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di Giovanni Curtoni e Vittorio Mongini

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Trieste 2000: la vendetta!

Alcuni messaggi ricevuti negli anni dagli organizzatori del Festival di Trieste: Ungaretti, Fritz Lang, Fellini, Asimov, Clarke, Bradbury, Corman
Dopo diciassette anni torna il festival del cinema di fantascienza nel capoluogo giuliano. Questo dicembre ha avuto luogo la prova generale, una grande manifestazione che ha visto la presentazione di importanti film in anteprima e interventi di numerosi esperti e personaggi noti del cinema e del fumetto.

Era il 1982 e il festival di Trieste affrontava l'ultimo anno della sua vita.
Guerre Stellari aveva già fatto la sua apparizione sugli schermi di tutto il mondo e aveva spopolato, causando una reazione a catena la quale avrebbe portato sullo schermo una miriade di pellicole, più o meno ricalcanti le avventure spaziali di Skywalker and Company.
Era il luglio del 1982 e il festival si chiudeva con la vittoria di Survivor, un film australiano che nemmeno poteva definirsi di fantascienza e sepolto in mezzo ad un miriade di film dell'Est.
Le grosse produzioni disertavano Trieste per la semplice ragione che il festival non riusciva, non poteva, non voleva fare il salto di qualità che era necessario fare per non dover continuare a languire e poi spegnersi in un desolato silenzio.
Mancava l'esperienza specifica sulla materia. Gli organizzatori non conoscevano i film, i registi, gli attori più famosi del genere; gli scrittori erano per loro immensi sconosciuti e il pressapochismo regnava sovrano. Erano fin troppo attenti al giornalistucolo di quarta categoria che veniva al posto del blasonato collega solo per scroccare cene, pranzi e una pigra settimana al mare.

Alcune scene tratte da film presentati negli anni al Festival di Trieste
Era il luglio del 1980, e dopo alcuni interessanti tentativi della Cappella Underground negli anni precedenti, tentativi che culminarono nelle perfette rassegne di FantItalia e FantAmerica 1 e 2, quell'anno anche loro persero completamente di vista quello che doveva essere l'obbiettivo del festival, e cioè la divulgazione della fantascienza in ogni sua forma, presentando una personale di Bertrand Tavernier che assolutamente nulla aveva a che vedere con il genere; in compenso, nel 1982 ignorarono la scomparsa di George Pal, e l'omaggio che gli fu reso fu dovuto solo al fatto che uno degli scriventi aveva portato al festival una pellicola di un suo film, proponendone la proiezione.
Ora, che il comitato organizzatore del festival, prima fra tutti la pur volenterosa Flauvia Paulon, ignorasse chi fosse George Pal era di ordinaria amministrazione, ma che lo ignorasse la Cappella Undrergound, blasonato circolo cinematografico, era abbastanza grave.
Forse non credete a ciò che io e il vecchio batrace stiamo scrivendo, ma entrambi ve ne possiamo offrire una prova inoppugnabile. Durante il festival del 1980, io e Luigi Cozzi avevamo sparso la voce che George Lucas (nome di cui ignoravano l'esistenza, per cui fummo costretti a spiegare chi era e che li mise subito sull'attenti appena il titolo magico di Star Wars fu pronunciato) era morto mentre stava girando il film Nel paese dei nanetti. In una rapida tavola rotonda, per la precisione un tavolino del bar di quello che una volta era il circolo della stampa, ci fu detto di preparare un comunicato stampa sul ferale evento. Mentre la diligente e preoccupata Flavia stava parlando, Giuseppe Lippi era diventato viola dallo sforzo immane di trattenere le risate e Vittorio Curtoni, apparentemente inespressivo, non proferiva verbo. Si alzò senza una parola per andarsene in bagno, dal quale provennero poi dei suoni sempre meno soffocati e che si stemperarono in una serie di gridolini isterici e in un ultimo verso gorgogliante che sfociò in una roboante risata da far tremare la sala stampa al completo.
I due, appena si riebbero, ci pregarono in ginocchio di non sputtanare in questo modo il festival e io e Cozzi, seppure a malincuore, rinunciammo a far stampare un comunicato che avrebbe fatto piena luce sull'esperienza organizzativa del festival di Trieste.
E così sulla manifestazione cadde un silenzio malinconico, rotto da un tentativo andato a vuoto e da una serie di piccole rassegne invernali che cercavano di tenere desto l'interesse dei triestini...finchè un giorno...
Correva l'anno 2000, il fatidico anno amato da tutti i fantascientifici, e su un treno che portava a Trieste c'erano due personaggi del tanto decantato Jurassic Park, i quali erano stati lassù invitati dalla Cappella Underground Next Generation per essere testimoni del primo, vero, tentativo di rinascita del Festival di Trieste.
Il primo era uno dei maggiori esperti di Cinema di Fantascienza del Pianeta Terra e dintorni, una delle figure più carismatiche di tutta la fantascienza antica e moderna, il secondo, una laida e barbuta palla di grasso rotolante. Egli era considerato da quattro irriducibili nostalgici uno dei maggiori scrittori italiani, un abile curatore di collane (si narra che fosse alla guida del prestigioso Robot; in realtà non si trattava altro che di un effetto, e nemmeno ben riuscito, di Carlo Rambaldi nel quale una intelaiatura sosteneva un mascherone bavoso e occhialuto, facsimile di un essere umano), nonché traduttore tra i più quotati e ricercati (infatti alcuni lo stanno ancora cercando, ma per arrestarlo).
Queste due figure, grazie ovviamente alla intercessione della prima, sono state accolte dai novelli curatori della Manifestazione Zero con calore e con organizzazione perfetta e ben curata. Hanno svolto le loro relazioni nella sala della Università della Scuola Interpreti e, mentre quella del noto esperto cinematografico è stata accolta da sperticate lodi e da applausi da spellarsi le mani, si è stati costretti in precedenza a pagare dei finti spettatori affinché si lasciassero andare a un finto e quanto mai sterile applauso più di liberazione per la fine dello sproloquio batracico che per il contenuto dello stesso.
La sera della concione, a tavola, ci veniva detto che il Festival di Trieste sarebbe tornato.
Io e lo pseudoscrittore-curatore-traduttore avevamo passato un piacevole pomeriggio girando per la città sotto un cielo lattiginoso, ma che ci dava la sensazione di essere tornati indietro nel tempo mentre guardavamo quelle strade, quei vicoli, quei negozi, testimoni di un passato vicino e lontano al tempo stesso.
E' stato un delizioso attimo della nostra vita nel quale il tempo si è fermato, il cuore ha cessato di battere per un istante mentre parlavamo con uno dei nostri miti cinematografici: il simpaticissimo e modesto Anthony M. Dawson (Antonio Margheriti), persona adorabile, piena di ricordi che presto il grande esperto di cinema metterà su carta con un libro intervista doverosamente dedicato a lui.


Il ritorno è stato intriso di dolce amarezza (e di un certo dolore ai piedi per le troppe camminate), ma anche gioia, la gioia di sapere che un vecchio amico ritorna e con lui ritorna un appuntamento che ci era mancato per troppo tempo.
Siamo sicuri che sarà una deliziosa scoperta per i giovani i quali, arrampicandosi per raggiungere il valoroso e splendido Castello di S. Giusto, futuro teatro delle proiezioni, non offriranno uno spettacolo penoso come quello offerto dallo scrittore-curatore-traduttore, il quale, sbuffando come un mantice, cercava di raggiungere l'unico fan che incoscientemente gli aveva offerto un libro da firmare e dove lui aveva apposto un'inconfondibile ics....
E pensare che per tutto il viaggio lo avevo costretto a replicare la sua firma almeno un centinaio di volte...
A nome mio e del mio (pfui!) collega, vogliamo ringraziare gli organizzatori per la loro squisita ospitalità con un arrivederci a presto per un viaggio fantastico tra tanti imperscrutabili mondi...


Come appare ovvio dalla pochezza stilistica, dalla scarsità di idee e dall'umorismo da bietola lessa, la parte di articolo che avete appena letto si deve a Vittorio Mongini, il quale ha dettato quelle stentate righe alla figlia Claudia dal letto dell'ospedale dove è ricoverato dopo gli assalti degli spettatori inferociti che gli sono zompati addosso al termine della sua insopportabile relazione. La prognosi è riservata (per il medico che lo ha in cura: non si sa se sopravviverà all'immondo contatto. Una prece per il pover'uomo). Adesso potete rilassarvi, perché io sono Giovanni Curtoni, e la musica cambierà!
Tra parentesi, il Mongini ha raccontato una bella serie di balle sulla fine del vecchio festival, dimenticandosi la sola, unica verità: nel 1982, quei pazzi degli organizzatori ebbero la scellerata idea di mettere il Mongini in giuria, e il minimo che potesse succedere era che il festival morisse di un colpo apoplettico. Com'è puntualmente accaduto. E il catalogo retrospettivo testé pubblicato per questa edizione zero del nuovo festival svela un ulteriore, inquietante retroscena: il Mongini è originario dell'URSS! Strabilianti scenari di complotti internazionali ai danni di Trieste si aprono ai nostri occhi...
Ma bando alle tristezze. Da ciò che abbiamo potuto vedere nel nostro giorno e mezzo di permanenza, le nuove leve della Cappella Underground, capitanate dal prode Massimiliano Spanu (grazie di tutto, Max), hanno proprio intenzione di fare sul serio: dal 6 al 15 dicembre, intensissime proiezioni gratuite hanno richiamato folle di spettatori pronti a divorare film d'annata (tra i quali la notevole retrospettiva di Margheriti) e anteprime come Red Planet e Bruiser - Revenge Has no Face; è stata allestita una mostra della fantascienza a fumetti targata Bonelli; ci sono state le cinque mattinate di convegno sul cinema e sulla science fiction con la bellezza di ventidue relatori; e il cartellone prevedeva persino un concerto di Theo Teardo, autore della colonna sonora di Denti di Gabriele Salvatores. Chiedo scusa se vi pare poco. E non mi dilungo, visto che, se nulla accade, sul prossimo numero di Delos ci sarà un articolo di Spanu a tirare le somme della manifestazione.
Come ha tentato di dire Mongini nei suoi balbettii senili, la grande differenza tra questo nuovo festival e il vecchio sta nel fatto che a gestirlo ci sono veri appassionati, gente che conosce sia il cinema sia la fantascienza, non semplici burocrati più o meno interessati alla materia. Questi ragazzi hanno cervello, impeto, fegato, e l'appoggio concreto della Regione. Se, come ormai appare praticamente certo, il festival ripartirà in pianta stabile l'anno prossimo dopo questa bella prova generale, è stata ventilata l'ipotesi di abbinargli addirittura una convention e una mostra mercato di materiali fantascientifici. Insomma, Trieste sembra volersi candidare a diventare quel fulcro della vita sociale della sf italiana che in passato non è mai riuscito a essere. Okay, questi grandi discorsi li abbiamo fatti a tavola, tra i fiumi di un vinello rosso locale che non hanno mai smesso di scorrere (dove c'è Franco La Polla c'è alcol, recita il detto popolare, e io non sono di quelli che si tirano indietro davanti alle sfide della vita), però la sobrietà degli intenti è fuori discussione. Hip hip urrà.


Al di là della bellezza di tutto questo; al di là dell'impagabile fulgore delle donne triestine, che sono davvero una pagina a parte nel catalogo del fascino muliebre; al di là delle passeggiate romantiche sui luoghi della nostra infanzia festivaliera, Vittorio e io siamo rimasti immensamente colpiti da quella deliziosa persona che è Antonio Margheriti. Io non sapevo nemmeno che lo avrei incontrato a Trieste: è, con Riccardo Freda e Mario Bava, uno dei registi sui quali si è forgiata la mia gioventù (più per la sua straordinaria produzione horror, film come Danza macabra o La vergine di Norimberga o Contronatura, che per le pellicole di fantascienza, confesserò), in parole povere un idolo vivente, e stare in sua compagnia per tante ore, arrivare dal chiamarlo più che giustamente "maestro" a dargli del tu è una di quelle cose che mi porterò sempre dentro. Che uomo adorabile. Dopo la proiezione di un suo classico, I criminali della galassia, proiezione conclusa con un fragoroso appplauso della sala, Margheriti si è presentato al pubblico dicendo all'incirca: "Vi chiedo umilmente scusa. Mi vergogno di avervi costretto a vedere una schifezza del genere. Questo è uno di quelli che io chiamo 'film del droghiere', roba girata per pagare i conti e tirare a campare." Ah! Ineffabile. E' andato avanti per tutto il tempo con questo ritornello del "mi vergogno", anche se in privato, a colazione, con Mongini e me ha ammesso che a Roma ormai tutti gli si rivolgono col titolo di "maestro" e basta che lui schiocchi le dita perché intere troupes schizzino via come molle per obbedire ai suoi ordini; e anche se, quando gli ho chiesto se davvero creda a queste sconcertanti dichiarazioni di pentita umiltà, mi ha guardato con quel suo sorriso carico di sagace ironia e mi ha risposto testualmente: "Giova', si chiama fishing for compliments", cioè andare a caccia di complimenti... Che genio. Lo amo. Lo adoro. Mi piace quasi quanto mi ripugna Mongini, se rendo l'idea.
Che altro dire? Forse che Trieste è una di quelle città italiane nelle quali, non si sa bene perché, è sempre stata altissima la concentrazione di fan fantascientifici del tipo più attivo, quelli che producono fanzines, organizzano mostre, talora riescono ad arrivare al professionismo, eccetera. Tutti vecchi amici che ho avuto il piacere di rivedere in questa occasione, da Fabio Pagan a Gianfranco Battisti, da Livio Horrakh a Gianni Ursini, da Franco Tamagnini a Giancarlo Pellegrin, fino a Ervino Cus, meglio noto come l'Astronauta Pazzo. Gente più o meno svitata che ha da sempre lo sguardo rivolto al futuro ma che per il sottoscritto, Giovanni Curtoni, è l'emblema di mistici tuffi nel passato: alcuni di loro li ho conosciuti nel 1965, quando per la prima volta partecipai al festival (che era alla sua terza edizione, e quell'impirlito del Mongini non c'era. Tié), altri in anni successivi, e anche se, per i casi della vita, i nostri contatti si sono diradati, basta rivederci per scoprire una volta di più che siamo stati & sempre saremo indivisibili compagni di strada. Teneressa.

Vittorio Mongini (a sinistra) e Giovanni Curtoni (a destra)
E chiudo qui, in gloria. Come sarà evidente, questa spedizione a Trieste è stata magnifica, anche se purtroppo ero gravato dalla palla al piede del Mongini e se ho dimenticato in treno il borsello, immediatamente volatilizzato nel nulla in compagnia dei miei tanto amati occhiali da sole stile profeta cieco; ma son quisquilie, pinzellacchere, in confronto a tutto il resto. Sicché, spettabile pubblico, non resta che attendere gli eventi e magari rivederci per l'anno uno del nuovissimo festival fresco di conio. Io ci sarò di sicuro. Voi non so, ma per il vostro bene mi auguro di sì.

P.S.: la storia della morte di Lucas è assolutamente vera. Incredibile, ma vera. Purissima science fiction.

P.S.S: successivamente Giovanni Cartoni ha ritrovato i suoi occhiali da sole, li aveva in una tasca del suo pastrano di pura pelle di editore romano, il che dimostra quanto sia ormai definitivamente rinco.

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