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SPECIALE CURTONI |
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E' uscita su Urania la nuova antologia di Vittorio Curtoni,
Ciao Futuro. Quasi un seguito, o forse un completamento, di quella pubblicata un paio d'anni fa da ShaKe,
Retrofuturo. Anche questa volta si tratta di un evento importante e particolarmente felice per noi di Delos: perché Vittorio Curtoni è uno dei personaggi che hanno dato di più alla fantascienza italiana e indubbiamente è uno degli scrittori più originali e più validi del nostro paese; e perché Curtoni è anche uno dei nostri più entusiasti, generosi, brillanti collaboratori; e anche perché, lasciatecelo dire, è un grande amico. Per celebrare questa antologia vi presentiamo l'introduzione al volume di Giuseppe Lippi e, a seguire, un'intervista... ma questa volta invece di intervistare l'autore (non avrebbe avuto molto senso, lo conoscete già benissimo) abbiamo pensato a un'ipotetica - ma alquanto improbabile - intervista con un futuribile esperto in Curtonologia...
I nomi delle persone, al pari dei libri, suonano a volte come titoli: nel caso degli scrittori il nome è un titolo nobiliare che in due parole sintetizza un mondo di conoscenze ed esperienze che immediatamente associamo loro. Così, per la maggior parte dei lettori italiani di fantascienza "Vittorio Curtoni" non è un'indicazione anagrafica ma un motto, una locuzione dai rimandi avveniristici. E' il direttore di
Robot e
Galassia, le più celebri testate degli anni Settanta, il traduttore per eccellenza di
Urania e molte altre collane, l'autore di un romanzo -
Dove stiamo volando (1972) - cui sono seguiti alcuni fra i racconti memorabili della nostra fantascienza. Questi racconti sono stati riveduti, in parte riscritti (dal punto di vista stilistico, che ne ha guadagnato ulteriormente) e infine sistemati in due raccolte personali:
Retrofuturo pubblicata nel 1999 da Shake e quella che avete fra le mani, che ne è l'ideale complemento. Entrambe fanno seguito a
La sindrome lunare, il volume (uscito nel 1978) che per primo ha offerto al pubblico una vetrina sistematica della narrativa curtoniana. C'è poi, a completarne la bibliografia, un'interessante appendice saggistica: mi riferisco allo studio sulla fantascienza italiana
Le frontiere dell'ignoto, edito molti anni fa dalla Nord e che meriterebbe un aggiornamento-riedizione (è l'unico testo serio sull'argomento); e la
Guida alla fantascienza che scrivemmo insieme nel 1978 per Gammalibri, convinti com'eravamo che se i marziani hanno dodici mani anche noi, con quattro, avremmo potuto combinare qualcosa.
Di solito, i discorsi critici su Vittorio Curtoni fanno riferimento allo stato più generale della fantascienza nazionale e alle sue peculiarità. Questa procedura, che non sarebbe sbagliata dal punto di vista sistematico, può condurre tuttavia (per una serie di ragioni che fanno capo a quella che chiamerò l'Eterna Illusione, o la Pastorale Nostrana) a una serie di luoghi comuni che risultano in un appiattimento della figura individuale dell'autore. Si comincia col sottintendere che la sf italiana sia una categoria dello spirito, che possa dare dei punti a quella anglosassone (non per bontà dell'ingegno o per un maggior sforzo inventivo, ma sempre per cose astratte come lo "spessore dei personaggi", il verismo dell'ambientazione provinciale, il profumo di lucchesìa che finalmente vi si respira, alla faccia dei dischi volanti, e del resto, chi se ne importa dei dischi volanti?), fino ad arrivare all'autocelebrazione
in corpore altrui. In questo modo, Curtoni in quanto tale viene messo un po' fra parentesi, quasi bistrattato (da elogiando che era). Potrebbe essere un Gadda o un Calvino redivivo che non farebbe alcuna differenza: è l'italianità della sua fantascienza che conta. Sorgi, o popolo muto, ribellati all'oppressore! E tu, pensiero, va', va', che in questo momento sei d'incomodo...
Non dico che l'atteggiamento corporativo non sia comprensibile in una nazione di scrittori sommersi e maltrattati come la nostra, ma dico che per comprendere il mondo di Vittorio Curtoni, come del resto di Riccardo Leveghi, Pierfrancesco Prosperi o Gianluigi Zuddas, fino ai più recenti casi di Valerio Evangelisti e Luca Masali, occorre rendersi conto delle loro peculiarità, del fatto che essi si sono
elevati sul livello medio dell'italianità fantascientifica: se così non fosse, continuerebbero a pubblicare sulle fanzine, o in proprio, o presso editori provinciali che non vendono una copia e non pagano un baiocco. Su Vittorio Curtoni, in particolare, non ho la pretesa di fare un discorso critico in così breve spazio, ma voglio sottoporvi quelli che ritengo i punti di partenza per un discorso senza pregiudizi. In primo luogo, Curtoni non è uno scrittore dell'ortodossia fantascientifica: la scienza lo ha sempre interessato poco e il fantastico puro e semplice, anche. Si dirà: allora cosa resta? Resta quella fascia crepuscolare, quella
twilight zone che è il territorio dell'incertezza e dello straniamento. La realtà è mutata, nei racconti di Curtoni, per le cause più diverse: allucinazioni, esperimenti andati a male, radiazioni. Come molti autori italiani di sf - in questo caso, sì, val la pena fare l'accostamento - Curtoni non vuole entrare nel merito e nelle cause della mutazione, forse nemmeno prevederne le conseguenze. Vuole piuttosto abitarne la zona dannata, facendone una raffigurazione dei suoi stati d'animo. Che sono turbolenti e improvvisi: molta fantascienza curtoniana nasce dalla rabbia, dal desiderio frustrato, dall'ansia di autoaffermazione, da un senso di scandalo (o delirio) che non ha rimedio e può essere lenito solo nella scrittura. In ciò ha poco in comune con la sf classica, da Wells a John W. Campbell, da Asimov a Heinlein, ma nemmeno con autori italiani come Leveghi e Prosperi che si citavano prima, entrambi interessati all'intreccio fantastico, o Valerio Evangelisti, che a Curtoni sembra vicino per certi aspetti da romanziere-filosofo, ma che poi se ne distacca in modo totale, appassionato del romanzesco in quanto tale là dove Curtoni è appassionato di stili e atmosfere. Ad onta degli arruolamenti e delle militanze, si potrebbe affermare che nel panorama della sf italiana Vittorio Curtoni sia solo, e che nemmeno i suoi ascendenti siano poi così chiari a tutti. All'apparenza un discepolo di Dick e Vonnegut, Ballard e Malzberg, dunque di una mai tramontata avanguardia, in realtà è scrittore molto "nostro" di esagerazioni e sberleffi, incubi e grotteschi, passioni e commedie. La sua produzione, che non accetta i compromessi del romanzo e si è svolta finora quasi integralmente nella forma del racconto, persino dello "sketch", è di tipo poetico per l'attenzione allo stile e alle atmosfere visionarie, ma anche di genere "confessionale", l'impetuosa ammissione - o negazione - di fede politica, religiosa, individuale. A leggere i suoi racconti (di cui questa raccolta offre, per la prima volta, anche un esempio "mainstream" e alcuni esercizi letterari come le
Nuove tragedie in due battute, un omaggio ad Achille Campanile), ci si accorge ben presto che l'autore è tutto calato in essi, nel loro umorismo, e che le parole di fuoco con cui, a volte, sono scritti, sono le considerazioni e i motti di spirito che in altri modi Curtoni dispensa nella vita di tutti i giorni, traducendo, rispondendo a interviste, commentando i fatti dell'ambiente o del paese.
La fantascienza di Curtoni non segue il solco dei Padri coscritti, ma si sviluppa come un'erba autonoma che ha le radici nella letteratura tout-court e nel pensiero esistenzialista, da Ambrose Bierce a Sartre e Camus, che l'hanno formato persino più di Ballard e Malzberg. E se è vero che la New Wave portò nella science fiction, fra le altre cose, un'impronta esistenzialista filtrata dalla coscienza anglosassone, è altrettanto vero che Vittorio Curtoni rimane vicino alla sua matrice europea, ed è a tutti gli effetti - anche nella mancanza di precisi modelli nazionali, a parte Campanile e Malaparte, che gli si potrebbe assegnare d'ufficio - uno scrittore italiano fuori dagli schemi, forse addirittura fuori dai generi.
Tratto dal volume Ciao Futuro (Urania), per gentile concessione di Arnoldo Mondadori Editore