di Luce d'Eramo


L'alieno e il diverso a partire dalla mia vita

tratto da Io sono un'aliena

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QUANDO LE RADICI

Fratello alieno

Adesso, nel 1994, il sogno spaziale s'è allontanato, rinviato sine die. Ma ci ha lasciato un arricchimento. Io per esempio mi sono pacificata. Non ho più, come avevo un tempo, la sensazione che infiniti paludamenti mi nascondessero e deformassero il senso di ciò che accade. Guardo al futuro di buon animo, con anni-luce di pazienza. Eccomi arrivata al punto a cui tendeva questo mio ripercorrere la mia vita: sì, il sentimento dell'alienità è un arricchimento, sulla Terra. Così percepisco l'innesto della prospettiva fantascientifica nelle cose umane.
Questa è a parer mio la ragion d'essere e la funzione deterrente di questa corrente letteraria, cioè un approfondimento del rapporto con l'Altro da sé, che vado felicemente riscontrando in parecchie nuove opere. Per citarne solo qualcuna italiana, penso al romanzo La croce di ghiaccio di Lino Aldani, in cui un gesuita è inviato in missione sul pianeta dei Geroniani: nel fronteggiarsi di due culture inassimilabili, vien fuori l'ambivalenza del sogno universale d'armonia, dove tutti sono uniti, e del suo rovescio di livellamento e di reductio ad unum di una complessità dissonante, ma ricchissima, la cui scomparsa è una perdita abissale. Penso anche a I guastatori dell'Eden di Vittorio Catani, dove gli inviati d'una società "perfetta" (nel senso che tutto vi è preordinato e ognuno vi ha un'esistenza regolata sino al capello) percorrono deserti e boschi aggrovigliati alla ricerca della incarnazione di un'utopia positiva dell'animo umano. Penso alle Storie d'ordinario infinito di Ugo Malaguti: in ogni racconto l'attacco è netto, la situazione parrebbe precisa, definita. Poi a poco a poco il lettore si sente mancare il terreno, i fatti si incrinano, intervengono alieni, a volte mischiati agli umani in una consumata convivenza tra le creature pensanti dell'universo, a volte esseri in agguato a volte in amichevole attesa, a volte con un ruolo quasi di giustizieri. Ci sono gli ultimi racconti di Renato Pestriniero nei quali si sfaccetta in modo inquietante l'ignoto che alberga in noi; ci sono gli arguti e macerati sceneggiati del binomio Catani-Ragone pieni di risonanze, e potrei continuare.
Concludo. Se nihil alieni a me alienum puto, gli extracomunitari che dormono in macchina, gli zingari nei loro camper, i barboni sull'asfalto, i bambini randagi nelle strade brasiliane, tutti i maltrattati della Terra sono i miei prossimi più cari. Essi sono l'alieno che è tra noi. Ignorarli e respingerli è come alienare una parte di sé, è come amputarsi. Se Francesco d'Assisi fosse vivo oggi, assieme al Fratello Lupo, al Fratello Sole, alla Sorella Morte (che nell'inconscio nostro s'addice solo agli altri), avrebbe certamente incluso nel suo cantico il Fratello Alieno.

Incomunicabilità

Resta comunque il rischio dell'incomunicabilità, dell'incompatibilità. Se abbiamo una speranza di comunicare tra diversi, è nella misura in cui avremo fatto spazio all'alieno che è in noi, nella misura in cui saremo capaci di scoprire quello che di noi stessi a prima vista non conosciamo o non vogliamo sapere. Ognuno deve cercare di allargare al massimo il proprio raggio di conoscenza di sé. Ci identifichiamo magari con una parte di noi, quella che ci sembra più accettabile, che ci pone meno problemi. Ma se uno apre gli occhi sugli abissi che ha in sé, sulle proprie contraddizioni incredibili, forse ha maggiori capacità di captare quello che gli è veramente ignoto, che lo trascende. Per aprirci all'esterno, cominciamo ad aprirci all'interno, appunto. "Conosci l'alieno che è in te", direbbe Socrate: sono due aperture che si alimentano a vicenda.

Una postilla

Ancora nei pressi del 2000 la cultura dominante, in particolare in Italia, snobba la fantascienza. Ma che piaccia o no ai critici dominanti che etichettano la letteratura di sf come genere minore, settoriale, definito dai suoi temi, che pertanto esula dalle loro nobili competenze, questa narrativa è oggi più attuale che mai. Non soltanto essa sola tiene intrinsecamente conto della dimensione scientifica che informa l'odierna società, ma essa solo, nelle sue opere migliori, ci dà la percezione fisica del nostro pianeta che gira sospeso nel vuoto. La lontananza temporale, per cui Leopardi lievitava l'arte, è oggi una lontananza spaziale. La distanza del tempo terrestre s'è dilatata nello spazio-tempo cosmico. Il che, ripeto, una volta sedimentato nell'inconscio collettivo, finirà col renderci meno distruttivi su "quest'aiuola che ci fa tanto feroci."
Sì, costa caro lavorare senza grossi riscontri critici ed economici, ma questo succede anche alle opere del mainstream che vanno controcorrente. Almeno però non ci si sente soggetti a un establishment datato, si tenta l'avventura dell'indicibile, si tenta d'ipotizzare un'altra realtà. Il prezzo è una certa solitudine.
Fine



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