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di Vittorio Curtoni

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Philip K. Dick nel moratorium


Philip K. Dick ha vissuto il classico e terribile destino del genio incompreso: riconosciuto oggi uno dei maggiori autori del nostro secolo, finché era in vita era considerato poco più di un modesto scrittorucolo di robaccia fantascientifica.

In un celebre romanzo scritto nel 1966 e pubblicato nel 1969, Ubik, Philip Kindred Dick ha raccontato della semi-vita dei morti: conservato nel "moratorium", una sorta di agenzia di pompe funebri ad alto livello tecnologico, un cadavere non è del tutto morto e può di tanto in tanto essere consultato da amici e parenti per fare quattro chiacchiere, dare consigli, o addirittura dirigere una multinazionale interplanetaria. Ho pensato più di una volta che questa immagine, così potentemente surreale, sia un'adeguata metafora per il destino di Dick, uno dei maggiori autori del nostro secolo, come oggi molti sono portati ad ammettere; ma considerato, finché era in vita, poco più di un modesto scrittorucolo di robaccia fantascientifica. Lui stesso, a quanto risulta dalla sua biografia più attendibile (Divine Invasions di Lawrence Sutin, Harmony Books, New York, 1989), si vergognava di confessare di scrivere science fiction, e ai parties, interrogato sulla propria professione, si rifugiava in borbottii vaghi; e ha condotto un'esistenza stentata, costretto a una produttività letteraria da vero forsennato per pagare le bollette e gli alimenti alle sue troppe ex mogli, negletto in patria, nonostante godesse di un seguito quasi fanatico in Europa, sopprattutto in Francia e in Italia, già negli anni Settanta. Oggi che è morto, il suo status culturale ha subito un'impennata prodigiosa, e quanti non sono gli intellettuali di mezzo mondo che si affannano a decrittare i molteplici strati di significati delle sue opere? Non è come andare a parlare con lui, se fosse ospite di un moratorium?

Philip Dick con Ridley Scott
Dick, che è nato a Chicago nel 1928, ha vissuto in California ed è morto nel 1982, non ha purtroppo avuto il tempo di assistere alla propria beatificazione. Del film che ha lanciato in orbita il suo nome, il celeberrimo Blade Runner di Ridley Scott (1982; tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep?), ha potuto vedere solo qualche spezzone; e il cyberpunk, un fenomeno letterario che ha avuto un impatto formidabile sulla cultura globale dell'ultimo tratto di secolo e ha assunto Phil come nume tutelare, era ancora di là da venire. Robusta gloria, insomma, anche se postuma: entrare nell'empireo delle icone di un'epoca non è da tutti, e soprattutto non accade spesso a un autore di fantascienza; però io mi chiedo come giudicherebbe lui questo rigoglio di studi sul suo pensiero, di esegesi, di convegni internazionali organizzati dall'accademia più paludata. Ne sarebbe contento? Può anche darsi. Non ne sono troppo sicuro.
Ma forse mi sbaglio, spinto dallo strabordante amore per le sue storie di fantascienza che ho iniziato a leggere da ragazzino, che ho tante volte tradotto, per le quali ho scritto introduzioni e postfazioni. Forse sbaglio perché in effetti Dick ha sempre coltivato il sogno di potere essere un autore di narrativa mainstream (uso questo termine che è di immediata comprensione, per quanto debba ammettere che l'imbastardimento della lingua italiana sotto le bordate dell'inglese comincia a darmi sui nervi); e di romanzi non di genere ne ha scritti diversi, ma anche questi, caduti sotto le forche caudine del moratorium, sono stati pubblicati solo dopo la sua morte. Da un po' di anni stanno arrivando in Italia. Il migliore del mazzo è probabilmente Confessioni di un artista di merda, però non esito ad ammettere che il Dick che preferisco resta quello fantascientifico.

Perché? Perché il caro Phil, con la scusa di raccontare semplici storie d'evasione, ha saputo da un lato cogliere gli aspetti più aberranti del nostro presente e dall'altro prevedere le devastazioni materiali e mentali che la specie umana va apparecchiando per se stessa. Perché dietro trame ricchissime di azione e colpi di scena ha continuato a riflettere sulla natura della realtà e del divino, e delle percezioni che noi ne abbiamo; perché ha rappresentato la falsità eterna del potere politico, non importa di quale segno, che desidera solo perpetuare se stesso riproducendosi all'infinito nei simulacri elettronici di capi di stato morti; perché ha colto la vera essenza dell'impatto tecnologico sul nostro secolo in quelle sue automobili volanti che si ribellano al volere dei passeggeri, li sfibrano in delirii di discussioni folli; perché si è chiesto quali siano i confini tra vita biologica e vita prodotta in laboratorio, e dove e come sia lecito porre steccati di divisione, anticipando dibattiti oggi tanto attuali; perché si è fatto testimone (talora ambiguo, negli ultimi anni aspramente critico) dell'universo della droga e delle sue distruzioni, ricreate nella ferocia di incubi che tutto riescono ad avvolgere, compenetrare.

Un ritratto di Philip Dick di Giuseppe Festino
Lo amo per quei suoi personaggi maschili tanto insicuri, paranoici a torto o a ragione, magari precipitati di colpo in un universo dove la loro identità è vanificata (Scorrete lacrime, disse il poliziotto), e che possono arrivare al punto di desiderare la trasformazione in pianta, per bearsi solo e unicamente della luce solare (Labirinto di morte); e per le sue donne-vampiro, rappresentanti di una femminilità castrante, imperiosa, archetipi estremi che folgorano nella nettezza del loro intrinseco orrore (esempio tipico, la Mary Rittersdorf di Follia per sette clan), ma che possono anche rivelarsi dotate di straordinarie capacità di percezione e comprensione del reale (la Angel del bellissimo La trasmigrazione di Timothy Archer).
Racchiudere il senso e la portata dell'imponente produzione dickiana (una cinquantina di romanzi e più di centodieci racconti) nello spazio di un singolo articolo è semplicemente impossibile. Come d'altronde testimonia il florilegio di testi a lui dedicati cui stiamo assistendo. La sola disamina dei rapporti che corrono tra la sua narrativa e gli eventi della sua vita richiederebbe chissà quante pagine: l'amore-odio per la madre, l'ossessione meticolosamente coltivata della sorella gemella morta in fasce, la fuga del padre quando Philip era ancora bambino, i cinque matrimoni, l'impotenza di considerarsi uno scrittore di serie B, il lavoro massacrante all'interno di un mercato all'epoca povero, la droga. E' indubitabile che buona parte della tragicità della sua opera sia una trasposizione, mediata dalle eccezionali doti di narratore, di eventi e stati d'animo della sua esistenza; e se questa è una considerazione che si può genericamente fare per qualunque artista, nel caso di Dick acquista un rilievo particolare.

Più che mai negli ultimi anni. Nel marzo 1974 gli accadde un evento singolare: un lampo rosa gli attraversò il cervello, e la sua mente lo vide. Si discute ancora oggi sulla reale natura di questo lampo, forse attribuibile a condizioni di salute non eccelse, a una pressione molto alta; ma Dick lo interpretò come un segno divino, arrivò addirittura a sostenere di essere stato "invaso" da Dio, e la sua produzione subì una svolta radicale. Che è splendidamente testimoniata dalla cosiddetta Trilogia di Valis, tre romanzi nei quali le strutture fantascientifiche subiscono una progressiva disgregazione per lasciare posto alla frenetica ricerca del divino, della comunione col trascendente. Sono storie di iniziazione mistica che portano a provvisorio compimento un lungo cammino, e talora capovolgono precedenti conclusioni: nel 1966, in quel racconto davvero terribile che è La fede dei nostri padri, Dick aveva parlato di un Dio mostro, un Dio che vuole divorare i propri figli; nel 1981, in La trasmigrazione di Timothy Archer, Dio è un fungo, e dopo avere mangiato quel fungo, anche noi comuni mortali possiamo diventare Dio.
Nell'universo dickiano, ogni metamorfosi è possibile. Quel che importa è lacerare i veli di finzione che coprono, a fitti strati, la realtà, e rendersi testimoni di ciò che appare sotto. Come lui, in modo del tutto spudorato, si è sempre sforzato di fare.


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