views

di Marcello Vicchio

Avanti Sommario Indietro

racconto

Ritorno a Dalibour

La piccola stazione orbitante era poco più che una vecchia carretta arrugginita, logora nelle strutture portanti, consunta nelle fiancate, obsoleta nelle forme che ricordavano i cargo dell'epoca repubblicana: spartani e ridotti al minimo necessario, senza nessuna concessione all'estetica. I motori, a vederli dall'esterno, sembravano quasi del tutto asfittici, come i polmoni di un vecchio enfisematoso.
Come i polmoni dei vecchi enfisematosi che abitavano la stazione.
Era un miracolo che non fosse ancora esplosa nello spazio o che non fosse ridotta a un colabrodo dalle meteoriti, a giudicare dalle condizioni di abbandono delle piastre gravitiche, che sembravano più delle escrescenze verrucose sulla vecchia pelle dell'astronave che non distorsori in grado di assicurare una minima protezione.
Verruche, proprio come quelle che avevano sulla pelle i vecchi che abitavano l'astronave.
Sulle Lune di Dalibour non c'era posto per loro. Lo spazio a disposizione per la popolazione attiva non era tanto e i pianeti abitati più vicini erano ad anni luce di distanza. Gli spostamenti in ultra-luce non erano alla portata di tutte le tasche e, d'altronde , non c'era nessuno disposto a pagare i costi di trasferimento e le rette delle cliniche delle zone più ricche dell'Impero. Né privati, né funzionari imperiali desideravano spendere un soldo in più per una schiera di inutili invalidi.
Mentre la mia navetta attraccava al piccolo molo di sbarco pensavo che erano circa venticinque anni che non vedevo mio padre, da quando, cioè, avevo lasciato le Lune di Dalibour. Mio padre era stato un artista, un artista veramente innovativo nell'epoca in cui era fiorito Perché aveva scoperto un modo del tutto nuovo di fare arte. Alcune sue composizioni olografate facevano parte dei cataloghi di qualche museo importante dell'Impero.
Su Dalibour 1 avevamo ancora una casa, che era stata costruita secondo un progetto che mio padre stesso aveva disegnato. Di essa mi ricordavo soltanto una imponente facciata stile Seconda Repubblica, con alte colonne e tetti a guglia, un giardino pieno di siepi e alberi dal folto fogliame e un pozzo bianco circondato da fiori.
All'epoca avevamo conosciuto un periodo di ricchezza.
Il corridoio del molo d'attracco terminava direttamente all'interno di una piccola sala d'aspetto, vecchia come tutto ciò che mi circondava, ma pulita e , tutto sommato, decorosa. Un'infermiera mi attendeva.
Fino a quel momento non avevo provato emozioni particolari, avevo più o meno le stesse sensazioni di quando facevo sopralluoghi dove fossero stati perpetrati dei crimini ( cosa che mi accadeva almeno un paio di volte la settimana , essendo io Ispettore della Polizia Imperiale); ma dentro di me stava facendosi vieppiù strada un senso di inquietudine.
L'infermiera scambiò il sorriso amaro che aveva sfiorato le mia labbra per un sorriso rivolto a lei, e ricambiò.
- Può accomodarsi qui, - mi suggerì, indicandomi una poltroncina all'angolo della sala.
- Tempo qualche minuto e sarò di ritorno.

* * *

- Ho ottenuto un'audizione con un incaricato del Dipartimento delle Arti di Dalibour. Verrà oggi. Sai, gli ho spiegato che sono riuscito a stabilire un contatto con le ectoforme!
Il volto di mio padre brillava di una luce che non avevo mai visto prima. Con la barba ispida, un'onda di capelli untuosi che gli scendeva in fronte e il colorito giallognolo della pelle, assomigliava più a un vagabondo capitato di passaggio a casa nostra che non al suo padrone. Mia madre mi versò un po' di latte nella tazza, poi si tolse il grembiule a scacchi bianchi e rossi e lo appese a un gancio della cucina.
- Io vado, - disse. - Se arrivo tardi il mio capufficio si arrabbia.
La luce nel volto di mio padre si offuscò. Seguì con gli occhi ogni passo di mia madre mentre usciva e, quando la porta si chiuse dietro le sue spalle, si girò verso di me, fece un gesto con le mani e disse : - Puff!

* * *

L'inquietudine si trasformò in angoscia, e investì il mio cuore con un'intensità che mi sorprese. Da piccolo, quand'ero in collegio, avevo sofferto per la sua assenza. Avevo sofferto più per lui che per mia madre, che se n'era uscita dalle nostre vite in compagnia di uno dei suoi tanti amanti proprio nel momento in cui mio padre stava diventando finalmente ricco . Gli avevo rimproverato mille e mille volte, dentro di me, di avermi abbandonato proprio quando più bisogno di lui, l'avevo odiato perché rifiutava il mio amore, l'avevo maledetto ogni notte, prima di addormentarmi, augurandogli tutto il male possibile. Poi, col tempo, l'avevo maledetto sempre meno e gli avevo dedicato sempre meno spazio nei miei pensieri. Quando poi, la notte, prima di addormentarmi, avevo cominciato a pensare ai fatti miei, avevo capito che quell'uomo non significava più nulla per me.
Eppure in quel momento ero emozionato. Nella sala d'attesa erano entrati in tre: l'infermiera, un uomo alto e barbuto con la divisa da medico e... mio padre!
Si muoveva lentamente, con le testa e il busto inclinati in avanti, come e ricercare un centro di equilibrio che gli sfuggiva continuamente. Era magro, curvo, completamente calvo, il naso affilato e il volto inespressivo come una maschera di plastica. Se lo avessi visto fuori di là non avrei riconosciuto mio padre in quell'uomo.
Provai una stretta al cuore.
Il medico mi fece un cenno di saluto, fece sedere il paziente su una seggiola e rimase a osservarmi, a braccia conserte, in silenzio. Mi avvicinai a mio padre, fino a sfiorargli la punta delle scarpe con le mie. Egli non fece alcun tentativo di alzare lo sguardo, nessun movimento dei muscoli tranne che un continuo ondeggiare avanti e indietro. La sua mente, un tempo brillantissima, aveva cessato di esistere molti anni prima.
- E' una richiesta piuttosto inconsueta quella che ci ha fatto pervenire, ispettore Alduin - esordì il medico, con voce gradevolissima. - Di solito i familiari preferiscono dimenticarsi del tutto dei nostri ospiti. Lei è la prima volta che viene nella nostra clinica?
Non c'era nessuna eco di rimprovero nella sua voce, solo la semplice constatazione di un dato di fatto.
- Sì, è la prima; ma le sarei molto grado se accordasse il permesso che ho chiesto, dottore.
- Ciò che chiede non è proibito dal regolamento, ispettore, basta compilare il relativo modulo; ma posso sapere il perché della richiesta? C'è qualche motivo particolare? Naturalmente la mia preoccupazione è rivolta allo stato di salute del paziente, come ben può immaginare.
Titubai.

* * *

- Papà, chi è un incaricato del Dipartimento delle Arti?
- E' una persona che viene per valutare il mio lavoro e verificare di persona se è vero ciò che gli ho spiegato a proposito delle ectoforme. Ho avuto un colloquio con lui: è una persona in gamba ed è convinto che, in futuro, con lo Stimopiano si potranno fare affari d'oro, se non è tutto un trucco.
Addentai il lembo di una fetta di pane inzuppato nel latte e dissi:- Lo Stimopiano è quello strumento che tieni chiuso a chiave nella tua stanza?
- Non parlare con la bocca piena. Proprio così. Lo Stimopiano è uno strumento che ho inventato io e che permette di entrare in contatto con le ectoforme. Sai, quelle cosette traslucide che vivono sugli alberi delle Lune di Dalibour.
- La mamma dice che hai speso tutti i soldi che ti ha lasciato il nonno per costruire quella porcheria. Così dice.
- Porcheria? Be', a tua madre piacciono altre cose; non crede che il tuo papà possa cavare qualcosa di buono dalla vita.
Mi drizzai sulla sedia, elettrizzato da un'idea. - Papà, mi faresti assistere a una tua composizione con le ectoforme?

* * *

- Sì dottore, a dire il vero c'è una ragione particolare. Abbiamo una casa su Dalibour 1, una casa che mio padre all'epoca ha progettato di suo pugno. Sono tantissimi anni che non ci entra più nessuno, ormai. Il Municipio sta per demolirla ed è questa la ragione per la quale sono tornato su Dalibour: ci vuole una mia firma per l'esproprio. Probabilmente al suo posto costruiranno un ennesimo Centro Commerciale ma, prima che il mio ultimo legame con Dalibour venga reciso e che una parte della mia vita diventi polvere e calcinacci, vorrei che l'altra parte che ancora sopravvive, mio padre, possa calpestare un'ultima volta quel suolo.
Nonostante fossi abituato a interrogare criminali di ogni risma e fossi bravissimo a capire quando mentivano, non sapevo se ero altrettanto bravo a mentire a mia volta. Il dottore se ne accorse e storse la bocca. - In questa maniera spera forse di fare breccia nella sua mente? In teoria non è da escludere del tutto che uno shock possa ingenerare qualche reazione nel paziente, ma si tratterebbe, in ogni caso, di reazioni limitate a qualche funzione cerebrale elementare, nulla di elaborato. Le guarigioni improvvise e cose romantiche di questo genere non accadono nella vita di tutti i giorni. Il cervello di suo padre è come una centrale con l'interruttore spento e, secondo me, non c'è nulla al mondo capace di riattivare l'impianto. - Il tono del dottore era gentile, seppure fermo.
– Gran parte della corteccia cerebrale frontale è stata devastata dall'uso eccessivo dell'acido tetrasergico; e non si è trattato di un abuso limitato nel tempo, ma di un bombardamento protratto e irresponsabile di droga. Ho visto molti artisti che cercavano ispirazione in questa droga: i più sono impazziti, altri si sono fermati in tempo. Suo padre è andato anche oltre la pazzia ed è già un miracolo che riesca ancora a reggersi in piedi.
Annuii. - Ha dissipato senza misura la sua vita e il suo genio.
- Io sono un suo grande ammiratore, sa? - Replicò il dottore. - Prima dell'invenzione dello Stimopiano pensavamo che le ectoforme fossero solo dei parassiti della flora di Dalibour, poco più che una muffa, bellissima a vedersi, ma solo una muffa. Le vedevamo sollevarsi dagli alberi al soffiare dei venti, luminose membrane multicolori; le ammiravamo librarsi nell'aria come lucidissime membrane, ma nessuno aveva mai immaginato, prima di suo padre, che vi era un modo per entrare in sintonia con i loro sciami. Eppure era facile: bastavano delle microonde di particolare frequenza per farle muovere a nostro piacimento. Il lampo di genio fu quello di collegare un trasduttore di microonde alla tastiera di un pianoforte , così le ectoforme divennero la forma di arte musico-visiva più famosa della Galassia e le composizioni di suo padre patrimonio universale del genere umano. Ammirevoli sono soprattutto quelle del primo periodo, prima che l'acido tetrasergico cominciasse l'opera di demolizione del suo cervello. - Il dottore sospirò. - Peccato.
Scrutai il vecchio perso nella sua instancabile oscillazione, guardai le sue mani deformate dall'artrite e la pelle rinsecchita attorno ai tendini, osservai i suoi occhi che vagavano assenti. La stretta al cuore ritornò. - Prima dell'acido è stata la volta dell'alcool. Me lo ricordo sempre ubriaco...

* * *

...che litigava con la mamma.
- Che cosa me ne importa dei tuoi deliri da ubriacone? Ficcati nel culo la cretineria che stai costruendo e fai un bel volo dalla scogliera, coglione!
- Mara, - ribatté mio padre in uno sprazzo di lucidità. - Ti prego, c'è il ragazzo. Ti sente.
- Lascia che senta. Deve sapere che suo padre è un ubriacone fallito. Dariel, mi senti? Tuo padre è uno schifoso pezzo di merda!
L'uscio sbatté con una violenza tale da far tremare i vetri. Spiai mio padre da una fessura della porta: aveva le labbra tremanti e lo sguardo umido. Guardava fisso l'uscio.
- Sono un ubriacone, - biascicava. - Sono un miserabile ubriacone...

* * *

La navetta toccò terra nel giardino della vecchia casa di famiglia. Il palazzo era in rovina. La facciata, una volta bianca e pulita, era scrostata in molti punti e butterata da erbacce e rampicanti, le colonne all'ingresso erano crollate, le guglie avevano perso gran parte delle piastrelle bronzate e assomigliavano a grandi comignoli anneriti e dovunque si erano sterpi e cespugli. Sui rami e sulle foglie degli alberi erano si erano poggiate moltissime ectoforme. Le ectoforme erano un incanto! Sebbene sapessi che erano una forma di vita al limite tra il regno vegetale e quello animale, mi piacque immaginare che conservassero una memoria per i luoghi e che fossero così numerose, là attorno, perché aspettavano la mano dell'artista che aveva saputo farle vibrare come nessun altro con la propria musica. Nessun emulo aveva mai più raggiunto la perfezione di mio padre, nessuno le aveva fatto muovere in sincronia come una marea luccicante, nessuno aveva più riprodotto le stesse pennellate di luci , colori, forme e figure. Non era solo questione di microonde, c'era qualcosa in più nel suo cervello . La sintonia tra mi padre e le ectoforme era perfetta e l'acido tetrasergico favoriva e centuplicava questo intimo rapporto.
Feci scendere mio padre dalla navetta e lo condussi per mano alla soglia di casa. Avevo fatto un sopralluogo prima di recarmi alla clinica e dentro casa avevo trovato ciò che cercavo. La casa era stata abitata pochissimo da noi, perché con il successo e i soldi era giunto anche il tracollo definitivo di mio padre. Soprattutto mia madre non vi aveva vissuto molto.

* * *

- E' scomparsa - disse mio padre. - E' andata via , non so dove. Ha preso tutti i suoi gioielli, ha prelevato i soldi in banca e ci ha lasciati.
Non era né ubriaco né aveva fatto uso di droghe: era una delle pochissime volte che lo vedevo serio e presente, non rifugiato nei suoi mondi irreali.
- Tornerà, papà?
- Chi lo sa, Dariel? Ma non aver paura, io e te sapremo cavarcela benissimo da soli, vedrai.

* * *

Invece non ce l'eravamo cavata affatto. Dopo poco tempo mio padre entrò per la prima volta nei sanatori e varcò definitivamente il limite estremo della dissociazione dalla realtà. Prima, però, pensò a me. Mi lasciò un vitalizio, un collegio dove andare e il suo ricordo.
Presi sottobraccio il vecchio e lo feci entrare dentro casa. Non vidi tracce di emozioni nel suo volto, né di ricordi, né altro. Continuò a dondolare e avrebbe continuato a farlo all'infinito se non avessi ripreso la marcia.
Credo che non sempre un uomo si renda ben conto delle azioni che compie; a volte, anzi, sono le azioni che si impadroniscono di noi come se avessero vita autonoma e ci trascinano senza che la coscienza possa farci nulla. Il nucleo del mio agire, in quel frangente, aveva preso certamente corpo il giorno prima quando, ispezionando la casa, avevo visto che nessuno aveva portato via il vecchio Stimopiano. L'avevo liberato dalle ragnatele e dalla polvere che vi si era stratificata sopra in anni di abbandono, avevo pulito i trasduttori di microonde, avevo sostituito qualche filo elettrico corroso dall'umidità e dai topi e avevo provato ad azionarlo. Funzionava ancora. Mentre riparavo lo Stimopiano con la mente ripercorrevo le vicende che mi avevamo fatto tornare a Dalibour.

RAPPORTO PER L'ISPETTORE IMPERIALE DARIEL ALDUIN, KORAMBAD.
MITTENTE: AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI DALIBOUR 1, CORPO DI POLIZIA MUNICIPALE.
OGGETTO: ESPROPRIO TERRENO E VILLA NEL II QUADRANTE EST.
Quale unico proprietario del terreno e della villa menzionata, nonché nella qualità di Ispettore della Polizia Imperiale, Vi comunichiamo che nel corso di una ispezione geologica volta a valutare l'idoneità del terreno da adibire a uso civile, nel pozzo antistante il suddetto fabbricato, sono state ritrovate le ossa di una donna dell'apparente età di trent'anni. Vi preghiamo di presentarvi, con cortese sollecitudine, nella sede della locale Polizia Municipale per eventuali chiarimenti e suggerimenti del caso.
Il Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Dalibour 1

Roster.

Feci sedere mio padre sullo sgabello e appoggiai delicatamente le sue mani sulla tastiera. Sottili linee rossastre di energia guizzavano nei condotti tubulari dello Stimopiano. Lanciai un'occhiata fuori dalla finestra. Le ectoforme si erano librate dai rami e frusciavano leggere nell'aria, come sottili lamelle di cristallo. Erano come in attesa di qualcosa, forse "sentivano" vecchie vibrazioni.
Respirai a fondo e mi costrinsi a guardare ancora il vecchio che sedeva alla tastiera, immobile. Ora che era giunto il momento dubitavo, sentivo il coraggio che mi aveva animato fino quel momento fluire via come ectoforme alla brezza del vento. Trassi fuori dalla tasca una scatoletta di metallo, prelevai da essa alcune pastiglie rosa e costrinsi mio padre ad aprire le labbra. Gliene misi qualcuna sotto la lingua. Ne presi ancora e ripetei l'operazione.
Nel comando della Polizia Municipale di dalibuor ero venuto a conoscenza che le ossa giacevano su un tappeto di ectoforme cristallizzate : evento particolarissimo perché non si erano mai trovate ectoforme in luoghi bui e riservati, tanto meno dentro pozzi e gallerie. Non c'era più stato nessuno bravo a manipolare le ectoforme come papà, nessuno aveva mai eguagliato la sua arte. Povero papà, non aveva più voluto accanto a sé un figlio al quale aveva assassinato la madre.
Lui, che aveva dissipato tutto nella vita, non aveva voluto distruggere l'ultima cosa preziosa che gli era rimasta , suo figlio, tenendolo vicino a sé.
- Vai, papà - mormorai. - Liberati. Vai!
Il vecchio fece un colpo di tosse.
Versai tutto il contenuto della scatoletta nella bocca di mio padre, una dose di acido tetrasergico che avrebbe abbattuto un cavallo.
- Vai! - Urlai. - Liberati, papà! So di mamma! Ora suona per te e per me, suona per l'ultima volta!
Le dita di mio padre vennero scosse da un fremito e iniziarono a muoversi senza alcuna coordinazione sui tasti, come farfalle impazzite. Il vecchio girò lentamente la testa verso di me. Dopo moltissimo tempo rividi un barlume dell'antico amore nei suoi occhi cerulei: mi aveva riconosciuto, credo più col cuore che con i sensi. Da quei laghi fino ad allora asciutti scesero alcune lacrime.
Le ectoforme, intanto, si erano levate nel cielo a migliaia e riempivano l'aria col loro caratteristico fruscìo. Molte di esse picchiavano sui vetri della finestra e rimbalzavano via, sostituite subito da altre, in un ininterrotto grandinare di luci e colori. Erano prive di coordinazione come la cacofonia che sortiva dalla tastiera, ma testimoniavano che, nell'ultimo sussulto, il cervello di mio padre era in qualche modo presente.
Leggevo nel suo viso la gratitudine. Sapevo che approvava ciò che stavo facendo e mi ringraziava per questo. Le sue labbra incartapecorite e solcate da profonde rughe verticali ebbero la forza di muoversi, per la prima volta dopo molto tempo.
Ne uscì un gorgoglìo quasi impercettibile: "Io... non volevo... ma le ectoforme hanno sentito che soffrivo... Soffocata.... Ho gettato tua madre nel pozzo..."

BestOfDelos2000 Come ti è sembrato questo racconto?
La votazione di questo racconto è possibile solo durante il mese di uscita di questo numero di Delos e il mese successivo

Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella.

Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto.


Avanti Sommario Indietro Inizio pagina