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di Vittorio Catani

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Nostro  alieno  inenarrabile

Il '900 si è rivelato, possiamo dirlo a buon diritto, anche il "secolo della fantascienza". Al punto che una delle sue icone è stata la figura dell'alieno, creatura (ipotetica) d'altri mondi; quindi per definizione diversa da noi... ma in che misura? Una completa diversità non sarebbe concepibile né raccontabile. Eppure in molti ci hanno provato...

1. Wonder Aliens

Stanley G: Weinbaum
Tempo fa, il traduttore e saggista Delio Zinoni scrisse in un suo articolo che l'intera fantascienza ruota attorno all'idea, anzi al sentimento, della "alienità" (Altre forme dell'alieno, su Urania n. 1229, 17/4/1994).
Concordo. Tuttavia a me sembra che, nonostante innumerevoli descrizioni e rappresentazioni di creature le più isolite d'altri mondi, gli alieni si possano sempre ridurre a trasparenti - quand'anche originali - combinazioni di caratteristiche umane, animali (o di insetti, microbi), di vegetali, perfino di minerali, e anche di forze della natura. D'altronde credo si star enunciando un'ovvietà. Un alienus che sia tale veramente, etimologicamente: quanti ne avremo incontrati nelle nostre letture? Sapreste ricordarne subito uno o due? Ogni nostra rappresentazione è per sua natura antropomorfica e deriva - né potrebbe essere altrimenti - da ciò che già conosciamo, dal conoscibile. Ma il fantastico, la fantascienza, non vogliono ammaliarci con le lusinghe dell'inconoscibile? Un paradosso: proprio la science fiction, madre di tutti gli ET, suo malgrado si rivela incapace di concepire una reale "alienità".
Comunque su questo punto scrittori e anche scienziati si sono sbizzarriti. Con quali esiti, cercherò di riassumere... Ovviamente senza pretesa di esaurire un argomento vastissimo.

Il volume che contiene Un'odissea marziana
Nel 1934, sulla rivista statunitense Wonder Stories (diretta dal mitico Hugo Gernsback) apparve un racconto di un nuovo scrittore: A Martian Odyssey, di Stanley G. Weinbaum. Vi si narrava una avventurosa esplorazione del Pianeta Rosso da parte dell'astronauta Jarvis. Questa storia segnava una svolta nella sf, come viene rilevato da Jacques Sadoul nella sua Storia della fantascienza (Garzanti, 1975):

Il testo di Weinbaum (...) riesce a comunicarci l'essenza di una creatura intelligente e completamente diversa dall'uomo. Tweel è il primo essere pensante che la sf americana abbia saputo creare senza imporgli la minima traccia di antropomorfismo.
Oltre a Tweel (una specie di buffo e spesso indecifrabile struzzo), Jarvis incontra nel suo vagare sulle sabbie altre creature inconsuete:

Il corpo era simile a una botte grigia, aveva un solo braccio, e a un'estremità un'apertura che poteva paragonarsi a una bocca. All'altra estremità, una rigida coda appuntita. Era privo di arti, occhi, naso, orecchie. La "cosa" si trascinò nella sabbia, introdusse la coda nel suolo e restò in posizione eretta. Poi con l'unico braccio estrasse dalla "bocca" una specie di mattone, lo depositò e rimase immobile, silenziosa (...).
Nella sabbia doveva esserci silicio puro, ed evidentemente da quello il mostro traeva la "vita". Noi terrestri abbiamo un'esistenza a base di carbonio; esso invece aveva origine da una diversa combinazione di reazioni chimiche. La cosa era viva e non viva. La vidi circondata da altri mattoni, i suoi rifiuti. Noi, a base di carbonio, espelliamo CO2; la cosa a base di silicio ha rifiuti che sono biossido di silicio, cioè silice. La creatura esiste da cinquantamila anni! A un certo punto, con un fruscio il mostro espulse una nuvola di sfere cristalline: l'equivalente di spore, o uova, che si persero ondeggiando verso il deserto dello Xanthus... Ritengo che il loro involucro cristallino, siliceo, sia come un guscio, e che il principio attivo sia il gas interno; un gas particolare che intacca la silice e può avviare una serie di reazioni che originano un altro essere di quel genere...
Fra l'altro la "creatura di silicio" weinbaumiana rimanda, sia pure alla lontana, alle attuali "creature" di silicio, i computer. Weinbaum, nella sua breve e folgorante carriera (purtroppo morì precocemente) creò una vasta e originale galleria di alieni insoliti. Benché le sue descrizioni conservino un loro fascino rétro, possono risultare un po' appannate dal tempo all'occhio di qualche lettore più esigente; e tuttavia esse testimoniano dell'impegno che gli scrittori profondevano per affrancarsi dai cliché del tempo, e dall'antropomorfismo, nell'invenzione dei loro alieni.
Ma... c'è sempre stato un precursore. Nel suo celebre racconto Il mistero delle Forme (Les Xipéhuz, 1887; su Nova Sf n. 2, Perseo, 1985), J.H. Rosny aîné aveva descritto una enigmatica specie giunta dagli spazi, la cui struttura interna era "composta di cristalli giallastri disposti irregolarmente, e striati di blu". Gli Xipéhuz scesero su una Terra preistorica, "mille anni prima del fremito di civiltà da cui ebbero vita Ninive, Babilonia, Ectabana":

In lontananza, nella fresca trasparenza del mattino, scorreva la dolce sorgente; sulle sue rive, raccolta, la fantastica turba delle Forme risplendeva. Il loro colore era cambiato. I Coni erano più compatti, il loro turchese tendeva al verde, i Cilindri si velavano di viola e gli Strati ricordavano il rame vergine. Ma su ciascuna Forma spiccava la Stella, che appuntava i suoi raggi, abbacinanti nella luce del giorno. Una metamorfosi si estendeva alle fantasmagoriche Entità: certi Coni tendevano a svilupparsi in Cilindri, altri Cilindri si dispegavano, e alcuni Strati si curvavano parzialmente. (...)
Gli Xipéhuz sono evidentemente dei viventi. Ogni loro movimento rivela la loro volontà, il capriccio, l'associazione, l'indipendenza. Quantunque il loro modo di muoversi non possa essere espresso con paragoni (è un semplice scivolamento sul terreno), è facile accorgersi che essi si dirigono a loro volontà...
Gli Xipéhuz entreranno in radicale conflitto con un gruppo di umani i quali - nonostante la loro elementare tecnologia bellica - riusciranno ugualmente a rivelarsi distruttori:

Olaf Stapleton

Ora che gli Xipéhuz non sono più, l'anima li rimpiange, e io chiedo all'Unico quale fatalità ha voluto che lo splendore della vita fosse insozzato dalle tenebre dello sterminio.

Termino la rassegna-lampo dei "precursori" con Il Costruttore di Stelle (The Star Maker, 1937; Longanesi, 1975) dell'inglese Olaf Stapledon. Questo romanzo esprime una visione complessa e davvero titanica dell'universo, tanto che da alcuni è stato accostato addirittura alla Divina Commedia per la religiosità, sia pure laica, della sua concezione. Il protagonista-narratore è un uomo del ventesimo secolo proiettato psichicamente negli spazi e in un futuro remotissimo popolato da creature "inconcepibili". Scriveva Carlo Pagetti nella prefazione all'edizione italiana:

Stapledon si propone di raccontare addirittura la storia del cosmo, vista come graduale crescita di una "consapevolezza" permeante l'universo intero, progresso in una miriade di mondi che è nello stesso tempo tecnologico e spirituale. Si arriva così alla unione mistica di un cosmo come comunità senziente, a cui partecipano infinite forme di vita, e le stelle stesse, anch'esse creature "pensanti", e le galassie, fino al simbolo finale - che tutto riassume - del Costruttore di Stelle, il quale contempla e si autocontempla.
Si tratta in definitiva di una Stella-dio (che comunque ha anche lampi di assoluta crudeltà), parente maggiore di tutti gli altri soli: i quali a loro volta sono senzienti, e in grado di creare pianeti e molteplici tipologie di vita, concepite da Stapledon in forme bizzarre, affascinanti e davvero aliene. Insomma una visione cosmica e anche filosofica, articolata e personale, di notevole impatto emotivo. Idee, queste, che funzioneranno da fertilizzante per la fantasia di generazioni di scrittori, primo fra tutti Arthur C. Clarke.
Noto en passant che il concetto di corpi celesti viventi non è affatto recente. Esso era presente, per esempio, in alcune dottrine esoteriche. D'altronde gli antichi assimilavano stelle e pianeti alle loro divinità.

2. Sfere di fuoco

Arthur C. Clarke
Stapledon immaginò esseri-astro. Pura fantasia? Nel libro La vita oltre la Terra, il fisico Gerald Feinberg e il biochimico Robert Shapiro hanno ipotizzato possibili modelli di vita fondata non sulla chimica del carbonio ma sul plasma stellare, sui campi elettromagnetici, sul magnetismo delle stelle a neutroni e su altri sistemi molto insoliti, per dar vita ad alieni abbastanza... "indecifrabili", ma evidentemente non del tutto implausibili. Per contro, altri hanno argomentato che esseri di pura energia non potrebbero vivere un solo istante, dal momento che l'energia stessa è dissipazione e movimento. Ad ogni modo la figura dell'ET costituito da radiazioni di varia natura è una vecchia conoscenza del fanta-lettore. Tanto per citare un paio di esempi: le "Sfere di fuoco" dell'omonimo romanzo juvenile di Erik van Lhin (pseudonimo di Lester Del Rey; Battle on Mercury, 1953; Urania n. 46, 1954), e la celebre Nube di Arthur C. Clarke (Out of the Sun, 1958; ne Il Secondo Libro della Fantascienza, Einaudi, 1961). Clarke descrive un'eruzione solare particolarmente violenta, che espelle negli spazi una gigantesca protuberanza di materiale incandescente. Da questa, con estremo stupore degli astronomi terrestri, giungono inequivocabili segni di intelligenza; purtroppo alla sfortunata creatura toccherà una lenta agonia ed evaporazione nel gelo interplanetario.
Memorabili anche gli Altri, enigmatici esseri di energia radiante che vivono fra noi, e le cui manifestazioni sono descritte nel romanzo L'uomo, questa malattia (L'homme, cette maladie, 1954; Perseo Libri, 1996) di Claude Yelnick.
La Nuvola Nera di cui narra il noto astronomo e matematico inglese Fred Hoyle nel suo famoso romanzo omonimo (The Black Cloud, 1958; Feltrinelli, 1959), è un'altra ardita estrapolazione sul tema, presentata peraltro con rigore scientifico (e col necessario pizzico di fantasia). Hoyle muove dall'idea secondo la quale è plausibile che, all'interno di nubi di polveri cosmiche molto dense, si sviluppi una certa temperatura e si creino molecole complesse, capaci di evolversi. L'autore immagina quindi che una sorta di immenso conglomerato di polveri vagante per gli spazi abbia maturato un pensiero intelligente. La sua Nuvola Nera passerà tra la Terra e il Sole oscurando per lungo tempo l'astro, il che provocherebbe la morte di ogni forma vitale terrestre; ma alcuni scienziati, studiando stranezze nel comportamento della nuvola, intuiranno la presenza di un sistema pensante. Si instaurerà quindi un dialogo con l'inverosimile alieno, fermando appena in tempo una catastrofe già avviata. Dicevo: storia che si presenta con un certo rigore scientifico. Il che sortisce un risultato senz'altro godibile, ma... fa proporzionalmente perdere il "tasso di alienità" del nostro alieno!
Qualcosa di simile accadeva anche per Anabis, "la più mostruosa intelligenza aliena che fosse concepibile", inventata da Alfred E. van Vogt nel romanzo Crociera nell'infinito (The Voyage of the Space Beagle, 1951; Urania n. 27, 1953):

Lester Del Rey

Anabis si stendeva, immenso e informe, per tutto lo spazio della Seconda Galassia. Miliardi di parti del suo corpo erano percorsi da deboli fremiti, ritraendosi automaticamente dal calore distruttivo e dalle radiazioni di duecento miliardi di soli. Ma Anabis non alleggeriva la sua pressione sugli innumerevoli pianeti, e si stringeva con fame insaziabile intorno a quadrilioni di punti tremolanti, su cui morivano le creature dalle quali egli stesso traeva vita. Ma non era abbastanza. La spaventosa certezza dell'imminente morte per fame serpeggiava fin nelle più lontane particelle del suo corpo immenso... In quella zona del cosmo, ormai, non c'era più cibo a sufficienza. Aveva commesso un errore fatale, lasciandosi crescere senza controllo nei primi giorni della sua esistenza. In quegli anni il suo futuro gli era parso illimitato... E lui si era lasciato sviluppare con orgoglio, con gioiosa eccitazione.
La sua oscura origine era quella di un semplice gas, emergente dalla palude coperta di vapori di un pianeta ignoto. Un gas incolore, insipido, inodoro: eppure in esso in qualche modo, per qualche motivo, un giorno si era sviluppata una combinazione dinamica. Ed era nata la vita. Dapprima, non fu che un soffio di vapore impalpabile. Freneticamente, ardentemente, si spostava sulle acque fangose contorcendosi sempre più attento e ansioso, lottando per trovarsi sul punto in cui qualcosa - una qualunque cosa - veniva uccisa... Perché la morte degli altri era la sua vita.
Illustrazione di Caesar per Crociera nell'infinito, poi utilizzata su un altro volume
Gli esploratori dell'astronave Space Beagle dovranno quindi vedersela con qualcosa che va al di là dei loro incubi peggiori.
Indubbiamente Anabis racchiude un fascino maggiore della Nuvola Nera. E anche un maggior senso di mistero. Eppure, come si può intuire, siamo ancora lontani dalla alienità assoluta...

3. Solaris, inevitabilmente

Stanislaw Lem
Una specie totalmente aliena dovrebbe esprimersi in un linguaggio per definizione intraducibile. Di fronte a una simile forma di comunicazione, a nulla varrebbero neanche quei comodissimi "traduttori universali" con i quali gli autori di fantascienza si liberano elegantemente, o credono di liberarsi, di un gigantesco problema! In fondo i cosiddetti traduttori altro non sono che "assertori di plausibilità", ovvero tautologici fanta-gadget che rendono possibile l'impossibile semplicemente definendolo in modo fanta-tecnologico. Perché in realtà l'ET non è solo un rompicapo biologico, è anche un rompicapo linguistico; e si pone pertanto la fatal domanda: un linguaggio alieno traducibile, è davvero alieno?... E viceversa. (Vedasi La scienza della fantascienza, di Renato Giovannoli, Bompiani, 1991).
Uno degli esempi che spesso sono citati quanto a lingua (e dunque alienità) davvero diversa, è il racconto di Robert Sheckley Mun mun (Shall We have a Little Talk?, 1965; Urania n. 419, 1966). Jackson, agente segreto e linguista, sbarca sul pianeta Na con il compito di impadronirsi dello Hon, lingua locale somigliante in apparenza al cinese. La cosa, ovviamente, va inquadrata nel segreto progetto di colonizzazione terrestre di Na. Presto però il nostro personaggio si accorge che lo Hon manifesta una marea di improvvise incongruenze alle quali risulta impossibile star dietro:

Da un certo punto di vista era inevitabile: tutte le lingue cambiano. Ma sul pianeta Na la trasformazione era più rapida. Molto più rapida.
La lingua Hon cambiava come cambia la moda sulla Terra. Come cambiano i prezzi, il tempo. Si trasformava incessantemente seguendo regole a lui sconosciute e principi invisibili. Mutava struttura come una valanga cambia forma precipitando a valle. Al confronto, la lingua inglese era un ghiacciolo eterno.

Commenta Giovannoli: "...L'alieno è una forma informe, un'entità in divenire, come la lingua che parla."
Tuttavia non sempre gli alieni parlano, anzi spesso essi neanche tentano un qualsivoglia tipo di dialogo: si limitano a imporre una loro misteriosa, assurda presenza. E' quanto accade nel singolare - e purtroppo poco conosciuto - romanzo Superficie del pianeta, del francese Daniel Drode (Surface de la planète, 1959; SFBC, 1972), a tratti sperimentale nella scrittura, e vincitore di un contestato Prix Jules Verne nel 1960. Vi si narra di un'umanità rinserratasi nel sottosuolo, nelle celle individuali di un Sistema globale totalmente automatizzato e apparentemente perfetto. Il Sistema fu concepito per sfuggire a un olocausto atomico. Ma qualcosa comincia a malfunzionare, e alcuni "reclusi" decidono, dopo decenni, di risalire in superficie. Fra costoro è il protagonista, che prende a vagare confusamente fra foreste, relitti di città, enormi spianate di suolo vetrificato. Il mondo sembra divenuto esso stesso estraneo, alieno, impenetrabile. In tale contesto si verifica all'improvviso l'intrusione di inesplicabili forme vitali: le Ombre.

Sono là... non c'è alcun dubbio. Le Ombre furtive. Punteggiano il suolo di un nero profondo, come una muffa lussureggiante. Si cercherebbe invano, intorno, l'inverosimile macchina capace di proiettarle. Insomma si tratta di un'impercettibile quantità di nero, dotato di una certa velocità. O meglio ancora, di una modifica del colore di fondo del suolo, che lentamente avanza come un'onda. Se ne può incontrare qualcuna larga più d'un metro, ma subito essa restringe il suo contorno e si deforma, come un'ameba. (...) In che modo comunicano fra loro esseri privi di spessore, questo mi domando. Possiedono una sorta di linguaggio? Scommetto che neppure si riconoscono, prima di attraversare quel limite oltre il quale si fondono fra loro in un tutto. Rinuncio a studiare questo universo piatto. E perché non potrebbe racchiudere una diversità superiore alla nostra?

Lo Ombre rimarranno inspiegate razionalmente: troppo lontane dall'uomo. Esse rivestono, evidentemente, anche un ruolo metaforico nell'economia del testo (un testo del '59, che fra l'altro mostra numerosi intuizioni geniali, per esempio sulla realtà virtuale, e che ha inattesi momenti ballardiani). Le Ombre sono forse un "doppio" in negativo del protagonista; o la concretizzazione d'una metafora che suggerisce quanto estranea, aliena, sia divenuta l'umanità a sé stessa e al suo pianeta. Lo psicanalista Aldo Carotenuto, nel suo volume Il fascino discreto dell'orrore (Bompiani, 1997) parla dell'Ombra in una narrazione fantastica; Ombra peraltro intesa non in senso letterale:

L'Ombra è il rimosso, è tutto ciò che - comportamento, pensiero o altro - viene negato e cade nell'inconscio, come sedimentazione: essa solitamente presenta caratteristiche di potenziale violenza, proprio perché l'opera di rimozione carica i contenuti rimossi di energia negativa.
Le Ombre di Superficie del pianeta sembrano insomma la letteralizzazione di una metafora psichica. Ad ogni modo, l'apparizione di queste entità bidimensionali contribuirà, nella parte conclusiva del romanzo, a far lievitare le vorticose deduzioni ed estrapolazioni del protagonista, tese a chiarire la propria identità e l'interpretazione della stessa storia dell'Uomo.
Romanzo singolare, dicevo, questo di Drode, e ricco di stimoli; forse non riuscito al cento per cento, ma senza dubbio la sua pubblicazione fu un atto di coraggio della gestione Curtoni-Montanari.
Spiegare coma allegoria l'alieno inspiegabile, tuttavia, non è affatto - per il discorso che qui ci riguarda - spiegarlo letteralmente, cioè in senso biologico, linguistico, epistemologico. Ma in verità, forse si pretende troppo dalla fantascienza: concepire l'inconcepibile.
Nel suo già menzionato articolo, Delio Zinoni notava inoltre che l'alieno "è tanto più terrorizzante quanto più è normale, vicino a noi"; e osservava che l'alienità assoluta "è difficilmente comprensibile, e scarsamente utilizzabile a fini letterari. Al massimo può essere un esercizio intellettuale, nei casi peggiori precipita nel ridicolo".
Anche in queste asserzioni c'è molta verità: d'altronde era lo stesso Freud a rilevare che il perturbante (ciò che maggiormente ci spiazza) è semplicemente ciò che, fin qui familiare, improvvisamente non lo è più del tutto. Insomma, ci spaventa maggiormente proprio ciò che più ci assomiglia.
Ad ogni modo, credo anche che l'alienità totale (o quasi), opportunamente presentata, possa dimostrarsi feconda di quello spessore emotivo o speculativo particolare, tipico delle esplorazioni di "zone di confine" della nostra mente, del nostro sapere, della nostra concezione del mondo. Qualcosa che può rivelare scenari interessanti, non riguardanti solo la narrativa di fantascienza.
A questo punto diviene a mio avviso percorso obbligato rifarsi al romanzo Solaris, del polacco Stanislaw Lem (Solaris, 1961; ed. Nord, 1973; trasposto nel 1972 sullo schermo dal regista russo Andrei Tarkowski). Si tratta di una tra le pochissime opere che, con rigore e approfondimento, si concentrano proprio sul tema della indicibilità di ciò che è davvero diverso da noi. Nel libro tuttavia, molto più che nel film, l'aspetto che ci occupa viene indagato con notevole mescolanza di fantasia e indagine razionale.
La storia si incentra sulla esplorazione del pianeta Solaris, attorno al quale orbita una stazione terrestre, contenente alcuni scienziati. Solaris è interamente ricoperto da un oceano, che alcune manifestazioni lasciano presumere sia in qualche modo senziente. Tuttavia decenni di studi e di esperimenti non hanno portato ad alcun dialogo col gigantesco alieno. Dei vari problemi posti da Solaris, nessuno verrà davvero risolto; ogni presunta spiegazione solleverà più interrogativi di quanti ne abbia apparentemente chiariti. A cominciare dalla incredibile capacità dell'oceano di stabilizzare, per una pura questione di sopravvivenza, l'orbita del pianeta su cui si attesta. Il che pone l'enigma di Solaris come essere raziocinante, e anzi dotato di conoscenze superiori a quelle umane. Analisi con apparecchiature elettroniche rivelano che l'immenso oceano-gelatina esegue - sembrerebbe - gigantesche operazioni matematiche, delle quali peraltro agli indagatori giungono spezzoni insensati. Alcuni studiosi ipotizzano quindi che Solaris sia una specie di antichissimo yogi onnisciente, immerso in sue elucubrazioni e convinto dell'inutilità di interagire con l'universo. Tuttavia l'oceano agisce: crea sulla sua superficie ciclopici coaguli, formazioni effimere ma implicanti l'utilizzo di immense energie. Altri osservatori passano allora ad argomentare di "oceano debilitato", di brandelli demenziali di un'intelligenza forse un tempo grande, lucidissima. Si pone al contempo il quesito se l'oceano pensi, sia pure senza possedere una coscienza... E così via.
In definitiva, nell'arco di alcuni di decenni vengono impegnate nella decifrazione del mistero le massime risorse di ogni branca della conoscenza umana: planetologia, fisica, biologia, psichiatria, filosofia, matematica e via elencando; eppure tutte queste, in un crescendo estenuante di ipotesi, relazioni e contestazioni d'ogni genere, finiscono col mostrarsi povere e inadeguate.
L'oceano è inoltre capace di duplicare oggetti, perfino corpi: estrae simulacri "viventi" dalle memorie e dalla psiche profonda degli osservatori terrestri in orbita nella stazione spaziale. Per esempio Kris, uno dei protagonisti, vede materializzarsi il "doppio" di una donna che egli amò, e che si suicidò ritenendosi non riamata. Il rapporto ambiguo e angosciante dei personaggi con queste allucinanti creature, artificiali ma apparentemente indistinguibili dai loro modelli, accresce l'effetto dirompente dell'enigma, riverberando nel "privato" un dramma che è, anche, di tutta la specie umana. La questione di Solaris resterà irrisolta; qualcuno giungerà sarcasticamente a paragonare la "solaristica" (che giunge a vantare una bibliografia sterminata) un succedaneo di religione, in cui il "contatto" non è che l'attesa di un Avvento, di una Rivelazione che spieghi il senso dell'esistenza umana.
Lem ci rappresenta così la storia di un fallimento, quello dell'uomo e del suo pensiero, incapaci entrambi di comprendere ciò che ci è davvero distante, in quanto non si è anzitutto compreso se stessi. Ne dicenderà uno shock culturale, una sensazione di impotenza: "L'uomo si è mosso per andare alla scoperta di altri mondi, di altre civiltà, senza avere perlustrato a fondo, dentro di sé, i cortiletti, i camini, i pozzi, le porte sbarrate" scrive Lem. Solaris, alieno assoluto, è uno specchio...
Tornano validi, a questo proposito, altri concetti espressi da Carotenuto nel suo già citato saggio:

La letteratura fantastica ci presenta spesso il problema della visione dell'alterità, di un'alterità talmente assoluta e straniera nella sua a-normalità, da apparire inumana. (...) Il lato ombra delle cose che si cela oltre il velo dell'apparire mina il principio di causalità, privando l'individuo di ogni riferimento cui ancorarsi, gettandolo nel caos.
Come reagisce l'individuo in questa situazione?

4. Follie ulteriori

H.P. Lovecraft
Uno scrittore che lascia balenare abissi di alienità è Howard Phillips Lovecraft: per esempio, allorché tenta di descrivere i suoi dèi gorgoglianti, i suoi esseri striscianti e innominabili in fondo a baratri di follia. Perfino l'architettura delle sue "città senza nome", o dai nomi singhiozzanti (R'lyeh) è stravolgente, disgustosa, da capogiro; la sola visione di quelle forme sconnesse provoca una distorsione della mente, porta alla pazzia, figurarsi quale potrebbe essere la psicologia degli abitanti (L'orrore di Dunwich, Le montagne della follia).
Per respingere la diversità assoluta, distruttiva, che preme ai vetri della sua finestra in rue d'Auseil, Erich Zann improvvisa ogni sera alla viola musiche spaventose, geniali e deliranti, ma ciò non basterà a salvarlo dalla pazzia e dalla morte (La musica di Erich Zann, 1921; in H.P. Lovecraft. Tutti i racconti, 1989, a cura di Giuseppe Lippi). Lem ci raccontava l'alienità irrappresentabile solo - e non poteva essere altrimenti - attraverso i suoi riflessi sulla cultura umana e sull'individuo (la Medusa si può osservare solo nello specchio, pena essere tramutati in pietra); e lo scrittore polacco si faceva razionale e accorato cronista di un tramonto della presunzione umana. Lovecraft invece punta non alla costruzione lucida e paradossale, bensì allo scuotimento emozionale. Egli non tenta spiegazioni o razionalizzazioni che ritiene impossibili, ma va al cuore del problema: egli non ammette filtri, e pertanto l'alienità letterale significa orrore, demenza; è questo l'unico esito della ragione umana dinanzi all'indescrivibile. O forse dinanzi a qualcosa di cui preferiamo non sapere.
Anche da alcune storie di Jorge L. Borges trapelano alienità. Il suo accostamento al tema è, ovviamente, molto personale. Il protagonista del racconto L'Immortale (ne L'Aleph, 1952; Feltrinelli, 1959) è un tribuno militare di una Legione dell'antica Roma in Egitto: dopo lungo vagare nel deserto, scopre la vagheggiata la Città degli Immortali. Ma essa appare disabitata:


Notai le sue stranezze, e mi dissi: gli dei che l'edificarono erano pazzi. Si aggiunsero altre impressioni: quella dell'indeterminatezza, quella dell'atroce, quella d'una complessità insensata. Abbondavano il corridoio senza sbocco, l'alta finestra irraggiungibile, la vistosa porta che si apriva su una cella o su un pozzo, incredibili scale rovesciate. Altre, aeramente aderenti al fianco d'un muro monumentale, morivano senza giungere ad alcun luogo nelle tenebri superiori delle cupole. Questa città - pensai - è così orribile che il suo solo esistere e perdurare, sia pure al centro di un deserto segreto, contamina il passato e il futuro e in qualche modo coinvolge gli astri. Finchè durerà, nessuno al mondo potrà essere felice. Non voglio descriverla. Null'altro posso ricordare. Quest'oblio, ora invincibile, forse fu volontario...
Si accede a una sfaccettatura squisitamente letteraria ed erudita della "irrappresentabilità", in un gioco di specchi e rimandi (Escher, Chesterton, Piranesi, lo stesso Lovecraft) che ingenera meraviglia. Come in Baldanders (in Manuale di zoologia fantastica, con Margarita Guerrero, 1957; Einaudi, 1962), una paginetta in cui Borges descrive un'altra creatura "indescrivibile", in quanto continuamente trasformantesi nelle forme...

...di un uomo, di un rovere, di una scrofa, di una salsiccia, d'un prato di trifoglio, di sterco, di un fiore, di un ramo fiorito, d'un gelso, di un tappeto di seta, di molte cose ed esseri e poi, nuovamente, di un uomo (...) che verga le seguenti parole dell'Apocalisse di San Giovanni: Io sono il principio e la fine.
Perché non poche, e stupefacenti, e anche dilettevoli sono le forme dell'inenarrabile.

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