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Skat
“Quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma
e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore”. (Genesi, 19, 24)
Il Topo non aveva fatto altro che mordersi le labbra, sino a farne sgorgare un sangue annacquato, che la pioggia lavava a stento dal suo pizzetto a punta. Non gli piaceva tornare a Skat. Skat era umida e puzzollente e troppo luminosa. Skat non aveva i suoni dolci di una città, né il buio rilassante della notte. Con i suoi tubi al neon sempre accesi che coprivano i quattro quinti delle sue superfici. E che levavano al cielo un ronzio di mosca moribonda.
* * * La figura gli strattonò i jeans fino quasi a trascinarlo a terra. Era avvolta in un strano poncho di gomma grigia; il viso seminascosto da un paio di occhialoni con le lenti azzurrate. - Che diamine... - Il Topo scalciò tirò un calcio alla mano che lo tratteneva, ma perse l'equilibrio e si ritrovò disarcionato. L'assalitore gli montò sopra il petto con entrambi i calzari e gli pungolò la gola con la punta di un lungo bastone di legno. Peso e statura erano quelli di un nano o di un bambino.- Che razza di modi... - si lamentò il Topo. La punta del bastone gli ricacciò in gola qualsiasi cosa si era ripromesso di dire. La figura sollevò gli occhialoni sulla fronte e fece sparire il bastone tra le pieghe del suo pastrano. - Mi è spiaciuto colpirti - esordì con voce sicura - ma ho bisogno di una delle tue some per qualcosa che sta laggiù. - Indicò col braccio steso un punto sotto la campata del ponte. Il Topo giudicò che il bambino avesse al massimo sette anni, si rimise in piedi e si tolse un paio di grossi grumi di fango dalle gambe dei calzoni. - Perché lo chiedi a me? A Skat, ci sono allacciamenti a credito lungo tutte le mura. E abbastanza cavo da arrivare là sotto, se puoi pagarlo. - Non ho crediti. E poi lo sai bene che non lasciano portare le bocche di ricarica oltre una certa distanza, tanto meno giù dal ponte. Hanno paura dei corto. Quando era stato disarcionato, la sua cavalcatura meccanica si era disconnessa dal resto della mandria; le some avevano fatto un passo e si erano fermate. Qualcuna di loro aveva attivato una sirena e stava urlando il suo disappunto nella luce intermittente dei fanali rotanti. Il Topo batté una sequenza di tasti sulla consolle al garrese e ridusse al silenzio le macchine più allarmate. - Quanto? - chiese il Topo improvvisamente. Il bambino lo guardò accigliato attraverso la pioggia battente. - Ti ho detto che non ti posso pagare. Non capisci?. - Quanto tempo ne hai bisogno?. Sul viso del bambino si allargò un sorriso diffidente. - Me ne lasci una?. - Non so che cosa ne vuoi fare, ma ti darò quattrocento metri di cavo dalla mia soma più carica. Non un metro di più. E, diciamo, venti minuti di orologio. Dopo di che, recupererò tutto quanto - sorrise a sua volta. - E tu mi dovrai un favore grosso così. Diciamo, scaricare in città dieci some con ventinove chilometri di cavo e un centinaio di bulbi freschi. Il bambino sembrò soppesare la proposta, poi alzò una mano guantata e ribatté: - Venticinque minuti di orologio e ti aiuterò anche a impastoiare le tue macchine....
* * * La scala di corda intrecciata si allungava nel vuoto per un centinaio di metri. Il bambino - che disse di chiamarsi Efron - era già a meta strada e scendeva veloce dondolandosi sopra l'acqua scura. Più sotto i vapori della palude avrebbero inghiottito la sua figurina smagrita occultandola alla vista del Topo. Suoni e odori erano ovattati dagli scrosci impetuosi di pioggia.Il Topo vide uno sciame di Ka svolazzare intorno ai primi gradini della scala: qua e là sulla fibra si allargarono macchie nere di bruciato, ma la pioggia disperse subito le scintille. Il bambino era sceso nella coltre di vapori e lui vedeva soltanto la corda e il cavo di alimentazione che aveva gettato nel vuoto oscillare adagio in mezzo all'abisso. Il cavo che si svolgeva veloce dal rocchetto di una delle sue some; sopra il display della sua consolle tre led color ambra sfarfallavano senza sosta. Duecentotre, duecentoquattro... duecentonove... Dopo qualche minuto lo sfarfallio cessò: trecentododici metri. Il cavo era fermo. Là sotto avevano cominciato a caricare. La consolle fornì tutta una serie di dati che il Topo si curò di controllare solo occasionalmente, attento invece al counter che segnava già quattrodici minuti. Il bambino laggiù avrebbe fatto bene a sbrigarsi... Era inzuppato dalla testa ai piedi e non voleva che la notte lo sorprendesse fuori dalle porte della città. Davanti a lui, nella foschia grigia del tardo pomeriggio, una tenue lumiscenza azzurrina si stagliavava contro l'orizzonte piatto: Skat la lurida.
* * * Il bambino imprecò e batté un pugno sulla lamiera arrugginita che spuntava dall'acqua. Al suo fianco, da una parte e dell'altra della chiatta, undici piccole facce sporche di fango lo osservavano nella luce delle torce. Qualcuno tossì e spese la propria fiaccola immergendola nell'acqua. - Non parte? - chiese timidamente uno di loro.Efron si rimise in piedi e lo fronteggiò con sguardo severo. - Non c'è abbastanza carica. O qualcosa si è fuso, o l'acqua... - Un bambino spiccò un balzo e atterrò a piedi uniti in mezzo al groviglio di lamiere semisommerse. La gigantesca struttura era sprofondata nel fango della palude e si era inclinata su un fianco, con un angolo di 45 gradi. Se non l'avessero tirata fuori di lì al più presto, sarebbe sprofondata sul fondo e il fango l'avrebbe inghiottita per sempre. Il bambino che ci era montato sopra mulinò le braccia all'indietro rischiando di perdere l'equilibrio. Improvvisamente l'acqua ai suoi piedi ribollì e dal basso si levò un ronzio cupo. Efron spalancò gli occhi e fece segno ai compagni di stare zitti. Il bambino che era salito sul groviglio di lamiere riparò in fretta sulla chiatta. La cosa nell'acqua si stava sollevando adagio e rivoli di fanghiglia scura si aprivano la strada in mezzo a cavi e superfici di metallo ammaccato. Efron affondò il bastone nella palude e spinse la chiatta indietro. I compagni si affrettarono ad aiutarlo con altre pertiche. Davanti a loro l'acqua ribolliva di schiuma nerastra. Uno dei bambini indicò che qualcosa stava uscendo dal pelo dell'acqua allo loro sinistra; gli fece eco un altro che aveva visto un'esplosione di bolle dietro la chiatta. - Andiamo, andiamo via, presto - gridò Efron spingendo con tutto il suo peso sulla pertica. Alla loro destra una zolla di fango si stava sollevando da un canneto. Le canne dapprima si inclinarono e poi vennero divelte dalle loro radici. I bambini continuarono a darsi da fare con le loro pertiche incuneando la chiatta lungo un ramo d'acqua che sembrava quieto. Tutto intorno a loro la cosa continuava a sollevarsi: un groviglio di cavi, lamiere, vetri rotti e zolle di fango e alghe grandi quanto un uomo. Il ronzio proveniente dalla struttura era soffocato dal rumore dell'acqua che ruscellava impetuosa sul metallo. Ansimando, i bambini recuperarono le loro pertiche e si raccolsero uno vicino all'altro al centro della chiatta. Quello spettacolo li affascinava e li terrorizzava. Dunque ce l'avevano fatta. Wahn era libero. Lo avevano recuperato dal fondo della palude e ora lo avrebbero condotto a Skat la lurida. Lì non avrebbe più dovuto temere i digiuni e la ruggine; avrebbe trovato tutta l'energia che voleva. E avrebbe continuato il suo compito, protetto da un cerchio di fiaccole accese.
* * * Il Topo sentì un rombo sollevarsi dall'abisso. Alzò la testa dalla sua consolle e si sporse nel vuoto. Qualcosa di scuro stava sbucando dalle nubi di vapore. E puntava dritto verso il ponte.Un tonfo percosse la strada sotto i suoi piedi e si riverberò come una frustata lungo tutto il ponte, fino alla lontana Skat. La terra tremò e dalle sue some partirono una mezza dozzina di sirene... Il Topo cadde a terra e rotolò con le gambe nel vuoto. Il ponte tremò di nuovo e lui cedette altri preziosi centimetri verso l'orlo della voragine. Si aggrappò a un piccolo montante di ferro arrugginito, le gambe penzoloni nel vuoto. La sua presa scivolò adagio lungo la base del montante, conficcandogli nella carne minute schegge di metallo arrugginito. Vide la sua consolle scivolare oltre il bordo, un'attimo prima di seguirla anche lui...
* * * Il tettuccio era sfondato e i tergicristalli rotti, come quasi tutti i vetri della cabina di comando. La pioggia si abbatteva in scrosci sui sedili marciti e la maggior parte dei bambini era accovacciata per terra a gambe incrociate. Qualcuno di loro teneva gli ombrelli aperti; le cupole nere cozzavano l'una contro l'altra fornendo una protezione inadeguata alla violenza del temporale. Da lassù, a settanta metri di altezza, il ponte appariva fragile e insolitamente stretto. A ogni passo del gigante vibrava con una nota lugubre, che faceva temere il peggio. Ma il ponte - lo sapevano - avrebbe retto. L'unico rischio era che accadesse quello che era successo la volta precedente... e finire di sotto. Quanto tempo era passato? Cinquant'anni? Allora erano stati i padri dei loro padri a guidare Wahn. Ma qualcosa era andato storto. Per mezzo secolo, loro - i nipoti - avevano cercato nelle acque nere della Grande palude elettrica. Senza trovare altro che cavi marci e nidi di Ka.Efron tirò una leva e indicò davanti a sé. Wahn rallentò, ultimò il suo passo appoggiando il piede per terra e si bloccò. Ci fu uno scossone quando al fine trovò il suo equilibrio. Ogni ronzio cessò. Davanti a lui, una decina di some meccaniche gli ostruivano il passaggio. Ci fu un lungo conciliabolo nella cabina di comando. Efron alzò la voce e pretese che tutti gettassero i loro ombrelli di sotto. - Devo avere il massimo della visuale per la manovra - spiegò. Scartare di lato era impossibile e se avesse voluto superare con un solo passo l'intera mandria, avrebbe rischiato di far perdere l'equilibrio a Wahn. In più stava calando il buio... Il gigante vibrò e una spalla si inclinò di lato facendo sobbalzare la cabina otto metri più in alto. Efron si girò di scatto e guardò fuori. Teneva il braccio steso oltre il parabrezza rotto a contare i dorsi delle some meccanche. Si chinò sui talloni e fece penzolare la mano nel vuoto, fino a quando non incontrò la fronte del gigante, che accarezzo un paio di volte. Gli sembrava assurdo essere arrivato fino a quel punto e rischiare di fallire di nuovo. Wahn doveva raggiungere Skat, mostrare il fuoco e sedersi al centro della città a fare quello per cui era stato costruito. Efron chiese che fosse messa ai voti la decisione di provare a oltrepassare la mandria di some con un solo passo. Sette a cinque, vinse la sua proposta. Spinse in avanti una cloche e il gigante tornò ad animarsi. Mise la mano sulla leva alla sua destra e la sentì vibrare. Al tatto era appena tiepida. Le sue dita erano bagnate di pioggia e non riuscivano a trovare un'impugnatura solida sul pomello laminato d'oro. Accasciati ai suoi piedi, i compagni lo scrutavano in silenzio. Trattenendo il respiro. Ci fu un fischio prolungato, seguito da una serie di sfiati. Il pavimento della cabina si inclinò mandando i bambini a sbattere l'uno addosso all'altro. Nuvolette di vapore si allungavano, nella pioggia, da tutte le articolazioni. I fischi si esaurirono dopo una ventina di secondi. Poi tutto intorno a loro e sotto i loro piedi, anche il ronzio cessò. Wahn era di nuovo spento. Efron provò un paio di comandi. Il gigante non rispondeva. Tirò a sé un paio di leve ma non ottenne che una sequela di sfiati lamentosi. Colpito da una raffica di vento, Wahn barcollò silenziosamente. Poi fu solo la pioggia a farsi sentire. Le gocce martellavano il metallo con un ticchettio frenetico. Un paio di lamiere slabbrate, giù altezza delle ginocchia, frustavano il vento e facevano sentire il loro riverbero attraverso il metallo fin sotto il pavimento della cabina di pilotaggio. Efron allargò le braccia e sostenendo lo sguardo sconfortato dei compagni, disse: - Dobbiamo ricaricare Wahn.
* * * Lavorarono per buona parte della notte, allacciando a una a una tutte le macchine del Topo, compresa la sua soma personale. Illuminati dalle ficcole che portavano con l'orgoglio vivo di chi conosce il più prezioso dei segreti. Un presidio era rimasto nella cabina di comando, dove a turno arrivavano gruppi di tre o quattro bambini a riposarsi e mangiare qualche frutto. Sciami di Ka si erano avventurati sino alle cosce del gigante, ma erano stati dispersi dalla pioggia. Nonostante però gli sforzi e i kilowatt che erano stati riversati negli intestini di Wahn, il gigante non voleva saperne di ridestarsi. Qualche corto doveva aver danneggiato i suoi organi vitali.A notte fonda, salirono tutti in cabina di comando. Gli occhi assonnati scrutavano il buio sulla Grande palude. Le torce agonizzanti dardeggiavano sulle lamiere contorte e i sedili sventrati. La pioggia proseguiva incessante, sfibrando le membra ormai infreddolite. Qualcuno si addormentò cercando rifugio e calore addosso al vicino. Qualcuno provò ancora a muovere le leve del gigante. Nel buio della notte, si vedeva soltanto Skat, in fondo al ponte: un fungo di luce azzurrina sbiadito dalla pioggia. Efron fu l'ultimo ad addormentarsi, perché più a lungo aveva indugiato su leve, cloche e manopole. Si rammaricò di avere fatto gettare gli ombrelli giù dal ponte. Forse non era stato un buon capo. Rimpiangeva molte decisioni prese e molte altre davanti alle quali si era frenato all'ultimo momento. Skat la lurida, Skat la buccia di stella meritava una lezione... Ma, ancora una volta, la sua buona sorte l'aveva protetta. La sua luce fredda e sinistra. L'indomani avrebbe impartito l'unico comando che rimaneva da impartire; la sua ultima decisione come capo. Forse Wahn sarebbe stato pronto la volta successiva. Forse davvero avrebbe fatto il suo ingresso in Skat, per accovacciarsi nella piazza principale. E pregare. Era stato costruito per quello. Per pregare Dio. Lui, la più grande e perfetta di tutte le macchine. Una ronzante preghiera di uno e di zero, di lamiera e cavi a vista, di metallo e... sì, di fuoco. E forse Skat sarebbe guarita dalla sua insolenza di luce e avrebbe superato l'inverno. Davvero, pensò Efron, si annunciava come il più rigido degli ultimi cinquant'anni? Si accovacciò contro un compagno e nascose le mani giunte tra le ginocchia. La nera macchina da preghiera fissava Skat con gli occhi ciechi di un gigante stolto. Era quasi l'alba; presto avrebbe dovuto ordinare alla sua ciurma di svegliarsi e gettare Wahn giù dal ponte...
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