di Luce d'Eramo


L'alieno e il diverso a partire dalla mia vita

tratto da Io sono un'aliena

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QUANDO LE RADICI


A volte mi viene da pensare che forse, se Socrate fosse vissuto oggi, invece di "Conosci te stesso" avrebbe detto: "Conosci l'alieno che è in te".
Se guardo indietro nel tempo, fin dove arriva la mia memoria, credo che inconsciamente ho avuto un primo sentore d'alienità quando avevo sette otto anni. A Reims dove abitavamo, nella Francia del nord, ogni volta che, mentre mia sorella e io giocavamo nel grande terrazzo di casa, compariva sotto qualche pianta una fila di formichine, mia sorella s'irrigidiva di colpo e scoppiava a piangere con tutte le sue lacrime. Io non capivo perché si spaventasse tanto (aveva un anno più di me ed era magrolina). Questi minuscoli animaletti m'incuriosirono. Furono i miei primi conoscenti segreti.

Formichine

Spesso, la domenica mattina, mio padre ci portava in macchina a trascorrere la giornata in campagna, da amici italiani che risiedevano a una ventina di chilometri dalla città, nei pressi di Vitry-Les-Reims, in un villino attiguo agli stabilimenti della Marelli. Si entrava da un grande cancello che dava su un lungo spiazzo di fronte alla fabbrica, immensa ai miei occhi d'allora. In fondo a quello spiazzo, dietro un alto edificio, si stendeva un vasto terreno abbandonato coperto da detriti metallici, grosse molle contorte, cerchioni, segmenti, trucioli arrugginiti. Mi piaceva camminare in bilico su quelle montagnole di ferri vecchi finché m'accorsi che, lì sotto, il terreno brulicava di formiche. Mi persi a contemplarle, tanto che tornai tardi a casa dei nostri ospiti e fui sgridata. Dopo, ogni volta che andavamo la domenica a Vitry, era come se avessi un appuntamento coi miei formicai. Attendevo con impazienza il momento della siesta pomeridiana, quando tutti si ritiravano a riposare, e correvo in quel luogo misterioso di rottami dove mi rannicchiavo in terra, a osservare le formiche. Lavoravano ininterrottamente, su e giù, trasportando pesi più grossi di loro, pezzetti di foglie, semi, alcune scomparivano in un tunnel, altre ne uscivano, si sfioravano reciprocamente con le antenne, le agitavano, e tutte procedevano difilato, convinte. Io avevo la pelle d'oca chiedendomi: e se fossi nata formica? Mi sforzavo d'immaginarmi dentro una di loro, con tutte quelle zampette.
Avrò avuto nove anni quando lessi La vie des fourmis di Maeterlinck. Sbalordita dalla loro organizzazione: avevano il loro bestiame, mungevano le cosiddette pulci da latte; allevavano larve catturate di formiconi rossi che, una volta adulte, addestravano a lasciarsi cavalcare da loro; avevano persino i propri cimiteri nel piano più sotterraneo dei loro formicai. Più studiavo le formiche e più mi chiedevo: potremo mai comunicare con loro?, perché fanno tutto quel lavoro, che cosa provano a essere formiche.
Adesso non sto a ripercorrere le varie tappe in cui mi si manilestò quest'impulso a immedesimarmi in creature o situazioni sconosciute. Per esempio a Parigi, dove traslocai coi miei genitori quando avevo dieci anni, vidi inattesamente un fenomeno stranissimo: moltitudini di persone che gridavano a piena voce, camminando col pugno alzato per le vie del Quartier Latin.

Rue Monge

Noi abitavamo lì, a rue Monge. Erano i tempi, nel '35, del Fronte popolare di Leon Blum, ma io non ne sapevo niente. Quei cortei d'operai che avanzavano martellando l'aria di richieste di giustizia per i lavoratori erano per me qualcosa d'impressionante. Ma mia madre mi tirava via: "Presto, a casa" diceva, mentre io allungavo l'occhio verso i ragazzini malvestiti che sfilavano trottando per mano alle madri svociate. E se io fossi uno di loro? mi chiedevo. Li guardavo poi dalla finestra di casa, da dietro le tende: erano così diversi dai nostri amichetti per bene. Lessi allora il romanzo Senza famiglia di Malot e m'immaginavo quella miseria a me ignota. Lessi non solo i libri che ritiravo alla biblioteca scolastica, ma anche il David Copperfield di Dickens, i racconti di Maupassant e così via, tutti volumi che rubavo dalla libreria dei miei genitori di nascosto da loro. E più entravo nella pelle dei personaggi, più cresceva quello che a posteriori ho chiamato il mio bisogno d'alienità.
Devo dire che le circostanze m'hanno aiutata. Per i compagnucci di scuola ero la petite italienne oppure la petite macaroni, come se fossi una diversa. Poi in Italia, dove i miei genitori rimpatriarono allo scoppio della guerra nel 1938 (avevo tredici anni), divenni per i miei compagni ginnasiali "la francesina", ancora una volta una diversa. Dal canto mio, ero meravigliata della bizzarria del mondo che mi circondava. Il fatto è che i miei s'erano stabiliti ad Alatri, nel Lazio, nella casa della nonna materna. Lì, per esempio, vedevo cortei di persone scalze, che camminavano cantando, andavano in pellegrinaggio al Santuario di Trisulti alzando insegne; vedevo preti e seminaristi dappertutto, senza parlare dei cappuccini il cui convento s'ergeva dietro il giardino della nonna, in cima al colle.

Un'altra specie

E giungiamo all'esperienza che è stata la svolta decisiva della mia esistenza terrena, quella dei lager nazisti. Ne ho scritto in Deviazione (1979) e in altri testi e non la voglio riraccontare. Qui mi preme dire che, in quei lager, ho vissuto nel '44 lo sprofondo d'un altrove mai creduto possibile. Quel bestiame umano dei bassifondi londinesi descritto da Rimbaud, che m'era parso un incubo di poeta, era lì in carne e ossa davanti ai miei occhi, moltiplicato all'ennesima potenza. Milioni di stranieri, delle più svariate nazionalità europee, erano stipati in baracche come se appartenessero a un'altra specie. Avevo diciotto anni. Ero perpetuamente sbalordita: dall'incredibile sicumera dei nazisti che disponevano di noi come se fossero stati investiti dal cielo della nostra sorte, come se fossero il nostro fato; sbalordita dall'eterogeneo comportamento di tutti questi stranieri emaciati che si scrutavano a vicenda come reciprocamente estranei; dalla mia stessa sensazione d'alterità proprio nei momenti in cui più intensamente cercavo l'intesa coi miei compagni. Per forza il grande Primo Levi, uscito vivo da un campo di sterminio, doveva più tardi scrivere libri di fantascienza, come i bellissimi racconti delle Storie naturali e del Vizio di forma. Spinto dalle lacerazioni subite a cercare di capire come la disumanizzazione nazista fosse stata possibile, non poté fare a meno d'applicarsi a trapassare l'apparenza addomesticata della
quotidianità, per snidare le minuscole sviste, le infinitesime deformazioni che, sottotraccia, compiono impercettibilmente la degradazione del reale, fino a generare a un tratto la tragedia. Apprensione di tragedia che l'ha portato infine a uccidersi, nell'aprile dell'87.

Continua




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