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Hungry light
Andy aveva poco da vivere.
Almeno, questo era quello che si diceva nel giro; quel software pirata che aveva rubato a un ricettatore di Softown aveva fuso la consolle Sony-Mitzu del Kranio, il padrone della baracca. E quando il Kranio perdeva la pazienza, in genere il responsabile aveva circa ventiquattro ore di vita, se era fortunato: il tempo per un ultimo tiro di erococaina e un giro nella Virtual-Rete, prima che qualcuno facesse schizzare il suo cervello in grumi gialli e sanguinolenti sul pavimento sintetico dei bassifondi della City. Le torri luminose della Virtual-Rete, rappresentazioni trimensionali di immense strutture di dati, brillavano attorno alla proiezione di Andy come lunghe lapidi al neon, un po' scariche e impolverate. Ma c'era una luce bianca dietro la piramide azzurra della World Bank e Andy si mosse verso di essa. Era invitante. Era come se nella sua mente una voce gli dicesse: - Vieni. Qui c'è tutto quello di cui hai bisogno... - Vieni. Qui nessuno ti troverà, qui sarai al sicuro... Andy si lasciò andare e la luce lo inglobò, occhi a mandorla di un serpente sintetico e profumo di crisantemo. Non ci fu dolore quando il corpo di Andy, in una stanza incrostata di salsa Honshu e ali di scarafaggi mutanti, iniziò ad avvizzire come una bambola di silicone senza più valvola. Nessuno se ne accorse. Cane, mandato dal Kranio a schiacciare la testa di Andy contro il muro della sua camera, trovò un mucchio di ossa annerite, unite in un osceno amplesso dalla fascia di stimolatori neurali della consolle ancora accesa. Quel giorno il Kranio era particolarmente nervoso e Cane dovette farsi reimpiantare i canini di Dobermann a cui doveva il suo nome, che gli erano costati duecentomila nuovi yen e due anni di terapia immunossoppressiva. * * * Nella Virtual-Rete la luce profumata sorrise e, sazia, si spense.* * * Kyoko era sola nel suo cubicolo nei bassifondi. Jake l'aveva lasciata per una puttana sintetica del Love Hotel, occhi Canon-cam e seno di idrosilicone ipoallergenico. Ma a lei non importava, perché non lo aveva mai amato. Si era limitata a sfruttarlo, carpendogli i particolari delle operazioni finanziarie che Jake curava per conto della MicroSun e rivendendo il tutto al Kranio, per racimolare i soldi per la dose quotidiana. Nella Virtual-Rete c'era tutto quello di cui aveva bisogno: con le informazioni che aveva rubato negli ultimi tre mesi avrebbe potuto vivere da signora per almeno un anno. Il Kranio sapeva essere molto generoso quando gli conveniva.- Che stronzo!- pensò e accese la consolle, che in un nanosecondo proiettò la sua coscienza nella fredda rete elettronica mondiale. Si stava bene là dentro... Il movimento continuo dei dati, come sciami di falene cieche, creava una illusione di pace e di ordine. Ma c'era una forma laggiù, dietro il castello di luce livida della MicroSun Corporation, che era diversa. Aveva una sorta di profumo elettronico invitante che nella mente di Kyoko si trasformava in impulsi nervosi esplicitamente erotici. Kyoko non riuscì a trattenersi. - Vieni, amore mio. Qui non esistono tristezza e fatica... - Vieni, Kyoko. Qui c'è tutto quello che ti è sempre mancato. La voce suadente carezzava gli innesti neurali della donna e Kyoko si lasciò trasportare dal flusso inarrestabile di dati che la sollevò verso quella luce a velocità inimmaginabile. Il piacere durò solo un attimo, un micidiale orgasmo neurale. Il cubicolo 47 si riempì di un acre e denso odore di bruciato e di aria ionizzata mentre i tessuti che erano stati Kyoko si afflosciavano a terra, tra le fibre ottiche, come un origami bagnato dalla pioggia. Quando Cane andò a ritirare il rapporto settimanale sulla attività della MicroSun, imprecando per il dolore che gli davano i canini reimpiantati di fresco, il gestore dei cubicoli gli disse che Kyoko era morta, consumata nella Virtual-Rete dall'abbraccio mortale di un FireWall. * * * Il Kranio era furioso.La placca di titanio che gli sostituiva parte della calotta cranica, persa durante un regolamento di conti per colpa di un laser molecolare, brillava azzurra lanciando sinistri bagliori tutt'intorno all'enorme corpo floscio del Kranio, abbandonato su una sedia anti-G. - Chi è quel pezzo di merda che sta facendo fuori i miei collaboratori?- La sua voce, un tempo profonda e baritonale, si era ridotta a un raschio metallico, generato dallo speaker endoscopico che gli sostituiva le corde vocali, corrose dai fumi di acido solforico inalati in gioventù. - Cane!- gridò. - Cane! Dove cazzo sei finito? Lurido ammasso di pulci! Caneeee! A quel punto Cane decise che non gli conveniva più nascondersi e tirò su la testa da dietro la fila di bidoni per scorie radioattive che il Kranio aveva scelto per arredare il suo nuovo locale, il Maze. - Cosa vuoi, Kranio?- domandò guardingo, con voce servile. Pareva fiutare l'aria attorno a se, come un vero cane. - Cane! Trovami lo stronzo che sta ammazzando la mia gente. Sto perdendo troppi soldi per i suoi scherzetti del cazzo! Il Kranio si passò una mano unta sulla piastra che aveva in testa, con un gesto esasperato. - Prima quell'idiota di Andy, poi la puttana... Trovamelo, Cane, o il prossimo a crepare sarai tu, hai capito? La punta dell'indice del Kranio si inclinò di novanta gradi rispetto al resto del dito, aprendosi a rivelare un invisibile e micidiale laser molecolare. Non occorrevano parole. - Ma Kranio! Quelli sono morti nella Virtual-Rete! Lo sai che io non ci posso più entrare, vero? Perché non chiedi all'Ebreo? Lui è un vero esperto! - Sì... e dove lo trovo l'Ebreo? Trovamelo e ti risparmio la pellaccia pulciosa che hai. Promettigli quello che vuoi, poi vedremo... Il Kranio azionò il generatore anti-G della sua sedia e scivolò verso l'altro lato della stanza, lasciando Cane con la lingua penzoloni tra i grossi canini, confuso. Gli serviva l'Ebreo. Forse sapeva dove trovarlo: nell'ultimo posto dove il Kranio avrebbe mai pensato di cercarlo. * * * Joel, conosciuto nel giro come l'Ebreo, era il più esperto virtual-surfer della City. Si muoveva nella Virtual-Rete come un topo in una discarica, con dietro di sé l'esperienza di vent'anni nel contrabbando di programmi militari.Era un maestro nell'elusione dei sistemi di protezione FireWall: se avesse tenuto per se tutto quello che era riuscito a rubare in quegli anni, per conto di migliaia di clienti, sarebbe stato l'uomo più ricco di tutti i bassifondi. Ma non l'aveva fatto e ora il suo credito presso la World Bank era diventato paurosamente basso. Dopo l'incidente con la Mafia poi, i clienti si erano fatti rari. Al Maze Joel stava bene; il fumo azzurrognolo che ne costituiva l'atmosfera, oltre ad addolcire gli spigoli degli squallidi mobili in plastica riciclata, mimetizzava il suo profilo affilato tra le ombre, rendendo il locale del Kranio un rifugio sicuro ma anche un buon porto per i clienti giusti. Niente domande: l'Ebreo lavorava così. Quella sera sorseggiava con disgusto, da un bicchiere unto, del sintalcool che sapeva di pesce marcio, con un leggero retrogusto di petrolio e di fumo. Cane lo individuò nel suo angolo buio. - Ciao Ebreo! Sei ancora vivo, eh? - Sorrise e gli enormi canini brillarono nella penombra. - Credevo che quelli della Mafia ti avessero strappato le budella una volta per tutte! Cane sapeva davvero essere spiritoso, quando voleva. - Ciao Cane. Cosa cazzo vuoi da me questa volta, eh? L'ultima volta la Mafia lo aveva quasi ammazzato per colpa di Cane; non ci si poteva fidare di uno come lui. - Ebreo, mi servi. Anzi, servi al Kranio quindi apri bene le orecchie e ascolta. - Cane si leccò le spesse labbra viola. - C'è un figlio di puttana che va in giro per la Virtual-Rete facendo fuori la gente del Kranio con qualche nuovo tipo di software neurale, roba mai vista. Li ha succhiati come una sanguisuga, sono rimaste solo la pelle e le ossa... - Un brivido scosse la pelle maculata bianca e nera di Cane. - Beh, il Kranio si è rotto: vuole che lo trovi e che gli spezzi la schiena. Fallo in fretta e il Kranio ha promesso che sarà molto generoso... - Sì... Il Kranio è generoso solo quando prevede guadagni a nove zeri! Ci devo pensare. - Joel non voleva impegnarsi; lavorare con il Kranio era terribilmente pericoloso. Voleva qualche certezza in più. Stava rischiando ancora una volta le sue preziose sinapsi e voleva farlo per una buona ragione, almeno a sei zeri. E magari anche per una consolle Sony-Mitzu nuova di zecca, ultima generazione, con trasduttore a infrarossi. - Senti, Ebreo, non fare il difficile. Che cosa vuoi, eh? Era il momento di chiedere e Joel chiese. Cane meditò per qualche secondo poi rispose: - Ti meriti proprio il nome che porti, sporco Ebreo! Un'altra pausa, aspettando una reazione che non venne. - Va bene, il Kranio ci sta. Mettiti al lavoro. - La consolle. La voglio adesso.- Joel attese la risposta di Cane, senza muoversi dalla sua sedia. - Allora alza il culo e seguimi. Ti accompagno nel tuo nuovo ufficio... Goditelo! - Sghignazzò, sbavandosi addosso. - Sì... Guarda come godo!- rispose Joel, e sputò per terra. Aveva di nuovo un lavoro. * * * La luce bianca e profumata percorreva le autostrade informatiche con la leggerezza di una piuma, fagocitando tutto quello che incrociava. Non aveva una meta né un criterio: cercava, trovava, inglobava e ricominciava a cercare, affamata.Era attratta dall'odio, dalla paura, dalla sofferenza, dall'amore, da tutte le emozioni che si irradiavano nella Virtual-Rete dalle coscienze immerse in essa. La luce le percepiva come profumi e rispondeva a esse sempre nel modo adatto, con un richiamo che attirava le vittime, ignare, nella sua luce vorace. La luce viveva delle loro anime. * * * Joel era collegato alla sua nuova consolle, gentilmente offertagli dal Kranio in cambio dei suoi servigi e del suo silenzio. La consolle fiammante riluceva di fibra di carbonio e duralluminio, i led rossi e verdi che ammiccavano come occhi di animali notturni nel buio della stanza vuota. La fascia di neurotrasmettitori era già fissata sulla sua fronte, collegata alla consolle tramite un invisibile ma potente raggio di luce infrarossa. Lì dentro, in quella scatola grigio antracite, c'era la Virtual-Rete, la rete infinita che collegava tutte le banche dati e i computer del mondo tra di loro. E lì, nella controparte virtuale del mondo, c'era qualcuno che uccideva per un motivo sconosciuto gli schiavi del Kranio.Joel non sapeva cosa cercare ma la sua esperienza gli diceva che la prima cosa da fare era sempre collegarsi e dare un'occhiata in giro. L'Ebreo azionò l'interruttore principale: in quello stesso istante la sua coscienza si fece bit e fu catapultata sulla griglia di luce gelida della Virtual-Rete. * * * La luce cercava, chiamava, avvolgeva e consumava...* * * Non c'era nulla di insolito nella Virtual-Rete.Joel si guardò intorno, proiezione elettronica di sé stesso, ma non vide nulla. Frugò tra gli anfratti bui che si erano creati tra le torri multicolori delle grandi Multinazionali, della World Bank, delle Famiglie. Non c'era proprio nulla che gli permettesse di individuare il responsabile di quelle strane morti: ogni struttura era al suo posto, dove l'aveva lasciata l'ultima volta che si era collegato. Nessuna nuova forma di luce solida e colorata, nessun nuovo FireWall, niente di niente. Joel era rimasto fuori dalla Virtual-Rete per tre mesi, dal giorno in cui aveva rischiato di friggersi le sinapsi per colpa di Cane. Dovevano rubare il progetto di un nuovo bioinnesto cranico della Biogen, custodito nelle banche dati superprotette della Mafia. Ma Cane se l'era fatta sotto mentre oltrepassavano l'ultimo livello di protezione, mimetizzati all'interno di una ingiunzione di pagamento dell'Ufficio Tasse. Si era disconnesso così in fretta che aveva fatto scattare tutti gli allarmi del FireWall, che si era chiuso su di loro come una pressa per rottami. L'Ebreo si era salvato il cervello grazie a un programma botola che aveva imparato a portarsi sempre dietro in ogni incursione: era in grado di smaterializzarlo istantaneamente dalla griglia di energia della Virtual-Rete e farlo ricomparire in un non-luogo sicuro e irraggiungibile da chi non ne conoscesse le coordinate. Non gli era servito molto spesso, ma il sapere che c'era era una sensazione molto rassicurante. Quel giorno Cane era stato meno fortunato di lui e una scarica di ritorno dal FireWall gli aveva fuso i circuiti del bioimpianto che gli permetteva di collegarsi alla Virtual-Rete, escludendolo per sempre da essa. - Quel bastardo di Cane! - pensò con rabbia la proiezione elettronica di Joel. Da quel fallimento era iniziata la sua sfortuna: niente più commesse, niente più soldi, niente più donne. Gli avrebbe dovuto far sputare quei suoi ridicoli denti di Dobermann con un bel calcio in faccia, con i suoi migliori stivali in fibra di carbonio rinforzata. Sarebbe stato divertente... * * * La luce cambiò traiettoria, apparentemente senza motivo, assorta nella sua ricerca. Si insinuò tra le torri argentee del World Trade Center, scivolò tra la piramide azzurra della World Bank e il prisma esagonale di solida luce violetta della MicroSun, poi improvvisamente si arrestò, pulsando. Aveva fiutato qualcosa, forse una vittima, forse una nuova anima da aggiungere alla sua, un'anima pervasa dalla rabbia, dall'odio, da invitanti pensieri violenti.Profumava di sangue. * * * C'era un piccolo sole davanti a Joel, immobile e pulsante, dove prima c'era solo la vuota griglia luminosa.Pulsava, chiamava, parlava... - Vieni, Joel. Sfoga la tua rabbia con me... - Vieni, uccidimi e bevi il mio sangue... - Vieni... Il richiamo di quella voce era così forte che Joel si mosse verso la luce, come una falena verso una torcia ad acetilene, senza poter resistere. Quando la luce iniziò a inglobarlo, nel mondo fisico ormai lontanissimo, un led si accese sulla consolle e un lieve ronzio invase l'aria silenziosa attorno al corpo vuoto dell'Ebreo. Un software pirata anti-incursione di fabbricazione parallela MicroSun avvolse la proiezione di Joel in una nube scintillante di minuscoli aghi di ghiaccio, paralizzando la luce profumata, dilaniandone la coscienza in miliardi di minuscoli bit di informazione, che si dispersero nella corrente luminosa della Virtual-Rete come uno sciame di zanzare impazzite. In quello stesso istante Joel aprì la sua botola e scomparve dalla griglia, risvegliandosi in una stanza buia nel retro del locale del Kranio, sudato e puzzolente ma vittorioso. Quella cosa là fuori era morta, insieme a chi la guidava, le sinapsi bruciate dal nuovo programma anti-incursione. Era stata una buona idea farsene una copia prima di rivenderlo. * * * La luce morì con un sorriso. La sua ricerca era finita: aveva finalmente trovato la pace.* * * Cane venne spedito il giorno stesso a rintracciare il luogo fisico dal quale la luce assassina si era proiettata nella Virtual-Rete. L'Ebreo ne aveva rintracciato la posizione, un sotterraneo di un palazzo abbandonato nella periferia della City, e il Kranio era molto curioso di vedere in faccia chi o cosa avesse fatto fuori i suoi servi. Il linguaggio astratto dei virtual-surfer non faceva per lui; il Kranio voleva il cadavere delle sue vittime e amava tenere un ricordino di ciascuna di esse, da esporre nella sua teca personale al Maze. Un'altra ciocca di capelli, un dente in più, un pezzo di fegato in formalina, un orecchio: erano tutti trofei preziosi che avrebbero aumentato a dismisura il suo prestigio nel giro.* * * La stanza -3/405 era buia e umida come una tomba abbandonata da secoli, piena di resti organici putrescenti; pareva che non ci fosse entrato nessuno da almeno cinque anni. Cane dovette indossare i suoi filtri nasali per non svenire, a causa dell'odore rancido che ammorbava l'aria della stanza, rendendola unta e densa. La torcia al neon che portava in mano squarciò il buio attorno a lui, rivelando lo scarso e insolito arredamento di quel luogo deserto: una sedia di plastica riciclata rovesciata sul pavimento e un tavolino sbilenco, con sopra una primitiva consolle Mitzu2020, un modello di almeno dieci anni prima, tenuto insieme con il nastro adesivo arancione utilizzato negli ospedali per sigillare i sacchi per cadaveri.Collegato alla consolle tramite un grosso cordone ombelicale c'era un modulo di animazione sospesa, uno di quelli utilizzati in passato per tenere in vita i malati terminali; la consolle appariva spenta e un velo di condensa rivestiva la superficie interna del vetro dell'oblò della capsula, nascondendone il contenuto. Cane azionò con un calcio il servomeccanismo di apertura e il coperchio si sollevò con un sospiro, liberando una massiccia dose di gas maleodoranti nell'aria già irrespirabile: neppure i filtri nasali potevano qualcosa contro quel fetore. Cane si avvicinò alla capsula aperta, intontito ma guardingo, tenendo la torcia davanti a sé, già pronto allo spettacolo di putredine che era sicuro di trovare all'interno di quella bara di vetro e fibra di carbonio. Il fascio di luce investì l'interno della capsula. Nella bara giaceva una bambina, il bianco capolavoro di un maestro della porcellana orientale, pelle di pesca, occhi a mandorla e bocca di corallo. Un rivolo di sangue secco le solcava una guancia e la fronte liscia era coperta da una obsoleta fascia di neurotrasmettitori, fusi in un groviglio di fili assieme ai suoi lunghi capelli corvini. Il suo piccolo corpo biomeccanico era in disfacimento da tempo ma il suo viso era perfetto e dolcissimo. Nella morte, sorrideva. - Cazzo... - disse Cane, leccandosi via dalla faccia una lacrima con la lunga lingua violetta. Richiuse la bara con delicatezza, in silenzio, e se ne andò. Se il Kranio voleva davvero il suo trofeo, che venisse a prenderselo da solo. Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com: saranno letti e accuratamente valutati dai nostri editor Franco Forte ed Emiliano Farinella. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |
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