli schermi con solarizzazioni folli, bruciando ogni schema in aggregati pulsanti di colore. Stavo terminando Oltre i frammenti, ero alla seduta finale. Doveva essere la seduta finale perché la convenzione con la rete scadeva il giorno dopo. Così avevo spinto il percorso delle sequenze verso un punto di non ritorno. I suoni si liquefacevano insieme alla luce. Hanna si era già fatta due pasticche nere e ora - camminando in circolo nella stanza - danzava un movimento fluido del corpo, una specie di onda carnale, come un'alga mossa dalla corrente.
Avevo allungato la mano verso la barra di correzione perché mi ero accorto che i parametri erano fuori scala. Poi, vedendo come si muoveva, avevo deciso di tenere tutto così. Era un errore che non avrei potuto più correggere ma andai avanti lo stesso. Credo che il motivo vero fosse la sua reazione, qual movimento del suo corpo nella mia stanza, una concordanza necessaria con quello che io stavo facendo.
Marco mi ritrova in un piccolo circuito del quartiere Ryeka, fuori di testa in un modo che poi mi è perfino difficile immaginare. Credo sia duro per lui riportarmi giù.
Quando sono più lucido mi dice che hanno già trasferito Hanna in un freezer di Grado. Usa proprio questa parola, "freezer", il frigorifero per i morti. Davanti a una tazza di caffè seguo con una certa fatica quanto sta dicendo. Il mattino si specchia nel nero sporco all'interno della tazza; ma quale mattino? di quale giorno?
- Ti cerchiamo da ieri. Avevamo un giro per i quartieri, ti ricordi no? da Ravenna a Zadar, performance di dieci minuti con l'analizzatore...Ehi, ti ricordi vero?
Non ricordo molto, soltanto il corpo di Hanna nel sogno viola, il suo corpo fuso con il mio sotto il cielo cremisi degli schermi in pausa.
- Sveglia Ian! Lei è andata, ha scelto così. Che cazzo c'entriamo noi? Dobbiamo sentirci offesi? Piantare un casino, mandare in culo gli amici, stare male? Perché? Cosa cambia? Rispondi...che differenza fa?
- Vedi - parlo dopo un po', quando già abbiamo lasciato il locale e stiamo camminando nei corridoi di Ryeka dove la gente si accalca alle otto del mattino cercando di guadagnarsi un posto nel più vicino elevatore.
- Vedi, quando immagino Hanna che accumula venti esagoni - sono venti pasticche, giusto? - e se li mette in bocca uno per uno, e poi rimane lì aspettando che tutta quella merda faccia effetto...bè, non riesco a vederci nessuna scelta, nessuna ...libertà. Sai cosa ci vedo invece? lo vuoi sapere?
- Avanti dimmelo. Cosa riesci a vederci in una che si ammazza?
Il sapore ruvido e osceno della lingua quando ti svegli e non sai che ore sono. Tremito alle mani. Un tremito peggiore che tocca l'anima. Una giostra di facce, corpi; e nessuno di loro è con te, adesso.
Marca mi lancia uno sguardo mentre svicola grumi di folla. SI aspetta una risposta ma la voglia di parlare mi è passata di colpo. Davvero non riesco a vedere altro nella morte di Hanna: molto schifo di sé, molta desolazione; e nessun appiglio per tirarsi fuori
Gli dico: - Non credo che lei lo volesse davvero - e mi sembra una cosa piuttosto stupida da dire.